sacchetti di plastica consumati quest'anno:
 
download di firefoxottimizzato per Mozilla Firefox
 (clicca sull'icona per il download)

Perchè?

Perché usare per pochi minuti un oggetto che può durare anche cento anni ? Stiamo parlando del sacchetto di plastica che spesso ci viene dato “gratuitamente“ ma per cui tutti paghiamo un caro prezzo in termini di consumo di risorse, energia e di costi economici ed ambientali dovuti alla sua dispersione nell'ambiente, ad oggi incontrollabile. Ma non si tratta solamente di sacchetti, ci sono tanti altri imballaggi e articoli monouso che è possibile eliminare o ridurre drasticamente. Parti da piccoli gesti quotidiani per modificare stili di vita insostenibili, FAI UN USO INTELLIGENTE DELLE RISORSE DEL PIANETA E RIFIUTA "L'USA E GETTA"!

COME ENTRARE IN AZIONE:
iniziative individuali per i singoli
iniziative collettive collettivamente
materiale per la media e grande distribuzione per la GDO materiale per negozio per i negozi
iniziative per le scuole per le scuole

Iniziative ed Eventi promossi da Porta la Sporta


FIRMA per "METTILA IN RETE!" nel tuo supermercato - PETIZIONE che presenteremo ai gruppi della Grande Distribuzione>>
sfida all'ultima sporta
mettila in rete
sfida all'ultima sporta

TORNA LA SETTIMANA NAZIONALE “PORTA LA SPORTA ” dal 14 al 22 APRILE 2012

settimana nazionale porta la sporta dal 14 al 22 aprile 2012

RICOMINCIAMO A RIUSARE!

Torna anche quest'anno la Settimana Nazionale Porta la Sporta -giunta alla sua terza edizione- che promuoviamo in collaborazione con le associazioni partner della campagna: WWF, Italia Nostra, Touring Club Italiano e Adiconsum e con il Patrocinio del Ministero dell'Ambiente.
Scopo di questo evento annuale è portare ad un pubblico sempre più vasto i temi e il progetto di Porta la Sporta che dal marzo del 2009 si è assunto il compito di far crescere nell'opinione pubblica una maggiore consapevolezza ambientale. Attraverso un'informazione mirata su quali siano le conseguenze dei nostri stili di vita e di consumo sullo stato attuale del pianeta e la proposta di alternative di consumo più sostenibili si è cercato di accelerare un cambiamento non più rimandabile. Ciascuno di noi deve essere consapevole che in ogni gesto quotidiano è possibile fare molto per diminuire la pressione sulle risorse naturali e senza provare alcun fastidio o fatica, anzi, traendone persino soddisfazione! Perché allora non passare dalle intenzioni ai fatti e trasmettere il messaggio?
segue >>

settimana nazionale porta la sporta dal 14 al 22 aprile 2012La settimana “Porta la Sporta” si propone di coinvolgere durante la sua durata quanti più soggetti possibili a partecipare con iniziative che abbiano come obiettivo la prevenzione e la riduzione degli imballaggi e di altri articoli usa e getta che fanno crescere la nostra pattumiera aggravando il consumo di risorse. A scelta, i partecipanti alla settimana potranno promuovere nella loro comunità azioni come l'adozione della sporta così come di altre soluzioni che eliminino o sostituiscano il monouso con soluzioni riutilizzabili o prodotti adatti all'uso multiplo. Vengono qui in aiuto le specifiche iniziative all'interno della campagna come Meno plastica per tutti, Mettila in rete e Sfida all'ultima sporta per scuole e negozi.
L'invito a partecipare è rivolto a ogni tipologia di azienda e impresa, al settore del retail (alimentare e non), associazioni e organizzazioni no profit, istituti scolastici di ogni grado, enti e istituzioni nazionali e locali, siti/blog, e, ovviamente, cittadini tutti.
I materiali di comunicazione correlati dell'evento come la locandina, il comunicato stampa e le istruzioni e suggerimenti su come partecipare si possono consultare o scaricare dalla griglia Allegati informativi sull'homepage del sito.
Altri suggerimenti si possono trovare visionando la sezione Entra in azione del sito.
Tra i 19 gruppi della Grande Distribuzione Organizzata che hanno partecipato alla scorsa edizione hanno già dato la loro adesione preventiva: Auchan, Coop Liguria, Coop Lombardia, Coop Piemonte (Novacoop), Coop Centro Italia, Despar Nordest, Maxi Tigre e Oasi, Nordiconad, Simply Sma e Unes Supermercati.

Perché dobbiamo cambiare modelli di consumo
Consumiamo troppo e da troppo tempo preleviamo in maniera eccessiva e incontrollata ogni genere di risorse restituendo scarti solidi, liquidi e gassosi in quantità tali da non poter più essere metabolizzate dai sistemi naturali. Anche quando utilizziamo risorse rinnovabili, come le foreste, i prodotti agricoli o i pesci degli oceani dobbiamo renderci conto che tali risorse sono rinnovabili solo a patto che le preleviamo in una percentuale che sia rispettosa dei loro tempi di rigenerazione.
Sarà impossibile uscire dall'attuale crisi economica ed ambientale se non riusciremo a vivere nei limiti ecologici dell'unico pianeta che abbiamo a disposizione. Ma possiamo trasformare questa crisi in un'incredibile opportunità di miglioramento se saremo capaci di uscire dagli schemi attuali rispondendo con grande capacità di adattamento, con nuovi progetti economici e sociali, con nuovi comportamenti consapevoli capaci di dare una possibilità di futuro sulla terra anche alle prossime generazioni. Anche l'amara constatazione sulla lentezza delle risposte dei governi rispetto alla velocità dei cambiamenti climatici e del degrado ambientale ci deve spingere a metterci in gioco tutti, individualmente, come decisori politici, aziendali, cittadini. Dobbiamo tenere conto che i cambiamenti dall’alto avvengono, per lo più, quando ci sono governi rappresentativi di società mature dove la grande consapevolezza dei cittadini preme la politica ad agire. Quindi l’obiettivo è perseguibile agendo insieme: un'accresciuta consapevolezza dei singoli che adottano comportamenti più sostenibili spingerà automaticamente anche la politica di alto livello a fare le scelte giuste nei consessi internazionali così come a livello nazionale.

Un appuntamento internazionale per la sostenibilità
Parlando di sostenibilità in questo 2012 è impossibile non menzionare un importantissimo appuntamento internazionale: Rio+20, una nuova grande Conferenza delle Nazioni Unite che torna a Rio de Janeiro venti anni dopo la Conferenza delle Nazioni Unite sull’ambiente e lo sviluppo nel giugno del 1992 e nota come Earth Summit.
Tra gli obiettivi: assicurare un impegno politico per uno sviluppo sostenibile, che comporti l'attuazione degli impegni già presi, finora non ottemperati, e che affronti le nuove emergenze di un pianeta che nel 2011 ha raggiunto i 7 miliardi di abitanti. E che secondo le Nazioni Unite potrebbe contarne più di 9 miliardi nel 2050. E' forte la speranza nella comunità scientifica internazionale che la Conferenza di Rio possa costituire un vero punto di svolta verso una nuova economia che metta al centro lo straordinario capitale naturale che costituisce la precondizione per qualsiasi tipo di sviluppo sociale ed economico dell'umanità.
Allegati informativi sull'evento
Comunicato stampa di lancio Come partecipare: suggerimenti operativi Scheda di Adesione
Locandina evento
formato A4
- formato A3
Volantino evento
formato A4 colori - A4 bn
Banner per l'evento scaricabili

Primo Piano

Se questa è economia «verde» di Karima Isd de "il manifesto" (dicembre '11)

grrenwashingMa è vera economia verde questa? Il gigante delle bibite sintetiche Coca-Cola sta investendo milioni di dollari in tre compagnie biotecnologiche per accelerare la produzione di una «PlantBottle», una bottiglia di origine interamente vegetale, fatta di «bioplastica» a sostituire i materiali non rinnovabili di origine petrolchimica (la plastica vera, derivata dal petrolio). Anche la concorrente PepsiCo ha dichiarato mesi fa di aver sviluppato una bottiglia di Pet 100% rinnovabile, ma la produzione pilota inizierà nel 2012.
La compagnia di Atlanta va più veloce. Dalla fine del 2009 la Coca-Cola ha immesso sul mercato una bottiglia derivata per il 30% da risorse vegetali anziché derivata da idrocarburi. Ne sono state vendute per ora 10 miliardi, in 20 paesi.
Coca-Cola sostiene che è imperativo passare alla bottiglia «vegetale» perché da qui al 2020 il consumo di bibite raddoppierà passando a 3 miliardi di bottiglie al giorno (alle quali vanno aggiunte le lattine). Insomma: prosperi pure il consumismo di bevande spazzatura e il suo ciclo di vita (produzione, trasporto, distribuzione... obesità), ma cambiamogli l'involucro; facciamolo verde.
La richiesta di biomasse per massicci usi futili come il consumo di bevande in bottiglia porterà fra gli altri problemi a ulteriori furti di terre tropicali, seguendo il copione già evidentissimo degli agrocombustibili.
segue >>
Lo ha denunciato giorni fa un articolo dell'Ecologist, ripreso dalla nostrana campagna dei Comuni virtuosi italiani «Porta la sporta», che si batte contro tutti gli involucri e imballaggi usa e getta; a partire dallo shopper di plastica - il nemico iniziale di «Porta la sporta» - mai uscito dall'orizzonte italiano, malgrado il divieto del gennaio 2011 che non è però mai stato seguito dai necessari decreti attuativi; intanto si sta ampliando il mercato dei sacchetti finti bio con plastica additivata.
L'Ecologist riprende lo scenario di un libro del centro di ricerca Etc Group, Earth Grab - Geopiracy, the New Biomassters and Capturing Climate Genes.

green washingIl punto critico è che quanto è rimasto delle biomasse a livello globale assolve già con difficoltà a quelle funzioni ecologiche necessarie per la vita sul pianeta come la regolazione del clima, del ciclo dell'acqua e dell'azoto e la protezione dei suoli da fenomeni di erosione. Può la terra far fronte a massicce richieste di biomassa per sostituire combustibili fossili, pur dovendo continuare a svolgere funzioni ecosistemiche di vitale importanza? A farne le spese, secondo gli autori, saranno le foreste tropicali ricche di biodiversità dell'Africa, Asia e Sud America dove si trova la biomassa più idonea rimasta.

Sono tanti i nuovi «padroni delle biomasse» impegnati a fare man bassa. Fra queste, imprese ad alta tecnologia come la Monsanto e Syngenta stanno fornendo nuovi strumenti per trasformare, misurare e sfruttare il mondo biologico, contribuendo a fare dell'informazione genetica una merce. Aziende farmaceutiche, chimiche e del settore dell'energia tra cui DuPont, Basf, Shell, Bp ed ExxonMobil sono pronte a interagire con i nuovi «bio-imprenditori» per cambiare i loro processi di produzione e di approvvigionamento delle materie prime. 
Società di servizi finanziari e banche d'investimento come Goldman Sachs e JP Morgan stanno elaborando nuovi titoli agganciati a questo mercato. E aziende come Procter & Gamble, Unilever e Coca-Cola utilizzano nella formulazione di prodotti o packaging materie prime provenienti da fonti rinnovabili allo scopo di lanciare o rilanciare alcuni loro prodotti sfruttando l'onda del «green».

Fermiamo il furto di terra o le generazioni future non ci perdoneranno.
    Serve un miracolo di Natale
(dicembre '11)

estizione tigre Chissà quanti politici hanno avuto una notte insonne dopo la puntata di Report di domenica 18 dicembre intitolata Corsa alla Terra. Probabilmente nessuno, a differenza delle persone comuni che hanno pagato il pegno per aver voluto sapere, senza cambiare canale. Raccapricciante come al consumo di territorio che sta divorando tutte le terre fertili della pianura padana legato da sempre alla cementificazione si vada a sottrarre altro terreno alle colture agricole a uso alimentare destinando grano, mais, bietole alla produzione di biocombustibili. E non pochi coltivatori si stanno convertendo al più vantaggioso business della produzione di biogas installando impianti che ingoiano i raccolti per produrre energia di cui non c'è reale necessità.
Sorgono inoltre come funghi centrali a biomassa favorite dagli incentivi pubblici nella forma di certificati verdi anche laddove non ci sono a disposizioni scarti da trattare ma vengono appositamente coltivate o trasportate biomasse erbacee o legnose. Frutto della logica prima si installa l'impianto e poi si cerca cosa bruciare.
Secondo il Forum Italiano dei Movimenti per la Terra e il Paesaggio ogni giorno in Italia vengono cementificati 130 ettari di terreno fertile.
In Veneto e in Lombardia perdiamo ogni giorno una quantità di terreno coltivabile equivalente a 7 volte piazza del Duomo. Nonostante ci siano vaste aree dismesse industriali si va a cementificare e asfaltare terreni che non potranno mai più fornire vita e nutrimento. In un mondo che dovrebbe affrancarsi sempre più da un petrolio che sta per finire, e il cui prezzo è destinato a crescere, si va, come ha ben spiegato il servizio di Piero Riccardi, a fare del cibo un'ulteriore commodity agganciata proprio al prezzo del petrolio. Mais, grano e cereali perdono quindi una prioritaria valenza alimentare, per acquisire un valore energetico: ma questa situazione, secondo autorevoli osservatori, diventa soltanto il preludio di una nuova strategia di conquista della risorsa più preziosa, l'acqua.
segue >>
Un vero incubo dai risvolti masochisti -per i più- che va a beneficio di pochi. L'Italia dismettendo l'agricoltura nostrana continua a incrementare la propria dipendenza dall'estero per un bene primario come il cibo. Questo anche se è sempre più chiaro che il cibo può essere oggetto di speculazioni economiche come il petrolio, i metalli o le materie prime in genere.

Viene da chiedersi cosa mangeremo se continuiamo ad amputarci parti sane e vitali del nostro territorio fertile, se non bonifichiamo quelle malate che ci stanno uccidendo, se non mettiamo in sicurezza i territori a rischio idrogeologico ?

Mangeremo capannoni, bretelle autostradali, centri commerciali, opere come la TAV o la Pedemontana?
Stiamo perseverando nella costruzione di un paese mostruoso dai piedi di argilla basato su falsi presupposti come quello di una crescita economica continua basata su risorse infinite e a basso prezzo: come petrolio, cibo e acqua...senza voler prendere atto della realtà che sta invece andando verso un collasso delle risorse vitali del pianeta.
Gettando lo sguardo oltre il nostro paese: scioccante, per la sua disumanità, l'immagine di interi villaggi africani a cui vengono sottratti per pochi euro centinaia di migliaia di ettari di terreno, da secoli a disposizione per un uso collettivo (e perciò non accatastati e attribuibili a uno specifico proprietario). La logica del profitto in assenza di ogni remora etica, mostra la stessa procedura ferrea e distruttiva in ogni angolo del pianeta. Al momento ci sono anche aziende italiane nel Mali o in Senegal impegnate a sottrarre la terra ai contadini per coltivare biocarburanti. Il punto è che interi villaggi privati dalla loro fonte di alimentazione non hanno i mezzi per pagare altro cibo magari importato perché costa troppo. E quando toccherà a noi ?
Cosa possiamo fare per impedire questo disastro che le future generazioni non potranno perdonarci e finché siamo in tempo ?

Serve un Miracolo di Natale attuabile con un cambio di paradigma che tutti auspicano ma che pochi praticano. Passare dall'IO al NOI: lavorare insieme a un piano condiviso che veda le associazioni ambientaliste tradizionali riunite una task force permanente aperta a tutti i movimenti spontanei e forum impegnati nella difesa dei beni comuni. Non è più sufficiente in questo stadio sottoscrivere documenti unitari una tantum e poi tornare a gestire progetti propri -magari negli stessi settori- disperdendo preziose energie e indebolendo l'efficacia del messaggio con la frammentazione. Quando le forze di contrasto sono esigue e gli avversari sempre più potenti bisogna mettere insieme risorse, energia e diventare NOI.
Un NOI più forte che può spaventare l'avversario come ci hanno raccontato i fratelli Grimm nella bella favola dei Musicanti di Brema. Tanto tempo fa, quando eravamo piccoli e credevamo nelle storie a lieto fine.

Imbottigliata e venduta. I retroscena della nostra ossessione per l'acqua in bottiglia in un libro di Peter Gleick (dicembre '11)

il libro di GleickIn ogni secondo di ogni giornata ci sono mille americani che acquistano e bevono una bottiglia di acqua minerale. Questo determina una produzione giornaliera di circa 85 milioni di bottiglie di plastica. E per ogni bottiglia consumata negli Stati Uniti, altre quattro vengono consumate in tutto il mondo. Questi sono i dati con cui inizia il libro di Peter Gleick: Bottled & sold. The Story Behind Our Obsession With Bottled Water (Imbottigliata e venduta. I retroscena della nostra ossessione per l'acqua in bottiglia).

Una rapida occhiata alla questione potrebbe essere più che sufficiente per rendersi conto che il consumo di acqua in bottiglia rappresenta un problema.
Ma di che ordine ? In quale misura gli interessi legati a questo business influiscono sulla nostra salute, sull'accesso all'acqua sia a casa che nei luoghi pubblici e sulla nostra dipendenza dal petrolio? E quali conseguenze future ci saranno per la gestione dell'acqua potabile sia negli Stati Uniti che nel mondo?
Queste sono solo alcune delle domande che Gleick affronta all'interno di questa lettura affascinante.
"Credo che il consumo di acqua in bottiglia sia un sintomo parte di un quadro più ampio di fattori problematici come: il peggioramento del servizio di acqua pubblica nel lungo periodo, l'accesso iniquo all'acqua potabile nel mondo, la vulnerabilità umana alla pubblicità e al marketing, la realtà della società in cui viviamo che ci addestra fin dalla nascita a comprare, consumare e buttare via ", scrive Gleick.
In questo quadro le due motivazioni più forti che hanno portato al consumo attuale negli Stati Uniti sono la nostra paura per le malattie e l'incapacità di capire quale sia il vero prezzo della convenienza offerto dall'acqua in bottiglia.
segue >>
La nostra paura per l'acqua del rubinetto
Come Gleick fa notare la nostra preoccupazione per una possibile diffusione di contagi attraverso l'acqua è fondata su avvenimenti storici che ci hanno reso sospettosi sulle risorse idriche pubbliche. Oltretutto, anche quando l'uomo con l'aiuto della tecnologia ha migliorato i sistemi di trattamento delle acque per ridurre l'incidenza di malattie, si è verificato al tempo stesso un aumento delle pratiche di sversamento illegale di tutta una serie di inquinanti nei laghi e fiumi. Alcuni fatti di cronaca ci hanno pertanto insegnato a diffidare dell'acqua, dalla fonte al nostro rubinetto.
In realtà la frequenza di malattie legate all'inquinamento dell'acqua dalla seconda metà del secolo scorso è scesa del 95% e continua a diminuire. Tuttavia questa antica paura per l'acqua pubblica ha dato alle aziende dell'acqua in bottiglia un vantaggio sul mercato che hanno sfruttato sino al punto di arrivare a dichiarare cose non vere.

Vincere la battaglia sui timori per la salute
La battaglia per eliminare l'acqua in bottiglia si può vincere soprattutto contrastando la credenza che sia la più sicura. Non è infatti possibile smentire un dato di fatto inequivocabile: e cioè l'acqua del rubinetto, dovendo sottostare a normative molto più severe per quanto concerne sicurezza e igiene, sia molto più controllata e sicura dell'acqua in bottiglia. Questo aspetto viene dimostrato da Gleick nel libro sulla base di diversi studi.
Tra questi uno studio comparativo tra una marca di minerale, la Fiji Water, e l'acqua del rubinetto di Cleveland. Anche se entrambe le acque rispettano i parametri federali le prove di laboratorio effettuate riscontravano nella Fiji Water la presenza di composti plastici volatili e una presenza di batteri sino a 40 volte più alta rispetto alla media riscontrata nei sistemi idrici municipali (gestiti a norma come Cleveland), oltre a una quantità di oltre sei microgrammi per litro di arsenico. Per contro, nell'acqua del rubinetto di Cleveland, non sono stati trovati né composti plastici né tracce misurabili di arsenico.
Come fa notare l'autore, negli USA c'è un'anomalia che impedisce all'organo competente di sovraintendere sulle acque potabili, la Federal Drug Administration (FDA), di esercitare la propria autorità su buona parte del mercato dell'acqua in bottiglia. Questo accade perché le norme federali hanno applicazione esclusivamente su prodotti venduti nel commercio interstatale che non include tutto il mercato dell'acqua in bottiglia. Secondo alcune stime, questa “scappatoia” da sola permette al 60/70 per cento di tutta l'acqua venduta in bottiglia di essere esonerata dal rispetto dalle norme federali.

Gleick cita tutta una serie di circostanze che riguardano la regolamentazione dell'acqua in bottiglia che chiariscono perché dovremmo essere molto più sospettosi su quanto stiamo bevendo quando l'acqua esce da una bottiglia di plastica piuttosto che da un rubinetto. Anche quando analisi di laboratorio dell'acqua in bottiglia rilevano difformità dai limiti stabiliti dalle normative viene fatto poco o nulla per risolvere il problema. Non si va a obbligare le aziende a ritirare il prodotto dagli scaffali o a considerare la possibilità di introdurre regolamentazioni o sistemi di analisi più stringenti che limitino questi eventi.

Il nostro pianeta usa e getta
Un secondo aspetto da affrontare per vincere la battaglia e uscire dall'abitudine dell'acqua in bottiglia è renderci conto che è la ricerca della comodità a tutti i costi come avere sempre con noi dell'acqua contenuta in bottiglie di plastica leggera che ci ha spinti sino a negarne il vero costo ambientale ed economico. Come fa notare Gleick in un passaggio del libro "Se gli unici contenitori disponibili per l'acqua fossero stati solamente in vetro o alluminio, probabilmente la vendita di acqua in bottiglia non sarebbe mai decollata ai livelli attuali".
"Per fare la plastica di una bottiglia da un litro si usano tre o quattro litri di acqua. Ma il vero problema è il costo energetico. Per fare 1 kg di PET che serve per 30 bottiglie da 1 litro servono 3 litri di petrolio. Altra energia è poi richiesta per trattare le acque, far funzionare le macchine imbottigliatrici e per tenere le bottiglie al fresco. Ma ci vuole ancora molta più energia, e per lo più con utilizzo di combustibili fossili, per spostare il prodotto finito al luogo dove si compra. Mettendo tutti questi dati insieme - materiali, produzione e trasporto – il costo energetico dell'acqua in bottiglia - espresso come consumo in più di petrolio richiesto- arriva ad essere 1 quarto o più del volume della bottiglia.
Questo costo energetico è inoltre mille volte maggiore di quello richiesto per ottenere, gestire, trattare, e fornire acqua del rubinetto.
(….)
Girare intorno alla realtà
Ammettiamolo. Nella maggior parte dei casi siamo stati ciechi nel non capire sino a che punto la pubblicità è riuscita a convincerci a bere acqua in bottiglia invece che dal rubinetto. Altrettanto ciechi siamo stati nel non notare la mancanza di accesso all'acqua nei luoghi pubblici come stadi e parchi. Siamo stati semplicemente abituati al fatto che ci sia sempre acqua in bottiglia a disposizione da qualche parte, anche se questo significa in realtà acqua gratis da nessuna parte.
Eppure l'accesso all'acqua pulita, non è forse un diritto umano fondamentale?
L'ONU l'ha dichiarato nel 2010. Possiamo quindi affermare che norme edilizie che non prevedono l'installazione di fontane, o regolamenti che non provvedono alla manutenzione delle fontane esistenti possano in qualche modo ignorare un diritto umano fondamentale?
(...)
Gleick chiarisce come la discussione sull'utilizzo dell'acqua in bottiglia vada ben oltre agli aspetti prettamente ambientali o economici della questione. Le implicazioni sono di ordine psicologico, filosofico, ideologiche poiché diventa quasi impossibile non discuterne senza andare a toccare questioni come il diritto pubblico rispetto al bene privato, il diritto umano all'acqua, il libero mercato, il ruolo appropriato dei governi, e le visioni contrastanti sul futuro all'interno di comunità e nazioni.
Fonte : Tratto da Treehugger (per leggere l'articolo completo in inglese clicca qui>>)

Segnaliamo anche l'articolo uscito su Greenreport lo scorso mese che racconta come a due marche di acqua in bottiglia francesi Evian e Volvic sia stato bloccato l'ingresso nel mercato cinese a causa degli alti livelli di nitrati. Leggi l'articolo>>

La richiesta di biomasse così come è stato per i biocarburanti porterà a ulteriori furti di terra nelle foreste tropicali di Tom Levitt -The Ecologist (dicembre '11)

canna da zuccheroLa corsa alle biomasse porterà sempre di più ad un fenomeno ormai globale noto come «land grab», accaparramento di terre, e avrà lo stesso impatto che la produzione di biocarburanti ha avuto sulle foreste tropicali. Questo è l'allarme che movimenti ambientalisti e organizzazioni non governative stanno lanciando a livello internazionale.
Proprio come i biocombustibili hanno divorato terreni agricoli destinati alla produzione del cibo, così l'interesse delle multinazionali dell'agro-alimentare come Monsanto, Cargill e altre porterà a un furto di terra senza precedenti a discapito di piante e foreste
ricche di biodiversità.
Un mondo sull'orlo di un ulteriore land grab da parte di multinazionali che si muovono all'interno di un ampio tentativo di acquisizione e di controllo della capacità produttiva del pianeta, questo é lo scenario del nuovo libro di ETC Group , Earth Grab - Geopiracy, the New Biomassters and Capturing Climate Genes.
segue >>
Ad oggi gli esseri umani usano un quarto delle risorse di biomassa del pianeta terra per i bisogni primari come nutrirsi, riscaldarsi e costruirsi un riparo. Nel nome della green economy le industrie andranno ad utilizzare sempre maggiori quantità di biomasse costituite da vegetali di varia natura, trucioli di legno, alghe, così come già avviene per i biocarburanti. Il fatto che le nuove tecnologie rendano possibili sempre nuovi impieghi come la produzione di fertilizzanti, di prodotti chimici o per generare energia non fa che aumentarne la richiesta.

A farne le spese, secondo gli autori, saranno le foreste tropicali ricche di biodiversità dell'Africa, Asia e Sud America dove si trova la biomassa più idonea rimasta.
Quello che viene venduto come un cambiamento benefico verso una cosiddetta “bioeconomy” non più basata sul carbone fossile si
rivela invece come l'ennesima appropriazione di una nuova fonte di ricchezza ad opera “del nord del mondo” più ricco verso il sud dei più poveri.
Il punto critico è che quanto è rimasto delle biomasse a livello globale assolve già con difficoltà a quelle funzioni ecologiche necessarie per la vita sul pianeta come la regolazione del clima, del ciclo dell'acqua e dell'azoto e la protezione dei suoli da fenomeni di erosione.

Questo libro, così come altre ricerche, si interroga sulla capacità della terra di poter far fronte a massicce richieste di biomassa per sostituire combustibili fossili, pur dovendo continuare a svolgere funzioni ecosistemiche di vitale importanza.
“A differenza del carbone o del petrolio la biomassa ha già un suo ruolo essenziale in un futuro più verde. Così come la prima generazione di biocarburanti ha sequestrato terreni agricoli quando avrebbe dovuto essere prioritaria la produzione alimentare, un'insaziabile richiesta di biomassa da parte della bioeconomy porterà a conseguenze altrettanto devastanti”. Dice uno degli autori Jim Thomas.
Nel libro si fa l'esempio della coltivazione intensiva della canna da zucchero in Brasile nel Cerrado una zona caratterizzata da una savana estesa, foreste e valli. Per rendere fertili i terreni per lo più originariamente aridi si è fatto un uso massiccio di chimica e fertilizzanti che ha causato un grave inquinamento delle falde e dei fiumi della zona che alimentano il Rio delle Amazzoni.
Per non parlare dell'esercito di lavoratori maltrattati o in condizione di schiavitù che vengono sfruttati nella coltivazione. L'espansione della coltivazione della canna da zucchero sta spingendo allo stesso tempo altre coltivazioni, come quella della soia, più in profondità all'interno della foresta pluviale amazzonica.
Le conclusioni degli autori sono che il saccheggio di ecosistemi già fragili sia una mossa criminale considerando lo stato in cui versa il pianeta e che la società civile, invece di credere alle promesse che vengono fatte in nome delle nuove green economy, deve respingere l'assalto che i “signori delle biomasse “ (Biomassters) perpetrano ai danni della terra, dei mezzi di sussistenza e di tutto il nostro mondo vivente.
Chi sono i nuovi Biomassters?

-Colossi dell'industria del legname e del settore agro-alimentare che già controllano vasti territori e relative risorse biologiche in tutto il mondo come Cargill, Bunge e Tate & Lyle sono in prima linea.

-Imprese ad alta tecnologia come la Monsanto e Syngenta che stanno fornendo nuovi strumenti per trasformare, misurare e sfruttare il mondo biologico, contribuendo a fare dell'informazione genetica una commodity.

-Aziende farmaceutiche, chimiche e del settore dell'energia tra cui DuPont, BASF, Shell, BP ed ExxonMobil che sono pronte ad interagire con i nuovi “bio-imprenditori” per cambiare i loro processi di produzione e di approvvigionamento delle materie prime.

-Società di servizi finanziari e banche d'investimento come Goldman Sachs e JP Morgan stanno elaborando nuovi titoli agganciati a questo mercato.

-Aziende come Procter & Gamble, Unilever e Coca-Cola che utilizzano nella formulazione di prodotti o packaging materie prime provenienti da fonti rinnovabili allo scopo di lanciare o rilanciare alcuni loro prodotti sfruttando l'onda del “green”.

Fonte : Tratto da The Ecologist; per leggere l'intervista in inglese clicca qui>>

Guarda il video realizzato da Oxfam International sull'argomento>> [disponibile anche con i sottotitoli in italiano (cliccare CC sulla barra comandi del video)]

Come l'industria della plastica affronta a livello internazionale il problema dei detriti plastici in mare.
    Ma è sufficiente ?
(dicembre '11)

trashLo scorso marzo si è tenuta a Honolulu nelle Hawaii la V edizione dell' International Marine Debris Conference che ha riunito esperti provenienti da circa 35 paesi per decidere su nuove partnership e impegni necessari per affrontare il problema della plastica dispersa in mare a livello globale, nazionale e locale. Per la prima volta accanto a rappresentanti di governi, enti di ricerca e aziende hanno partecipato associazioni di categoria che rappresentano il mondo produttivo della plastica come PlasticsEurope e ACC (American Chemical Council ).
Sono state 47 le organizzazioni, tra aziende e associazioni operanti nella filiera delle materie plastiche in 29 paesi, che hanno firmato una prima bozza di risoluzione per una gestione dei rifiuti marini definendo una strategia di azione.
La pressione esercitata dall'opinione pubblica e l'attenzione dedicata dai media a divieti di commercializzazione dei sacchetti di plastica entrati in vigore in diverse cittadine o contee americane -ma anche dell'acqua in bottiglia bandita in alcuni campus universitari e uffici governativi- ha spinto l'industria delle plastica a considerare azioni e progetti a livello internazionale che offrano qualche soluzione alla problematica dei detriti marini.
segue >>
Lo scopo è chiaramente strumentale al mantenimento del volume di fatturato; dimostrando che si prendono a cuore il problema sperano di esorcizzare il rischio che, dopo aver preso di mira il sacchetto di plastica, i paesi vogliano ridurre il consumo di altri contenitori usa e getta.

Un primo progetto realizzato con il supporto del commissario europeo per la pesca e gli affari marittimi Maria Damanaki ma sponsorizzato dall'industria della plastica è Waste Free Oceans (WFO). Lanciato nel maggio del 2011 si propone di coinvolgere l'industria della pesca europea nella raccolta dei detriti galleggianti e relativa consegna ai centri riciclo a fronte di compensi economici. Progetti pilota hanno interessato Olanda, Germania, Spagna, Portogallo, Grecia e ultimamente il Belgio.
WFO è stato illustrato nel corso di una conferenza stampa lo scorso ottobre presso il parlamento europeo alla presenza di rappresentanti politici, industriali e di associazioni non governative.

Per dare un seguito alla prima dichiarazione di Honolulu i leader del settore delle materie plastiche di tutto il mondo si sono incontrati lo scorso novembre a Dubai per definire un piano d'azione globale che affronti il problema dei rifiuti marini e della gestione della plastica post consumo.

Il piano chiamato Declaration for Solutions on Marine Litter è stato adottato da 54 organizzazioni del settore delle materie plastiche. La strategia di azione si delinea in sei punti che prevedono la stretta collaborazione dei diversi portatori di interesse che possono prendere parte alla soluzione del problema. Secondo il comunicato stampa sono stati individuati circa 100 progetti realizzabili in 32 paesi. Tra le attività è in programma una partnership con GESAMP (Joint Group of Experts on the Scientific Aspects of Marine Environmental Protection) un gruppo di esperti scienziati in ambito di protezione dell'ambiente marino fondato e sostenuto da nove organizzazioni delle Nazioni Unite per cui funge da organismo consultivo. L'industria della plastica si è impegnata a sostenere uno specifico studio di GESAMP della durata di 4 anni chiamato Working Group 40 che esaminerà la natura e le fonti di provenienza dei rifiuti plastici , la loro diffusione e punti di accumulo, le fasi di degradazione e frammentazione della plastica in mare e in quale misura le sostanze chimiche ad azione tossica contenuta nei frammenti plastici possano venire assorbite o migrare negli organismi vegetali e animali marini per poi arrivare all'uomo.

E' importante essere a conoscenza delle azioni e strategie che l'industria della plastica intraprende - con un certo ritardo se si pensa che risalgono la 1972 i primi studi che hanno evidenziato la presenza di detriti di plastica nei mari e dei possibili rischi per l'ambiente- per andare a fare quelle proposte che invece non compaiono e che affrontano il problema alla radice con misure preventive.

Non è un caso se buona parte delle soluzioni pratiche che l'industria individua riguardino l'incremento del riciclaggio e la raccolta della plastica nei mari che seppur necessarie non sono risolutorie ai fini dell'intercettazione dei rifiuti prima che finiscano in mare. Soprattutto si tratta di operazioni meno onerose rispetto a contribuire economicamente per finanziare sistemi di raccolta della plastica anche con l'applicazione di un sistema di cauzione sui vuoti che faccia sì che le bottiglie non vengano abbandonate ovunque ma riportate ai rivenditori per riavere la cauzione. Oppure a finanziare sistemi che intercettino la plastica prima che finisca in mare. Come hanno fatto oltre 16 cittadine lungo il fiume Los Angeles River. Questo progetto partito nel 2010 dal costo di 10 milioni di dollari è stato appena ultimato ed è il più grande nel suo genere negli USA. Sono state posizionale delle apposite griglie nelle caditoie e scarichi che raccolgono l'acqua piovana che finisce nel fiume capaci di trattenere anche frammenti della grandezza di un mozzicone di sigaretta.
Eppure per quanto riguarda l'Europa c'è l'articolo 8 della più recente direttiva comunitaria sui rifiuti 2008/98/ recepita con D.Lgs. n. 205 il 3 dicembre 2010, che prevede che il produttore sia soggetto ad una responsabilità estesa sui costi generati dai prodotti immessi al commercio inclusa la fase finale di recupero o smaltimento.
Per ulteriori considerazioni su come affrontare il problema dei rifiuti in mare vedi anche il post E' ora di affrontare diversamente il nostro rapporto con i rifiuti.
Maggiori dettagli sulle attività intraprese dal settore industriale delle materie plastiche si trovano invece sul sito dedicato Marine Litter Solutions.

Responsabilità sociale di impresa A MODO MIO: quando la vecchia soluzione era più rispettosa dell'ambiente, dal dado alla tazzina di caffè (dicembre '11)

packaging dai dadi alle capsule del caffèUn'azienda che voglia definirsi sostenibile non può più ignorare una questione di primaria importanza come il peso ambientale del packaging che immette in commercio. L'aumento della popolazione mondiale e le risorse sempre più scarse impongono infatti all'industria un ripensamento totale dei processi produttivi che includa le modalità di erogazione e distribuzione dei prodotti che vanno poi a determinare lo sviluppo dei packaging più appropriati. Tuttavia, alcune aziende hanno effettuato il percorso contrario con il lancio di novità il cui impatto ambientale è addirittura peggiorato rispetto alla versione precedente del prodotto.
Risulta inquietante che in alcuni prodotti presentati come “innovativi” si sia fatto leva sulla “pigrizia” del consumatore anche quando il risultato sarebbe andato a discapito dell'ecosostenibilità ambientale del prodotto. A questo punto viene da chiedersi se nelle aziende in questione manchi la figura preposta a questo genere di considerazioni nella fase di sviluppo del prodotto, e quindi si sia incorsi in qualche “svista”.
segue >>
Oppure se invece la scelta sia stata presa volutamente, magari a seguito di dinamiche interne all'azienda in cui sono prevalse considerazioni e decisioni da parte di alcune direzioni a discapito di altre. Qualunque possa essere la risposta è evidente la necessità di uscire dai vecchi schemi del “business as usual” e assumersi la responsabilità di formare i cittadini al consumo consapevole, anche solamente per una questione prettamente economica. Assecondare a scopo di vendita la ricerca della pura comodità delle azioni nei cittadini consumatori, senza tener conto e informare sulle conseguenze a lungo termine delle stesse, non è più economicamente sostenibile, oltre che eticamente inaccettabile.
Questo sistema si è rivelato infatti un boomerang per lo stato del pianeta con impatti ambientali ed economici di dimensioni globali tra cui quello dell'inquinamento da plastica.
Un primo esempio è il dado per brodo della Star che dalla pratica confezione in cartoncino con più dadi a tavoletta diventa, con l'aggiunta di acqua, un brodo pronto in confezione di tetra brick con tappo in plastica. Dal lancio avvenuto nel 2010 continuano in televisione gli spot pubblicitari con Milly Carlucci
Un'altro prodotto sostitutivo del dado che ha aumentato l'impatto del packaging è il brodo Knorr "Cuore di brodo-manzo" (4 vaschette, 28 g l'una in un blister di cartoncino) dove il contenuto di ogni vaschetta va diluito in 500 ml di acqua calda. Come rileva l'indagine di Altro Consumo il valore qualitativo-nutrizionale di entrambi i prodotti non è migliorato ma il costo si. Per 250 ml di brodo fatto con il dado a tavoletta si pagano 5 cent mentre con il brodo pronto Star e cuore di brodo Knorr si spendono rispettivamente 18 e 50 cent. Il prezzo va a coprire i costi dello sviluppo del prodotto, del marketing e del packaging aggiuntivo. Ne valeva la pena?
Un secondo esempio di peggioramento del packaging nel settore dei detersivi, è il prodotto Dash ecodosi, che ha ricevuto per il 2011 il premio BRANDS AWARD per “aver puntato in modo eguale su economicità e attenzione all'ambiente” , così come recita la motivazione.
Il prodotto per chi non lo conoscesse consta di bustine monodose di detersivo confezionate in scatola di plastica rigida con coperchio richiudibile. Considerato che il packaging è più impattante della semplice busta in polipropilene di tanti detersivi l'aggettivo “ecologico” è riferito alla preparazione delle dosi che impedirebbe, sempre se la lavatrice viene usata a pieno carico, di non usare più detersivo del necessario. Anche se l'aggettivo ecologico è ormai così inflazionato da aver perso il suo significato è lecito chiedersi se si possa definire “ecologica” una dose di qualunque prodotto solamente perché la si usa nella giusta misura, senza considerare altri aspetti come la sua formulazione chimica, o processi di produzione e commercializzazione a monte tra cui la scelta del packaging.
capsule lavazzaMa il primo premio della classifica “di bene in peggio l'innovazione nemica dell'ambiente” va al sistema di consumo del caffè in cialda che, come ben spiega Diego Barsotti di Greenreport in questo articolo Le nuove discariche prodotte dal caffè in cialda utilizza la stessa strategia delle stampanti in cui la macchina che si acquista per utilizzare le cialde ha un prezzo ridicolo rispetto alle sue ricariche.
E' incredibile come un sapiente marketing a tamburo battente con spot presenziati da star holliwodiane stia riuscendo (o quasi) a mandare in soffitta l'ecologica moka, convincendoci a pagare molto di più per una tazzina di caffè, anche a casa, visto che con la moka, come appurato da un' indagine di Altro Consumo, spenderemmo circa 7 cent.
Secondo un case study condotto da Luca Roggi del Centro Ricerca Rifiuti Zero di Capannori in Italia si consumano 1 miliardo di capsule usa e getta (il 10% di quanto consumato nel mondo) che finiscono in discarica o negli inceneritori.
La presentazione del caso studio di Luca Roggi sull'impatto ambientale delle cialde in plastica e possibili alternative si trova scaricabile sul sito del centro ricerca.

A seguito di una lettera aperta inviata alla Lavazza dal centro ricerca per sollecitare l'azienda a trovare delle soluzioni ci sono stati due incontri tra i rappresentanti del Comune del Centro di Ricerca Rifiuti Zero di Capannori , con Lavazza prima e con l'AIIPA (Associazione Italiana Industrie Prodotti Alimentari, settore del caffè) e il Politecnico di Torino in cui si è discusso su possibili sistemi di recupero e riciclo delle capsule di caffè.

“Siete pronti per la nuova era di responsabilità a 360°? Non è più sufficiente che facciate bene il vostro lavoro, che soddisfiate i clienti e che produciate buoni risultati finanziari. In futuro sarete ritenuti responsabili degli input che utilizzate e dalla loro origine, di quello che i vostri clienti faranno di ciò che hanno acquistato, di quanto ne avrete migliorato la vita e dei costi e dei benefici che ne derivano al Paese e alle comunità che ne vengono interessate. Le aziende e i loro leader saranno sempre più valutati non solo per i risultati immediati, ma per l’impatto a lungo termine, e cioè sugli effetti che alla fine le loro azioni vengono ad avere sul benessere sociale.” Rosabeth Moss Kanter, Harvard Business Review, ottobre 2010

Responsabilità sociale di impresa A MODO MIO - Il caso Coca-Cola (dicembre '11)

plastica e gran canyon“Siete pronti per la nuova era di responsabilità a 360°? Non è più sufficiente che facciate bene il vostro lavoro, che soddisfiate i clienti e che produciate buoni risultati finanziari. In futuro sarete ritenuti responsabili degli input che utilizzate e dalla loro origine, di quello che i vostri clienti faranno di ciò che hanno acquistato, di quanto ne avrete migliorato la vita e dei costi e dei benefici che ne derivano al Paese e alle comunità che ne vengono interessate. Le aziende e i loro leader saranno sempre più valutati non solo per i risultati immediati, ma per l’impatto a lungo termine, e cioè sugli effetti che alla fine le loro azioni vengono ad avere sul benessere sociale.” Rosabeth Moss Kanter, Harvard Business Review, ottobre 2010

Il tema della responsabilità sociale di impresa è uno dei temi guida a cui vogliamo dare ampio spazio nei prossimi mesi e vogliamo farlo prendendo spunto anche da vicende di cronaca come queste.

Sospeso un divieto di vendita per l'acqua in bottiglia nel Parco nazionale del Grand Canyon

Stanchi di fare i conti con ingenti quantità di rifiuti di plastica da raccogliere e smaltire , i funzionari del Parco Nazionale del Grand Canyon sarebbero stati pronti, alla fine dello scorso anno, a vietare la vendita di acqua in bottiglia all'interno del parco.
segue >>
A sospendere il provvedimento a data indefinita è stato il Presidente della fondazione del Parco Nazionale, Neil Mulholland, con la motivazione che fosse necessario fare ulteriori valutazioni. In realtà sembra che a “convincere” il presidente sia stato il timore di perdere le donazioni di uno dei principali sponsor della fondazione, la Coca-Cola, che ha donato ad oggi oltre 13 milioni di dollari. Anche se il presidente nega di aver avuto richieste o altre forme di pressione per archiviare il provvedimento, ma solamente una richiesta di informazione da parte della Coca-Cola, (che commercializza acqua in bottiglia con il marchio Dasani) ci sarebbero testimonianze da parte del personale del parco che indicherebbero il contrario.
Piuttosto dispiaciuti e sconcertati i responsabili del progetto, il direttore Stephen P. Martin e alcuni dirigenti, che avevano inserito questo progetto di riduzione della plastica usa e getta in un piano di sostenibilità complessivo. Per preparare il divieto sono state installate diverse "stazioni di rifornimento" di acqua con cui riempire borracce o bottiglie riutilizzabili con un costo sostenuto di circa 300.000 dollari. Allo stesso tempo la direzione si era già garantita la collaborazione di tutti i soggetti che sarebbero stati toccati dal provvedimento dopo aver tenuto conto di dati come il fatturato annuo di acqua in bottiglia del parco di circa 400.000 dollari Il divieto previsto avrebbe oltretutto riguardato solamente le bottiglie più piccole di acqua e non altre bevande come la soda o succhi di frutta.
Stephen P. Martin aveva creduto di poter seguire l'esempio dello Zion National Park, nello Utah, dove un simile provvedimento nel 2008 aveva permesso in un anno l'eliminazione di 60.000 bottiglie di plastica e ricevuto un premio.
Susan Stribling, portavoce di Coca-Cola Refreshments USA ha dichiarato in merito che la società è disposta a contribuire alla soluzione del problema causato dai rifiuti in plastica potenziando i programmi di riciclaggio. "Vietare qualsiasi cosa non è mai la risposta giusta", ha aggiunto."Così facendo non si risolve necessariamente il problema e si pone un limite alle scelte personali”
La lezione che bisogna trarre è che non tutti gli sponsor mettono in secondo piano il loro profitto, neanche all'interno delle loro attività benefiche. In questo caso non è tanto la cifra in gioco come valore di fatturato dell'acqua in bottiglia del parco ma la pericolosità dell'esempio che potrebbe diventare virale.
Fonte: New York Times

Il VIDEO che dà FASTIDIO, indovinate a chi ?

plstic pullutionIl secondo fatto di cronaca arriva sempre dagli USA e vede protagonista il movimento Plastic Pollution Coalition-PPC di cui abbiamo già parlato in Primo Piano.
I fondatori di PPC hanno ricevuto sostanzialmente l'ordine di rimuovere un loro video>> realizzato in collaborazione con alcuni partecipanti di "American Idol" da parte di un'azienda collegata all'organizzazione del concorso.
Il video ha per protagonisti il vincitore e altri finalisti dell'edizione 2010 di "American Idol" che invitano gli spettatori a rifiutare la plastica usa e getta, come hanno già fatto diversi attori o cantanti americani che sostengono il progetto. Grande lo stupore di PPC (che si è rifiutata di rimuovere il video), visto che le allora 5000 visualizzazioni non giustificavano certamente cotanta pressione ed interesse. Non è sicuro chi tra gli sponsor del contest potrebbe aver fatto pressione sugli organizzatori del concorso, ma dando un'occhiata agli sponsor, forse qualche sospetto potrebbe nascere....
Come abbiamo raccontato anche in altri post di Primo Piano, l'industria che utilizza contenitori usa e getta è ormai costretta, dall'evidenza di tanti studi e documentari che hanno colpito l'opinione pubblica, a fingere di rendersi conto, solamente ora, delle conseguenze ambientali e dei costi economici generati da questo sistema "a perdere".
Alcune aziende come la Coca-Cola hanno optato qualche decennio fa con il passaggio dal sistema del vuoto a rendere a quello del contenitore monouso per una scelta all'apparenza comoda e conveniente per tutti.
Del caso Coca-Cola ne abbiamo parlato in Primo Piano lo scorso maggio.
In realtà ci hanno guadagnato le aziende perché hanno potuto eliminare i costi derivati dal sistema degli intermediari locali (che provvedevano al recupero dei contenitori, alla loro igienizzazione, riempimento e commercializzazione) scaricando sulla comunità i costi del sistema usa e getta.
Il principio della responsabilità estesa del produttore contenuto nell'ultima direttiva europea sui rifiuti renderà obbligatorio in Italia e in Europa il trasferimento sui produttori del costo dello smaltimento e del recupero dei rifiuti da loro generati.
Questo potrebbe voler dire che le aziende del settore beverage o pagano il costo reale delle operazioni di raccolta e consegna ai canali di riciclo, oppure finanziano sistemi che garantiscano che i contenitori, anche di plastica, vengano riportati a chi può avviarli ai canali di riciclo. Questo è reso possibile in alcuni paesi scandinavi e in Germania mettendo una cauzione sul contenitore che viene resa quando si consegna il vuoto.
Un'altra possibilità potrebbe essere ritornare al sistema del vuoto a rendere in vetro per il settore acque minerali e bibite che viene riutilizzato più volte con il sistema gestito in toto dalle aziende produttrici.
Costruire o finanziare impianti di riciclaggio come sta facendo l'industria della plastica negli USA risulta poco più che uno specchietto per le allodole rispetto alla scala del problema. Non serve “beneficenza”, serve prendersi carico dei costi generati dall'attuale sistema in modo chiaro e trasparente e tutto questo ha un nome: responsabilità sociale di impresa.
Un'azienda che voglia definirsi sostenibile non più non affrontare una questione di primaria importanza come il peso ambientale del packaging che immette al commercio. L'aumento della popolazione mondiale e le risorse sempre più scarse impongono infatti all'industria un ripensamento totale dei processi produttivi che non può non includere le modalità di erogazione e distribuzione dei loro prodotti. Probabilmente tra un decennio o poco più non saranno neanche più sufficienti le soluzioni prima citate, come il sistema di cauzione sul contenitore a rendere in plastica e/o il riutilizzo delle bottiglie in vetro lavate e riempite più volte.
Forse le aziende del beverage o della detergenza dovranno realizzare nuove tipologie di prodotti concentrati -anche in forma solida come barrette o granuli di prodotto- con cui ci potremo fare comodamente a casa le bibite, così come i vari detergenti.

Queste le ombre, di cui poco si legge sui giornali, che abbiamo voluto raccontare.

Se si vuole prendere visione delle luci invece si può accedere alle politiche aziendali della multinazionale anche attraverso il sito di Coca-Cola HBC Italia che non ha ovviamente un ruolo in queste specifiche vicende d'oltre oceano.

Ecco il video "incriminato"

Mettila in rete in televisione a Striscia la Notizia

Cristina Gabetti ha parlato della nostra iniziativa Mettila in rete per ridurre il consumo di sacchetti monouso per l'ortofrutta nella sua rubrica Occhio allo Spreco

vieni a trovarci sul nostro blog

vieni a trovarci sul nostro blog

i numeri dell'acqua in bottiglia in Italia
     (dal 01/01/11 - in litri al secondo)

Al primo posto in Europa per consumo annuo procapite:
193 litri circa

bottiglie di plastica utilizzate in un anno: 9 miliardi
di cui riciclate: il 30% circa*

settimana nazionale porta la sporta dal 14 al 22 aprile 2012
news
- per fermare lo scorrimento delle notizie, spostare il mouse sopra la finestra bianca.
- per continuare a leggere le news, cliccare sopra il segue>>

Porta la Sporta è alla terza edizione GDOWEEK>>

Torna la Settimana Nazionale “Porta la Sporta” dal 14 al 22 aprile 2012 Eco dalle Città>>

I rifiuti possono dare due milioni di posti di lavoro segue>>

Verso Rio+20: assai deludente il primo testo negoziale segue>>

“Correggere” il packaging per ridurre i rifiuti segue>>

Se questa è economia «verde»
il manifesto>>

Regali, addobbi, cenone: i consigli per un Natale green sky.it>>

Bisfenolo (Bpa) e sicurezza alimentare: dubbi sulle dosi ritenute innocue. L'Efsa deciderà nel 2012 segue>>

Insomma, basta plastica nei mari! LA STAMPA>>

Le 7 «R» da rispettare contro gli sprechi
CORRIERE DELLA SERA>>

Al via la Settimana Europea per la Riduzione dei Rifiuti
IlSole 24 ORE>>

Nei supermercati gli imballaggi inutili dovrebbero sparire segue>>

L'ORTOFRUTTA A TERNI SI METTE IN RETE segue>>

PROVINCIA DI LUCCA. "Meno plastica per tutti: traguardo 15 kg in 7 mosse" segue>>

Settimana Europea per la Riduzione dei Rifiuti 2011: ci si può iscrivere fino al 2 novembre
Eco dalle Città>>

"Plastic Oceans", le microplastiche e i loro effetti sulle balene LA STAMPA>>

La sostenibilità ambientale e delle risorse per la competitività futura dell'Europa (e non solo) segue>>

Con 'Porta la sporta' sette regole per ridurre il consumo della plastica IL TEMPO>>

Necessaria una politica della sufficienza: ma quanto è abbastanza? segue>>

Sette, semplici mosse per eliminare il consumo di 15 chili di plastica a testa affariitaliani.it>>

Aumenta la produzione di rifiuti in Italia? Intervista a Roberto Cavallo segue>>

Dal 16 al 24 settembre torna Puliamo il mondo segue>>

Sacchetti di plastica biodegradabili: procedura d’infrazione Ue all’Italia segue>>

Nuova direttiva Ue: meno sostanze pericolose nelle apparecchiature elettriche ed elettroniche. Esclusi i pannelli solari segue>>

L’esaurimento delle risorse minerarie nel XX secolo segue>>

Paese che vai, piatto che butti. Intervista a Roberto Cavallo (presidente Erica ed Aica) segue>>

Bando dei sacchetti di plastica: parere contrario dalla Commissione Europea segue>>

Nuova politica Ue sulla pesca. Wwf: «Non è ambiziosa». Oceana: «Non garantisce la sostenibilità» segue>>

Uk, dal WRAP un fondo a sostegno dei processi aziendali green segue>>

Raccolta della plastica: a volte meno è meglio? segue>>

Rapporto shock: verso un’estinzione marina "globalmente significativa" segue>>

Responsabilità estesa del produttore: tra riduzione e qualità del materiale raccolto segue>>

Uk, lanciato il piano per un futuro a zero-rifiuti
la Repubblica>>

archivio news

archivio primo piano

interviste ed opinioni

Campagne amiche

Borse riutilizzabili
ecottonbag borse a rete riutilizzabili
dadeba borse personalizzate online
re-bag shopper personalizzate e riutilizzabili
made in carcere...non solo borse

con il patrocinio di
patrocinio del ministero dell'ambiente
con il patrocinio di wwf italia

ADESIONI
vai al sito di adiconsum
italia nostra aderisce alla campagna "porta la sporta"
legambiente aderisce alla campagna "porta la sporta"
touring club italiano aderisce alla campagna "porta la sporta"
 

*Il consumo procapite di acqua in bottiglia varia a seconda degli studi, fra cui: Un paese in bottiglia di Legambiente e The global Bottled Water Market della Beverage Marketing Corporation.

by avanguardia virtuosa - 2009