sacchetti di plastica consumati quest'anno*:
 
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Perchè?

Perché usare per pochi minuti un oggetto che può durare anche cento anni ? Stiamo parlando del sacchetto di plastica che spesso ci viene dato “gratuitamente“ ma per cui tutti paghiamo un caro prezzo in termini di consumo di risorse, energia e di costi economici ed ambientali dovuti alla sua dispersione nell'ambiente, ad oggi incontrollabile. Ma non si tratta solamente di sacchetti, ci sono tanti altri imballaggi e articoli monouso che è possibile eliminare o ridurre drasticamente. Parti da piccoli gesti quotidiani per modificare stili di vita insostenibili, FAI UN USO INTELLIGENTE DELLE RISORSE DEL PIANETA E RIFIUTA "L'USA E GETTA"!

COME ENTRARE IN AZIONE:
iniziative individuali per i singoli
iniziative collettive collettivamente
materiale per la media e grande distribuzione per la GDO
materiale per negozio per i negozi
iniziative per le scuole per le scuole

Iniziative ed Eventi 2010 - 2013

 

Settimana Nazionale "Porta la Sporta"(4 edizioni)

Sfida all'ultima Sporta
Mettila in rete! Meno plastica per tutti!

 

MENO RIFIUTI - PIU' BENESSERE in 10 mosse

ADERISCI come AZIENDA, INSEGNA GDO, ENTE LOCALE E CITTADINO!

MENO RIFIUTI PIU'BENESSERE - FIRMA LA PETIZIONEMeno Rifiuti Piu' Benessere in 10 mosse questo è lo slogan di un'azione lanciata nel 2012 in collaborazione con Italia Nostra e Adiconsum per sollecitare il mondo della produzione e della distribuzione a compiere 10 azioni nel breve e medio termine per alleggerire l'impatto ambientale di imballaggi e la promozione di soluzioni e prodotti riutilizzabili invece che usa e getta.
Alla prima edizione 2012 lanciata in occasione della SERR-Settimana Europea per la riduzione dei Rifiuti 2012, è seguito un rilancio durante l'edizione 2013 della SERR e la partenza di inviti personalizzati alle aziende ad aderire all'appello che continuerà anche per tutto il 2014. Le azioni che sollecitiamo sono motivate e supportate dagli argomenti e dati di fatto internazionali e nazionali contenuti anche all'interno di un documento condiviso di approfondimento. La comunicazione avverrà a partire dal mese di ottobre 2013 verso enti locali, associazioni e singoli individui per richiederne la sottoscrizione. segue>>

 

Primo Piano

Plastica, la riciclabilità si valuta con RecyClass (settembre '14)

reyiclingEvitare che le materie plastiche non siano altro che rifiuti conviene, ed è ormai necessario. Lo testimoniano fonti sempre più numerose. Strumento utile a tal fine è RecyClass

Nel corso della fiera annuale di InterPack a Düsseldorf, lo scorso 8 maggio è stato lanciato ufficialmente RecyClass, un sistema di valutazione della riciclabilità degli imballaggi di plastica. Sviluppato da Plastic Recyclers Europe (PRE), l’associazione che raggruppa l’80% dell’industria europea del settore del riciclo di materie plastiche, di RecyClass si sono anticipati alcuni dettagli in anteprima per l’Italia in un’intervista al coordinatore europeo del progetto, Paolo Glerean di Aliplast (si veda Gdoweek n.11-12 del 10/06/2013,ndr).
A sua volta, nel corso della conferenza di presentazione “Let’s work together on plastics packaging design”, il commissario europeo per l’Ambiente, Janez Potočnik ha espresso nel corso del suo video intervento un concetto chiave che, anche se ancora disatteso, dovrà guidare il modus operandi delle aziende manifatturiere. “Il riciclaggio inizia nella fase di progettazione del prodotto. La sostenibilità della plastica si concretizza attraverso una migliore progettazione dei prodotti realizzati con materie plastiche”.
Temi come l’eco design e l’applicazione di modelli di economia circolare nella progettazione di prodotti e cicli produttivi diventeranno sempre più ricorrenti nelle prossime comunicazioni “verdi” della Commissione Europea.
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LO STATO DELLE COSE

In un pianeta con il 60% dei servizi ecosistemici fortemente degradato sfide ambientali come il riscaldamento climatico, l'aumento della popolazione con oltre tre miliardi di nuovi consumatori della classe media da qui al 2050 richiedono infatti cambiamenti radicali del business as usual e degli stili di vita e di consumo dei cittadini. Altrimenti i rischi sono altissimi.
Ad esempio, lo studio delle Nazioni Unite “Valuing plastic“ redatto da Plastic Disclosure Project - presentato a Nairobi il 23 giugno scorso- ha calcolato in 75 miliardi di dollari l’impatto finanziario annuale derivato dall’utilizzo della plastica da parte delle imprese. Oltre il 30% di questi costi viene causato dalle emissioni di gas serra relative ai processi di estrazione e il trattamento delle materie prime. Tra gli effetti, invece, a valle dell’attuale gestione della plastica il costo riferito al solo inquinamento marino viene quantificato in almeno 13 miliardi di dollari.
Dunque, la plastica è il materiale sul quale si deve prioritariamente intervenire dal momento che si tratta anche del materiale più usato negli imballaggi e quello che viene meno riciclato in assoluto. In Europa siamo al 26% come media.
Se si considera che i target di riciclo comunitari al 2020 per i materiali (50% di riciclo sull’immesso al consumo) verranno innalzati, è evidente che la prevenzione in fase di progettazione rappresenta la precondizione per poter raggiungere l’obiettivo. Per gli imballaggi si parla di un nuovo target di riciclo intorno al 70% per la plastica e del 80% per gli imballaggi costituiti da altri materiali.

CLASSI DI RICICLABILITA'

La piattaforma sviluppata da PRE permette ai progettisti di packaging di valutare la classe di riciclabilità di un particolare tipo di imballaggio, sia esistente che in fase di progettazione, in pochi passi consultando il tool online del sito recyclass.eu. Dopo essersi registrati si può accedere alla procedura e inserire i dati richiesti circa l’imballaggio che si vuole testare. A fine procedura l’utente riceve il responso sulla classe di riciclabilità che va dalla lettera A alla F. Un imballaggio facilmente riciclabile ottiene una “A” mentre un imballaggio che non è riciclabile e può essere smaltito solamente nei termovalorizzatori o in discarica ottiene una “F”.
Il programma evidenza inoltre i punti critici del design e della composizione dell’imballaggio, cambiando i quali è possibile migliorare la classe di riciclabilità. Se l’utente intendesse usare questo risultato per differenziare il proprio prodotto/imballaggio dovrà far certificare la propria valutazione da un auditor accreditato, secondo uno schema europeo in corso di creazione; in questo caso potrà poi fregiarsi di un apposito logo da apporre all’imballaggio certificato.

glereanLE VIRTU' DEL SISTEMA IN DETTAGLIO

Abbiamo chiesto a Paolo Glerean di Aliplast, coordinatore europeo del progetto, ulteriori precisazioni su RecyClass. Paolo Glerean

Perché avete sviluppato questo sistema?

Oggi si assiste a un continuo aumento della complessità del packaging, che viene principalmente progettato tenendo conto dell’aspetto estetico, oltre che delle caratteristiche necessarie per garantire la shelf life e un’ottimizzazione in fase di trasporto e stoccaggio. Quello di cui si tiene pochissimo conto è del suo fine vita, elemento che porta a supporre che l’imballaggio venga spesso progettato senza alcuna conoscenza della sua riciclabilità.

Uno studio recente commissionato a Bios Intelligence Service indica il potenziale economico che potrebbe generarsi in Europa e in Italia. Se in Europa, si raccogliesse e si riciclasse localmente più plastica, passando dall’attuale tasso medio di riciclo del 26% al 62% ,si creerebbero 360.000 posti di lavoro in più, mentre i risparmi ottenibili sono valutabili in 4,5 miliardi di euro/anno per le industrie di trasformazione qualora utilizzassero plastiche riciclate al posto di plastiche vergini. Lo scopo è quello di far salire nella scala di priorità dei progettisti il valore della riciclabilità dell’imballaggio plastico, dando ai progettisti uno strumento concreto per misurarla e migliorarla.

Su quale know-how si basa RecyClass? Quali gli altri campi di applicazione?

Si basa sulle migliori tecnologie di selezione/riciclo disponibili applicate agli attuali canali di riciclo esistenti in Europa, sulle linee guida di design per il riciclo esistenti e su come operano attualmente i mercati del riciclaggio. Il lavoro di classificazione fatto in base al grado di riciclabilità degli imballaggi potrebbe essere particolarmenteinteressante per i “Collection Schemes”, ovvero gli enti che gestiscono su basi nazionali la raccolta degli imballaggi. La determinazione delle classi di riciclo di RecyClass potrebbe costituire un criterio oggettivo utile anche per definire le soglie per le quote differenziate di contributo ambientale.
Chi immette imballaggi al consumo più riciclabili potrebbe pagare quote più basse. Al contrario chi immette imballaggi meno riciclabili o non riciclabili affatto, potrebbe pagare quote più elevate come già avviene in alcuni paesi europe .
Questo consentirebbe di incentivare concretamente tutti verso l’utilizzo di imballaggi più riciclabili. Il fatto che ciò avvenga con un unico standard europeo di valutazione permetterebbe un’uniformità di trattamento nel mercato unico europeo, con evidenti vantaggi.

Articolo di Silvia Ricci tratto da GDOWEEK nr.12 del 5 settembre 2014 pag.40-41
Saricabile anche in pdf>>

Nielsen: il 55% dei consumatori premia le aziende responsabili (giugno '14)

Il 55% dei consumatori globali si dice disposto a pagare di più per prodotti e servizi forniti da aziende impegnate sotto il profilo socio-ambientale secondo l'indagine Nielsen 2014 Global Survey on Corporate Social Responsibility

La propensione ad acquistare marche socialmente responsabili è più marcata nella regione Asia-Pacifico (64%). Seguono con il 63%America Latina, Medio Oriente e Africa. Percentuali più ridotte per il Nord America con un 42% e un 40% per l'Europa.

"I consumatori di tutto il mondo hanno detto forte e chiaro che la missione sociale di un brand è tra i fattori che influenzano le decisioni di acquisto", ha dichiarato Amy Fenton responsabile di nielsen infograficaNielsen per la sostenibilità. "Questo comportamento è in crescita e offre opportunità per un impatto significativo sulle nostre comunità, oltre ad aiutare i marchi ad accresCSRcere la loro quota di mercatoNon è più tempo di chiedersi SE i consumatori si preoccupano dell'impatto sociale. I consumatori lo stanno già manifestando attraverso le loro azioni. Ora l'obiettivo per le aziende è quello di determinare come il proprio marchio può effettivamente creare valore condiviso sposando le cause sociali e i segmenti di consumatori più appropriate/i al proprio core business" .

L'indagine ha intervistato 30.000 consumatori in 60 paesi per analizzare: quanto incide la personale propensione per le pratiche sostenibili nelle decisioni di acquisto; quale segmento di consumatori supporta gli sforzi intrapresi dalle aziende in campo ambientale e di responsabilità sociale e quali sono le questioni e cause sociali che destano maggiore preoccupazione nell'opinione pubblica.

I principali risultati
A livello globale, più della metà (52 %) degli intervistati ha dichiarato di aver acquistato almeno un prodotto o servizio negli ultimi sei mesi da una società socialmente responsabile. Quattro su dieci sono invece gli intervistati in Nord America e in Europa che hanno asserito di aver fatto un acquisto sostenibile negli ultimi sei mesi. Si differenziano dalla media i risultati di America Latina con il 65% e della regione Asia-Pacifico insieme a Medio Oriente-Africa con il 59%.

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Il 52% degli intervistati a livello mondiale ha dichiarato di prendere in parte decisioni di acquisto sulla base della lettura di etichette o informazioni presenti sulle confezioni. Per verificare cioè l'impegno socio-ambientale del marchio.

Per verificare in quale misura gli esiti dell'indagine trovassero un riscontro nelle performance di vendita delle aziende note come essere maggiormente impegnate sul fronte della sostenibilità Nielsen ha inoltre esaminato i dati sulle vendite al dettaglio per una sezione trasversale di categorie di prodotti di consumo (consumabili e non consumabili) di 20 marchi in nove paesi.
Tra questi marchi selezionati lo studio ha preso in esame i prodotti che comunicavano le proprie caratteristiche di sostenibilità o attraverso il packaging,  o attraverso azioni di marketing.
L'analisi effettuata dal marzo 2013 al marzo 2014 ha rilevato un incremento medio annuo delle vendite del 2% per i prodotti con indicazioni di sostenibilità sulla confezione e del 5% per i prodotti che hanno promosso azioni di sostenibilità attraverso programmi di marketing. Per contro, un'analisi dei dati di vendita di 14 altre marche senza pretese di sostenibilità o di marketing mostra un aumento delle vendite di solo l'1%.

Milennials una forza trainante

Il Natural Marketing Institute (NMI), business partner strategico di Nielsen ha condotto uno studio on-line attraverso 9 paesi per rilevare come stiano cambiando a livello globale le attitudini e comportamenti circa l'impegno individuale alla sostenibilità. I consumatori sono stati raggruppati in cinque segmenti allo scopo di quantificare ciò che li attrae maggiormente delle azioni sostenibili.

Gli esiti rivelano che i due terzi della popolazione tradizionalmente sostenibile (un gruppo di 3 dei 5 segmenti) dichiara di scegliere prodotti di aziende sostenibili rispetto a quelli convenzionali. Si tratta di consumatori che acquistano il maggior numero possibile di prodotti eco-friendly e che hanno cambiato il loro comportamento per ridurre al minimo il loro impatto sul cambiamento climatico globale. In aggiunta si tratta di consumatori inclini ad acquistare ripetutamente da aziende che dimostrano attenzione al proprio impatto ambientale e sociale.

Tra gli intervistati che hanno dimostrato maggiore propensione verso la sostenibilità la metà appartiene al segmento dei Millennials (21-34 di età). Il 51% di loro sono disposti a pagare di più per prodotti sostenibili e a controllare l'etichettatura dell'imballaggio.
Tra i risultati rilevati nei paesi in via di sviluppo della regione Asia-Pacifico e del Medio Oriente e Africa sono stati registrati ampi divari tra le risposte fornite degli intervistati. I Millenials si sono rivelati mediamente tre volte più inclini alla sostenibilità delle azioni rispetto al segmento Generation X (35-49 anni di età ) e 12 volte rispetto ai Baby Boomer (50-64 anni di età)

Secondo Amy Fenton l'indagine indica che le aziende devono comunicare maggiormente gli impegni socio-ambientali che intraprendono utilizzando sia il packaging che azioni di marketing. I risultati degli ultimi tre anni dell'indagine dimostrano che i tempi sono ormai maturi per fare di più. La percentuale di consumatori globali disposti a premiare le aziende socialmente responsabili è cresciuta mediamente di 10 punti,  con l'America Latina in testa con un + 13%.  

Per approfondimenti leggi anche: 

77% of Americans Say Sustainability Factors Into Food-Purchasing Decisions>>
Millennials Most Sustainability-Conscious Generation Yet, But Don’t Call Them 'Environmentalists'>>

Adidas promette di dare un calcio alla chimica con Bluesign® (giugno '14)

Pallone adidasLo scorso 11 giugno il Gruppo Adidas ha annunciato una partnership strategica con la società svizzera Bluesign Technologies come parte di un programma inteso a rendere sostenibile la sua filiera di produzione globale entro il 2020.
Bluesign Technologies, fondata nel 2000, è il principale fornitore mondiale di strumenti di valutazione che permettono un uso responsabile e sostenibile della chimica nel settore tessile. Sono diversi i marchi che hanno aderito al sistema Bluesign®  tra i quali Patagonia, Northface e Nike dallo scorso anno.
La partnership ad alto valore tecnologico che Bluesign® offre alle aziende è incentrata sulla selezione e la gestione sostenibile della chimica usata nel tessile. Attraverso specifici strumenti il patrimonio di conoscenza e esperienza di Bluesign Tecnologies viene messo a disposizione dei fornitori delle marche dell'abbigliamento e a partire dai fornitori della chimica. Se si considera che le sostanze chimiche impiegate per 1 kg di cotone vanno dai 345 ai 1050 grammi (per le fibre sintetiche si va dai 110 agli 829 grammi), appare evidente che è su questo aspetto che bisogna agire in primis con la prevenzione. Secondo la documentazione presente sul sito Bluesign Tecnologies, le aziende che aderiscono al protocollo Bluesign® ne ricavano in breve tempo risparmi economici consistenti. La scelta delle sostanze chimiche certificate Bluesign® produce effetti positivi a cascata, come un ridotto consumo di acqua ed energia che in pochi anni le ripaga degli investimenti sostenuti per aderire al sistema. Ecco un esempio concreto che dimostra come economia ed ambiente possono convivere e trarre benefici dall'innovazione tecnologica e da un diverso approccio nella progettazione dei prodotti che agisca nel rispetto del principio di precauzione. Eliminare in partenza possibili effetti collaterali negativi che prodotti e processi produttivi possono causare alla salute dell'ambiente e dell'uomo costa sempre meno che dover rimediare ad eventuali danni economici e di immagine. 
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OBIETTIVI E CRITERI DI BLUESIGN

Il sistema Bluesign persegue cinque principi/obiettivi: 1)  massima produttività ed efficienza nell'utilizzo delle risorse come energia e materie prime; 2) sicurezza dei consumatori nel rispetto dell'ambiente; 3) gestione ottimale dell'acqua durante i  cicli produttivi; 4) minimizzazione delle emissioni in atmosfera; 5) salute e sicurezza sui luoghi di lavoro.

Il sistema si basa su approfondite valutazioni dei fattori di rischio esistenti lungo tutto il ciclo di produzione e definisce per ogni fase del processo criteri concreti per una loro mitigazione.

I criteri di riferimento divisi in tre categorie (che corrispondono ai contenuti di tre tool o motori di ricerca avanzati ) contribuiscono al perseguimento dei 5 obiettivi  prima citati permettendo il raggiungimento della migliore sostenibilità possibile lungo l'intera filiera del tessile. 

-Criteri per gli ingredienti: Bluesign® Bluetool
-Criteri per i processi di fabbricazione: Bluesign® Bluefinder
-Criteri di prodotti finiti: Bluesign® Blueguide

COME FUNZIONA

bluesignIn concreto le marche che siglano una partnership con Bluesign possono mettere a disposizione di tutta la loro catena di approvvigionamento questi importanti strumenti di lavoro web-based. Per le aziende chimiche fornitrici c'è quindi Bluetool che permette loro, attraverso una procedura di omologazione, di testare se una determinata sostanze chimica che si vuole fornire è soggetta a restrizioni in qualche parte del mondo e quindi non accettata dal sistema. Eventuali prodotti chimici che non sono nella banca dati, ma che dopo una valutazione di conformità vengono accettati, sono inseriti anche nella banca dati Bluefinder che è il tool di riferimento per le aziende tessili autorizzate/certificate dal sistema. Bluefinder contiene infatti l'elenco dei prodotti chimici autorizzati dopo test rigorosi, oltre ad indicazioni su come gestirli durante i processi produttivi. Le aziende tessili possono così ricercare in autonomia le soluzioni sostenibili più adatte alle loro necessità. Infine per i brand della moda, designer e retailers c'è la Blueguide, una banca dati che contiene oltre 30.000 voci di materiali che sono stati prodotti utilizzando le sostanze chimiche certificate Bluesign®.

"Siamo molto lieti che Adidas sia diventato un partner del sistema Bluesign® ", ha dichiarato in un comunicato stampa il CEO di Bluesign Technologies Peter Waeber. "Abbiamo lavorato con il gruppo Adidas nel corso degli ultimi mesi al fine di sviluppare una strategia di gestione delle sostanze chimiche di ingresso e siamo favorevolmente  impressionati dalla completezza e competenza  del loro programma. La partnership rappresenterà un valore aggiunto per entrambe le organizzazioni. "

Non è chiaro se la partnership con Bluesign Technologies e la nuova tabella di marcia annunciata  "per ripulire"  la filiera dalle componenti chimiche tossiche sia stata siglata in risposta alle azioni compiute da Greenpaece nelle scorse settimane. Il dato sicuro è che Bluesign Technologies è il migliore partner possibile per raggiungere gli obiettivi del programma. Ne avevamo già parlato in questo post dello scorso anno quando Nike si avvalse del suo supporto.

STOP AI  PFC NEI PRODOTTI DI ADIDAS

Il marchio sportivo tedesco ha annunciato insieme alla parnership con Bluesign Technologies la partenza di un piano per l'eliminazione di sostanze chimiche pericolose dalla propria filiera di produzione ritenuto credibile da Greenpeace, che da qualche anno marcava stretto il gruppo con la campagna DETOX. Adidas aveva di fatto già sottoscritto un'impegno in tal senso tre anni fa, ma, secondo Greenpeace l'impegno si era rivelato più che altro una dichiarazione di intenti. Nelle ultime tre settimane centinaia di migliaia di persone tra sportivi, volontari e cyberattivisti si sono uniti a Greenpeace chiedendo un cambio di rotta a diversi marchi, dopo gli esiti di un'indagine dell'associazione ambientalista chiamata Cartellino Rosso. L'analisi effettuata presso laboratori indipendenti per rilevare sostanze chimiche, presenti in 33 diversi tipi di merchandising della Coppa del Mondo 2014 a marchio Adidas, Nike e Puma, ne aveva infatti rintracciato la presenza con tassi oltre i limiti consentiti.

Il nuovo piano prevede un preciso calendario di dismissione di tutti composti perfluorurati (PCF) entro il 2017 per il 99% dei capi e il raggiungimento della totale eliminazione entro il 2020.
I PFC sono utilizzati da decenni in molti prodotti di consumo, tra cui imballaggi alimentari, rivestimenti antiaderenti e tessuti antimacchia per capi di abbigliamento e calzature. Sfortunatamente, questi composti chimici permangono nell'ambiente per lunghi periodi di tempo e si accumulano negli organismi viventi. E' stato dimostrato da numerosi studi che i PFC presentano rischi potenziali per la salute umana poiché interferiscono con il sistema immunitario, quello riproduttivo e la tiroide.

Un ulteriore impegno del piano di Adidas è il raggiungimento della trasparenza della propria filiera produttiva globale per almeno l' 80% entro il 2020. Il primo paese coinvolto nel progetto sarà la Cina, dove l'industria tessile rappresenta uno dei settori industriali più inquinanti.
Il 99% dei fornitori cinesi di Adidas dovrà rendere noti i dati di come avvengono i processi che prevedono l'utilizzo di acqua, entro la fine del 2014. Tali dati verranno pubblicati su piattaforme pubbliche come la China Water Pollution MapChina Air Pollution Map dell' Istituto per gli Affari Pubblici e Ambientali (IPE) cinese. 
Il 50% dei fornitori globali di Adidas dovrà, invece, rendere noti gli stessi processi produttivi, denominati “wet processes”, entro fine 2015; successivamente, entro e non oltre il 1 Luglio 2016, si arriverà all'80% dei fornitori.

"L'annuncio odierno di Adidas è un passo avanti verso il futuro toxic-free di cui abbiamo bisogno. E' una vittoria per i clienti Adidas, per le comunità locali e loro future generazioni, costrette a convivere con l'inquinamento delle acque. I marchi globali come Adidas hanno il potere e la responsabilità di aiutarci a dare un calcio a queste sostanze chimiche pericolose per sempre.", ha commentato Manfred Santen di Greenpeace Germania.

Leggi anche:
Un partner strategico al fianco di Nike per “ripulire” la catena di produzione

Filati del futuro da plastica riciclata (giugno '14)

raw oceanFibre nate da oggetti e materiali recuperati dagli oceani per produrre linee d’abbigliamento. I casi di Pharrell Williams e Ondine de La Feld con Wave O

Sempre più aziende, anche nel campo della moda, stanno ripensando i loro cicli produttivi secondo modelli di economia circolare che non contemplano la produzione di rifiuti e scarti. Ciò risulta possibile o con la prevenzione - che esclude questo effetto negativo collaterale già nella fase progettuale -, oppure dando loro una destinazione come materia prima per nuovi cicli produttivi.
I vantaggi dell’economia circolare, rispetto al modello attuale di economia lineare, sono incommensurabili. Anche escludendo i vantaggi ambientali (nonostante l’alto valore economico intrinseco), i ritorni economici positivi lungo l’intera filiera di produzione sono innegabili quando si riduce drasticamente il consumo di materie prime, la produzione di rifiuti e inquinamento, il consumo idrico e le emissioni di gas serra. Non si tratta di sole dichiarazioni d’intenti o di utopie valide unicamente sulla carta. Lo provano recenti esperienze internazionali di successo: quelle di Pharrell Williams e Ondine de La Feld. Vediamole più in dettaglio.
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Pharrell: cool and happy
Adidas è l’ultimo brand dell’abbigliamento che ha annunciato l’avvio di una partnership con l’eclettico Pharrell Williams cantante, musicista, produttore discografico, imprenditore e stilista di moda. In quest’ultima veste, la popstar vincitrice di tre Grammy Awards, disegnerà, appunto, la collezione Adidas Originals x Pharrell Williams con i primi capi in uscita per l’estate 2014.
È la puntata più recente di una storia iniziata cinque anni fa, nel 2009, quando Pharrell entra nell’azienda Recovery Textiles LLC di New York, fondata nel 2003 da due ex compagni di liceo -Tyson Toussant e Tim Coombs- e partita con la produzione di equipaggiamento sportivo outdoor ad alta tecnologia. Pur non avendo entrambi alle spalle studi tecnici, la passione per la vita nella natura li spinge alla ricerca di processi e materiali più sostenibili per la produzione di tessuti. D delle Dalla desolante evidenza delle enormi quantità di rifiuti di plastica abbandonati nell’ambiente nacque l’idea di sviluppare un filato realizzato con bottiglie di plastica recuperate negli oceani.
Il progetto decolla quando entrano in gioco le capacità e la notorietà di Pharrel che si adopera per lanciare il progetto “Vortex project”, mirato prima a sensibilizzare e poi a prospettare una soluzione per le tonnellate di plastica che si accumulano nei principali vortici oceanici.
Il Vortex Project si rivolge ai brand della moda con la proposta di utilizzare il filato innovativo Bionic® yarn che contiene una percentuale del 40-60% ricavata dal riciclo dei detriti marini. Le bottiglie e altri contenitori vengono triturati, fusi e dopo aver subito un processo di estrusione vengono trasformati in filato. Bionic® yarn è disponibile in due versioni: DPX® e HLX®.
La possibilità di abbinamento di fibre diverse permette di creare filati versatili con caratteristiche adatte alle più diverse applicazioni: da tessuti per arredamento e abbigliamento, a zaini, borse calzature, ecc. Grazie al contributo di Pharrell sia come direttore creativo dell’azienda sia nella veste di designer per i marchi della moda, il marchio Bionic® è riuscito a conquistare clienti importanti come Moncler, Timberland, Gap e G-Star, la cui linea di jeans sarà realizzata con il filato Bionic® e lanciata, si prevede, il prossimo agosto. G-Star ha in programma di estendere l’uso di Bionic® anche ad altre linee già esistenti.

I wear recycled Fabric
raw oceanAnche la collezione “Be More Eco” di Wave-O, una linea di eco-fashion creata nel 2010 dall’archi-stilista Ondine de La Feld, punta sul riutilizzo della plastica. Le T-shirt della collezione femminile per l’autunno-inverno 2014-15 sono infatti parzialmente realizzate in Econyl® una fibra rigenerata, inwave o polimero di nylon 6 sviluppata dal gruppo trentino Aquafil. Grazie a questo progetto, trovano una seconda vita reti da pesca abbandonate in mare, fluff di tappeti, moquette e tessuti rigidi, ma anche rifiuti preconsumo come sfridi di lavorazione e oligomeri generati dal ciclo produttivo del nylon 6. Le magliette “Be More Eco” hanno una parte anteriore in Econyl® arricchita da decorazioni e messaggi eco che richiamano le caratteristiche del materiale come: “Be Cool Be Eco”, “Plastic Love”, “I Wear Recycled Fabric”.
Inoltre, lo scorso anno, Aquafil ha lanciato con ECNC Land & Sea Group e Star Sock l’iniziativa “Healthy Seas, a journey from waste to wear”, che ha il duplice scopo di ripulire i mari dai rifiuti e di recuperare materiali -come il nylon delle reti da pesca- che possono diventare materia prima/seconda per il tessile. Le applicazioni sono infinite: dai tappeti ai più diversi capi di abbigliamento come calzini (Star Sock), sportivo, intimo, ecc.

Articolo a cura della nostra redazione apparso sul nr. 9 di GdoWeek del 19 maggio 2014

Con "Make it Take it" chi inquina paghi il conto, anche per gli imballaggi (maggio '14)

make it take itIl 30 di aprile, pochi giorni dopo la pubblicazione del nostro post "Una tabella di marcia per gli obiettivi di prevenzione e riciclo in ogni azienda"(vedi sotto), in cui vi raccontavamo dell'iniziativa di As you Sow mirata all'imballaggio di Capri Sun è partita una nuova “offensiva” più allargata molto più difficile da dribblare. Si tratta della campagna Make it Take it - Packaging waste meet your maker.
Al gruppo Kraft Foods licenziatario per la produzione e commercializzazione del succo per il Nord America di propietà della tedesca WILD viene contestato il contenitore non riciclabile- in gergo tecnico stand up poach -, un tipo di imballaggio formato in genere da più strati di materiali diversi (anche sei o sette con varie funzioni tra alluminio, plastiche e carta).
In realtà questa bevanda è nata in Germania ed è stata introdotta nel Nord America solamente nel 1981. Capri Sun, una bevanda di frutta destinata ai ragazzi con la sua caratteristica una bustina con cannuccia, fu infatti inventata da già nel 1969 da Rudolf Wild dell'omonimo gruppo tedesco. Dopo il lancio in Germania la bevanda, diventata ben presto popolare venne poi introdotta nei principali mercati esteri. Oggi è uno dei marchi internazionali più diffusi di frutta da bere. Viene prodotta in 17 paesi e commercializzata in oltre 100 nazioni con una quota di valore stimata intorno al 3% del mercato mondiale.

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"IBRIDO MOSTRUOSO"
Inevitabile che l'imballaggio del noto marchio sia diventato l'emblema di una tipologia di packaging destinato alla discarica piuttosto che un esempio di eco design. Di pouch ne esistono però di vari tipi e misure per prodotti alimentari e non. Ecco in video l'analisi di pochi minuti che William McDonough ha dedicato a questo imballaggio durante una presentazione del suo ultimo libro Upcycle, il seguito di Cradle to Cradle.
Purtroppo questa tipologia di packaging, descritto da McDonough come un “ibrido mostruoso” è purtroppo in costante crescita.
Nel claim della campagna "Make it Take" - (Se) lo fai riprenditelo - è racchiuso l'invito ai produttori a mettere in pratica la responsabilità estesa su tutto il ciclo di vita dei prodotti immessi al consumo. La campagna è co-fondata e coordinata da UPSTREAM e ha come partners: 5 Gyres, Clean Water Action, Green America, NRDC ( National Resources Defense Council), Plastic Pollution Coalition, Sierra Club Extended Producer Responsibility Team, Texas Campaign for the Environment, Waterkeeper Alliance e Eureka Recycling. Si tratta di associazioni e enti no profit impegnati nella salvaguardia delle risorse naturali, nella promozione di una gestione virtuosa dei rifiuti e lotta all'inquinamento.
La campagna mira ad informare la pubblica opinione sull'impatto ambientale dei vari di imballaggio in modo che i cittadini possano decidere di esercitare pressione sulle aziende di beni di consumo affinché immettano esclusivamente packaging sostenibile. Allo stesso tempo i cittadino sono invitati a sottoscrivere la petizione che esorta Kraft Foods a riprogettare la confezione utilizzando solo vetro o plastica o alluminio (come le principali marche concorrenti) oppure di assumersi la responsabilità per la raccolta e il riciclo post-consumo.

stand up pouchesI COMMENTI DEI PARTNER DI MAKE IT TAKE IT

Matt Prindiville direttore di Upstream, co-fondatore e coordinatore della campagna
"Le aziende spesso progettano il packaging senza curarsi del fine vita dello stesso. Molti tipi di imballaggio, per lo più di plastica o costituiti da multistrati di materiali diversi sono impossibili da riciclare o compostare" -argomenta Matt Prindiville, " Di conseguenza la maggior parte degli imballaggi finisce per essere sprecata in inceneritori e discariche, oppure va a depositarsi lungo le strade per poi spesso arrivare nei mari danneggiando gli habitat, e mettendo a repentaglio la vita della fauna selvatica terrestre e marina"

Tim Brownell, CEO di Eureka Recycling
"Ogni anno 60.000 tonnellate di imballaggi passano attraverso il nostro Lab Zero -Waste e vediamo con i nostri occhi l'enorme spreco causato da questi imballaggi irrecuperabili. L'unico atto socialmente responsabile che le aziende devono intraprendere è cambiare il design del packaging per creare valore per le comunità".

Daniella Dimitrova Russo, co-fondatore e direttore esecutivo di Plastic Pollution Coalition
"La crescente quantità di imballaggi è un problema che deve essere affrontato congiuntamente dai consumatori e produttori. Siamo ansiosi di vedere la nascita di soluzioni innovative che tengano conto della responsabilità estesa del produttore."

Robin Schneider, direttore esecutivo della Campagna del Texas for the Environment
"In questo momento storico è irresponsabile progettare prodotti per la discarica. E' arrivato per Kraft il tempo di effettuare un cambiamento e di assumersi la responsabilità per quegli imballaggi che sono mal progettati ".

Vai al video DESIGNED TO BE WASTE per approfondire l'argomento.

stand up pouchesL'IMPEGNO DELL'ACV

L'Associazione Comuni Virtuosi, prima con la campagna di sensibilizzazione Porta la Sporta (lanciata nel 2009 contro l'utilizzo USA E GETTA) e poi nel suo naturale proseguimento con l'iniziativa MENO RIFIUTI PIU' BENESSERE del 2012 è impegnata in modo continuativo a dare un contributo affinchè si verifichi una transizione verso un nuovo modello di gestione dei rifiuti come risorse. Tale impegno consiste nell'approcciare le aziende singolarmente o durante occasioni allargate ad altri portatori di interesse, come tavoli di lavoro o convegni centrati sulle tematiche di prevenzione dei rifiuti e/o di utilizzo efficiente delle risorse all'interno di modelli di economia circolare.
Questo perchè è impensabile gestire una transizione di così vasta portata solamente occupandosi di fare la migliore delle raccolte differenziate possibile dei rifiuti urbani, come prevalentemente fatto sino ad oggi. Pertanto senza senza perdere altro tempo (e come risposta alla necessità di rallentare il riscaldamento climatico) la transizione deve partire già nella fase della progettazione industriale e trovare realizzazione in un contesto di sistema dove governo, enti locali, aziende, distribuzione e società agiscano in sintonia rispetto agli obiettivi ambientali. E' ormai assodato che le cause principali della produzione e dell'aumento di rifiuti sono la cattiva progettazione e l'obsolescenza programmata che caratterizzano la maggioranza dei beni immessi al commercio. Il coinvolgimento del mondo industriale rimarrà pertanto il punto fermo nello sviluppo delle nostre prossime iniziative.
Rispetto al flusso degli imballaggi Meno Rifiuti più Benessere chiede al mondo dell'industria e della distribuzione di aderiere a 10 mosse nel rispetto del PNPR (programma nazionale di prevenzione dei rifiuti) che deve essere redatto dalle regioni entro fine anno.

FIRMA LA PETIZIONE!

Una tabella di marcia per gli obiettivi di prevenzione rifiuti e riciclaggio del pack in ogni azienda? (aprile '14)

packSi può e si deve fare, anche e soprattutto nelle aziende leader di mercato. Il caso di Colgate-Palmolive negli Stati Uniti e di Barilla e Gruppo Pedon per l'Italia

La totale riciclabilità dell'imballaggio non è sempre una priorità per le aziende e per i progettisti. Capita, e purtroppo non raramente, di vedere prodotti che da una confezione facilmente riciclabile in monomateriale (vetro, plastica o carta) passano ad un'altra in materiale poliaccoppiato e/o composta da parti non separabili, oppure rivestita da etichette coprenti, o contenente additivi che ne compromettono il riciclaggio. Per questo motivo e per diffondere tra i cittadini consumAttori l'informazione necessaria per fare scelte di consumo consapevoli, che premino le aziende più responsabili sotto l'aspetto socio-ambientale, abbiamo lanciato nel 2012 la campagna Meno rifiuti più Benessere in 10 mosse ( e petizione collegata ) che verrà presto aggiornata con gli ultimi dati ed avvenimenti.
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E' quindi una buona notizia quella pervenuta dalla sede americana della multinazionale Colgate- Palmolive che ha reso recentemente noto l'impegno a rendere completamente riciclabile entro il 2020 il packaging per tre delle sue quattro categorie di prodotto. Il progetto interessa quindi tutti i prodotti per la cura della casa, della persona e degli alimenti per animali. Per quanto concerne la quarta categoria dell'igiene orale, il primo passo è lo sviluppo di un tubetto di dentifricio riciclabile in sostituzione del modello attuale in materiale composito non riciclabile. Caratteristica comune alla maggior parte dei tubetti per dentifricio presenti sugli scaffali.

Altri obiettivi del piano di Colgate Palmolive da perseguire entro il 2020, sono la riduzione o eliminazione del PVC e l'incremento del contenuto medio di materiale riciclato che verrà portato dal 40% al 50 %, sia per il packaging in carta che per quello realizzato nei vari tipi di plastica: PET, HPE, PET, HDPE e PP.

packQuesta decisione si deve per lo più all'opera di convincimento esercitata da As You Sow, una ONG ambientalista americana che dal 2012 invita le aziende leader del retail e dei prodotti di largo consumo all'adozione di politiche incentrate sulla Responsabilità Estesa del Produttore anche per gli imballaggi post consumo. As you Sow ha quantificato in 11,4 miliardi di dollari il valore economico degli imballaggi che invece di essere riciclati sono stati smaltiti negli USA nel 2010 tra discariche e inceneritori.

Tra le aziende multinazionali con cui l'ONG ha instaurato un dialogo costruttivo figurano anche P&G e Unilever. Ben poco feeling pare invece esserci tra As you Sow e il gruppo Kraft Food “colpevole” di aver immesso in commercio miliardi di confezioni "stand-up pouch" di succo a marca Capri Sun. Le stand-up pouch, sono delle buste non riciclabili in materiale laminato, in genere plastica e alluminio, che sono sempre più utilizzate nel settore di alimenti e bevande. Per la facilità d'uso e il poco ingombro in fase di trasporto e stoccaggio, hanno preso il posto di lattine e bottiglie soprattutto per le mono porzioni.
Per capire l'impatto di queste confezioni basta pensare che ne vengono vendute negli USA 1,6 miliardi di pezzi all'anno e solamente per la linea Capri Sun. Si stima che invece la loro produzione globale ammonti a circa 5 miliardi di pezzi. A questo tipo di imballaggio è stato dedicato buona parte del video "DESIGNED TO BE WASTE": Progettati per diventare rifiuto.

Barilla ha sostituito nel 2013 l'incarto delle confezioni di biscotti Mulino Bianco e Pavesi con un poliaccoppiato che può essere riciclato con la carta, raggiungendo così - con un anno di anticipo rispetto alla scadenza indicata nell'ultimo bilancio di sostenibilità- l'obiettivo del 98% di riciclabilità per il totale degli imballaggi utilizzati.

L'IMBALLAGGIO? "GREEN" E DISTINTIVO

Un esempio a cui tendere, anche per le piccole medie imprese, sia per la scelta sulla riciclabilità totale del packaging, che per la prevenzione del rifiuto da imballaggio all'interno del ciclo di lavorazione e produzione è il Gruppo Pedon, una nostra scoperta recente. Con una modifica sull'operatività e logistica è stato eliminato il confezionameno in sacchi di plastica da 25 o 50 kg delle materie prime in entrata. Con l'avvenuta installazione di 58 silos ecosostenibili, le materie prime possono essere ricevute Pedoncampagnaeticasfuse e stoccate direttamente nei silos. I benefici sono quantificabili in un risparmio annuale di circa 37 tonnellate di plastica e nella mancata emissione di 80 tonnellate di anidride carbonica nell’ambiente.

"I consumatori negli ultimi anni sono sempre più attenti ai contenuti green e, secondo le ultime ricerche, reputano l'impatto ambientale del prodotto come uno dei fattori di scelta nel processo di acquisto, nonché indice di innovazione di un prodotto. Per questo motivo è fondamentale che il pack sia caratterizzato da imballi sempre più eco-compatibili, in linea con le esigenze della GDO e le preferenze dei consumatori", questo è quanto afferma Luca Zocca - Marketing Manager del Gruppo Pedon - durante il Convegno svoltosi a Vimercate (MB) dedicato agli operatori del settore e incentrato sulle novità legate alla stampa dell'imballaggio alimentare.
Nel corso del suo intervento "Il packaging alimentare tra marketing e sostenibilità", Zocca ha spiegato come l'imballaggio debba saper essere, oltre che leva di marketing, elemento distintivo e di forza del prodotto in linea con le nuove esigenze di eco-sostenibilità.

"Per quanto riguarda il packaging siamo attenti ai costi, ma dobbiamo necessariamente coniugare esigenze di qualità e sicurezza con la facilità d'uso e quando studiamo un prodotto innovativo non lesiniamo sul pack, perché ne perderebbe di appeal e ne sminuirebbe il contenuto" – prosegue Zocca – "In tema di eco-sostenibilità, utilizziamo per alcune linee di prodotto carta certificata FSC e imballi totalmente riciclabili. Ricordiamo che l'impatto ambientale, associato ad altri aspetti etici, sono importanti driver di scelta e di acquisto del prodotto a scaffale. A questo aggiungo che è necessario un costante dialogo tra tutti gli attori della filiera per sviluppare nuove soluzioni e portare innovazione di prodotto".

Fonte delle dichiazioni in virgolettato: Italiafruit.net

Se tutte le aziende avessero una politica sul packaging come il gruppo Pedon alcune tra le 10 mosse della nostra iniziativa Meno Rifiuti più Benessere potrebbero essere considerate superflue ma purtroppo così non è.

L'utilizzo della plastica nella produzione di imballaggi è destinato a salire, come si legge in un recente articolo di Polimerica.it che presenta uno studio sul mercato europeo della società di consulenza Ceresana. E' ipotizzabile quindi che, in assenza di contromisure per arginare il fenomeno sin dalla fase di progettazione (con una modulazione del contributo ambientale in funzione della riciclabilità) possa aumentare di conseguenza l'utilizzo di contenitori difficilmente riciclabili che in genere finiscono nel gruppo delle plastiche miste ( imballaggi flessibili, sacchetti, vaschette, polistirolo, etc.), con destinazione incenerimento.

Gli operatori del settore della selezione e riciclo degli imballaggi di plastica rilevano negli ultimi anni un'inversione di tendenza nella tipologia delle plastiche che arrivano dalle raccolte differenziate. Se in passato le plastiche rigide, costituite da bottiglie e contenitori in PET e HDPE, rappresentavano la maggioranza degli imballaggi raccolti, con percentuali intorno al 60%, è ora il gruppo delle plastiche miste ad essere presente in misura maggiore.

Questa realtà trova anche riscontro nei dati preliminari su raccolta, recupero e riciclo di imballaggi in plastica nel 2013 resi noti da Corepla che vedono un aumento modesto della percentuale di riciclo sull’immesso al consumo al 37,2% (+1,1%) e una forte crescita del volume degli imballaggi in plastica avviati a recupero energetico (+9,8%), arrivati a 773mila tonnellate. La percentuale di recupero energetico ( incenerimento) sull’immesso al consumo di imballaggi di plastica è infatti salita dal 34,3% al 37,8% (+3,5%) superando, seppur di poco, 0,6%, la percentuale del 37,2% di imballaggi riciclati.

Per poter raggiungere l'obiettivo europeo di riciclo di materia pari al 50% della plastica immessa al consumo entro il 2020, andrebbero intraprese sia sul fronte aziendale che legislativo alcune azioni improcrastinabili su cui torneremo prossimamente, che facciano tesoro delle indicazioni che arrivano dai riciclatori europei e dalle migliori esperienze nazionali in materia di riciclo delle plastiche miste come Revet Recycling.

UK: la Grande Distribuzione taglia del 25% le emissioni di Co2 al 2020 (febbraio '14)

BRCMeno 25% di emissioni di Co2 entro il 2020 in valore assoluto è il nuovo obiettivo per i gruppi della Grande Distribuzione aderenti all'iniziativa "A Better Retailing Climate" del British Retail Consortium (BRC) lanciata nel 2008 e conclusasi come prima fase a fine 2013. Il termine di paragone è quello del livello di emissioni avvenute nel 2005.
All'iniziativa volontaria del BRC partecipano i maggiori retailers britannici come Tesco, McDonald, Asda, Sainsbury, Marks & Spencer, Waitrose e Co-op che confermano così di voler proseguire con l'impegno assunto cinque anni fa di ridurre l'impatto ambientale complessivamente prodotto dalle loro attività. Così come avvenuto nella prima fase dell'iniziativa verranno fissati degli obiettivi di riduzione degli impatti relativi a 5 aree di intervento che sono state identificate tra rifiuti, trasporti, refrigerazione, uso delle risorse negli edifici e relative emissioni di Co2.
Il nuovo Rapporto A Better Retailing Climate: Driving Resource Efficiency , presentato da BRC lo scorso 29 gennaio nella House of Commons, riporta i risultati ottenuti e delinea i nuovi obiettivi che caratterizzano questa seconda fase di impegno verso una maggiore sostenibilità ambientale dei gruppi.
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I risultati conseguiti dai retailers nella prima fase dell'iniziativa hanno documentato non solamente il raggiungimento degli obiettivi di riduzione previsti per fine 2013 nelle diverse aree, (sempre basati sui livelli di consumo del 2005) ma un superamento degli stessi.
Le insegne hanno infatti ridotto le emissioni di Co2 dovute dagli edifici del 30% ( + 5% rispetto all'obiettivo del 25%), le emissioni di gas refrigeranti del 55% ( + 5% rispetto all'obiettivo del 50% ) mentre le emissioni relative ai trasporti sono state ridotte del 29% (+14% rispetto all'obiettivo del 15%). I rifiuti conferiti in discarica sono invece scesi dal 47% del 2005 al 6% del 2013, superando l'obiettivo del 15%.

In occasione della presentazione del rapporto, sia il direttore generale di BRC Helen Dickinson, che il Segretario di Stato per il Ministero dell'Ambiente, Owen Paterson, si sono dichiarati estremamente soddisfatti dei risultati ottenuti e dell'impegno, passato e futuro, dimostrato dai retailers.

BRC

Ecco nel dettaglio i nuovi obiettivi di riduzione al 2020 contenuti nel nuovo report che, complessivamente, dovrebbero permettere il raggiungimento del target globale di riduzione delle emissioni di Co2 del 25% :

  • Efficienza energetica degli edifici: taglio del 50% delle emissioni legate al consumo energetico tenendo conto di possibili nuove aperture di sedi rispetto alla situazione del 2005.
  • Refrigerazione: riduzione dell'80% delle emissioni di gas refrigeranti entro il 2020 in relazione ai volumi occupati dagli impianti. Entro il 2015 verranno sostituiti i gas refrigeranti fluorurati, HFC o F-Gas, in linea con le indicazioni del Consumer Goods Forum.
  • Trasporti: riduzione del 45% delle emissioni di Co2 relative alle consegne ai negozi sempre riferite ai valori del 2005.
  • Rifiuti: ulteriore riduzione rispetto alla percentuale di conferimento in discarica del 2013 pari al 6% dei rifiuti totali prodotti. L'obiettivo è di non superare l'1% (dei rifiuti prodotti) come conferimento in discarica.

Spreco alimentare

Altre aree di intervento sulle quali i Retailers hanno lavorato e proseguiranno le attività sono state quelle relative al consumo di acqua e alla riduzione dello spreco alimentare che coinvolgono sia la filiera di approvvigionamento dei gruppi che i clienti.
Poiché diversi studi hanno dimostrato come una percentuale importante di alimenti venga buttata proprio nelle case, in Gran Bretagna ( quantificato in £700 il valore del cibo buttato all'anno per famiglia) così come in Italia, i gruppi sensibilizzeranno i clienti su come sia possibile ridurre lo spreco alimentare suggerendo alcune azioni di prevenzione possibili sia in fase di acquisto che nelle case.
La maggioranza dei retailers partecipanti all'iniziativa già fornisce singolarmente i dati sulla propria produzione di rifiuti al programma governativo britannico WRAP, Waste & Resource Action Programme. Il nuovo accordo prevede che il BRC fornisca a WRAP i dati complessivi del settore elaborando i dati parziali che gli verranno forniti dai gruppi.
Se si considera che Tesco ha quantificato in ben 28.500 le tonnellate di solo rifiuto alimentare prodotte dai suoi punti vendita e centri distributivi in sei mesi, si capisce quanto siano importanti i numeri dello spreco alimentare sui quali si debba lavorare.
Un'analisi effettuata lo scorso anno da Tesco per misurare lo spreco che avviene lungo il ciclo di vita di 25 dei prodotti più venduti a marca propria ha portato il retailer a prendere alcune misure specifiche.
Tra queste il non mettere più più in offerta la propria marca di insalata in busta dopo aver scoperto che il 68% dei pezzi venduti finiva nella spazzatura. Dall'analisi che ha permesso a Tesco di tracciare i prodotti “dal campo alla forchetta”, derivata da una metodologia chiamata “From farm to fork methodology”, sono risultati altri dati relativi allo spreco che richiedono misure di contenimento.
Secondo lo stesso studio di Tesco finisce nel cestino dell'immondizia, in qualche fase del percorso, anche il 47% dei prodotti da forno, il 40% delle mele, il 24% dell'uva e il 20% delle banane.

Come già rilevato in precedenti post non esistono ancora nel nostro paese progetti di lungo termine, piuttosto che cabine di regia, a cura ministero all'ambiente, che coordinino e promuovano iniziative come quelle inglesi o francesi, ed è pertanto indispensabile colmare al più presto questa lacuna.
Qualcosa si sta muovendo per quanto riguarda lo spreco di Cibo con il progetto #Pinpas, il Piano Nazionale di prevenzione dello spreco alimentare promosso dal Ministero dell’Ambiente. Coordinatore dalla task force di minambiente è Andrea Segrè, presidente di Last Minute Market.
Lo scorso 5 febbraio la prima Consulta del #Pinpas ha riunito, per la prima volta, tutti i protagonisti della filiera agroalimentare italiana, dalle aziende alle associazioni di produttori e consumatori, dalla Confindustria alla Confcommercio, dalla Caritas ad Acli, per mettere a punto il piano di prevenzione da presentare il prossimo novembre a Ecomondo.

E' olandese il padre della gerarchia di gestione dei rifiuti (gennaio '14)

scala di Lansink Compie ottanta anni quest'anno l'olandese Ad Lansink, un tempo professore e parlamentare, che nel '79 ha lanciato la gerarchia di gestione dei rifiuti. E' difficile che lo si conosca al di fuori del suo paese natale.
Eppure, quasi tutti coloro che bazzicano nel settore dei rifiuti si sono imbattuti nel suo lavoro che ha contribuito a plasmare lo sviluppo delle politiche di gestione dei rifiuti per oltre 30 anni in Europa e non solo.

La "scala di Lansink" : uno strumento per pensare i rifiuti
Lansink definisce un ordine preferenziale nella gestione dei rifiuti che vede al primo posto l'opzione più rispettosa per l'ambiente e all'ultimo posto la più dannosa. Concretamente la produzione di rifiuti va evitata attraverso tutte le possibili azioni di prevenzione.
Quanto va necessariamente prodotto tra beni durevoli o imballaggi deve poter essere riutilizzato e riciclato a fine ciclo di vita. L'incenerimento con recupero di energia e lo smaltimento in discarica sono le opzioni da evitare e ridurre il più possibile.
L'aspetto più interessante dell'intuizione di Lansink è il fatto che non si sia basata su strumenti di valutazione scientifica -come l'analisi del ciclo di vita delle varie opzioni- ma che sia frutto di una visione lungimirante e quanto mai di attualità che mette al centro la scarsità di risorse dovuta ai limiti fisici del pianeta che impone un loro uso efficiente.
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La caratteristica della gerarchia dei rifiuti è la sua semplicità. Da pedagogo Lansink deve sicuramente aver avuto ben chiara l'importanza di presentare le idee in un formato semplice e facile da ricordare . La scala è stata utile nell'influenzare un pubblico ben più vasto di quello dei decisori politici primi destinatari del messaggio.

Biografia
Gerhardus Wilhelmus Adrianus Josephus( 'Ad ') Lansink nasce ad Arnhem una grande città olandese sulle rive del fiume Nederrijn. Laureatosi in matematica e scienze all'Università di Utrecht , diventa poi docente di chimica e biochimica presso l'Università della città di Nijmegen dove stabilisce la sua residenza.
Lansink, attivo nel partito cattolico popolare viene prima eletto membro del consiglio comunale di Nijmegen nel 1970 per poi approdare in parlamento nel 1977 dove inizia ad occuparsi di energia e ambiente .

Nel 1979 presenta in parlamento una mozione con oggetto quella che sarebbe diventata nota come ' La scala di Lansink ' : una presentazione schematica dell'ordine di preferenza applicabile alla gestione dei rifiuti.
La mozione viene approvata e la scaletta diventa uno strumento fondamentale nella definizione della politica dei rifiuti olandese, fiamminga e successivamente della comunità europea.
In anni più recenti è stato uno degli oppositori del progetto della linea ferroviaria Betuweroute (il progetto d'infrastruttura olandese più costoso nella storia della nazione ) ed è stato per un certo tempo il presidente della commissione Ambiente della Federazione Gederland.

Tratto dal sito Isonomia.co.uk

 

Luca Mercalli: "Per i cambiamenti climatici siamo nella merda fino al collo"

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i numeri dell'acqua in bottiglia in Italia
     (dal 01/01/14 - in litri al secondo)

Al primo posto in Europa per consumo annuo procapite:
193 litri circa

bottiglie di plastica utilizzate in un anno: 9 miliardi
di cui riciclate: il 30% circa**


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*sacchetti di plastica consumati quest'anno nel mondo

** Il consumo procapite di acqua in bottiglia varia a seconda degli studi, fra cui: Un paese in bottiglia di Legambiente e The global Bottled Water Market della Beverage Marketing Corporation.

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