sacchetti di plastica consumati quest'anno*:
 
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Perchè?

Perché usare per pochi minuti un oggetto che può durare anche cento anni ? Stiamo parlando del sacchetto di plastica che spesso ci viene dato “gratuitamente“ ma per cui tutti paghiamo un caro prezzo in termini di consumo di risorse, energia e di costi economici ed ambientali dovuti alla sua dispersione nell'ambiente, ad oggi incontrollabile. Ma non si tratta solamente di sacchetti, ci sono tanti altri imballaggi e articoli monouso che è possibile eliminare o ridurre drasticamente. Parti da piccoli gesti quotidiani per modificare stili di vita insostenibili, FAI UN USO INTELLIGENTE DELLE RISORSE DEL PIANETA E RIFIUTA "L'USA E GETTA"!

COME ENTRARE IN AZIONE:
iniziative individuali per i singoli
iniziative collettive collettivamente
materiale per la media e grande distribuzione per la GDO
materiale per negozio per i negozi
iniziative per le scuole per le scuole

Iniziative ed Eventi 2010 - 2013

 

Settimana Nazionale "Porta la Sporta"(4 edizioni)

Sfida all'ultima Sporta
Mettila in rete! Meno plastica per tutti!

 

MENO RIFIUTI - PIU' BENESSERE in 10 mosse

ADERISCI come AZIENDA, INSEGNA GDO, ENTE LOCALE E CITTADINO!

MENO RIFIUTI PIU'BENESSERE - FIRMA LA PETIZIONEMeno Rifiuti Piu' Benessere in 10 mosse questo è lo slogan di un'azione lanciata nel 2012 in collaborazione con Italia Nostra e Adiconsum  per sollecitare il mondo della produzione e della distribuzione a compiere 10 azioni nel breve e medio termine per alleggerire l'impatto ambientale di imballaggi e la promozione di soluzioni e prodotti riutilizzabili invece che usa e getta.
Alla prima edizione 2012 lanciata in occasione della SERR-Settimana Europea per la riduzione dei Rifiuti 2012, è seguito un rilancio durante l'edizione 2013 della SERR e la partenza di inviti personalizzati alle aziende d aderire all'appello che continuerà anche per il 2014 e 2015. Le azioni che sollecitiamo, già coerenti con gli obiettivi  indicati dalla tabella di marcia verso un'Europa efficiente sotto il profilo delle risorse, presentata nel 2011 nell'ambito della strategia Europa 2020, diventano urgenti ed imprescindibili alla luce delle ultime comunicazioni della Commissione Europea dello scorso luglio 2014.segue>>

 

Primo Piano

Olanda: la seconda vita dei mobili da giardino (marzo '15)

imballaggiGrazie ad un accordo tra un rivenditore di arredi da giardino e un importante operatore del settore del riciclo del Benelux, Van Ganzenwinkel, si potrà aiutare l'ambiente e l'economia, non consumando materie vergini e riducendo il consumo di energia complessivo che la produzione di manufatti richiede.
Sono infatti centinaia di migliaia gli arredi come sedie, tavoli e divani che finiscono ogni anno in Olanda ( e non solo) in discariche o inceneritori causando inquinamento e nuove emissioni tossiche.
Da qualche settimana Tuinmeubelen, azienda olandese leader nell'arredamento da giardino con nove showroom nel paese, offre un servizio gratuito di ritiro dei vecchi arredi contestualmente alla consegna di nuovi ordini effettuati online.
Del servizio di consegna e raccolta si occupa Rijbaan Transport– un servizio di trasporto che impiega lavoratori con difficoltà di inserimento nel mercato.
Gli arredi dismessi, una volta ritirati, vengono prima stoccati nel centro di distribuzione che evade gli ordini online, per poi venire successivamente prelevati da Van Ganzenwinkel, partner tecnico del progetto.
Van Ganzenwinkel si occuperà di valorizzare il materiale recuperabile dalle 15.000 tonnellate di mobili che si stima verranno raccolte ogni anno. Le parti in metallo verranno fuse per creare altri oggetti in metallo mentre dalla plastica potranno essere realizzati nuovi manufatti oppure oppure un composto da impiegare per le coperture bituminose o impermeabilizzanti.
Se consideriamo che nel 2020 in Europa il 50% dei rifiuti urbani dovrà essere riciclato, e che anche le aziende devono fare la loro parte, questa è una delle modalità possibili per raggiungere l'obiettivo.

Olanda : la resa della patria del deposito su cauzione agli interessi dell'industria (febbraio '15)

raccolta degli imballaggi a perdere Da qualche anno in Olanda, con la costituzione di un ente “indipendente”, denominato Kennisinstituut Duurzaam Verpakken, che ha il compito di disegnare/proporre politiche e azioni in materia di raccolta degli imballaggi a perdere, è l’industria a determinare le politiche, poiché il governo vi ha rinunciato.
Partiamo con questo primo post per raccontare come è potuto avvenire che in Olanda patria del deposito di cauzione si sia arrivati a "condonare" all'industria del beverage il raggiungimento di tutti gli obiettivi imposti dal governo negli anni. L'industria del settore è arrivata al punto di mettere in discussione il deposito su cauzione vigente per le bottiglie grandi.
I retroscena contenuti in questo post provengono da un articolo pubblicato in Olanda nel 2013.  La ricostruzione ei fatti raccontati dalla giornalista è stata resa possibile dalle rivelazioni in forma anonima di funzionari, ex funzionari, ricercatori ed  esperti del mondo del packaging. 

I PRECEDENTI
Prima che il governo Rutte I nel 2010 ne decimasse lo staff, erano i temuti e solerti funzionari che si occupavano di rifiuti del Ministero alle Infrastrutture e all'Ambiente (VROM) ad esercitare un minuzioso controllo sulle proposte di legge allo studio. Per evitare che eventuali proposte potessero avere delle conseguenze sulle politiche ambientali e gli obiettivi del Ministero il controllo era allargato anche ad altri dipartimenti governativi. Un caso emblematico nella storia degli eventi che  hanno caratterizzato i più recenti anni delle vicende del VROM è quello che ha come protagonista Hester Klein Lankhorst, fino al 2012 direttore del dipartimento Gestione Rifiuti e Produzione Sostenibile del Ministero Ambiente, braccio destro dell’allora Segretario di Stato all’Ambiente Joop Atsma. Al contrario di altri colleghi, dopo essersi occupata della redazione del dossier di regolamentazione del deposito su cauzione per le bottiglie di plastica e della nascita del Kennisinstituut Duurzaam Verpakken, di seguito KIDV (1) finanziato dall'industria, Klein Lankhorst si licenzia volontariamente. 
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Comprensibile sconcerto nell’ambiente e tra i colleghi del Ministero presenti nel marzo del 2012 alla bicchierata di addio nel vicino pub ha suscitato la presenza di un noto personaggio invitato dalla Klein Langhorst. Si trattava infatti niente meno che del direttore alla comunicazione di Coca Cola Benelux Robert Seeger. Nonostante il fatto che la Coca Cola come le altre aziende appartenenti a Nedvang avesse impunemente infranto negli anni ogni tipo di accordo sul riuso delle bottiglie deciso con il governo, Seeger ha potuto tenere un discorso dal titolo "Coca Cola sceglie la cosa giusta."  Ma giusta per chi ? Per la Coca Cola ovviamente ! Un anno dopo, infatti, sarà sempre lei a diventare direttore di questo Istituto che, al posto del Governo, si occuperà da quel momento in poi di determinare le politiche sugli imballaggi. 

INDUSTRIA COME SPONSOR
Che ci fossero commistioni in corso tra industria, funzionari pubblici e politica era un fatto noto da anni,  ma che la conoscenza e professionalità che era presente nel settore pubblico venisse azzerata, e che l’industria arrivasse a prendere le decisioni in merito a ricerca e proposte legislative inerenti  agli imballaggi, è un fatto nuovo. Un convegno organizzato dall' Unione Nazionale dei Comuni  VNG (Vereniging van Nederlandse Gemeenten) sulla gestione dei rifiuti urbani (tenutosi nel 2013 ad Amersfoort) dedicato alla formazione di funzionari addetti anche al controllo delle aziende, è stato in gran parte finanziato dallo stesso settore industriale che dovrebbe essere controllato. Anche il programma del convegno è stato determinato dallo sponsor.  

Non molto tempo fa, l'uso di imballaggi, come le bottiglie di plastica e il controllo sul loro riutilizzo, erano due mondi completamente separati. C'era un quadro giuridico che imponeva delle regole per l'industria, e un controllo pubblico che vigilava sul rispetto di tali norme. L'Olanda prima e dopo la seconda guerra mondiale, è stata la patria del deposito su cauzione, alla sua riuscita hanno contribuito aspetti favorevoli come l’alta densità di popolazione combinata con ridotte distanze di trasporto. Produttori e fornitori riuscivano ad ottenere indietro la materia prima riferita a più del 95% degli imballaggi immessi.

GLI ANNI  DAL 1986  AL 2002
I ministri Ed Nijpels (VVD-Liberali, 1986-1989) e Hans Ontani (PvdA-Laburisti 1989-1994) che si succedono alla guida di VROM perseguono entrambi politiche ambientali orientate all'estensione del sistema di deposito su cauzione per gli imballaggi. Ecco che a metà degli anni novanta si presentano le prime difficoltà. I produttori di bevande analcoliche cominciano ad introdurre nel mercato le prime bottiglie di plastica da mezzo litro non cauzionate con l'accordo che il formato coprirà solamente il 2% del mercato totale. In realtà già nel 2013 questo formato è il più venduto in Olanda rispetto alle bottiglie grandi.

Le conseguenze si fanno presto sentire sotto forma di migliaia di bottigliette e lattine abbandonate nell'ambiente e nei corsi d'acqua. La patata bollente  se la ritrova il Ministro all'Ambiente Jan Pronk (PvdA, 1998-2002) che minaccia l'industria con l'applicazione di un cauzionamento qualora non in grado di recuperare e riutilizzare l'80% di tali contenitori.

SE GLI OBIETTIVI NON SI RAGGIUNGONO SI CAMBIANO 
Dal 2002 la questione subisce un evidente declassamento poiché da quel momento non sarà più un ministro ad occuparsene, ma un segretario di Stato. Si tratta del democristiano Pieter van Geel (CDA, 2002-2007) alla guida di un dipartimento che conta sempre meno funzionari. La  controparte industriale invece si rafforza e le trattative con un corpo di funzionari piuttosto indebolito, vengono portate avanti da un fronte sempre più agguerrito di specialisti del marketing.  Viene infine raggiunto un accordo, denominato Verpakkingsbesluit, che ha valore di legge e che impone di raccogliere il 95% delle bottiglie grandi e il 55% delle piccole. Obiettivi che l’industria non riesce però a rispettare.

Questa situazione viene riconosciuta da Van Geel in una sua nota interna del 29 agosto 2006 senza che venga presa alcuna contromisura. A differenza del Ministro Pronk che lo ha preceduto, Van Geel non prova minimamente a “minacciare” le aziende con l'applicazione di un cauzionamento per le bottiglie piccole. Anno dopo anno le ispezioni governative certificano il mancato raggiungimento degli obiettivi sino a che  il Ministro all'Ambiente Jacqueline Cramer (PvdA 2007-2010), getta la spugna. Invece di intervenire presso le aziende per il rispetto delle norme, si adegua a negoziarne di nuove. Una modalità che risulterebbe davvero molto gradita a tutti coloro che infrangono le regole, in materia stradale, fiscale, ecc. In questo scenario dove la guida politica è ormai assente  il ristretto gruppo rimasto di funzionari pubblici non riesce più a farsi rispettare e con il veloce cambio delle figure politiche si arriva a perdere la memoria storica dei fatti. Continuano a sbrigare il proprio lavoro, negli anni, cullandosi nella speranza che le cose migliorino l'anno dopo. 

Nel 2011 il  VNG, l'unione dei comuni olandesi che sono al 94% favorevoli ad un'estensione del deposito su cauzione per bottigliette e lattine si attivano in tal senso coinvolgendo la politica. Nonostante il fatto che la proposta avesse acquisito il sostegno da parte dei gruppi parlamentari di quattro partiti (minori), il tentativo fallisce. 

GLI ANNI PIU' RECENTI 2012-2013
Nel 2012 il segretario di stato Atsma in totale mancanza di dati affidabili che dimostrino miglioramenti nella performance dell’industria dell’imballaggio, dichiara in parlamento di nutrire speranze sull’operato delle aziende. Sulla base di uno studio sulle percentuali di riutilizzo e sui costi del sistema di cauzionamento,  pagato dalla stessa industria, decide definitivamente di bloccare l'introduzione di un deposito su cauzione per le bottiglie piccole, e di rendere volontario, dal 2015, il deposito su quelle grandi. In altre parole, è il settore che determina se applicarsi il deposito su cauzione o meno. 

L'autore dello studio che dovrebbe fare luce sui costi del sistema è il dr. Ulphard Thoden van Velzen di  TI Food and Nutrition (dipartimento dell'Università di Wagening finanziato dal settore del packaging) incaricato dall'Istituto appena insediato. Lo studio è stato contestato anche dagli esperti del settore (1) per il metodo e per i risultati al punto da apparire pilotato dall'industria. Nello studio venivano comparati due scenari di cui uno reale e l'altro ipotetico/futuribile: quello riferito al sistema attuale dove le bottiglie vengono raccolte degli esercizi commerciali con costi misurabili e  lo scenario (potenziale) di una raccolta effettuabile con gli altri flussi di plastica che avviene a livello residenziale con i contenitori arancioni (con costi difficilmente stimabili) . In seguito alle obiezioni ricevute van Velzen ha dovuto modificare ben 12 voci di costo su 16, ma questo non è stato sufficiente a distogliere Atsma dal suo proposito di abolire il deposito su cauzione. 

CHI PAGA DECIDE (proverbio olandese)
Mentre in Germania è in funzione  un sistema completo di deposito su cauzione per bottiglie grandi e piccole e per lattine, il governo olandese scarica sui comuni grande parte delle problematiche derivate dalla questione. Assurdo pensare che  gli assessori di comuni  come  Zoetermeer o Purmerend debbano negoziare con l'industria del packaging. In teoria i comuni dovrebbero essere supportati dalle competenze tecniche dell'”indipendente” KIDV diretto da Lankhorst. Di fatto sono diversi i soggetti che nutrono perplessità sul fatto che l'ente, finanziato dall'industria con due milioni di euro all'anno, sia in condizione di fornire consulenza e supporto indipendente. Oltre ai membri operativi l'Istituto ha un consiglio direttivo formato da rappresentanti dei comuni, del governo e dell'industria presieduto da Hans van der Vlist, l'ex segretario generale del Ministero VROM autore dell'attuale legislazione sul packaging. Una delle prime questioni di cui KIDV si è voluto occuparsi è stata la raccolta dei cartoni per latte e bevande con la partenza di un progetto pilota al quale partecipano 40 comuni. La ricerca che accompagna il progetto viene commissionata al dr. Ulphard Thoden van Velzen autore dello studio prima citato.  

NB: Dopo l'abolizione del deposito avvenuta nel 2012 attraverso la cancellazione di alcuni articoli “dormienti” all'interno della legislazione ambientale di riferimento in Olanda (Wet milieubeheer), c'è stata una mozione da parte del partito D66 nell'estate del 2014 che ha riportato in vita gli articoli. L'attuale segretario di stato all'Ambiente  Mansveld non ha (ancora) abolito il deposito perché non sono stati raggiunti dalle aziende gli obiettivi di raccolta e riciclo che erano state definiti condizione preliminare. Nell'anno in corso si faranno nuove valutazioni. 

Continua...

(1) Kennisinstituut Duurzaam Verpakken (KIDV in inglese Knowledge Institute for Sustainable Packaging viene così descritto sul sito di EXPRA un'associazione che riunisce e rappresenta gli interessi dei corrispettivi europei del nostro Conai: To ascertain that information on packaging and packaging waste is neutral and correct it was founded in 2012. The KIDV is governed by the Ministry of Infrastructure and Environment, producers/importers and the association of municipalities (VNG). Its goal is to function as an independent organization that gathers and shares neutral information on packaging and packaging waste. The KIDV focuses on reduction, reuse, renewal and recycling of packaging and packaging waste.

(2) Il produttore di compattatori automatici Tomra ha incaricato CE Delft ente di consulenza olandese di verificare i dati contenuti nel rapporto WUR di van Velzen. CE Delft ha rilevato che i costi imputati al sistema di cauzionamento dal rapporto Wur sono il doppio di quanto è risultato dalle loro analisi.   

A Parigi scocca l'ora dell'Economia Circolare (febbraio '15)

economia circolareIl sindaco di Parigi, Anne Hidalgo ha confermato durante la riunione del Consiglio che si è tenuto il 9 febbraio la sua intenzione (annunciata qualche giorno prima) di trasformare la capitale francese in un cantiere di azioni e progetti all'insegna dell'economia circolare. Il primo appuntamento per definire i contorni del piano di azione per il 2016 è previsto per il prossimo 11 marzo nel contesto degli Stati Generali dell'Economia Circolare ovvero: "Etats généraux de l'économie circulaire du Grand Paris".
Gli stati generali daranno il via ad un processo partecipativo che vedrà dal prossimo aprile a luglio, soggetti economici, istituzionali, governativi, rappresentanti del mondo accademico, sindacale e dell'associazionismo confrontarsi sulle soluzioni e nuove prospettive per la città che possono scaturire dall'applicazione di modelli di economia circolare. Dieci gruppi tematici di lavoro svilupperanno nei prossimi mesi delle proposte di azioni concrete e di modifica del quadro legislativo che verranno raccolte in un libro bianco che verrà presentato nel mese di settembre. Tra le tematiche che saranno oggetto di dibattito: spreco alimentare, gestione e raccolta dei rifiuti organici, promozione della filiera corta e della mobilità sostenibile, incentivazione fiscale per comportamenti e sistemi di consumo a basso impatto, ecc.
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Tra le azioni da implementare come offerta e estendere sul territorio ci sono servizi già in essere come Autolib (1) o Vélib. Tra le altre azioni da intraprendere rese note da Antoinette Guhl, assistente del Sindaco con delega alla “ Economia Sociale e Solidale- Economia Circolare e Innovazione Sociale” figurano: il riutilizzo dei materiali edili come le pavimentazioni stradali, la collocazione di contenitori per i rifiuti tessili, la raccolta e distribuzione dell'invenduto alimentare dei mercati rionali, la creazione di una rete di centri di riparazione (per allungare la durata della vita dei beni di consumo) e l'istituzione di un comitato per accompagnare l'attuazione del programma. Senza attendere gli Stati Generali verrà predisposta per il 2016 la raccolta differenziata dei rifiuti organici in 150 siti comunali (mense, mercati), mentre in alcuni edifici e strutture pubbliche verrà reso possibile praticare il compostaggio collettivo dei rifiuti organici al ritmo di 100 nuovi siti ogni anno. A fine 2014 se ne contavano 250 già operativi.
"La collaborazione dei parigini è indispensabile, così come è necessaria l'azione delle aziende per creare nuove filiere. Non esiste, ad esempio, un'organizzazione che gestisca e valorizzi indumenti e altro tessile che, raccolti in città, finiscono di fatto per lo più in Asia ", afferma Antoinette Guhl in una recente intervista. Se tutti i soggetti faranno la loro parte la Guhl promette che "l'economia circolare creerà a Parigi 50.000 posti di lavoro locali e non delocalizzabili”.
Ma siccome l'economia circolare non significa solamente recupero e riciclo di beni e materiali a fine vita, il progetto allo studio per Parigi si propone di trovare soluzioni locali per favorire la progettazione industriale orientata all'ecodesign, la simbiosi industriale e modelli economici basati sui servizi che i beni possono offrire alla collettività senza diventare propietà di chi usufruisce dei servizi.

Sicuramente il sindaco di Parigi ha ben chiaro che per le città l'avere un buon piano di gestione dei rifiuti e di raccolta differenziata non è sufficiente per affrontare le grandi sfide ambientali ed economiche in essere, come traspare da un suo recente intervento. «Noi vogliamo mettere a sistema questo approccio e farne una linea politica. L'idea di base è quella che le città devono cessare di rappresentare un problema ma divenire anche i luoghi dove si trovano le soluzioni. Questo approccio è una novità in Francia e a livello internazionale. Ci sono infatti città come San Francisco o Milano che, pur essendo avanti in termini di riduzione dei rifiuti, non hanno ancora messo in campo una programmazione politica più ampia fondata sull'economia circolare.».
Anche se il sindaco con "riduzione dei rifiuti" intende probabilmente l'aver conseguito buone percentuali di raccolta differenziata, una parte dei milanesi, che si è già espressa a favore di una città a misura d'uomo più verde e sostenibile, vedrebbe con entusiasmo un piano cittadino sul modello parigino. Sono i cittadini che hanno votato a favore della realizzazione di alcuni progetti ambientali oggetto di un referendum nel 2011 molto partecipato. Lo stato di attuazione delle cinque proposte da parte dell'Amministrazione Comunale (mobilità sostenibile, risparmio energetico,riduzione delle emissioni di gas serra e del consumo di suolo, raddoppio del verde urbano e destinazione dell'area Expo a parco agro-alimentare) è ferma ad una media del 30%. Lo ha denunciato recentemenente la Consulta Cittadina per l'attuazione dei cinque referendum consultivi. Secondo la Consulta il ritardo è dovuto all’assenza di un processo di pianificazione integrata da parte della giunta che abbracci le tematiche oggetto delle proposte, e di gravi lacune a livello di informazione e partecipazione dei cittadini.
Il progetto verrà presentato dalla Hidalgo nel corso di una riunione dei sindaci delle città europee, che si terrà a Parigi il 26 Marzo 2015, nella speranza di riuscire a convincerli ad impegnarsi nella stessa direzione. Auguriamoci che i sindaci italiani presenti a Parigi vengano contagiati dalla sua determinazione. La Hidalgo ha sicuramente il merito di aver accettato sul piano locale la sfida che il Governo si è posta oltre un anno fa inserendo l'Economia Circolare come primo dei cinque nuovi progetti tematici, cardine della seconda conferenza ambientale organizzata il 20 e 21 settembre 2013 dal Ministero dell'Ecologia, dello Sviluppo Sostenibile ed Energia francese.

(1) Il car sharing elettrico di Velib non sembra aver raggiunto gli obiettivi di sostenibilità economica e ambientale attesi come è risultato da uno studio del 2014.

Ridurre i rifiuti e lo sfruttamento di risorse con l’economia circolare (febbraio '15)

imballaggiI rifiuti possono essere evitati con una gestione sostenibile e circolare delle risorse, dice l’Associazione Comuni Virtuosi (ACV). Che mira a ridurre la produzione di rifiuti partendo da dove tutto ha inizio
Quando si parla di iniziative virtuose in tema di gestione dei rifiuti vengono spesso richiamate, anche sui media televisivi, le esperienze di comuni aderenti all’Associazione Comuni Virtuosi. Iniziative che, di fatti, raccontano come sia possibile ridurre la produzione di rifiuti attraverso buone pratiche ambientali e raggiungere percentuali di raccolta differenziata che vanno ben oltre al 70%. Come? Attraverso l’applicazione della tariffazione puntuale e il coinvolgimento dei cittadini.
Succede anche a Parma, il comune più grande fra quelli associati. Eppure l’associazione propone dal 2012 “Meno rifiuti più benessere in 10 mosse”, una campagna che vuole cambiare la percezione diffusa tra l’opinione pubblica che i rifiuti siano una conseguenza ineluttabile del benessere a cui rassegnarsi e con cui convivere. Soprattutto se si ha la fortuna di averli “lontano dagli occhi e dal cuore”.
Ne parliamo con Silvia Ricci, responsabile campagne dell’ACV.
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In cosa si differenzia la vostra iniziativa da altre, e perché?
Innanzitutto si tratta dell’unica iniziativa che si rivolge direttamente al mondo aziendale con una serie di richieste improntate all’uso sostenibile delle risorse. Tema di assoluta attualità, vista la pesante crisi ambientale ed economica che stiamo vivendo e l’emergenza del riscaldamento climatico che si è palesata come la sfida prioritaria da affrontare. Per ridurre drasticamente le emissioni di gas serra in un pianeta che ospiterà e dovrà sfamare 9 miliardi di persone entro questo secolo, è necessario intervenire sull’attuale modello economico lineare, che ha già mostrato tutti i suoi limiti.
La prima mossa chiede alla aziende produttrici di ridisegnare prodotti e cicli produttivi in un’ottica di economia circolare capace di minimizzare gli effetti collaterali dei processi produttivi come uso intensivo delle risorse naturali, rifiuti e inquinamento. Le mosse seguenti, sulla base di esempi concreti, chiedono di evitare l’attuale spreco di materia lungo tutta la filiera del consumo tra imballaggi e prodotti usa e getta. Attraverso l’innovazione e l’eco-design è possibile sia sostituire la maggior parte delle opzioni usa e getta, che dare vita a prodotti progettati per il riuso e il riciclo efficiente, e per fornire materia prima seconda da utilizzare al posto di materia vergine. Occuparsi del rifiuto quando ormai è prodotto significa sprecare risorse rilevanti in interventi palliativi che non affrontano la radice del problema.

La 10 mosse si rivolgono direttamente al mondo produttivo. Perché i comuni e i cittadini virtuosi hanno bisogno della “collaborAZIONE” delle aziende?
Perché non si può fare prevenzione con interventi disarticolati e “una tantum” che non abbraccino tutta la catena del consumo. I materiali che vengono separati dai cittadini con una raccolta differenziata spinta al 90% e di ottima qualità possono essere metabolizzati e valorizzati con il riuso e il riciclo (di materia) solamente se c’è un sistema strutturato in grado di accoglierli. Lo stesso ragionamento vale per i beni e materiali che si raccolgono negli ecocentri o a domicilio. Questo sistema si può solamente cambiare (mettendo in pratica il principio della responsabilità estesa del produttore) se gli attori della filiera produttiva dialogano/collaborano, sin dalla fase progettuale, con chi si occupa di gestire i loro prodotti a fine vita. Attualmente l’unico modo possibile di gestire questi rifiuti è quello “end pipe”, che cerca di limitare il danno gestendo al meglio i contenuti dei cassonetti con pochissime risorse e in costante diminuzione. Non per difendere le amministrazioni locali che lavorano male, ma non è più ammissibile che a pagare per i costi generati da questo modello produttivo, tra rifiuti e inquinamento, debbano essere sempre gli ultimi anelli della catena, gli enti locali e i cittadini.
Se governi e aziende lavorassero insieme per rendere possibili modelli di economia circolare non staremmo qui a parlare di come meglio gestire o prevenire la produzione di 134,4 milioni di tonnellate di rifiuti speciali, 29,6 milioni di tonnellate di rifiuti urbani e di 11,5 milioni di tonnellate di imballaggi. Essenzialmente per due ragioni: la prima perché gran parte della produzione di questi scarti verrebbe già prevenuta o minimizzata nella fase di progettazione dei beni, oppure metabolizzata in nuovi cicli produttivi; la seconda perché questo modello economico rivoluziona completamente l’attuale sistema produttivo che, oltre a riempire le discariche, ha riempito le nostre case di oggetti inutili o sottoutilizzati. Se guardiamo a un prodotto pensando ai servizi che può fornirci senza entrare in nostro possesso, si apre un mondo di opportunità economiche ad alta intensità lavorativa.

Parlando di imballaggi, Conai ha annunciato che nel 2013 tre imballaggi su quattro sono stati recuperati. Quali sono le vostre proposte come associazione di enti locali?
Innanzitutto varrebbe la pena spiegare come si arriva al dato del recupero del 77,5% (3 imballaggi su 4). Si tratta della media delle percentuali di riciclo di sei materiali diversi (acciaio, alluminio, plastica, vetro e legno) che variano dal 39% della plastica all’86% della carta, alla quale viene aggiunta la percentuale delle quantità (perlopiù carta e plastica) che sono state “termo valorizzate”. Se il destinatario di questi dati è il cittadino medio, sarebbe più utile fornire dati un po’ più significativi e distinti per categoria di imballaggi, in modo da informarlo dove occorre impegnarsi di più. Per raggiungere l’obiettivo europeo di riciclo del 50% al 2020, il materiale sul quale c’è maggiormente da lavorare è la plastica. Dei due milioni di tonnellate di imballaggi di plastica immessi al consumo, nel 2013 il consorzio per la plastica Corepla ne ha avviato a riciclo 413.640 tonnellate (20,2% dell’immesso) e incenerito con recupero energetico 752.554 tonnellate (36,8% dell’immesso). Detto questo, le 10 mosse sono state ispirate dagli esiti di indagini merceologiche effettuate sul rifiuto indifferenziato e da visite effettuate presso gli impianti di selezione e riciclo, dove si è potuta verificare l’immissione al commercio (in quote sempre maggiori) di alcune tipologie di imballaggi, presentate come il massimo della sostenibilità che poi, nel fine vita, si rivelano riciclabili soltanto in teoria. Pur essendo conteggiati tra gli imballaggi differenziati, questi finiscono di fatto in discarica o negli inceneritori per i motivi che spieghiamo alla pagina dell’iniziativa e in una apposita presentazione.
Oltre che appellarci alle aziende, abbiamo fatto pubblicamente alcune proposte in occasione della firma dell’accordo quadro Anci Conai che regola la raccolta differenziata nei comuni e ne cito due. Come ACV riteniamo che i soldi spesi da Corepla per termovalorizzare la plastica andrebbero invece utilizzati per supportare il riciclo delle plastiche miste, creando così quel potenziale occupazionale nell’indotto del riciclo citato nei diversi rapporti annuali commissionati dal Conai. Riteniamo inoltre che il contributo ambientale (CAC), calcolato sul peso, che viene pagato dagli utilizzatori di imballaggi allo scopo di finanziare la loro raccolta differenziata nei comuni, come avviene in altri Paesi europei debba essere utilizzato come uno strumento di prevenzione, e cioè commisurato alla riciclabilità dell’imballaggio. Più basso se facilmente riciclabile con la tecnologia esistente nel Paese, altissimo se non ci sono queste condizioni e viene raccolto per essere buttato con dispendio di soldi pubblici. I consorzi del Conai, per i diversi materiali (carta, vetro, plastica ecc.), sono beneficiari di un CAC. I comuni ricevono un corrispettivo economico per gli imballaggi raccolti che vengono poi conferiti alle piattaforme Conai a seconda dei materiali. Siccome l’entità dei corrispettivi erogati arriva a coprire meno della metà di quanto serva realmente per raccoglierli, i comuni devono coprire la parte mancante rivalendosi sulle bollette dei cittadini.
Tornando al contributo ambientale pagato al Conai, quello che avviene è che prima diventa parte del prezzo dell’imballaggio e poi viene trasferito nel prezzo finale del bene acquistato imballato. Come ribadito in una recente sentenza del Tar, l’attività dei Consorzi Conai assume tratti similari a quelli propri dell’erogazione di un servizio pubblico, perché i mezzi finanziari per il loro funzionamento provengono in larga parte da risorse degli utenti/operatori/consumatori, mediante l’applicazione del contributo ambientale Conai.

Tratto da La Stampa Tuttogreen - Andrea Bertaglio

Igiene e sostenibilità: una convivenza possibile in mensa? (dicembre '14)

schiscettaNon ci sono dubbi sul fatto che una riduzione drastica delle opzioni usa e getta, a favore di quelle adatte ad usi multipli, sia una delle azioni prioritarie di un piano di prevenzione dei rifiuti locale e nazionale. I vantaggi derivanti da un'eliminazione del monouso (quando possibile) o da una sua riduzione, nei settori dove se ne fa largo uso, sono molteplici e rilevanti, sia a livello ambientale che economico.
La gestione del rifiuto, anche quando viene differenziato o compostato negli appositi impianti, ha sempre un costo, che alla fine ricade su noi cittadini. Nonostante il recepimento dell'ultima direttiva in materia di gestione rifiuti, che ha indicato nella prevenzione e nel riuso le azioni prioritarie da intraprendere, pochi sono i miglioramenti apprezzabili avvenuti negli ultimi tre anni, a livello di pratiche locali ma ancor meno a livelllo di politica nazionale. Per incentivare le soluzioni in cima alla gerarchia di gestione dei rifiuti ci vorrebbe l'entrata in vigore di politiche fiscali adeguate (da tempo invocate da più parti) che ne rendano preferibile l'adozione. Altrimenti si continuerà a raccontare di singole iniziative virtuose che poi di fatto, non incidendo sui macrodati della performance nazionale, non ci mettono certamente al riparo da procedure europee di infrazione.
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STOVIGLIE MONOUSO O RIUTILIZZABILI ?

L'impatto ambientale detrminato dalle stoviglie monouso nelle mense è innegabilmente più alto rispetto a quello devivante dall'impiego di stoviglie lavabili (oltre ai 50 utilizzi). Lo hanno dimostrato gli esiti di più studi compiuti da diversi soggetti dove sono state comparate con la metodologia Life Cycle Assessment(LCA)  le prestazioni ambientali dei materiali più utilizzati tra plastiche tradizionali di origine fossile, bioplastiche compostabili e stoviglie durevoli/lavabili. 
Il mercato delle stoviglie monouso è ancora dominato dalla plastica è l'Italia ne è il principale attore, sia come primo paese europeo produttore che come maggiore paese consumatore di questi manufatti. In pratica lo stesso record che ricoprivamo nel consumo di sacchetti di plastica! Il mercato italiano che si legge essere più grande di quello dell'intera Europa è quindi particolarmente appetibile per le aziende produttrici del settore. Tale consumo risulta concentrato soprattutto nel Sud Italia con la Sicilia che da sola consuma più piatti e bicchieri della Germania e di Valle d’Aosta, Piemonte, Liguria e Lombardia messe insieme.

LA SCELTA DI VICENZA : LA GAMELLA LAVABILE A CASA

gamellaIl comune di Vicenza ha lanciato in due tappe, nel corso del 2014, il progetto “Zero rifiuti in mensa” dopo una positiva sperimentazione condotta in 9 scuole che hanno utilizzato, al posto delle stoviglie di plastica, un lunch box o gamella, fornita gratuitamente dal comune. Questa opzione riutilizzabile è attualmente a regime nel 90% delle scuole vicentine dotate di servizio mensa. L'amministrazione sta lavorando per poter rendere idonee all'utilizzo del lunch box anche le ultime quattro scuole al momento obbligate dalla normativa HCPP ad utilizzare monoporzioni preconfezionate. A Vicenza sono determinati nel non volere più tornare al monouso, nonostante qualche piccolo incidente di percorso, sia per l'importanza dell'aspetto educativo insito nel progetto (promosso dall'assessorato alla formazione del Comune), che per gli obiettivi ambientali ed economici conseguiti. L'eliminazione alla fonte delle 14 tonnellate di rifiuto plastico prodotto dalle mense ha infatti ridotto gli impatti ambientali complessivi e i costi correlati come l'acquisto delle stoviglie e la gestione del rifiuto tra trasporti e smaltimento.
La sperimentazione ha dichiarato l'assessore alla formazione Umberto Nicolai - ha dato ottimi risultati. Pochissimi sono stati infatti i casi in cui è stato necessario distribuire piatti di plastica sostitutivi perché i bambini avevano dimenticato il lunch box o perché quest'ultimo non era stato adeguatamente lavato. A titolo esemplificativo, su 6168 pasti distribuiti nella prima fase della sperimentazione, cioè dal 10 al 31 marzo, la sostituzione con i piatti di plastica è stata del 4% per dimenticanza (90% dei casi) e per pulizia non conforme (10% dei casi). Gli alunni, in generale, hanno dimostrato di apprezzare moltissimo l'iniziativa; i cibi proposti sono sembrati addirittura più apprezzati. I lunch box rotti sono stati sostituiti gratuitamente grazie alla collaborazione con la ditta fornitrice, a sua volta molto interessata alla riuscita del progetto. La produzione di rifiuti si è drasticamente ridotta: nella sola scuola Rodari si è passati da 20 sacchi di plastica al giorno a 1 sacco di rifiuti organici e 1 sacco di carta.
Il sistema ha permesso di effettuare una riduzione di 15 centesimi sul costo del pasto giornaliero a tariffa intera che, quindi, è scesa da 4,50 euro a 4,35 euro.
“Zero rifiuti in mensa” sta già facendo scuola in Italia e in Europa: molti sono stati i Comuni che hanno chiesto informazioni a Vicenza per introdurre a loro volta il lunch box e l'iniziativa è stata presentata in un seminario internazionale tenutosi a fine maggio in Polonia nell'ambito del progetto Youth4Earth.

MILANO: ALT ALLA SCHISCETTA

La stessa soluzione di Vicenza, proposta a Milano dai genitori dell'istituto scolastico di via Casati 6, non ha avuto invece esito positivo, come riportato dai media locali. Milano Ristorazione, dopo aver accondisceso all'avvio di una sperimentazione avviata in tre classi che da tre mesi consumano i pasti in un lunch box o ladder van lansinkschiscetta portata da casa, ha sospeso il progetto recentemente. I motivi addotti parrebbero legati alla sicurezza alimentare. Così recita infatti la dichiarazione della municipalizzata:
«Le analisi compiute sui contenitori, in diversi giornate, hanno evidenziato che solo un quarto di essi risulta idoneo all’utilizzo, determinando, di fatto, l’immediata sospensione della sperimentazione. Sul resto, invece, è stata riscontrata una elevata presenza di microrganismi. La Asl, informata circa l’esito delle analisi, concorda con tale decisione».
Ma i genitori, che avevano voluto fortemente il progetto, ritenendo che l'educazione dei ragazzi alla cultura della sostenibilità- invece che allo spreco di risorse- debba avvenire soprattutto a scuola, non ci stanno a passare per “persone poco attente all'igiene”. Lamentano inoltre il fatto di non essere stati informati sui controlli e soprattutto di non avere avuto modo di esaminare i risultati delle analisi per capire di quali microrganismi si tratta. Il confronto radiofonico tra le due parti.
Milano Servizi, gestore esclusivo del servizio di mensa scolastica per i 65mila alunni milanesi ha recentemente annunciato di voler sostituire le stoviglie di plastica con quelle in bioplastica compostabile. La sostituzione partirà con il 2015 interessando in prima battuta i 46.000 alunni delle scuole primarie per un totale di 16.000 stoviglie impiegate. Delle 480 tonnellate di plastica tradizionale prodotte annualmente ad oggi, 240 verranno conferite insieme al rifiuto organico all'impianto di compostaggio nel corso del prossimo anno.

SERR 2014: ritorna Meno Rifiuti più Benessere (novembre '14)

10 mosse per ridurre i rifiutiLe 10 mosse verso una gestione sostenibile e circolare delle risorse. Ancora troppo spreco tra imballaggi che non vengono riusati, riciclati e articoli usa e getta evitabili. Se non affronteremo il problema dei rifiuti a partire dal modello economico che li genera, applicando politiche fiscali che incentivino le soluzioni in cima alla gerarchia di gestione dei rifiuti (prevenzione,riuso e riciclo) rischiamo di ritrovarci con discariche piene nel giro di due anni e di mancare il raggiungimento degli obiettivi di riciclo comunitari.
Ritorna la nostra campagna Meno rifiuti più Benessere in 10 mosse che partecipa alla SERR - Settimana Europea per la Riduzione dei Rifiuti - che prende il via sabato 22 novembre 2014.
L'iniziativa, entrata nella sua terza edizione, sollecita il mondo della produzione e della distribuzione a compiere 10 mosse per ridurre l'impatto ambientale degli imballaggi, promuovere soluzioni adatte all'uso multiplo (invece che usa e getta), ma soprattutto ad innovare prodotti e processi produttivi riprogettandoli in un'ottica di economia circolare. segue>>

Bioedilizia e agricoltura urbana in co-housing a Chicago (ottobre '14)

gothamDalla prossima primavera 2015 si potranno raccogliere a Chicago i primi ortaggi prodotti nelle serre del più grande orto urbano del mondo posizionato su tetto. Il progetto innovativo che coniuga la bioedilizia con l'agricoltura urbana è nato dall'accordo tra due aziende americane che condividono nei rispettivi settori la stessa visione sulla sostenibilità aziendale. Si tratta dell'azienda californiana Method che produce detergenti ecologici e Gotham Greens, azienda leader nel settore dell'agricoltura urbana con sede a New York.  
Lo stabilimento, progettato da William McDonough* + Partners, si avvia a detenere il record mondiale di primo stabilimento nel suo settore che ottiene la certificazione LEED Platinum ( Leadership in Energy and Environmental Design). La certificazione LEED, che definisce il grado di sostenibilità a livello di impronta ecologica ed efficienza energetica di un edificio, ben si sposa con le caratteristiche della produzione di Method ospitata al suo interno, a sua volta certificata C2C.
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Lo spazio dedicato a Gotham Greens è il tetto dello stabilimento dove verranno piazzate serre a coltura idroponica capaci di produrre annualmente circa 450 tonnellate di ortaggi coltivati in modo sostenibile senza l'uso di fertilizzanti e pesticidi. Gli ortaggi prodotti ( varie tipologie di insalata, pomodori, basilico, bietole,ecc) dopo la raccolta verranno giornalmente confezionati e poi distribuiti, attraverso rivenditori locali,  a supermercati, ristoranti, mercati contadini e gruppi della comunità cittadini. 

Per ridurre al minimo i costi di energia elettrica e riscaldamento le serre sono dotate di illuminazione a LED e pannelli di vetro di ultima generazione. Alcuni pannelli solari e una turbina eolica da 600 kW dello stabilimento (raffigurati nel rendering) contribuiscono ad alleggerire l'impatto ambientale complessivo dell'edificio e il dispendio energetico.

La produzione agricola di Gotham Greens, (diventato dopo le prime realizzazioni su grande scala del 2011 un pioniere nel suo settore anche a livello internazionale), presenta diversi vantaggi ambientali rispetto a quella tradizionale. Permette di consumare 20 volte meno terra e 10 volte meno acqua. L'eliminazione di pesticidi e fertilizzanti risolve a monte il gravissimo problema dell'inquinamento delle acque che caratterizza l'agricoltura tradizionale. L'impronta di carbonio dei prodotti, che verranno consumati a chilometri zero, sarà indubbiamente più leggera perché non gravata dall'impatto legato ai trasporti.

Maggiori dettagli si trovano sul sito di Gotham Greens .

methodLa storia di Method, fondata nel 2000 da due giovani ex compagni di scuola è raccontata in questa pagina del sito di methodhome.com. I detergenti sono tutti prodotti con ingredienti naturali e altamente biodegradabili e vengono distribuiti in più di 40.000 punti vendita del Nord America, Europa, Australia e Asia.

* La biografia di William McDonough.  

Sul tema della coltivazione fuori terra leggi anche: 

Team at MIT CityFARM Growing Food 3-4x Faster, with 90% Less Water
Come si può leggere in un recente articolo di Sustainable Brands anche in Europa, e precisamente in Inghilterra sono in corso interessanti esperienze innovative di coltura fuori suolo e idroponica. L'esperienza raccontata è quella di CityFARM, una start up del MIT formata da un team di ingegneri, architetti, economisti ed esperti di botanica con l'obiettivo di sviluppare un sistema urbano di produzione agricola ad alte prestazioni, a prezzi accessibili e in grado di sfamare molte persone.
Secondo il team di CityFARM i processi di produzione sviluppati (rispetto a quelli dell'agricoltura tradizionale intensiva) sono in grado di ridurre l'uso di acqua del 98%, di eliminare fertilizzanti e pesticidi chimici , di raddoppiare il valore nutritivo delle produzioni diminuendo di 10 volte la loro richiesta energetica. All'ottenimento di queste performance contribuisce un tempo di coltivazione ridotto mediamente di 3-4 volte: 15-20 giorni per coltivare una testa di lattuga contro i 100 giorni normalmente richiesti.

Recupero e riciclo secondo Patagonia (ottobre '14)

patagoniaChi conosce il marchio Patagonia sa che per il suo fondatore Yvon Chouinard fare un uso sostenibile delle risorse è uno dei compiti inderogabili di un'azienda responsabile.

Anche se l'urgenza di passare ad un modello economico circolare e rigenerativo non è ancora recepita da larga parte delle aziende (per lo più imprigionate nel business as usual ), qualcosa si sta muovendo negli ultimi tempi anche nel settore dell'abbigliamento. (Leggi>>)

Riciclo e riuso giocano un ruolo importante anche nella nuova collezione autunno-inverno Truth to materials lanciata recentemente da Patagonia. I tessuti con cui sono realizzati i capi della collezione contengono fibra di lana o cotone rigenerata. Per la realizzazione dei capi in cashmere è stata scelta una lavorazione a basso impatto ambientale, come vedremo entrando nel dettaglio della collezione.
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-LANA RIGENERATA: Calamai / Italia
L'azienda Figli di Michelangelo Calamai*, fondata nel 1878, è specializzata nella produzione di tessuti in lana rigenerata. La lana lavorata da Calamai per Patagonia proviene da maglioni di lana usati che, così come avveniva in passato, viene prima sfibrata e sminuzzata. La fibra così ottenuta viene successivamente tessuta insieme a filati di poliestere o nylon per dare vita ad un tessuto più resistente. Con il tessuto derivato dalla partnership con Calamai vengono realizzati i capi Men’s Reclaimed Wool Jacket e Women’s Reclaimed Wool Parka. Maggiori dettagli sul sito
* Nota su Calamai e sul distretto di Prato estratta dal testo L'industria Tessile di Yasuhiro Ota -Treccani.it : “A Prato, il primo telaio meccanico venne installato presso il Lanificio Romei nel 1870, con vent’anni di ritardo rispetto al Lanificio Rossi di Schio. Fu invece il Lanificio Calamai a installare il primo impianto di filatura meccanica di Prato, e la fabbrica cominciò a effettuare la carbonizzazione chimica degli stracci e l’asciugatura dei tessuti con le macchine. Il tessuto rigenerato realizzato rivaleggiava con quello dello Yorkshire, anche se la produzione di Prato si basava per la maggior parte sulla tessitura effettuata a mano. Nel 1908 il centro toscano si era sviluppato tanto rapidamente da avere più di cento fabbriche.”

Video di lancio con la voce narrante di Bernardo Calamai

-COTONE RIGENERATO: Gruppo TAL / Cina e Malesia
Per ridurre l'impronta ecologica del cotone, che resta molto alta anche quando si tratta di cotone organico è necessario azzerarne lo spreco in tutte le fasi del ciclo di vita di un indumento.
Grazie alla partnership con il gruppo TAL, che dal 2011 raccoglie scarti di cotone negli stabilimenti di taglio e confezionamento di Cina e Malesia, Patagonia otterrà il cotone necessario per realizzare i capi della collezione Men’s Reclaimed Cotton Hoody e Women’s Reclaimed Cotton Crew.
In linea di massima con gli scarti di confezionamento di 16 magliette se ne ottiene una rigenerata che contiene anche una percentuale di fibra vergine di cotone organico. Il cotone rigenerato inoltre non viene sottoposto ad alcuna sbiancatura o tintura ed è tracciabile dal filo al prodotto finito.
Se si considerano i grandi volumi gestiti dal Gruppo TAL e la possibilità che altri marchi seguano l'esempio di Patagonia, il risparmio di risorse conseguibile potrebbe assumere proporzioni davvero ingenti.

-CASHMERE NATURALE : Mongolia
Il cashmere utilizzato per realizzare il pullover da uomo della collezione viene ottenuto mediante una pettinatura manuale del mantello delle capre durante la stagione della muta, man mano che le greggi vengono spostate da un pascolo all'altro lungo le stagioni. I colori dei filati che si ottengono sono quelli naturali nelle diverse sfumature del bianco e del marrone che non necessitano di tintura. Non tingere la lana rappresenta un vantaggio ambientale con consumi ridotti a livello di energia elettrica e impiego di acqua e sostanze chimiche.
Patagonia ha avviato una collaborazione con NOYA Fibers, un'organizzazione locale che insieme a The Nature Conservancy supporta i pastori nomadi della regione nella gestione sostenibile degli allevamenti.

patagoniaPATAGONIA IN PILLOLE

Patagonia è universalmente considerata il modello di riferimento quando si vuole definire la responsabilità socio-ambientale di impresa. Il suo fondatore e propietario, Yvon Chouinard è stato negli anni co-fondatore di diverse iniziative come 1% for the planet, Freedom to Roam, The Conservation Alliance, the Sustainable Apparel Coalition.

Nell'ottobre del 2013 è nata la campagna The Responsible Economy per aprire un dibattito sull'economia responsabile, sui limiti della crescita e su quali alternative di sviluppo economico su larga e piccola scala siano possibili in un pianeta dalle risorse finite.

In occasione di quest'ultima campagna Patagonia ha riassunto gli obiettivi conseguiti nel corso dei suoi 40 anni di vita (evidenziandone i primati) che riportiamo a seguire:

  • prima azienda ad utilizzare esclusivamente cotone organico dal 1996;
  • una delle prime aziende ad usare materiali post consumo provenienti dal riciclo del poliestere prima e successivamente del nylon;
  • prima azienda a mettere in atto processi di trasparenza aziendale che interessano tutta la filiera attraverso lo strumento Footprint Chronicles® website;
  • prima azienda a lanciare una campagna come Common Threads Partnership che sensibilizza i consumatori ad assumersi la loro parte di responsabilità sull'intero ciclo di vita di un capo nel rispetto delle 5 erre: reduce, repair, reuse, recycle and reimagine;
  • prima azienda ad aderire al sistema bluesign®;
  • una delle prime aziende californiane a passare alle energie rinnovabili: eolica e poi solare;
  • prima azienda californiana ad ottenere lo status di benefit corporation;
  • una delle prime aziende USA del settore ad introdurre (con decorrenza autunno 2014) la certificazione Fair Trade Certified™.

Patagonia ha inoltre donato oltre 55 milioni di dollari tra elargizioni ad associazioni ambientaliste e ad aziende impegnate a ridurre l'impatto ambientale all'interno del programma $20 Million & Change.

 

Luca Mercalli: "Per i cambiamenti climatici siamo nella merda fino al collo"

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i numeri dell'acqua in bottiglia in Italia
     (dal 01/01/14 - in litri al secondo)

Al primo posto in Europa per consumo annuo procapite:
193 litri circa

bottiglie di plastica utilizzate in un anno: 9 miliardi
di cui riciclate: il 30% circa**


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*sacchetti di plastica consumati quest'anno nel mondo

** Il consumo procapite di acqua in bottiglia varia a seconda degli studi, fra cui: Un paese in bottiglia di Legambiente e The global Bottled Water Market della Beverage Marketing Corporation.

by avanguardia virtuosa - 2009