sacchetti di plastica consumati quest'anno*:
 
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Perchè?

Perché usare per pochi minuti un oggetto che può durare anche cento anni ? Stiamo parlando del sacchetto di plastica che spesso ci viene dato “gratuitamente“ ma per cui tutti paghiamo un caro prezzo in termini di consumo di risorse, energia e di costi economici ed ambientali dovuti alla sua dispersione nell'ambiente, ad oggi incontrollabile. Ma non si tratta solamente di sacchetti, ci sono tanti altri imballaggi e articoli monouso che è possibile eliminare o ridurre drasticamente. Parti da piccoli gesti quotidiani per modificare stili di vita insostenibili, FAI UN USO INTELLIGENTE DELLE RISORSE DEL PIANETA E RIFIUTA "L'USA E GETTA"!

COME ENTRARE IN AZIONE:
iniziative individuali per i singoli
iniziative collettive collettivamente
materiale per la media e grande distribuzione per la GDO
materiale per negozio per i negozi
iniziative per le scuole per le scuole

Iniziative ed Eventi 2010 - 2013

 

Settimana Nazionale "Porta la Sporta"(4 edizioni)

Sfida all'ultima Sporta
Mettila in rete! Meno plastica per tutti!

 

MENO RIFIUTI - PIU' BENESSERE in 10 mosse

ADERISCI come AZIENDA, INSEGNA GDO, ENTE LOCALE E CITTADINO!

MENO RIFIUTI PIU'BENESSERE - FIRMA LA PETIZIONEMeno Rifiuti Piu' Benessere in 10 mosse questo è lo slogan di un'azione lanciata nel 2012 in collaborazione con Italia Nostra e Adiconsum per sollecitare il mondo della produzione e della distribuzione a compiere 10 azioni nel breve e medio termine per alleggerire l'impatto ambientale di imballaggi e la promozione di soluzioni e prodotti riutilizzabili invece che usa e getta.
Alla prima edizione 2012 lanciata in occasione della SERR-Settimana Europea per la riduzione dei Rifiuti 2012, è seguito un rilancio durante l'edizione 2013 della SERR e la partenza di inviti personalizzati alle aziende ad aderire all'appello che continuerà anche per tutto il 2014. Le azioni che sollecitiamo sono motivate e supportate dagli argomenti e dati di fatto internazionali e nazionali contenuti anche all'interno di un documento condiviso di approfondimento. La comunicazione avverrà a partire dal mese di ottobre 2013 verso enti locali, associazioni e singoli individui per richiederne la sottoscrizione. segue>>

 

Primo Piano

SERR 2014: ritorna Meno Rifiuti più Benessere (novembre '14)

10 mosse per ridurre i rifiutiLe 10 mosse verso una gestione sostenibile e circolare delle risorse. Ancora troppo spreco tra imballaggi che non vengono riusati, riciclati e articoli usa e getta evitabili. Se non affronteremo il problema dei rifiuti a partire dal modello economico che li genera, applicando politiche fiscali che incentivino le soluzioni in cima alla gerarchia di gestione dei rifiuti (prevenzione,riuso e riciclo) rischiamo di ritrovarci con discariche piene nel giro di due anni e di mancare il raggiungimento degli obiettivi di riciclo comunitari.
Ritorna la nostra campagna Meno rifiuti più Benessere in 10 mosse che partecipa alla SERR - Settimana Europea per la Riduzione dei Rifiuti - che prende il via sabato 22 novembre 2014.
L'iniziativa, entrata nella sua terza edizione, sollecita il mondo della produzione e della distribuzione a compiere 10 mosse per ridurre l'impatto ambientale degli imballaggi, promuovere soluzioni adatte all'uso multiplo (invece che usa e getta), ma soprattutto ad innovare prodotti e processi produttivi riprogettandoli in un'ottica di economia circolare. segue>>

Bioedilizia e agricoltura urbana in co-housing a Chicago (ottobre '14)

gothamDalla prossima primavera 2015 si potranno raccogliere a Chicago i primi ortaggi prodotti nelle serre del più grande orto urbano del mondo posizionato su tetto. Il progetto innovativo che coniuga la bioedilizia con l'agricoltura urbana è nato dall'accordo tra due aziende americane che condividono nei rispettivi settori la stessa visione sulla sostenibilità aziendale. Si tratta dell'azienda californiana Method che produce detergenti ecologici e Gotham Greens, azienda leader nel settore dell'agricoltura urbana con sede a New York.  
Lo stabilimento, progettato da William McDonough* + Partners, si avvia a detenere il record mondiale di primo stabilimento nel suo settore che ottiene la certificazione LEED Platinum ( Leadership in Energy and Environmental Design). La certificazione LEED, che definisce il grado di sostenibilità a livello di impronta ecologica ed efficienza energetica di un edificio, ben si sposa con le caratteristiche della produzione di Method ospitata al suo interno, a sua volta certificata C2C.
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Lo spazio dedicato a Gotham Greens è il tetto dello stabilimento dove verranno piazzate serre a coltura idroponica capaci di produrre annualmente circa 450 tonnellate di ortaggi coltivati in modo sostenibile senza l'uso di fertilizzanti e pesticidi. Gli ortaggi prodotti ( varie tipologie di insalata, pomodori, basilico, bietole,ecc) dopo la raccolta verranno giornalmente confezionati e poi distribuiti, attraverso rivenditori locali,  a supermercati, ristoranti, mercati contadini e gruppi della comunità cittadini. 

Per ridurre al minimo i costi di energia elettrica e riscaldamento le serre sono dotate di illuminazione a LED e pannelli di vetro di ultima generazione. Alcuni pannelli solari e una turbina eolica da 600 kW dello stabilimento (raffigurati nel rendering) contribuiscono ad alleggerire l'impatto ambientale complessivo dell'edificio e il dispendio energetico.

La produzione agricola di Gotham Greens, (diventato dopo le prime realizzazioni su grande scala del 2011 un pioniere nel suo settore anche a livello internazionale), presenta diversi vantaggi ambientali rispetto a quella tradizionale. Permette di consumare 20 volte meno terra e 10 volte meno acqua. L'eliminazione di pesticidi e fertilizzanti risolve a monte il gravissimo problema dell'inquinamento delle acque che caratterizza l'agricoltura tradizionale. L'impronta di carbonio dei prodotti, che verranno consumati a chilometri zero, sarà indubbiamente più leggera perché non gravata dall'impatto legato ai trasporti.

Maggiori dettagli si trovano sul sito di Gotham Greens .

methodLa storia di Method, fondata nel 2000 da due giovani ex compagni di scuola è raccontata in questa pagina del sito di methodhome.com. I detergenti sono tutti prodotti con ingredienti naturali e altamente biodegradabili e vengono distribuiti in più di 40.000 punti vendita del Nord America, Europa, Australia e Asia.

* La biografia di William McDonough.  

Sul tema della coltivazione fuori terra leggi anche: 

Team at MIT CityFARM Growing Food 3-4x Faster, with 90% Less Water
Come si può leggere in un recente articolo di Sustainable Brands anche in Europa, e precisamente in Inghilterra sono in corso interessanti esperienze innovative di coltura fuori suolo e idroponica. L'esperienza raccontata è quella di CityFARM, una start up del MIT formata da un team di ingegneri, architetti, economisti ed esperti di botanica con l'obiettivo di sviluppare un sistema urbano di produzione agricola ad alte prestazioni, a prezzi accessibili e in grado di sfamare molte persone.
Secondo il team di CityFARM i processi di produzione sviluppati (rispetto a quelli dell'agricoltura tradizionale intensiva) sono in grado di ridurre l'uso di acqua del 98%, di eliminare fertilizzanti e pesticidi chimici , di raddoppiare il valore nutritivo delle produzioni diminuendo di 10 volte la loro richiesta energetica. All'ottenimento di queste performance contribuisce un tempo di coltivazione ridotto mediamente di 3-4 volte: 15-20 giorni per coltivare una testa di lattuga contro i 100 giorni normalmente richiesti.

Recupero e riciclo secondo Patagonia (ottobre '14)

patagoniaChi conosce il marchio Patagonia sa che per il suo fondatore Yvon Chouinard fare un uso sostenibile delle risorse è uno dei compiti inderogabili di un'azienda responsabile.

Anche se l'urgenza di passare ad un modello economico circolare e rigenerativo non è ancora recepita da larga parte delle aziende (per lo più imprigionate nel business as usual ), qualcosa si sta muovendo negli ultimi tempi anche nel settore dell'abbigliamento. (Leggi>>)

Riciclo e riuso giocano un ruolo importante anche nella nuova collezione autunno-inverno Truth to materials lanciata recentemente da Patagonia. I tessuti con cui sono realizzati i capi della collezione contengono fibra di lana o cotone rigenerata. Per la realizzazione dei capi in cashmere è stata scelta una lavorazione a basso impatto ambientale, come vedremo entrando nel dettaglio della collezione.
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-LANA RIGENERATA: Calamai / Italia
L'azienda Figli di Michelangelo Calamai*, fondata nel 1878, è specializzata nella produzione di tessuti in lana rigenerata. La lana lavorata da Calamai per Patagonia proviene da maglioni di lana usati che, così come avveniva in passato, viene prima sfibrata e sminuzzata. La fibra così ottenuta viene successivamente tessuta insieme a filati di poliestere o nylon per dare vita ad un tessuto più resistente. Con il tessuto derivato dalla partnership con Calamai vengono realizzati i capi Men’s Reclaimed Wool Jacket e Women’s Reclaimed Wool Parka. Maggiori dettagli sul sito
* Nota su Calamai e sul distretto di Prato estratta dal testo L'industria Tessile di Yasuhiro Ota -Treccani.it : “A Prato, il primo telaio meccanico venne installato presso il Lanificio Romei nel 1870, con vent’anni di ritardo rispetto al Lanificio Rossi di Schio. Fu invece il Lanificio Calamai a installare il primo impianto di filatura meccanica di Prato, e la fabbrica cominciò a effettuare la carbonizzazione chimica degli stracci e l’asciugatura dei tessuti con le macchine. Il tessuto rigenerato realizzato rivaleggiava con quello dello Yorkshire, anche se la produzione di Prato si basava per la maggior parte sulla tessitura effettuata a mano. Nel 1908 il centro toscano si era sviluppato tanto rapidamente da avere più di cento fabbriche.”

Video di lancio con la voce narrante di Bernardo Calamai

-COTONE RIGENERATO: Gruppo TAL / Cina e Malesia
Per ridurre l'impronta ecologica del cotone, che resta molto alta anche quando si tratta di cotone organico è necessario azzerarne lo spreco in tutte le fasi del ciclo di vita di un indumento.
Grazie alla partnership con il gruppo TAL, che dal 2011 raccoglie scarti di cotone negli stabilimenti di taglio e confezionamento di Cina e Malesia, Patagonia otterrà il cotone necessario per realizzare i capi della collezione Men’s Reclaimed Cotton Hoody e Women’s Reclaimed Cotton Crew.
In linea di massima con gli scarti di confezionamento di 16 magliette se ne ottiene una rigenerata che contiene anche una percentuale di fibra vergine di cotone organico. Il cotone rigenerato inoltre non viene sottoposto ad alcuna sbiancatura o tintura ed è tracciabile dal filo al prodotto finito.
Se si considerano i grandi volumi gestiti dal Gruppo TAL e la possibilità che altri marchi seguano l'esempio di Patagonia, il risparmio di risorse conseguibile potrebbe assumere proporzioni davvero ingenti.

-CASHMERE NATURALE : Mongolia
Il cashmere utilizzato per realizzare il pullover da uomo della collezione viene ottenuto mediante una pettinatura manuale del mantello delle capre durante la stagione della muta, man mano che le greggi vengono spostate da un pascolo all'altro lungo le stagioni. I colori dei filati che si ottengono sono quelli naturali nelle diverse sfumature del bianco e del marrone che non necessitano di tintura. Non tingere la lana rappresenta un vantaggio ambientale con consumi ridotti a livello di energia elettrica e impiego di acqua e sostanze chimiche.
Patagonia ha avviato una collaborazione con NOYA Fibers, un'organizzazione locale che insieme a The Nature Conservancy supporta i pastori nomadi della regione nella gestione sostenibile degli allevamenti.

patagoniaPATAGONIA IN PILLOLE

Patagonia è universalmente considerata il modello di riferimento quando si vuole definire la responsabilità socio-ambientale di impresa. Il suo fondatore e propietario, Yvon Chouinard è stato negli anni co-fondatore di diverse iniziative come 1% for the planet, Freedom to Roam, The Conservation Alliance, the Sustainable Apparel Coalition.

Nell'ottobre del 2013 è nata la campagna The Responsible Economy per aprire un dibattito sull'economia responsabile, sui limiti della crescita e su quali alternative di sviluppo economico su larga e piccola scala siano possibili in un pianeta dalle risorse finite.

In occasione di quest'ultima campagna Patagonia ha riassunto gli obiettivi conseguiti nel corso dei suoi 40 anni di vita (evidenziandone i primati) che riportiamo a seguire:

  • prima azienda ad utilizzare esclusivamente cotone organico dal 1996;
  • una delle prime aziende ad usare materiali post consumo provenienti dal riciclo del poliestere prima e successivamente del nylon;
  • prima azienda a mettere in atto processi di trasparenza aziendale che interessano tutta la filiera attraverso lo strumento Footprint Chronicles® website;
  • prima azienda a lanciare una campagna come Common Threads Partnership che sensibilizza i consumatori ad assumersi la loro parte di responsabilità sull'intero ciclo di vita di un capo nel rispetto delle 5 erre: reduce, repair, reuse, recycle and reimagine;
  • prima azienda ad aderire al sistema bluesign®;
  • una delle prime aziende californiane a passare alle energie rinnovabili: eolica e poi solare;
  • prima azienda californiana ad ottenere lo status di benefit corporation;
  • una delle prime aziende USA del settore ad introdurre (con decorrenza autunno 2014) la certificazione Fair Trade Certified™.

Patagonia ha inoltre donato oltre 55 milioni di dollari tra elargizioni ad associazioni ambientaliste e ad aziende impegnate a ridurre l'impatto ambientale all'interno del programma $20 Million & Change.

Dalla fast fashion alla moda responsabile (ottobre '14)

The true costIl vero prezzo dell'abbigliamento a basso costo
Nonostante i miliardi spesi in pubbliche relazioni, il lancio di linee eco-consapevoli o le donazioni per cause umanitarie, l'industria della moda continua ad essere bersaglio di forti critiche negli ultimi anni. Fatti di cronaca come il crollo del Rana Plaza nell'aprile 2013, dove hanno perso la vita oltre mille persone, hanno portato a galla la totale insostenibilità del modello produttivo del settore e soprattutto della Fast Fashion.
Le condizioni di vita e lavoro nelle fabbriche dove si produce buona parte degli indumenti venduti dalle maggiori catene di abbigliamento in tutto il mondo, (con un salario medio di circa 80 $ al mese) sono raccontate nel web-documentario The shirt on your back. Il documentario interattivo è stato presentato dal Guardian in occasione del primo anniversario della tragedia.
E' in fase di imminente uscita un altro documentario ispirato al crollo del Rana Plaza: The true cost di Andrew Morgan. Il documentario, finanziato con una campagna di crowdfunding lanciata nel 2013 su Kickstarter, racconta quali sono gli impatti della Fast Fashion a livello globale. Per realizzare il documentario il regista e i suoi collaboratori hanno intervistato per cinque mesi imprenditori e designer dell’industria tessile globale, economisti, professori universitari, attivisti per i diritti umani e i lavoratori coinvolti.
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Ogni anno milioni di tonnellate di capi creati per durare poco ed essere sostituiti al più presto, si ammassano nelle discariche dei paesi “più ricchi”. Succede in in Europa così come in America, dove si stima che ogni abitante acquisti (e dismetta in poco tempo) poco meno meno di 30 kg di capi all'anno.
La possibilità di avere accesso a fonti di informazione indipendente attraverso il web ha determinato un aumento della percentuale di consumatori che vogliono conoscere come sono prodotti i beni che acquistano. Per avere maggiori garanzie sulla loro qualità e sicurezza ma anche per evitare di essere complici inconsapevoli di sfruttamento a carico di altri esseri umani o dell'ambiente.
Questa maggiore informazione e consapevolezza dei consumatori ha contribuito a far correre ai ripari con varie modalità alcune delle aziende più in vista.
Sono diverse le iniziative intraprese da vari soggetti industriali o istituzionali che, avvalendosi anche del contributo di ONG, stanno promuovendo nuovi processi produttivi privi di componenti tossiche e il più possibile sostenibili.
Tra le campagne internazionali che negli ultimi anni stanno spronando il mondo della moda ad abbandonare il business as usual va doverosamente menzionata la campagna Detox di Greenpeace. La sfida lanciata con il progetto #TheFashionDuel un paio di anni fa, oltre che da grandi nomi come Valentino, Benetton, Burberry, Zara, H&M è stata accolta anche da importanti aziende tessili italiane. Dopo l'adesione all'agreement detox sottoscritto da Canepa ( un anno fa) si sono recentemente aggiunte aziende come: Miroglio Textile, Tessitura Attilio Imperiali, Italdenim, Besani, Zip e Berbrand, un'azienda produttrice di bottoni e accessori moda.
Per aderire all'impegno detox, che secondo Greenpeace ha un impatto diretto su 70 milioni di articoli, le aziende devono eliminare dalla produzione almeno 8 delle 11 sostanze tossiche (come ftalati e nonilfenoletossilati) ritenute universalmente dannose per la salute dell'ambiente e dell'uomo.

The true cost-Sustainable Apparel Coalition
Nike è uno dei marchi partecipanti all'iniziativa Sustainable Apparel Coalition un progetto collaborativo del mondo della moda made in USA nato qualche anno fa dalla volontà di aziende come Patagonia e Walmart. Il progetto mette a disposizione delle aziende associate e non alcuni strumenti bangladeshcome l'ultima versione dell' Higg Index e il Rapid Design module che permettono di misurare l'impatto ambientale dei prodotti. I retroscena sulla nascita della coalizione si possono leggere nell'articolo Inside the Sustainable Apparel Coalition di Marc Gunter.

-Sustainable Clothing Action Plan
Il Sustainable Action Plan(SCAP) è uno dei pochissimi esempi di iniziative dirette al settore dell'abbigliamento gestite da istituzioni governative. Promosso nel Regno Unito dal programma Waste & Resources Action Plan (WRAP) impegna le aziende che aderiscono a rispettare gli obiettivi fissati dal programma. Sono stati definiti ad inizio 2014 i target di riduzione al 2020 a livello di emissioni di CO2, consumo di acqua e quantità di rifiuti prodotti che le 65 aziende che aderiscono al protocollo devono raggiungere.

INNOVAZIONE INDUSTRIALE

-Bluesign® Systems
Un passo importante verso un uso responsabile della chimica da parte delle aziende l'ha reso possibile Bluesign Technologies, azienda svizzera che mette a disposizione delle aziende del comparto tessile know how, tecnologie e strumenti di lavoro in grado di guidarle verso una progettazione sostenibile in tutte le fasi dei processi produttivi. Ad avvalersi dei servizi di Bluesign ci sono grandi brand dell'abbigliamento come Patagonia, North Face, Nike e Adidas. La partnership più recente con Bluesign è stata appena annunciata dal diretto interessato Bayer MaterialScience con il lancio di INSQIN™.
Si tratta di una tecnologia che permette alle aziende di produrre tessuto impermeabile in poliuretano (solitamente impiegato per The true costrealizzare capi di abbigliamento calzature ed altri accessori) con un processo industriale meno impattante dell'attuale e senza l'uso di solventi.

-Colordry di Dyecoo
Grazie a nuovi sistemi di tintura che non necessitano di sostanze chimiche e di acqua come Colordry di DyeCoo, (per ora usati nella colorazione di sole fibre sintetiche), si prospettano processi di produzione tessile complessivamente meno impattanti all'orizzonte.
Nike ha inaugurato poco più di un anno fa a Taipei uno stabilimento produttivo, in joint venture con partner locali, in cui la tintura dei tessute avviene esclusivamente con la tecnologia Colordry. Non resta che augurarsi che altri big players del settore internazionale e nazionale adottino velocemente questa e altre innovazioni in grado di ridurre drasticamente gli impatti ambientali.

Ulteriori letture sull'argomento:

Le verità sull'industria della moda >>

Moda sostenibile: 5 priorità dei grandi marchi >>

Taglio delle emissioni di CO2: una sfida ancora non colta dal Retail internazionale (settembre '14)

tescoInsufficiente l'impegno e minimi i progressi effettuati dai grandi gruppi del Retail sul fronte della riduzione delle emissioni di gas serra. Lo certifica il Rapporto Carbon Strategy Benchmark: Retail Sector presentato recentemente da Verdantix, Ente di consulenza indipendente nel campo della sostenibilità ambientale e dell'energia con sede a Londra.
Lo studio ha raccolto e analizzato in modo estremamente dettagliato i dati riferiti alle emissioni di carbonio, agli obiettivi di riduzione e alle strategie energetiche di 14 tra le maggiori aziende internazionali del retail.
Come dichiarato da Verdantix lo studio è stato realizzato per aiutare gli operatori del settore a condurre comparazioni per gruppi omogenei, capire le tendenze del settore e fornire un orientamento nella pianificazione degli obiettivi.
Il settore alimentare è rappresentato da Aeon, Carrefour, Costco, John Lewis, Metro Group, Tesco, Walmart e Whole Foods, per il settore complementi d'arredo e articoli vari per la casa ci sono IKEA e The Home Depot, per l'abbigliamento H & M, LVMH e TJX Companies e come drugstore c'è CVS Caremark.
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Secondo Jordan Nadian, analista senior e autore del rapporto, le aziende hanno fatto un buon lavoro prevalentemente per quanto concerne rendicontazione e interventi di riduzione delle emissioni di carbonio nel consumo di combustibili ed energia elettrica.
Largamente insufficienti sarebbero invece le misurazioni e gli interventi di riduzione delle emissioni indirette e in particolare quelle denominate di ambito 3 dal Greenhouse Gas Protocol (GHG Protocol).

Anche se si tratta delle emissioni di gas serra più difficili da misurare un piano di riduzione delle emissioni nel retail non può ignorare la quota più importante delle sue emissioni globali.
Fanno infatti parte dell'ambito 3 tutte le emissioni legate alla manifattura dei prodotti: dalla fase di estrazione delle materie prime a quella di produzione, distribuzione, trasporto e la produzione/smaltimento dei rifiuti.

Rispetto a questo ambito i retailers si trovano in difficoltà perché non esiste obbligatorietà di rendicontazione da parte dei loro fornitori e perché eventuali abbattimenti delle emissioni nei processi di produzione a monte non dipendono totalmente dalla loro volontà.
Va detto per dovere di cronaca che i retailers statunitensi sono quelli maggiormente in ritardo rispetto alle loro controparti con sedi in Asia o Europa.
Mentre solo la metà dei Retailers (7 su 14) ha sviluppato strategie energetiche che prevedono obiettivi concreti sono solamente 4 i gruppi che hanno fissato obiettivi validi al conseguimento di una riduzione assoluta delle loro emissioni di carbonio.
Si tratta di Tesco , che punta a diventare carbon neutral entro il 2050, John Lewis, che si prefigge una riduzione del 15%, rispetto ai livelli del 2010 e di Carrefour che indica un 40% di riduzione nel 2020 rispetto ai livelli del 2009.
The Home Depot si propone invece di ridurre del 20% (in termini assoluti) le sue emissioni in ambito 3 relative a trasporto e distribuzione entro il 2015 rispetto ai livelli del 2009.

Secondo Ross MacWhinney, Analista Senior di Verdantix il retail non ha ancora affrontato con la decisione necessaria la sfida e dovrebbe investire allo scopo in strumenti di software altamente specializzati.
“Per migliorare ulteriormente le strategie di riduzione del carbonio sono indicate piattaforme come quelle fornite da Elster Energy ICT, Envizi, Panoramic Power e Verisae perché consentono al management aziendale di sviluppare scenari di riduzione legati a dati di esercizio/operativi minimizzando il rischio di fissare obiettivi irraggiungibili."

L'indice di sostenibilità di Walmart
A Walmart, che non appare tra i retailers che si sono distinti per l'impegno a ridurre le emissioni, è stato dedicato il rapporto Walmart's Assault on the Climate uscito negli Stati Uniti a fine 2013. Secondo il rapporto, al contrario di quello che le frequenti campagne di comunicazione di Walmart sugli impegni ambientali in corso inducono a pensare, le emissioni del gruppo sarebbero aumentate del 14%.
Tornando all'argomento delle emissioni di ambito 3, e alla sfida che una loro riduzione comporta, Walmart aveva lanciato, a dire il vero, uno specifico programma mirato a misurare la sostenibilità dei prodotti commercializzati nel luglio del 2009 denominato Sustainability Index.

Con il coinvolgimento degli oltre 100.000 fornitori i prodotti avrebbero dovuto essere valutati sulla base di quattro aree di impatto: produzione di emissioni clima-alteranti, consumo di materie prime e produzione di rifiuti, effetti delle attività aziendali sulla conservazione delle risorse naturali e sostenibilità del tessuto sociale. Di fatto, cercando notizie sul web e sul sito di Walmart sull'Indice, le poche informazioni disponibili farebbero pensare che l'impostazione iniziale del programma sia stata modificata in corso d'opera. Dalle informazioni che si possono ricavare leggendo la notizia più recente in merito che appare sul sito di Walmart del 2013 l'iniziale programma parrebbe essersi trasformato in una più generica iniziativa di alleggerimento dell'impatto ambientale dei prodotti in alcuni loro aspetti.

Plastica, la riciclabilità si valuta con RecyClass (settembre '14)

reyiclingEvitare che le materie plastiche non siano altro che rifiuti conviene, ed è ormai necessario. Lo testimoniano fonti sempre più numerose. Strumento utile a tal fine è RecyClass

Nel corso della fiera annuale di InterPack a Düsseldorf, lo scorso 8 maggio è stato lanciato ufficialmente RecyClass, un sistema di valutazione della riciclabilità degli imballaggi di plastica. Sviluppato da Plastic Recyclers Europe (PRE), l’associazione che raggruppa l’80% dell’industria europea del settore del riciclo di materie plastiche, di RecyClass si sono anticipati alcuni dettagli in anteprima per l’Italia in un’intervista al coordinatore europeo del progetto, Paolo Glerean di Aliplast (si veda Gdoweek n.11-12 del 10/06/2013,ndr).
A sua volta, nel corso della conferenza di presentazione “Let’s work together on plastics packaging design”, il commissario europeo per l’Ambiente, Janez Potočnik ha espresso nel corso del suo video intervento un concetto chiave che, anche se ancora disatteso, dovrà guidare il modus operandi delle aziende manifatturiere. “Il riciclaggio inizia nella fase di progettazione del prodotto. La sostenibilità della plastica si concretizza attraverso una migliore progettazione dei prodotti realizzati con materie plastiche”.
Temi come l’eco design e l’applicazione di modelli di economia circolare nella progettazione di prodotti e cicli produttivi diventeranno sempre più ricorrenti nelle prossime comunicazioni “verdi” della Commissione Europea.
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LO STATO DELLE COSE

In un pianeta con il 60% dei servizi ecosistemici fortemente degradato sfide ambientali come il riscaldamento climatico, l'aumento della popolazione con oltre tre miliardi di nuovi consumatori della classe media da qui al 2050 richiedono infatti cambiamenti radicali del business as usual e degli stili di vita e di consumo dei cittadini. Altrimenti i rischi sono altissimi.
Ad esempio, lo studio delle Nazioni Unite “Valuing plastic“ redatto da Plastic Disclosure Project - presentato a Nairobi il 23 giugno scorso- ha calcolato in 75 miliardi di dollari l’impatto finanziario annuale derivato dall’utilizzo della plastica da parte delle imprese. Oltre il 30% di questi costi viene causato dalle emissioni di gas serra relative ai processi di estrazione e il trattamento delle materie prime. Tra gli effetti, invece, a valle dell’attuale gestione della plastica il costo riferito al solo inquinamento marino viene quantificato in almeno 13 miliardi di dollari.
Dunque, la plastica è il materiale sul quale si deve prioritariamente intervenire dal momento che si tratta anche del materiale più usato negli imballaggi e quello che viene meno riciclato in assoluto. In Europa siamo al 26% come media.
Se si considera che i target di riciclo comunitari al 2020 per i materiali (50% di riciclo sull’immesso al consumo) verranno innalzati, è evidente che la prevenzione in fase di progettazione rappresenta la precondizione per poter raggiungere l’obiettivo. Per gli imballaggi si parla di un nuovo target di riciclo intorno al 70% per la plastica e del 80% per gli imballaggi costituiti da altri materiali.

CLASSI DI RICICLABILITA'

La piattaforma sviluppata da PRE permette ai progettisti di packaging di valutare la classe di riciclabilità di un particolare tipo di imballaggio, sia esistente che in fase di progettazione, in pochi passi consultando il tool online del sito recyclass.eu. Dopo essersi registrati si può accedere alla procedura e inserire i dati richiesti circa l’imballaggio che si vuole testare. A fine procedura l’utente riceve il responso sulla classe di riciclabilità che va dalla lettera A alla F. Un imballaggio facilmente riciclabile ottiene una “A” mentre un imballaggio che non è riciclabile e può essere smaltito solamente nei termovalorizzatori o in discarica ottiene una “F”.
Il programma evidenza inoltre i punti critici del design e della composizione dell’imballaggio, cambiando i quali è possibile migliorare la classe di riciclabilità. Se l’utente intendesse usare questo risultato per differenziare il proprio prodotto/imballaggio dovrà far certificare la propria valutazione da un auditor accreditato, secondo uno schema europeo in corso di creazione; in questo caso potrà poi fregiarsi di un apposito logo da apporre all’imballaggio certificato.

glereanLE VIRTU' DEL SISTEMA IN DETTAGLIO

Abbiamo chiesto a Paolo Glerean di Aliplast, coordinatore europeo del progetto, ulteriori precisazioni su RecyClass. Paolo Glerean

Perché avete sviluppato questo sistema?

Oggi si assiste a un continuo aumento della complessità del packaging, che viene principalmente progettato tenendo conto dell’aspetto estetico, oltre che delle caratteristiche necessarie per garantire la shelf life e un’ottimizzazione in fase di trasporto e stoccaggio. Quello di cui si tiene pochissimo conto è del suo fine vita, elemento che porta a supporre che l’imballaggio venga spesso progettato senza alcuna conoscenza della sua riciclabilità.

Uno studio recente commissionato a Bios Intelligence Service indica il potenziale economico che potrebbe generarsi in Europa e in Italia. Se in Europa, si raccogliesse e si riciclasse localmente più plastica, passando dall’attuale tasso medio di riciclo del 26% al 62% ,si creerebbero 360.000 posti di lavoro in più, mentre i risparmi ottenibili sono valutabili in 4,5 miliardi di euro/anno per le industrie di trasformazione qualora utilizzassero plastiche riciclate al posto di plastiche vergini. Lo scopo è quello di far salire nella scala di priorità dei progettisti il valore della riciclabilità dell’imballaggio plastico, dando ai progettisti uno strumento concreto per misurarla e migliorarla.

Su quale know-how si basa RecyClass? Quali gli altri campi di applicazione?

Si basa sulle migliori tecnologie di selezione/riciclo disponibili applicate agli attuali canali di riciclo esistenti in Europa, sulle linee guida di design per il riciclo esistenti e su come operano attualmente i mercati del riciclaggio. Il lavoro di classificazione fatto in base al grado di riciclabilità degli imballaggi potrebbe essere particolarmenteinteressante per i “Collection Schemes”, ovvero gli enti che gestiscono su basi nazionali la raccolta degli imballaggi. La determinazione delle classi di riciclo di RecyClass potrebbe costituire un criterio oggettivo utile anche per definire le soglie per le quote differenziate di contributo ambientale.
Chi immette imballaggi al consumo più riciclabili potrebbe pagare quote più basse. Al contrario chi immette imballaggi meno riciclabili o non riciclabili affatto, potrebbe pagare quote più elevate come già avviene in alcuni paesi europe .
Questo consentirebbe di incentivare concretamente tutti verso l’utilizzo di imballaggi più riciclabili. Il fatto che ciò avvenga con un unico standard europeo di valutazione permetterebbe un’uniformità di trattamento nel mercato unico europeo, con evidenti vantaggi.

Articolo di Silvia Ricci tratto da GDOWEEK nr.12 del 5 settembre 2014 pag.40-41
Saricabile anche in pdf>>

Nielsen: il 55% dei consumatori premia le aziende responsabili (giugno '14)

Il 55% dei consumatori globali si dice disposto a pagare di più per prodotti e servizi forniti da aziende impegnate sotto il profilo socio-ambientale secondo l'indagine Nielsen 2014 Global Survey on Corporate Social Responsibility

La propensione ad acquistare marche socialmente responsabili è più marcata nella regione Asia-Pacifico (64%). Seguono con il 63%America Latina, Medio Oriente e Africa. Percentuali più ridotte per il Nord America con un 42% e un 40% per l'Europa.

"I consumatori di tutto il mondo hanno detto forte e chiaro che la missione sociale di un brand è tra i fattori che influenzano le decisioni di acquisto", ha dichiarato Amy Fenton responsabile di nielsen infograficaNielsen per la sostenibilità. "Questo comportamento è in crescita e offre opportunità per un impatto significativo sulle nostre comunità, oltre ad aiutare i marchi ad accresCSRcere la loro quota di mercatoNon è più tempo di chiedersi SE i consumatori si preoccupano dell'impatto sociale. I consumatori lo stanno già manifestando attraverso le loro azioni. Ora l'obiettivo per le aziende è quello di determinare come il proprio marchio può effettivamente creare valore condiviso sposando le cause sociali e i segmenti di consumatori più appropriate/i al proprio core business" .

L'indagine ha intervistato 30.000 consumatori in 60 paesi per analizzare: quanto incide la personale propensione per le pratiche sostenibili nelle decisioni di acquisto; quale segmento di consumatori supporta gli sforzi intrapresi dalle aziende in campo ambientale e di responsabilità sociale e quali sono le questioni e cause sociali che destano maggiore preoccupazione nell'opinione pubblica.

I principali risultati
A livello globale, più della metà (52 %) degli intervistati ha dichiarato di aver acquistato almeno un prodotto o servizio negli ultimi sei mesi da una società socialmente responsabile. Quattro su dieci sono invece gli intervistati in Nord America e in Europa che hanno asserito di aver fatto un acquisto sostenibile negli ultimi sei mesi. Si differenziano dalla media i risultati di America Latina con il 65% e della regione Asia-Pacifico insieme a Medio Oriente-Africa con il 59%.

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Il 52% degli intervistati a livello mondiale ha dichiarato di prendere in parte decisioni di acquisto sulla base della lettura di etichette o informazioni presenti sulle confezioni. Per verificare cioè l'impegno socio-ambientale del marchio.

Per verificare in quale misura gli esiti dell'indagine trovassero un riscontro nelle performance di vendita delle aziende note come essere maggiormente impegnate sul fronte della sostenibilità Nielsen ha inoltre esaminato i dati sulle vendite al dettaglio per una sezione trasversale di categorie di prodotti di consumo (consumabili e non consumabili) di 20 marchi in nove paesi.
Tra questi marchi selezionati lo studio ha preso in esame i prodotti che comunicavano le proprie caratteristiche di sostenibilità o attraverso il packaging,  o attraverso azioni di marketing.
L'analisi effettuata dal marzo 2013 al marzo 2014 ha rilevato un incremento medio annuo delle vendite del 2% per i prodotti con indicazioni di sostenibilità sulla confezione e del 5% per i prodotti che hanno promosso azioni di sostenibilità attraverso programmi di marketing. Per contro, un'analisi dei dati di vendita di 14 altre marche senza pretese di sostenibilità o di marketing mostra un aumento delle vendite di solo l'1%.

Milennials una forza trainante

Il Natural Marketing Institute (NMI), business partner strategico di Nielsen ha condotto uno studio on-line attraverso 9 paesi per rilevare come stiano cambiando a livello globale le attitudini e comportamenti circa l'impegno individuale alla sostenibilità. I consumatori sono stati raggruppati in cinque segmenti allo scopo di quantificare ciò che li attrae maggiormente delle azioni sostenibili.

Gli esiti rivelano che i due terzi della popolazione tradizionalmente sostenibile (un gruppo di 3 dei 5 segmenti) dichiara di scegliere prodotti di aziende sostenibili rispetto a quelli convenzionali. Si tratta di consumatori che acquistano il maggior numero possibile di prodotti eco-friendly e che hanno cambiato il loro comportamento per ridurre al minimo il loro impatto sul cambiamento climatico globale. In aggiunta si tratta di consumatori inclini ad acquistare ripetutamente da aziende che dimostrano attenzione al proprio impatto ambientale e sociale.

Tra gli intervistati che hanno dimostrato maggiore propensione verso la sostenibilità la metà appartiene al segmento dei Millennials (21-34 di età). Il 51% di loro sono disposti a pagare di più per prodotti sostenibili e a controllare l'etichettatura dell'imballaggio.
Tra i risultati rilevati nei paesi in via di sviluppo della regione Asia-Pacifico e del Medio Oriente e Africa sono stati registrati ampi divari tra le risposte fornite degli intervistati. I Millenials si sono rivelati mediamente tre volte più inclini alla sostenibilità delle azioni rispetto al segmento Generation X (35-49 anni di età ) e 12 volte rispetto ai Baby Boomer (50-64 anni di età)

Secondo Amy Fenton l'indagine indica che le aziende devono comunicare maggiormente gli impegni socio-ambientali che intraprendono utilizzando sia il packaging che azioni di marketing. I risultati degli ultimi tre anni dell'indagine dimostrano che i tempi sono ormai maturi per fare di più. La percentuale di consumatori globali disposti a premiare le aziende socialmente responsabili è cresciuta mediamente di 10 punti,  con l'America Latina in testa con un + 13%.  

Per approfondimenti leggi anche: 

77% of Americans Say Sustainability Factors Into Food-Purchasing Decisions>>
Millennials Most Sustainability-Conscious Generation Yet, But Don’t Call Them 'Environmentalists'>>

Adidas promette di dare un calcio alla chimica con Bluesign® (giugno '14)

Pallone adidasLo scorso 11 giugno il Gruppo Adidas ha annunciato una partnership strategica con la società svizzera Bluesign Technologies come parte di un programma inteso a rendere sostenibile la sua filiera di produzione globale entro il 2020.
Bluesign Technologies, fondata nel 2000, è il principale fornitore mondiale di strumenti di valutazione che permettono un uso responsabile e sostenibile della chimica nel settore tessile. Sono diversi i marchi che hanno aderito al sistema Bluesign®  tra i quali Patagonia, Northface e Nike dallo scorso anno.
La partnership ad alto valore tecnologico che Bluesign® offre alle aziende è incentrata sulla selezione e la gestione sostenibile della chimica usata nel tessile. Attraverso specifici strumenti il patrimonio di conoscenza e esperienza di Bluesign Tecnologies viene messo a disposizione dei fornitori delle marche dell'abbigliamento e a partire dai fornitori della chimica. Se si considera che le sostanze chimiche impiegate per 1 kg di cotone vanno dai 345 ai 1050 grammi (per le fibre sintetiche si va dai 110 agli 829 grammi), appare evidente che è su questo aspetto che bisogna agire in primis con la prevenzione. Secondo la documentazione presente sul sito Bluesign Tecnologies, le aziende che aderiscono al protocollo Bluesign® ne ricavano in breve tempo risparmi economici consistenti. La scelta delle sostanze chimiche certificate Bluesign® produce effetti positivi a cascata, come un ridotto consumo di acqua ed energia che in pochi anni le ripaga degli investimenti sostenuti per aderire al sistema. Ecco un esempio concreto che dimostra come economia ed ambiente possono convivere e trarre benefici dall'innovazione tecnologica e da un diverso approccio nella progettazione dei prodotti che agisca nel rispetto del principio di precauzione. Eliminare in partenza possibili effetti collaterali negativi che prodotti e processi produttivi possono causare alla salute dell'ambiente e dell'uomo costa sempre meno che dover rimediare ad eventuali danni economici e di immagine. 
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OBIETTIVI E CRITERI DI BLUESIGN

Il sistema Bluesign persegue cinque principi/obiettivi: 1)  massima produttività ed efficienza nell'utilizzo delle risorse come energia e materie prime; 2) sicurezza dei consumatori nel rispetto dell'ambiente; 3) gestione ottimale dell'acqua durante i  cicli produttivi; 4) minimizzazione delle emissioni in atmosfera; 5) salute e sicurezza sui luoghi di lavoro.

Il sistema si basa su approfondite valutazioni dei fattori di rischio esistenti lungo tutto il ciclo di produzione e definisce per ogni fase del processo criteri concreti per una loro mitigazione.

I criteri di riferimento divisi in tre categorie (che corrispondono ai contenuti di tre tool o motori di ricerca avanzati ) contribuiscono al perseguimento dei 5 obiettivi  prima citati permettendo il raggiungimento della migliore sostenibilità possibile lungo l'intera filiera del tessile. 

-Criteri per gli ingredienti: Bluesign® Bluetool
-Criteri per i processi di fabbricazione: Bluesign® Bluefinder
-Criteri di prodotti finiti: Bluesign® Blueguide

COME FUNZIONA

bluesignIn concreto le marche che siglano una partnership con Bluesign possono mettere a disposizione di tutta la loro catena di approvvigionamento questi importanti strumenti di lavoro web-based. Per le aziende chimiche fornitrici c'è quindi Bluetool che permette loro, attraverso una procedura di omologazione, di testare se una determinata sostanze chimica che si vuole fornire è soggetta a restrizioni in qualche parte del mondo e quindi non accettata dal sistema. Eventuali prodotti chimici che non sono nella banca dati, ma che dopo una valutazione di conformità vengono accettati, sono inseriti anche nella banca dati Bluefinder che è il tool di riferimento per le aziende tessili autorizzate/certificate dal sistema. Bluefinder contiene infatti l'elenco dei prodotti chimici autorizzati dopo test rigorosi, oltre ad indicazioni su come gestirli durante i processi produttivi. Le aziende tessili possono così ricercare in autonomia le soluzioni sostenibili più adatte alle loro necessità. Infine per i brand della moda, designer e retailers c'è la Blueguide, una banca dati che contiene oltre 30.000 voci di materiali che sono stati prodotti utilizzando le sostanze chimiche certificate Bluesign®.

"Siamo molto lieti che Adidas sia diventato un partner del sistema Bluesign® ", ha dichiarato in un comunicato stampa il CEO di Bluesign Technologies Peter Waeber. "Abbiamo lavorato con il gruppo Adidas nel corso degli ultimi mesi al fine di sviluppare una strategia di gestione delle sostanze chimiche di ingresso e siamo favorevolmente  impressionati dalla completezza e competenza  del loro programma. La partnership rappresenterà un valore aggiunto per entrambe le organizzazioni. "

Non è chiaro se la partnership con Bluesign Technologies e la nuova tabella di marcia annunciata  "per ripulire"  la filiera dalle componenti chimiche tossiche sia stata siglata in risposta alle azioni compiute da Greenpaece nelle scorse settimane. Il dato sicuro è che Bluesign Technologies è il migliore partner possibile per raggiungere gli obiettivi del programma. Ne avevamo già parlato in questo post dello scorso anno quando Nike si avvalse del suo supporto.

STOP AI  PFC NEI PRODOTTI DI ADIDAS

Il marchio sportivo tedesco ha annunciato insieme alla parnership con Bluesign Technologies la partenza di un piano per l'eliminazione di sostanze chimiche pericolose dalla propria filiera di produzione ritenuto credibile da Greenpeace, che da qualche anno marcava stretto il gruppo con la campagna DETOX. Adidas aveva di fatto già sottoscritto un'impegno in tal senso tre anni fa, ma, secondo Greenpeace l'impegno si era rivelato più che altro una dichiarazione di intenti. Nelle ultime tre settimane centinaia di migliaia di persone tra sportivi, volontari e cyberattivisti si sono uniti a Greenpeace chiedendo un cambio di rotta a diversi marchi, dopo gli esiti di un'indagine dell'associazione ambientalista chiamata Cartellino Rosso. L'analisi effettuata presso laboratori indipendenti per rilevare sostanze chimiche, presenti in 33 diversi tipi di merchandising della Coppa del Mondo 2014 a marchio Adidas, Nike e Puma, ne aveva infatti rintracciato la presenza con tassi oltre i limiti consentiti.

Il nuovo piano prevede un preciso calendario di dismissione di tutti composti perfluorurati (PCF) entro il 2017 per il 99% dei capi e il raggiungimento della totale eliminazione entro il 2020.
I PFC sono utilizzati da decenni in molti prodotti di consumo, tra cui imballaggi alimentari, rivestimenti antiaderenti e tessuti antimacchia per capi di abbigliamento e calzature. Sfortunatamente, questi composti chimici permangono nell'ambiente per lunghi periodi di tempo e si accumulano negli organismi viventi. E' stato dimostrato da numerosi studi che i PFC presentano rischi potenziali per la salute umana poiché interferiscono con il sistema immunitario, quello riproduttivo e la tiroide.

Un ulteriore impegno del piano di Adidas è il raggiungimento della trasparenza della propria filiera produttiva globale per almeno l' 80% entro il 2020. Il primo paese coinvolto nel progetto sarà la Cina, dove l'industria tessile rappresenta uno dei settori industriali più inquinanti.
Il 99% dei fornitori cinesi di Adidas dovrà rendere noti i dati di come avvengono i processi che prevedono l'utilizzo di acqua, entro la fine del 2014. Tali dati verranno pubblicati su piattaforme pubbliche come la China Water Pollution MapChina Air Pollution Map dell' Istituto per gli Affari Pubblici e Ambientali (IPE) cinese. 
Il 50% dei fornitori globali di Adidas dovrà, invece, rendere noti gli stessi processi produttivi, denominati “wet processes”, entro fine 2015; successivamente, entro e non oltre il 1 Luglio 2016, si arriverà all'80% dei fornitori.

"L'annuncio odierno di Adidas è un passo avanti verso il futuro toxic-free di cui abbiamo bisogno. E' una vittoria per i clienti Adidas, per le comunità locali e loro future generazioni, costrette a convivere con l'inquinamento delle acque. I marchi globali come Adidas hanno il potere e la responsabilità di aiutarci a dare un calcio a queste sostanze chimiche pericolose per sempre.", ha commentato Manfred Santen di Greenpeace Germania.

Leggi anche:
Un partner strategico al fianco di Nike per “ripulire” la catena di produzione

Filati del futuro da plastica riciclata (giugno '14)

raw oceanFibre nate da oggetti e materiali recuperati dagli oceani per produrre linee d’abbigliamento. I casi di Pharrell Williams e Ondine de La Feld con Wave O

Sempre più aziende, anche nel campo della moda, stanno ripensando i loro cicli produttivi secondo modelli di economia circolare che non contemplano la produzione di rifiuti e scarti. Ciò risulta possibile o con la prevenzione - che esclude questo effetto negativo collaterale già nella fase progettuale -, oppure dando loro una destinazione come materia prima per nuovi cicli produttivi.
I vantaggi dell’economia circolare, rispetto al modello attuale di economia lineare, sono incommensurabili. Anche escludendo i vantaggi ambientali (nonostante l’alto valore economico intrinseco), i ritorni economici positivi lungo l’intera filiera di produzione sono innegabili quando si riduce drasticamente il consumo di materie prime, la produzione di rifiuti e inquinamento, il consumo idrico e le emissioni di gas serra. Non si tratta di sole dichiarazioni d’intenti o di utopie valide unicamente sulla carta. Lo provano recenti esperienze internazionali di successo: quelle di Pharrell Williams e Ondine de La Feld. Vediamole più in dettaglio.
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Pharrell: cool and happy
Adidas è l’ultimo brand dell’abbigliamento che ha annunciato l’avvio di una partnership con l’eclettico Pharrell Williams cantante, musicista, produttore discografico, imprenditore e stilista di moda. In quest’ultima veste, la popstar vincitrice di tre Grammy Awards, disegnerà, appunto, la collezione Adidas Originals x Pharrell Williams con i primi capi in uscita per l’estate 2014.
È la puntata più recente di una storia iniziata cinque anni fa, nel 2009, quando Pharrell entra nell’azienda Recovery Textiles LLC di New York, fondata nel 2003 da due ex compagni di liceo -Tyson Toussant e Tim Coombs- e partita con la produzione di equipaggiamento sportivo outdoor ad alta tecnologia. Pur non avendo entrambi alle spalle studi tecnici, la passione per la vita nella natura li spinge alla ricerca di processi e materiali più sostenibili per la produzione di tessuti. D delle Dalla desolante evidenza delle enormi quantità di rifiuti di plastica abbandonati nell’ambiente nacque l’idea di sviluppare un filato realizzato con bottiglie di plastica recuperate negli oceani.
Il progetto decolla quando entrano in gioco le capacità e la notorietà di Pharrel che si adopera per lanciare il progetto “Vortex project”, mirato prima a sensibilizzare e poi a prospettare una soluzione per le tonnellate di plastica che si accumulano nei principali vortici oceanici.
Il Vortex Project si rivolge ai brand della moda con la proposta di utilizzare il filato innovativo Bionic® yarn che contiene una percentuale del 40-60% ricavata dal riciclo dei detriti marini. Le bottiglie e altri contenitori vengono triturati, fusi e dopo aver subito un processo di estrusione vengono trasformati in filato. Bionic® yarn è disponibile in due versioni: DPX® e HLX®.
La possibilità di abbinamento di fibre diverse permette di creare filati versatili con caratteristiche adatte alle più diverse applicazioni: da tessuti per arredamento e abbigliamento, a zaini, borse calzature, ecc. Grazie al contributo di Pharrell sia come direttore creativo dell’azienda sia nella veste di designer per i marchi della moda, il marchio Bionic® è riuscito a conquistare clienti importanti come Moncler, Timberland, Gap e G-Star, la cui linea di jeans sarà realizzata con il filato Bionic® e lanciata, si prevede, il prossimo agosto. G-Star ha in programma di estendere l’uso di Bionic® anche ad altre linee già esistenti.

I wear recycled Fabric
raw oceanAnche la collezione “Be More Eco” di Wave-O, una linea di eco-fashion creata nel 2010 dall’archi-stilista Ondine de La Feld, punta sul riutilizzo della plastica. Le T-shirt della collezione femminile per l’autunno-inverno 2014-15 sono infatti parzialmente realizzate in Econyl® una fibra rigenerata, inwave o polimero di nylon 6 sviluppata dal gruppo trentino Aquafil. Grazie a questo progetto, trovano una seconda vita reti da pesca abbandonate in mare, fluff di tappeti, moquette e tessuti rigidi, ma anche rifiuti preconsumo come sfridi di lavorazione e oligomeri generati dal ciclo produttivo del nylon 6. Le magliette “Be More Eco” hanno una parte anteriore in Econyl® arricchita da decorazioni e messaggi eco che richiamano le caratteristiche del materiale come: “Be Cool Be Eco”, “Plastic Love”, “I Wear Recycled Fabric”.
Inoltre, lo scorso anno, Aquafil ha lanciato con ECNC Land & Sea Group e Star Sock l’iniziativa “Healthy Seas, a journey from waste to wear”, che ha il duplice scopo di ripulire i mari dai rifiuti e di recuperare materiali -come il nylon delle reti da pesca- che possono diventare materia prima/seconda per il tessile. Le applicazioni sono infinite: dai tappeti ai più diversi capi di abbigliamento come calzini (Star Sock), sportivo, intimo, ecc.

Articolo a cura della nostra redazione apparso sul nr. 9 di GdoWeek del 19 maggio 2014

Con "Make it Take it" chi inquina paghi il conto, anche per gli imballaggi (maggio '14)

make it take itIl 30 di aprile, pochi giorni dopo la pubblicazione del nostro post "Una tabella di marcia per gli obiettivi di prevenzione e riciclo in ogni azienda"(vedi sotto), in cui vi raccontavamo dell'iniziativa di As you Sow mirata all'imballaggio di Capri Sun è partita una nuova “offensiva” più allargata molto più difficile da dribblare. Si tratta della campagna Make it Take it - Packaging waste meet your maker.
Al gruppo Kraft Foods licenziatario per la produzione e commercializzazione del succo per il Nord America di propietà della tedesca WILD viene contestato il contenitore non riciclabile- in gergo tecnico stand up poach -, un tipo di imballaggio formato in genere da più strati di materiali diversi (anche sei o sette con varie funzioni tra alluminio, plastiche e carta).
In realtà questa bevanda è nata in Germania ed è stata introdotta nel Nord America solamente nel 1981. Capri Sun, una bevanda di frutta destinata ai ragazzi con la sua caratteristica una bustina con cannuccia, fu infatti inventata da già nel 1969 da Rudolf Wild dell'omonimo gruppo tedesco. Dopo il lancio in Germania la bevanda, diventata ben presto popolare venne poi introdotta nei principali mercati esteri. Oggi è uno dei marchi internazionali più diffusi di frutta da bere. Viene prodotta in 17 paesi e commercializzata in oltre 100 nazioni con una quota di valore stimata intorno al 3% del mercato mondiale.

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"IBRIDO MOSTRUOSO"
Inevitabile che l'imballaggio del noto marchio sia diventato l'emblema di una tipologia di packaging destinato alla discarica piuttosto che un esempio di eco design. Di pouch ne esistono però di vari tipi e misure per prodotti alimentari e non. Ecco in video l'analisi di pochi minuti che William McDonough ha dedicato a questo imballaggio durante una presentazione del suo ultimo libro Upcycle, il seguito di Cradle to Cradle.
Purtroppo questa tipologia di packaging, descritto da McDonough come un “ibrido mostruoso” è purtroppo in costante crescita.
Nel claim della campagna "Make it Take" - (Se) lo fai riprenditelo - è racchiuso l'invito ai produttori a mettere in pratica la responsabilità estesa su tutto il ciclo di vita dei prodotti immessi al consumo. La campagna è co-fondata e coordinata da UPSTREAM e ha come partners: 5 Gyres, Clean Water Action, Green America, NRDC ( National Resources Defense Council), Plastic Pollution Coalition, Sierra Club Extended Producer Responsibility Team, Texas Campaign for the Environment, Waterkeeper Alliance e Eureka Recycling. Si tratta di associazioni e enti no profit impegnati nella salvaguardia delle risorse naturali, nella promozione di una gestione virtuosa dei rifiuti e lotta all'inquinamento.
La campagna mira ad informare la pubblica opinione sull'impatto ambientale dei vari di imballaggio in modo che i cittadini possano decidere di esercitare pressione sulle aziende di beni di consumo affinché immettano esclusivamente packaging sostenibile. Allo stesso tempo i cittadino sono invitati a sottoscrivere la petizione che esorta Kraft Foods a riprogettare la confezione utilizzando solo vetro o plastica o alluminio (come le principali marche concorrenti) oppure di assumersi la responsabilità per la raccolta e il riciclo post-consumo.

stand up pouchesI COMMENTI DEI PARTNER DI MAKE IT TAKE IT

Matt Prindiville direttore di Upstream, co-fondatore e coordinatore della campagna
"Le aziende spesso progettano il packaging senza curarsi del fine vita dello stesso. Molti tipi di imballaggio, per lo più di plastica o costituiti da multistrati di materiali diversi sono impossibili da riciclare o compostare" -argomenta Matt Prindiville, " Di conseguenza la maggior parte degli imballaggi finisce per essere sprecata in inceneritori e discariche, oppure va a depositarsi lungo le strade per poi spesso arrivare nei mari danneggiando gli habitat, e mettendo a repentaglio la vita della fauna selvatica terrestre e marina"

Tim Brownell, CEO di Eureka Recycling
"Ogni anno 60.000 tonnellate di imballaggi passano attraverso il nostro Lab Zero -Waste e vediamo con i nostri occhi l'enorme spreco causato da questi imballaggi irrecuperabili. L'unico atto socialmente responsabile che le aziende devono intraprendere è cambiare il design del packaging per creare valore per le comunità".

Daniella Dimitrova Russo, co-fondatore e direttore esecutivo di Plastic Pollution Coalition
"La crescente quantità di imballaggi è un problema che deve essere affrontato congiuntamente dai consumatori e produttori. Siamo ansiosi di vedere la nascita di soluzioni innovative che tengano conto della responsabilità estesa del produttore."

Robin Schneider, direttore esecutivo della Campagna del Texas for the Environment
"In questo momento storico è irresponsabile progettare prodotti per la discarica. E' arrivato per Kraft il tempo di effettuare un cambiamento e di assumersi la responsabilità per quegli imballaggi che sono mal progettati ".

Vai al video DESIGNED TO BE WASTE per approfondire l'argomento.

stand up pouchesL'IMPEGNO DELL'ACV

L'Associazione Comuni Virtuosi, prima con la campagna di sensibilizzazione Porta la Sporta (lanciata nel 2009 contro l'utilizzo USA E GETTA) e poi nel suo naturale proseguimento con l'iniziativa MENO RIFIUTI PIU' BENESSERE del 2012 è impegnata in modo continuativo a dare un contributo affinchè si verifichi una transizione verso un nuovo modello di gestione dei rifiuti come risorse. Tale impegno consiste nell'approcciare le aziende singolarmente o durante occasioni allargate ad altri portatori di interesse, come tavoli di lavoro o convegni centrati sulle tematiche di prevenzione dei rifiuti e/o di utilizzo efficiente delle risorse all'interno di modelli di economia circolare.
Questo perchè è impensabile gestire una transizione di così vasta portata solamente occupandosi di fare la migliore delle raccolte differenziate possibile dei rifiuti urbani, come prevalentemente fatto sino ad oggi. Pertanto senza senza perdere altro tempo (e come risposta alla necessità di rallentare il riscaldamento climatico) la transizione deve partire già nella fase della progettazione industriale e trovare realizzazione in un contesto di sistema dove governo, enti locali, aziende, distribuzione e società agiscano in sintonia rispetto agli obiettivi ambientali. E' ormai assodato che le cause principali della produzione e dell'aumento di rifiuti sono la cattiva progettazione e l'obsolescenza programmata che caratterizzano la maggioranza dei beni immessi al commercio. Il coinvolgimento del mondo industriale rimarrà pertanto il punto fermo nello sviluppo delle nostre prossime iniziative.
Rispetto al flusso degli imballaggi Meno Rifiuti più Benessere chiede al mondo dell'industria e della distribuzione di aderiere a 10 mosse nel rispetto del PNPR (programma nazionale di prevenzione dei rifiuti) che deve essere redatto dalle regioni entro fine anno.

FIRMA LA PETIZIONE!

 

Luca Mercalli: "Per i cambiamenti climatici siamo nella merda fino al collo"

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i numeri dell'acqua in bottiglia in Italia
     (dal 01/01/14 - in litri al secondo)

Al primo posto in Europa per consumo annuo procapite:
193 litri circa

bottiglie di plastica utilizzate in un anno: 9 miliardi
di cui riciclate: il 30% circa**


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*sacchetti di plastica consumati quest'anno nel mondo

** Il consumo procapite di acqua in bottiglia varia a seconda degli studi, fra cui: Un paese in bottiglia di Legambiente e The global Bottled Water Market della Beverage Marketing Corporation.

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