sacchetti di plastica consumati quest'anno*:
 
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Perchè?

Perché usare per pochi minuti un oggetto che può durare anche cento anni ? Stiamo parlando del sacchetto di plastica che spesso ci viene dato “gratuitamente“ ma per cui tutti paghiamo un caro prezzo in termini di consumo di risorse, energia e di costi economici ed ambientali dovuti alla sua dispersione nell'ambiente, ad oggi incontrollabile. Ma non si tratta solamente di sacchetti, ci sono tanti altri imballaggi e articoli monouso che è possibile eliminare o ridurre drasticamente. Parti da piccoli gesti quotidiani per modificare stili di vita insostenibili, FAI UN USO INTELLIGENTE DELLE RISORSE DEL PIANETA E RIFIUTA "L'USA E GETTA"!

COME ENTRARE IN AZIONE:
iniziative individuali per i singoli
iniziative collettive collettivamente
materiale per la media e grande distribuzione per la GDO
materiale per negozio per i negozi
iniziative per le scuole per le scuole

Iniziative ed Eventi 2010 - 2013

 

Settimana Nazionale "Porta la Sporta"(4 edizioni)

Sfida all'ultima Sporta
Mettila in rete! Meno plastica per tutti!

 

MENO RIFIUTI - PIU' BENESSERE in 10 mosse

ADERISCI come AZIENDA, INSEGNA GDO, ENTE LOCALE E CITTADINO!

MENO RIFIUTI PIU'BENESSERE - FIRMA LA PETIZIONEMeno Rifiuti Piu' Benessere in 10 mosse questo è lo slogan di un'azione intrapresa come Associazione Comuni Virtuosi in collaborazione con Italia Nostra e Adiconsum per sollecitare il mondo della produzione e della distribuzione a compiere 10 azioni nel breve e medio termine per alleggerire l'impatto ambientale di imballaggi e la promozione di soluzioni riutilizzabili invece che usa e getta.
Alla prima edizione 2012 lanciata in occasione della Settimana Europea per la riduzione dei Rifiuti 2012, segue ora la seconda edizione che contiene alcuni aggiornamenti riferiti agli avvenimenti del 2013 e alcune novità.
Le azioni che sollecitiamo sono motivate e supportate dagli argomenti e dati di fatto internazionali e nazionali contenuti anche all'interno di un documento condiviso di approfondimento. La comunicazione avverrà a partire dal mese di ottobre 2013 verso enti locali, associazioni e singoli individui per richiederne la sottoscrizione. segue>>

 

Primo Piano

UK: la Grande Distribuzione taglia del 25% le emissioni di Co2 al 2020 (febbraio '14)

BRCMeno 25% di emissioni di Co2 entro il 2020 in valore assoluto è il nuovo obiettivo per i gruppi della Grande Distribuzione aderenti all'iniziativa "A Better Retailing Climate" del British Retail Consortium (BRC) lanciata nel 2008 e conclusasi come prima fase a fine 2013. Il termine di paragone è quello del livello di emissioni avvenute nel 2005.
All'iniziativa volontaria del BRC partecipano i maggiori retailers britannici come Tesco, McDonald, Asda, Sainsbury, Marks & Spencer, Waitrose e Co-op che confermano così di voler proseguire con l'impegno assunto cinque anni fa di ridurre l'impatto ambientale complessivamente prodotto dalle loro attività. Così come avvenuto nella prima fase dell'iniziativa verranno fissati degli obiettivi di riduzione degli impatti relativi a 5 aree di intervento che sono state identificate tra rifiuti, trasporti, refrigerazione, uso delle risorse negli edifici e relative emissioni di Co2.
Il nuovo Rapporto A Better Retailing Climate: Driving Resource Efficiency , presentato da BRC lo scorso 29 gennaio nella House of Commons, riporta i risultati ottenuti e delinea i nuovi obiettivi che caratterizzano questa seconda fase di impegno verso una maggiore sostenibilità ambientale dei gruppi.
segue >>

I risultati conseguiti dai retailers nella prima fase dell'iniziativa hanno documentato non solamente il raggiungimento degli obiettivi di riduzione previsti per fine 2013 nelle diverse aree, (sempre basati sui livelli di consumo del 2005) ma un superamento degli stessi.
Le insegne hanno infatti ridotto le emissioni di Co2 dovute dagli edifici del 30% ( + 5% rispetto all'obiettivo del 25%), le emissioni di gas refrigeranti del 55% ( + 5% rispetto all'obiettivo del 50% ) mentre le emissioni relative ai trasporti sono state ridotte del 29% (+14% rispetto all'obiettivo del 15%). I rifiuti conferiti in discarica sono invece scesi dal 47% del 2005 al 6% del 2013, superando l'obiettivo del 15%.

In occasione della presentazione del rapporto, sia il direttore generale di BRC Helen Dickinson, che il Segretario di Stato per il Ministero dell'Ambiente, Owen Paterson, si sono dichiarati estremamente soddisfatti dei risultati ottenuti e dell'impegno, passato e futuro, dimostrato dai retailers.

BRC

Ecco nel dettaglio i nuovi obiettivi di riduzione al 2020 contenuti nel nuovo report che, complessivamente, dovrebbero permettere il raggiungimento del target globale di riduzione delle emissioni di Co2 del 25% :

  • Efficienza energetica degli edifici: taglio del 50% delle emissioni legate al consumo energetico tenendo conto di possibili nuove aperture di sedi rispetto alla situazione del 2005.
  • Refrigerazione: riduzione dell'80% delle emissioni di gas refrigeranti entro il 2020 in relazione ai volumi occupati dagli impianti. Entro il 2015 verranno sostituiti i gas refrigeranti fluorurati, HFC o F-Gas, in linea con le indicazioni del Consumer Goods Forum.
  • Trasporti: riduzione del 45% delle emissioni di Co2 relative alle consegne ai negozi sempre riferite ai valori del 2005.
  • Rifiuti: ulteriore riduzione rispetto alla percentuale di conferimento in discarica del 2013 pari al 6% dei rifiuti totali prodotti. L'obiettivo è di non superare l'1% (dei rifiuti prodotti) come conferimento in discarica.

Spreco alimentare

Altre aree di intervento sulle quali i Retailers hanno lavorato e proseguiranno le attività sono state quelle relative al consumo di acqua e alla riduzione dello spreco alimentare che coinvolgono sia la filiera di approvvigionamento dei gruppi che i clienti.
Poiché diversi studi hanno dimostrato come una percentuale importante di alimenti venga buttata proprio nelle case, in Gran Bretagna ( quantificato in £700 il valore del cibo buttato all'anno per famiglia) così come in Italia, i gruppi sensibilizzeranno i clienti su come sia possibile ridurre lo spreco alimentare suggerendo alcune azioni di prevenzione possibili sia in fase di acquisto che nelle case.
La maggioranza dei retailers partecipanti all'iniziativa già fornisce singolarmente i dati sulla propria produzione di rifiuti al programma governativo britannico WRAP, Waste & Resource Action Programme. Il nuovo accordo prevede che il BRC fornisca a WRAP i dati complessivi del settore elaborando i dati parziali che gli verranno forniti dai gruppi.
Se si considera che Tesco ha quantificato in ben 28.500 le tonnellate di solo rifiuto alimentare prodotte dai suoi punti vendita e centri distributivi in sei mesi, si capisce quanto siano importanti i numeri dello spreco alimentare sui quali si debba lavorare.
Un'analisi effettuata lo scorso anno da Tesco per misurare lo spreco che avviene lungo il ciclo di vita di 25 dei prodotti più venduti a marca propria ha portato il retailer a prendere alcune misure specifiche.
Tra queste il non mettere più più in offerta la propria marca di insalata in busta dopo aver scoperto che il 68% dei pezzi venduti finiva nella spazzatura. Dall'analisi che ha permesso a Tesco di tracciare i prodotti “dal campo alla forchetta”, derivata da una metodologia chiamata “From farm to fork methodology”, sono risultati altri dati relativi allo spreco che richiedono misure di contenimento.
Secondo lo stesso studio di Tesco finisce nel cestino dell'immondizia, in qualche fase del percorso, anche il 47% dei prodotti da forno, il 40% delle mele, il 24% dell'uva e il 20% delle banane.

Come già rilevato in precedenti post non esistono ancora nel nostro paese progetti di lungo termine, piuttosto che cabine di regia, a cura ministero all'ambiente, che coordinino e promuovano iniziative come quelle inglesi o francesi, ed è pertanto indispensabile colmare al più presto questa lacuna.
Qualcosa si sta muovendo per quanto riguarda lo spreco di Cibo con il progetto #Pinpas, il Piano Nazionale di prevenzione dello spreco alimentare promosso dal Ministero dell’Ambiente. Coordinatore dalla task force di minambiente è Andrea Segrè, presidente di Last Minute Market.
Lo scorso 5 febbraio la prima Consulta del #Pinpas ha riunito, per la prima volta, tutti i protagonisti della filiera agroalimentare italiana, dalle aziende alle associazioni di produttori e consumatori, dalla Confindustria alla Confcommercio, dalla Caritas ad Acli, per mettere a punto il piano di prevenzione da presentare il prossimo novembre a Ecomondo.

E' olandese il padre della gerarchia di gestione dei rifiuti (gennaio '14)

scala di Lansink Compie ottanta anni quest'anno l'olandese Ad Lansink, un tempo professore e parlamentare, che nel '79 ha lanciato la gerarchia di gestione dei rifiuti. E' difficile che lo si conosca al di fuori del suo paese natale.
Eppure, quasi tutti coloro che bazzicano nel settore dei rifiuti si sono imbattuti nel suo lavoro che ha contribuito a plasmare lo sviluppo delle politiche di gestione dei rifiuti per oltre 30 anni in Europa e non solo.

La "scala di Lansink" : uno strumento per pensare i rifiuti
Lansink definisce un ordine preferenziale nella gestione dei rifiuti che vede al primo posto l'opzione più rispettosa per l'ambiente e all'ultimo posto la più dannosa. Concretamente la produzione di rifiuti va evitata attraverso tutte le possibili azioni di prevenzione.
Quanto va necessariamente prodotto tra beni durevoli o imballaggi deve poter essere riutilizzato e riciclato a fine ciclo di vita. L'incenerimento con recupero di energia e lo smaltimento in discarica sono le opzioni da evitare e ridurre il più possibile.
L'aspetto più interessante dell'intuizione di Lansink è il fatto che non si sia basata su strumenti di valutazione scientifica -come l'analisi del ciclo di vita delle varie opzioni- ma che sia frutto di una visione lungimirante e quanto mai di attualità che mette al centro la scarsità di risorse dovuta ai limiti fisici del pianeta che impone un loro uso efficiente.
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La caratteristica della gerarchia dei rifiuti è la sua semplicità. Da pedagogo Lansink deve sicuramente aver avuto ben chiara l'importanza di presentare le idee in un formato semplice e facile da ricordare . La scala è stata utile nell'influenzare un pubblico ben più vasto di quello dei decisori politici primi destinatari del messaggio.

Biografia
Gerhardus Wilhelmus Adrianus Josephus( 'Ad ') Lansink nasce ad Arnhem una grande città olandese sulle rive del fiume Nederrijn. Laureatosi in matematica e scienze all'Università di Utrecht , diventa poi docente di chimica e biochimica presso l'Università della città di Nijmegen dove stabilisce la sua residenza.
Lansink, attivo nel partito cattolico popolare viene prima eletto membro del consiglio comunale di Nijmegen nel 1970 per poi approdare in parlamento nel 1977 dove inizia ad occuparsi di energia e ambiente .

Nel 1979 presenta in parlamento una mozione con oggetto quella che sarebbe diventata nota come ' La scala di Lansink ' : una presentazione schematica dell'ordine di preferenza applicabile alla gestione dei rifiuti.
La mozione viene approvata e la scaletta diventa uno strumento fondamentale nella definizione della politica dei rifiuti olandese, fiamminga e successivamente della comunità europea.
In anni più recenti è stato uno degli oppositori del progetto della linea ferroviaria Betuweroute (il progetto d'infrastruttura olandese più costoso nella storia della nazione ) ed è stato per un certo tempo il presidente della commissione Ambiente della Federazione Gederland.

Tratto dal sito Isonomia.co.uk

Nike sposa ColorDry per una tintura più sostenibile (dicembre '13)

colorDryNike, leader mondiale nel settore dell'abbigliamento sportivo occupa una posizione altrettanto di primo piano come impegno speso in ricerca e innovazione per una produzione del tessile più sostenibile.
Una sfida di grande portata che richiede competenze tecniche di altissimo livello per un gruppo che possiede una catena di approvvigionamento in 50 paesi, conta oltre 800 centri produttivi e centinai di fornitori di prodotti tessili. Nike l'ha affrontata con un approccio di sistema allacciando partnership tecniche strategiche e sviluppando strumenti di lavoro messi poi in condivisione con la sua filiera produttiva e non solo come vedremo.
Nike è stato nel 2011 parte integrante di un gruppo di aziende dell'abbigliamento che ha dato vita negli USA ad un gruppo di lavoro chiamato Sustainable Apparel Coalition (SAC) che conta attualmente oltre 100 aderenti tra produttori e distributori di abbigliamento, associazioni ambientaliste e ONG.
La coalizione è nata con l'obiettivo di ridurre gli impatti ambientali e sociali dei prodotti di abbigliamento e calzature vendute in tutto il mondo attraverso un approccio collaborativo. La prima azione è stata il lancio un'applicazione per misurare le performances ambientali dei prodotti: The Higg Index, che aiuta le aziende a standarizzare/riorganizzare i metodi interni di valutazione dei prodotti lungo tutto il ciclo di vita. Allo stesso tempo l'Index, ora in versione 2.0, funziona come uno strumento di autovalutazione che, attraverso l'identificazione dei punti deboli dei processi produttivi dal punto di vista della sostenibilità ambientale, offre l'opportunità di apportare miglioramenti mirati.
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Nel marzo del 2013 Nike, sull'esempio di aziende come Patagonia e Northface, ha siglato un accordo di partnership strategica con Bluesign Technologies allo scopo di ridurre l'impatto ambientale lungo tutta la sua supply chain. Questa collaborazione ha infatti permesso alla sua filiera di prevenire le cause di inquinamento ambientale dei processi produttivi e ridurre il consumo di risorse con una diversa progettazione dei capi. Ne abbiamo già parlato in questo articolo.
Nel mese di luglio 2013 Nike ha lanciato MAKING, uno strumento a disposizione dei designers di tutto il mondo. Accedendo a questa applicazione i progettisti vengono supportati nella creazione di abbigliamento a basso impatto. L'app permette di prendere decisioni informate sui migliori materiali da impiegare potendone comparare gli impatti ambientali sulla base di quattro indicatori: consumo di acqua, energia, impiego di sostanze chimiche e produzione di rifiuti.

COLORDRY

La ricerca verso sistemi di colorazione dei tessuti meno impattanti ha condotto Nike ad acquisire nel febbraio del 2012 una partecipazione nella startup olandese DyeCoo Textile Systems B.V. A distanza di qualche tempo, nei primi giorni dello scorso ottobre e durante l’ultimo convegno con gli investitori, il Presidente e AD di Nike, Mark Parker aveva preannunciato un'imminente “rivoluzione nella produzione” per l'azienda che è stata recentemente svelata.

Con i primi mesi del 2014 verranno prodotti i primi capi colorati con una tecnologia chiamata ColorDry sviluppata da DyeCoo che sostituisce l'utilizzo di acqua nel processo di colorazione dei tessuti con CO2, riduce il consumo energetico ed elimina la necessità di aggiungere sostanza chimiche.
I vantaggi del nuovo sistema sono notevoli: l'utilizzo di CO2, oltre a garantire un minore consumo energetico da parte dei macchinari e l'impiego di additivi chimici, permette soprattutto di risparmiare le massicce quantità di acqua che sono attualmente necessarie per il processo di tintura dei tessuti.

Si stima infatti che occorrano in media dai 100 ai 150 litri di acqua per tingere un solo chilogrammo di tessuto. Gli analisti del settore hanno preventivato che fino a tutto il 2015 saranno più di 39 milioni all'anno le tonnellate di poliestere che richiederanno una tintura. Con questi numeri non serve una calcolatrice per capire l’enorme impatto che un'adozione allargata di questa tecnologia potrà avere per il settore tessile, sia a livello economico che ambientale.

Un nuovo stabilimento deputato esclusivamente all’utilizzo di ColorDry, è stato appena inaugurato a Taipei in Taiwan da Eric Sprunk, Direttore Operativo di Nike insieme ai Direttori Esecutivi dei partner DyeCoo e Far Eastern New Century Corp FENC Corp., che si occupa materialmente della produzione dei capi griffati con il marchio swoosh.

Eric Sprunk, Direttore Operativo di Nike, è convinto che l’innovazione produttiva possa giocare un ruolo chiave qualora le imprese riconoscano l’importanza di ridurre la dipendenza da risorse non rinnovabili: “Nike innova non solamente nel design dei prodotti, ma anche nel modo in cui sono realizzati. Noi consideriamo sostenibilità e crescita come due aspetti complementari del business e la nostra strategia consiste nel collaborare in modo prioritario con gli stabilimenti che dimostrino il desiderio di investire in pratiche e tecnologie sostenibili. La nostra collaborazione con FENC e DyeCoo, per sviluppare ColorDry, rappresenta una tappa importante nel nostro cammino verso l’innovazione produttiva”, ha affermato Sprunk durante l'inaugurazione.

I primi riscontri sul metodo avuti da FENC sono stati positivi sia sotto l'aspetto dell'efficacia che della qualità dei risultati : “Paragonato ai classici metodi di colorazione, il processo ColorDry riduce del 40% il tempo impiegato per l’operazione e di circa il 60% l’utilizzo energetico. L'impronta ecologica del processo produttivo viene ridotta ad un quarto (-75%). I colori che si ottengono sono i più saturi, intensi e fedeli che abbiamo mai visto”, ha aggiunto Kuenlin Ho, in qualità di Vice Presidente Esecutivo di FENC.

Anche IKEA ha investito in DyeCoo ed entrambe le aziende ci hanno messo in contatto con i rispettivi partner della filiera produttiva. Vediamo enormi possibilità di rimodellare i processi di tintura del settore tessile e delle industrie affini, mentre lavoriamo insieme per estendere l’applicazione della nostra tecnologia anche ad altri tessuti oltre al poliestere”, ha dichiarato Geert Woerlee per DyeCoo.

L'impegno socio-ambientale di Nike e di pochi altri brand dovrebbe essere la norma, e a maggior ragione in un momento come quello attuale dove l'emergenza economica e quella ambientale sono facce di una stessa medaglia, ma purtroppo così non è.

Continua così ad esserci di che occuparsi per le diverse campagne, locali e internazionali, che “prendono di mira” i maggiori brand della moda con richieste precise: dalla campagna Detox-Panni Sporchi di Greenpeace alla campagna europea Clean Clothes Campaign.

Il Governo svedese affida alle aziende statali il compito di guidare il settore verso la sostenibilità (dicembre '13)

sveziaCon questo primo resoconto sulla Svezia, iniziamo a proporre articoli apparsi su media internazionali che riportano casi di "approcci virtuosi" alla sostenibilità socio-ambientale da parte di governi locali e nazionali.

Il governo svedese è tra i più grandi datori di lavoro della nazione. Esso controlla oltre 50 società e detiene rilevanti quote di partecipazione in aziende importanti come la società elettrica Vattenfall , la società di telecomunicazioni TeliaSonera , Scandinavian Airlines e LKAB, azienda produttrice di minerale di ferro .
La Svezia è stata il primo paese al mondo ad imporre alle società controllate dallo stato nel 2007 di rendicontare sulle proprie attività socio ambientali secondo le linee guida del Global Reporting Initiative ( GRI ) . Ora il governo " alza l'asticella" chiedendo alle stesse aziende di mettere la sostenibilità al centro dell'attività aziendale.
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"Le aziende che sono interamente o parzialmente proprietà dello Stato sono tenute a dare l'esempio", dichiara Peter Norman , ministro svedese per i mercati finanziari, " il prossimo passo del governo consisterà nel coinvolgere ogni società a formulare i propri obiettivi di sostenibilità. Gli obiettivi saranno diversi ma le azioni in programma all'interno delle attività aziendali dovranno essere concrete e rilevanti."
L'iniziativa richiede che tutte le 54 imprese che rientrano nell'ambito dell'influenza governativa fissino obiettivi misurabili di sostenibilità a seconda dei diversi modelli industriali e commerciali . È importante sottolineare che questi devono essere definiti dai Consigli di Amministrazione. A partire dal secondo trimestre del 2014 , ciascuna azienda deve riportare i propri obiettivi al governo e fornire annualmente aggiornamenti sui progressi ottenuti. Amministratori delegati e presidenti sono tenuti a presentare i propri report alla riunione annuale con il Ministro dei Mercati Finanziari Peter Norman incaricato di seguirne gli sviluppi.
Il ragionamento, secondo Norman, è semplice. " Come proprietari , vediamo un evidente legame tra pratiche di business sostenibili e la creazione di valore" - Norman ha dichiarato nel suo discorso di lancio nel maggio 2012 - "per sopravvivere e garantire una forte crescita del valore a lungo termine , le aziende devono quindi dare la priorità agli aspetti della sostenibilità."
In effetti, nel lungo termine , la sostenibilità è un prerequisito per il profitto e il governo, da investitore , interpreta come un suo dovere di fiduciario inserire la sostenibilità nei mandati dei consigli di amministrazione. Le aziende di proprietà pubblica rappresentano un investimento netto di circa 70 miliardi di euro che per la popolazione svedese rappresenta un valore proprietario equivalente a 12.000 corone di partecipazioni pro-capite. I rischi e le opportunità legati alla sostenibilità devono essere pertanto identificati e gestiti per garantire la creazione di valore a lungo termine e stabilità nei rendimenti.
La gestione della sostenibilità e la comunicazione sui risultati possono avere un impatto rilevante sul rischio d'impresa e sul valore per gli azionisti . E' istruttivo vedere la differenza tra le aziende che mettono queste azioni in pratica e quelle che non lo fanno.

Imparare dalle difficoltà

sveziaNegli ultimi anni, il governo svedese ha dovuto affrontare alcune situazioni critiche che sono state determinanti per "imparare" come gestire al meglio le sue aziende e società partecipate.
TeliaSonera, operatore di telecomunicazioni partecipato dai governi svedese e finlandese, è ancora scosso dalle accuse di aver pagato 300 milioni dollari in tangenti ai familiari di Islam Karimov, presidente dell'Uzbekistan per poter sbarcare nel mercato uzbeko della telefonia mobile.
Questa fatto ha avuto ripercussioni enormi sul nome dell'azienda, con conseguenze dirette sul valore delle azioni della società. I grandi fondi comuni di investimento hanno venduto le loro quote della società e clienti importanti, tra cui la città di Stoccolma , hanno deciso di rinegoziare i loro contratti .
Per un governo come quello svedese che ha una visione carbon low, l'azienda statale Vattenfall, uno dei maggiori produttori europei di elettricità e calore, costituisce una vera spina nel fianco. L'azienda è stata oggetto di aspre critiche nel 2009 nei suoi mercati principali in Germania e Svezia a causa di mancanza di trasparenza, cattiva gestione delle sue partecipazioni nel nucleare e per l'ostinata dipendenza dal carbone. Vattenfall che doveva guidare lo sviluppo di un sistema energetico sostenibile, non è stata all'altezza del suo mandato. Nel 2012 , infatti, il 46% di energia elettrica prodotta è stata generata attraverso combustibili fossili.

Ma lo stato svedese ha anche una serie di storie di successo da raccontare. Come il caso di LKAB , uno dei maggiori produttori di minerale di ferro in Europa che, consuma il 1,5% di energia elettrica della Svezia ed emette l'1% delle emissioni di gas a effetto serra del paese. Nella sua ricerca per ridurre l'impatto ambientale, l'azienda ha sviluppato un processo che richiede la metà dell'energia per la produzione di pellet di minerale di ferro utilizzati dai produttori di acciaio in tutto il mondo. Al momento c'è una forte domanda per questo pellet che ha registrato un enorme successo di vendite. La società ha anche abilmente gestito il dialogo con gli stakeholder su alcuni aspetti correlati a scelte aziendali che avrebbero potuto innescare proteste tra la popolazione.
Tornando all'azione governativa, la Svezia ha richiesto in modo efficace alle aziende di integrare la sostenibilità nelle loro attività, di fissare obiettivi che siano anche misurabili e rilevanti per le operazioni di business e ha demandato ai consigli di amministrazioni l'assunzione di responsabilità sulle decisioni prese.
La decisione della Svezia è interessante per due ragioni. La prima è che l'assegnazione di obiettivi e responsabilità precise al consiglio di amministrazione diventa uno strumento di cui possono avvalersi investitori a lungo termine come i fondi pensione, o governi che vedono nella sostenibilità un fattore di miglioramento sia per la gestione del rischio che per la strategia aziendale.
L'approccio svedese rappresenta anche uno strumento politico innovativo per i governi che cercano una leadership sui temi della sostenibilità perché esclude al contempo approcci regolamentativi " tradizionali" che possono essere percepiti negativamente o rifiutati dagli elettori.

Mettere la sostenibilità al centro è il futuro - è la modalità attraverso la quale il settore pubblico può guidare il mercato.

Articolo tratto e tradotto da www.corporateknigts.com di Astrid von Schmeling (One Stone) e Francisca Quinn (Quinn &Partners)

Che consumatore sostenibile sei? (novembre '13)

acquisti verdiSono diverse le indagini di mercato fatte negli ultimi anni per rilevare la maturità dei consumatori verso la sostenibilità ambientale dei prodotti. Il dato comune che emerge in tutti i risultati è che la sensibilità dei consumatori verso l'ecologicità dei prodotti è in crescita.
Tuttavia quella che maggiormente ha messo in luce l'atteggiamento dei consumatori rispetto ai contenuti delle 10 mosse della nostra iniziativa Meno Rifiuti più Benessere, risulta essere l'indagine realizzata dal Dott. Stefano Spillare del Ces.Co.Com (Centro Studi Avanzati sul Consumo e la Comunicazione) dell’Università di Bologna, "Che consumatore sostenibile sei?" per Acquisti VERDI.it.
I rispondenti sono stati gli utenti del sito che rappresentano quel consumatore sempre più attento e particolarmente informato, non facilmente influenzabile da un marketing che, troppo spesso, sconfina nel greenwashing , con il quale dovranno fare i conti le aziende che innoveranno i loro prodotti verso una maggiore sostenibilità.
Abbiamo fatto alcune domande a Stefano Spillare per evere un sintesi sui dati emersi dall'indagine presentata all'edizione 2012 di Ecomondo.
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Quale è il significato soggettivo che viene attribuito al temine "consumo sostenibile"?

Chiedendo agli intervistati il significato soggettivo dato loro al termine “consumo sostenibile”, l'opzione “comprare prodotti ecologici” raggiunge una buona percentuale di risposta (molto=48%; abbastanza=37%). Questo dimostra che, in buona parte, il consumo sostenibile è fatto coincidere proprio con l'acquisto di prodotti ecologici. Può sembrare quasi una tautologia o una banalità, ma in realtà non è assolutamente scontata una coincidenza tra consumo e sostenibilità, come dimostra, d'altronde, l'elevato grado di accordo con l'opzione che fa coincidere il consumo sostenibile col “Ridurre le esigenze di consumo” (molto=50%; abbastanza=31%). In altre parole, la coincidenza tra consumo sostenibile e acquisto di prodotti ecologici mostra che vi è una buona propensione verso l'acquisto anche da parte delle persone sensibili alle tematiche ambientali purché, appunto, si tratti di prodotti ecologici. Non prevale, quindi, una cultura meramente anticonsumistica, bensì si palesa una posizione benevola e proattiva verso i prodotti ecologici, traducibile in un'alta propensione all’acquisto.

alternativaMa che cosa fa di un prodotto un “prodotto ecologico”?

Secondo gli intervistati l'etichettatura non è percepita necessariamente come una garanzia. Infatti, a parziale riconferma della mancanza di fiducia nei marchi ecologici, risulta elevata la predilezione verso il rapporto diretto con il produttore locale, privo di intermediazione. Un rapporto di prima mano che permetta di testare la genuinità dell'offerta ecologica. In generale, infatti, i prodotti ecologici vengono identificati con prodotti che fanno bene. Le categorie merceologiche nelle quali la propensione all'acquisto ecologico è maggiore sono, non per nulla, quelle che hanno più direttamente a che fare con la salute (come il cibo biologico e i prodotti cosmetici o per la pulizia della casa).
Viene anche riconosciuta come caratteristica di ecologicità la lunga vita del prodotto o il fatto che consumi poca energia.

Come viene percepito l'imballaggio nella valutazione complessiva dell'ecologicità del prodotto?

L'imballaggio è percepito come un punto dolente per l'ecologicità del prodotto: infatti, un prodotto che “ha imballaggio molto ridotto o biodegradabile o facilmente riciclabile” è considerato “molto” o “abbastanza” ecologico per ben il 92% dei rispondenti. Addirittura ciò che, a parità di prezzo e qualità, è percepito come maggiormente discriminante nella scelta di acquisto sembra essere proprio l'imballaggio, il quale deve essere “ridotto e/o facilmente differenziabile” (molto=50%; abbastanza=35%).

Quali altre caratteristiche dei prodotti sono rilevanti nel determinare le scelte di acquisto?

In continuità con l'attenzione posta all'imballaggio, risultano percepite come caratteristiche distintive di un prodotto ecologico anche lo sfuso e il vuoto a rendere.
Ma è soprattutto l'attenzione all'intero ciclo di vita del prodotto, in particolare all'impatto ambientale in fase di produzione, a risultare un fattore discriminante per le scelte d'acquisto: il 65% dei rispondenti dichiara infatti di essere “molto” influenzato da questo aspetto, seppure, nei fatti, ciò risulta difficilmente valutabile da parte dei comuni consumatori. Il riconoscimento dell'importanza dell'eco-design dei prodotti, come dell'importanza di rendere maggiormente sostenibile ogni singolo aspetto della supply-chain dell'impresa, testimonia comunque di un consumatore attento e particolarmente informato, non certo in balia di un marketing accattivante ma, troppo spesso, declinante nel greenwashing.
Una cosa interessante è che anche la produzione con materie prime riciclate viene percepita alla stregua degli altri parametri di risparmio (come lo scarso utilizzo di acqua o energia in fase di produzione). Infine, “l'usa e getta” è considerato l'emblema dell'insostenibilità (“non acquistare usa e getta” molto o abbastanza ecologico per ben l'81% dei rispondenti - molto=52%; abbastanza=29%).

Quale è il canale preferito dai consumatori eco-attenti?

In merito ai luoghi e modi del consumo, sembrano essere favorite le modalità che evitano l'intermediazione, privilegiando il contatto diretto con il produttore (bancarelle, farmer market, negozi specializzati, etc.) attraverso il quale si instaura una particolare relazione fiduciaria e autentica. Il canale tuttavia più diffuso e utilizzato rimane quello della GDO. D'altronde, gli acquisti ecologici si concentrano, come abbiamo visto, nell'alimentare, nei prodotti cosmetici e di bellezza e nei prodotti per la pulizia della casa, tutti settori merceologici nei quali la GDO è capillarmente organizzata sul territorio.
In continuità con tale risultanza, ciò che favorirebbe l'acquisto dei prodotti ecologici risulta quindi essere “una rete distributiva più capillare” (51%) e “una maggiore chiarezza sulle caratteristiche ecologiche” (49%), la quale viene a completarsi con la percepita necessità di una “riduzione dei marchi ecologici ad un unico sistema di certificazione più chiaro” (45%).
In generale, quindi, una scarsa reperibilità ed una scarsa qualità dell’informazione (o comunque un'informazione che crea confusione), sembrano tra i caratteri maggiormente critici per una diffusione dei prodotti ecologici.

Lo studio completo si può scaricare a questo link>>

Il consumo dello shopper "usa e getta" dipende dal venditore (ottobre '13)

L'esito di sei mesi di monitoraggio sul consumo di Sfida all'ultima Sporta

Questo in estremissima sintesi l'insegnamento tratto dai sei mesi di monitoraggio sul consumo di sacchetti nei 13 comuni che hanno fatto a gara per ottenere il minore consumo possibile di sacchetti “usa e getta” partecipando alla competizione Sfida all'ultima sporta (novembre 2012- aprile 2013).

E' il proprietario o il direttore del punto vendita a creare, direttamente o indirettamente (con le istruzioni o l'informazione impartite al personale) il livello di consumo.
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La sensibilizzazione ambientale del personale e dei clienti ha dimostrato di avere un suo peso (con risultati variabili a seconda se occasionale o continuativa), ma pare essere soprattutto l'omaggio dei sacchetti usa e getta ad alimentare un'abitudine che la maggior parte dei clienti sarebbe disponibile a cambiare.
Sono stati oltre 180 i punti vendita coinvolti tra supermercati e negozi del piccolo commercio che hanno fornito nei sei mesi i dati delle vendite effettuate con o senza cessione di sacchetto usa e getta. Gli esiti hanno testimoniato una realtà molto diversificata come consumo, anche all'interno di uno stesso comune e di uno stesso genere merceologico.

Negozi del piccolo commercio

Tra i livelli di consumo registrati nei negozi del piccolo commercio si va da una percentuale di vendite effettuate con cessione di shopper inferiore al 5 o 10%, a casi in cui la percentuale di vendite con sacchetto arriva anche oltre all'80%.

consumo shopper negozi

Da un'indagine effettuata per individuare le cause di performance così diverse tra gli esercizi, è risultato che nei negozi dove il sacchetto veniva fornito a pagamento la percentuale di vendite effettuate con cessione di shopper andava da un 5% ad un 30% circa sul totale.

Per contro nei negozi con un alto smercio di sacchetti il sacchetto non veniva solamente omaggiato, ma fornito automaticamente anche senza richiesta da parte del cliente.

Per rendere l'idea di quanto può divergere il consumo da un punto vendita all'altro, anche all'interno di uno stesso gruppo merceologico e stesso Comune, ecco l'eloquente caso studio che ha messo a confronto la performance di tre panifici.

consumo shopper panifici

  • Nel panificio A dove i sacchetti sono a pagamento i clienti hanno preso l'abitudine di portarsi una borsa riutilizzabile da casa o a prendere direttamente in mano il sacchetto del pane.
  • Nel panificio B i sacchetti NON sono a pagamento ma l'addetto alle vendite si è impegnato molto nella comunicazione dell'iniziativa (posizionando la locandina in modo ottimale e spiegando ai clienti la posta in palio). Inoltre come regola nell'esercizio i sacchetti NON vengono forniti automaticamente ma solamente su specifica richiesta del cliente.
  • Nel panificio C i sacchetti NON sono a pagamento, vengono forniti automaticamente anche se non richiesti. Inoltre la comunicazione ai clienti (anche durante l'iniziativa) è stata minimale.

Supermercati

Tra i supermercati, complice l'addebito dello shopper sullo scontrino, è andata decisamente meglio con la metà dei punti vendita che si è piazzata con una percentuale di acquisti “shopper free” compresa tra l'80 e l'88% degli acquisti.

Sono solamente 3 su 19 i punti vendita dove ancora quasi la metà dei clienti si serve dell'usa e getta.

consumo shopper GDO

Nonostante il fatto che il sacchetto usa e getta venga fatto per lo più pagare in tutti i supermercati ci sono alcune variabili che entrano in gioco a determinare il livello di consumo osservate durante i mesi dell'iniziativa (ma rilevabili in qualsiasi pdv).

  1. Leva economica: l'intransigenza nel fare sempre pagare il sacchetto è determinante. Alcuni clienti alle casse chiedono appositamente e sistematicamente uno o più sacchetti quando la cassiera ha già chiuso il conto. A seconda dell'esito saranno portati a ripetere.
  2. Formazione/informazione: rispetto al punto sopra la formazione del personale e la chiarezza delle istruzioni da parte della direzione fa la differenza. C'è un fraintendimento di fondo che si registra nel nostro paese: e cioè che l'essere cortesi verso il cliente significhi regalar loro i sacchetti ( che di fatto è l'opzione più svantaggiosa per l'azienda e l'ambiente). Si è rilevato che sia nei superstore che supermercati di grande superficie una percentuale di sacchetti viene regalata a seguito di quanto descritto nei come punti A e B.
  3. Comunicazione: una comunicazione ben visibile alle casse che mette a confronto il prezzo dei sacchetti usa e getta con quello delle borse riutilizzabili, unita a un posizionamento in verticale -o comunque di maggiore visibilità- per le borse riutilizzabili, si sono rivelate modalità complementari efficaci per una riduzione dei sacchetti monouso.

Scarica il monitoraggio in pdf>>

Saranno il business e le persone che determineranno la velocità della transizione verso un’Europa più verde? (ottobre '13)

prof. freyRecentemente abbiamo pubblicato notizia sugli esiti dello studio Global Compact Paper delle Nazioni Unite che ha intervistato mille Ceo a livello internazionale per avere la misura dell'impegno delle aziende nell'affrontare le sfide della sostenibilità globale.
Nonostante il fatto che le questioni socio-ambientali siano ritenute importanti per il futuro delle loro attività dal 93% dei Ceo, risultano pochi i progressi fatti rispetto al precedente rilevamento avvenuto nel 2010. Oltre due terzi dei Ceo intervistati ammette che le aziende non stiano facendo abbastanza.

Per avere un commento autorevole sullo scenario che è emerso dallo studio abbiamo cercato il Professore Marco Frey che oltre ad essere presidente della Fondazione Global Compact Italia é Professore ordinario di Economia e gestione delle imprese, direttore del gruppo di ricerca sulla sostenibilità (SuM) della Scuola Sant'Anna e Direttore di Ricerca allo IEFE (Istituto di economia e politica dell'energia e dell'ambiente).
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1) Professore quale è il suo commento sugli esiti del GC paper ? Che cosa può spingere i CEO a passare all'azione e superare gli ostacoli interni?

E' evidente che dall'indagine di Accenture emerge che i CEO sentono di trovarsi in una situazione di stallo: largamente consapevoli dell'importanza di valorizzare strategicamente i temi della sostenibilità, ma anche frenati dalla mancanza di un supporto sistematico da parte delle istituzioni. Per qualcuno un importante vincolo è costituito anche dalla limitata spinta ricevuta dai consumatori verso soluzioni più sostenibili.
Eppure se guardiamo all'Europa un recente studio di Eurobarometer ci mostra che i cittadini sono consapevoli che il primo attore che può spingere le imprese ad essere più socialmente responsabili sono loro stessi, con particolare riferimento ai comportamenti di acquisto. Le istituzioni, un tempo al primo posto in questo ruolo di stimolo, sono ora scivolate al terzo posto, precedute anche dai manager che possono spingere le proprie imprese ad innovare nella prospettiva della sostenibilità. Questo accresciuto ruolo dei cittadini/consumatori e dei manager è coerente con quanto recentemente dichiarato da Janez Potočnik, che "Saranno il business e le persone che determineranno la velocità della transizione verso un’Europa più verde". In questa occasione neppure dal Commissario all'ambiente viene citata l'azione dei governi che invece l'industria spesso invoca come priorità.

Per quanto riguarda il superamento degli ostacoli interni, la modalità più efficace è quella di far sì che la sostenibilità sia un driver dell'innovazione di prodotto, di processo e di sistema. Le imprese sulla frontiera dell'innovazione, che guardano ai mercati globali, sono perfettamente consapevoli che l'orientamento alla sostenibilità è un elemento di potenziamento delle loro capacità. Ciò necessariamente richiede una buona dose di proattività per incontrarsi in una logica di partnership con quegli altri attori che saranno a loro volta in movimento.

2) Quanto seriamente verranno presi in Italia gli scenari che l'IPCC prospetta nel Sommario per i Decisori Politici (SPM) per il nostro paese?

Purtroppo in Italia non siamo molto attenti alle segnalazioni che provengono dall'IPCC. In parte forse questo dipende dalla scarsa accoglienza che ormai caratterizza le comunicazioni in materia di riscaldamento globale, in parte necessariamente ripetitive, in parte percepite come lontane nello spazio e nel tempo. Eppure ciò che l'IPCC ci dice ha una grande rilevanza per il nostro futuro: si pensi solo all'inserimento dell'Italia e dei Paesi del Mediterraneo tra le zone in cui nei prossimi decenni si ridurrà la piovosità ed aumenterà la siccità. E' quindi è necessario che nei prossimi mesi ci si impegni per riprendere tutta una serie di elementi presenti non solo nel Sommario per i Decisore Politici, ma anche nella parte di analisi del rapporto.

Design Sistemico per riprogettare il domani (ottobre '13)

Arch. Luigi BistagninoIl momento storico che stiamo vivendo è segnato da una profonda crisi che mina le basi di un sistema sociale ed economico figlio del Positivismo e delle Rivoluzioni Industriali e sviluppatosi secondo un modello di consumo che ha posto al centro il prodotto e soprattutto il profitto. Questa premessa sembra scontata oggi dopo che la comunità internazionale ha maturato e mostrato negli ultimi decenni una significativa presa di coscienza rispetto ai problemi e ai limiti di un modello di sviluppo miope e in disaccordo con le leggi fisiche del nostro pianeta. Sono ormai evidenti gli effetti di questa crisi a livello globale, si susseguono rapporti scientifici sullo stato del pianeta che confermano le ipotesi avanzate dai primi modelli matematici che tentavano di simulare i limiti dello sviluppo.

Non ultimo il Rapporto di Jorgen Randers che a 40 anni dalla pubblicazione dell’ormai celebre Rapporto del MIT sui limiti dello sviluppo estende i calcoli effettuati nel 1972 facendo una previsione non rosea per il 2052. Il presente di oggi ha purtroppo validato le previsioni del primo rapporto che al momento della sua pubblicazione fece molto scalpore e suscitò critiche feroci per via della sua visione pessimistica di un declino economico che sarebbe potuto cominciare entro i primi decenni del ventunesimo secolo.
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Con un approccio più vicino al linguaggio degli economisti e dei politici Sir Nicholas Stern ha evidenziato nel 2006 come i cambiamenti climatici e più in generale la crisi ambientale globale, sarebbe costata da un minimo del  5% del PIL mondiale all’anno ad un massimo del 20%. Invece, per ridurre le emissioni di anidride carbonica nell’atmosfera, sarebbe stato sufficiente investire soltanto l’1% annuo del PIL.

Questi sono solo due esempi che confermano una tendenza, ormai in atto da tempo, di fallimento di un sistema sociale ed economico lineare basato sull'irrazionale prelievo di risorse e sulla conseguente produzione di rifiuti. Non è più il momento di discutere sulle effettive cause di questa crisi, e sull’evidenza degli effetti che sono ormai evidenti, ma è il tempo di prendere coscienza del cambiamento e agire per disegnare un nuovo futuro. La situazione di profonda crisi che sta vivendo oggi il tessuto economico europeo, ma non solo, è evidenza della crisi più profonda dell’intero sistema lineare su cui poggia la nostra società. Per superarla non è pensabile adottare lo stesso approccio e le stesse strategie che hanno contribuito alla creazione di questo sistema e dei problemi che da questo sono stati generati, ma è necessario un profondo ripensamento dei bisogni e delle dinamiche sociali ed economiche attraverso nuove prospettive. In questo scenario la figura del progettista è centrale. Al designer è demandato un evidente impegno etico e culturale per trovare soluzioni sostenibili: ruolo che va oltre la semplice figura di ideatore di nuovi prodotti assumendo una visione più strategica e nel ruolo di esploratore del contemporaneo si fa carico di definire nuovi modelli di consumo.

Si parla quindi di Ecodesign o Design for Environment come discipline per la definizione di nuovi scenari socio culturali per la soddisfazione di bisogni reali. Agli albori, l’approccio del Design for Environment era focalizzato sul massimizzare l’efficienza di un sistema economico produttivo ricco di scarti e di sprechi. E’ nato quindi il concetto di “Lean Production” per limitare i cosiddetti “muda”, arrivando a ipotizzare il famoso fattore 4 o 10 secondo cui l’attuale livello di benessere potrebbe essere sostenuto impiegando un decimo delle risorse attualmente utilizzate. L’approccio all’ecoefficienza ha determinato la nascita di metodologie di analisi per valutare l’impatto ambientale dei processi produttivi (es. LCA) e di conseguenza una serie di guidelines per cercare di mitigare questi impatti. Tuttavia, questo approccio è stato spesso applicato con interventi “end-of-pipe” volti a limitare i danni di un sistema produttivo inefficiente, demandando a nuove tecnologie “verdi” l’onere di mitigare gli impatti, senza focalizzarsi realmente sul cuore del problema. Intervenire sull’efficienza energetica di un elettrodomestico o di un’automobile serve a poco se non si ripensa il sistema di utilizzo per cui questi apparecchi sono stati pensati.

In quest’ottica si sono sviluppati approcci alla sostenibilità il cui obiettivo è quello di ripensare il sistema creando un nuovo stato di equilibrio ispirato ai meccanismi che la natura ha sviluppato in 4 miliardi di anni. Si assiste quindi ad uno spostamento di paradigma che l’architetto statunitense McDonough definisce dall’ecoefficienza all’ecoefficacia con l’ottica di disegnare sistemi in cui non sia più presente il concetto di “rifiuto”, ma nei quali ogni output di un processo diventa input per nuove attività.

Da queste basi nasce la “circular economy” che prevede di valorizzare gli scarti trattandoli come risorse per nuove attività attraverso il riciclo materico e l’ottimizzazione della vita utile dei prodotti contrastando l’obsolescenza programmata figlia di un sistema economico lineare basato sulla necessità di introdurre in continuazione nuovi prodotti sul mercato per mantenere se stesso.

Un approccio ancora più interessante, a nostro avviso, è quello della Blue Economy proposto dalla Fondazione Zeri, che ispiratosi alla scienza della complessità, alla teorie dei sistemi dinamici e ai meccanismi presenti in natura propone un sistema produttivo innovativo assolutamente integrato nella biosfera in grado di generare attività emergenti dagli output dei singoli processi.

Le relazioni output-input, che si creano all’interno di un sistema complesso, rappresentano le fondamenta della metodologia sistemica. Proprio dalla collaborazione tra la Fondazione Zeri e il Politecnico di Torino è nata la metodologia del Design Sistemico sviluppata negli ultimi 20 anni dal Gruppo di Ricerca coordinato dal prof. Arch. Luigi Bistagnino*.

Il Design Sistemico è una metodologia progettuale che può essere applicata a differenti settori produttivi: dall’industria manifatturiera, alle filiere agroalimentari, ai servizi. Questa metodologia è volta a ridurre l’impatto ambientale generando al contempo un notevole flusso economico attraverso l’analisi, la conoscenza e la riprogettazione dei flussi di materia e di energia. Il Design Sistemico ha la capacità di coinvolgere i soggetti di un sistema, generando una rete di relazioni che porta vantaggi al singolo e all'intero sistema. Le singole parti si intrecciano formando una rete tra i flussi di materia, energia e informazione che la rende robusta e capace di assorbire le variazioni impreviste. In questo modo è possibile creare il sistema complesso che annulla il concetto di “rifiuto”. La realizzazione del sistema è solo l’ultimo tassello della metodologia, che si raggiunge solo dopo aver analizzato il contesto e le risorse nascoste del territorio, utili ad innescare nuove relazioni.
Questo approccio progettuale è adottato dal gruppo torinese di ecodesigner che prende il nome di Officine Sistemiche.

Dario Toso - Officine Sistemiche

Officine Sistemiche è formata da un team di ecodesigner torinesi.
Il gruppo, formatosi culturalmente e metodologicamente al dAD - Dipartimento di Architettura e Design del Politecnico di Torino all’interno del Gruppo di Design Sistemico con il quale tuttora collabora, affianca realtà aziendali ed imprenditoriali con l’obiettivo di migliorarne le performance ambientali, economiche e sociali, in accordo con l’approccio del Design Sistemico. La tematica ambientale sempre più urgente per le realtà aziendali necessità di competenze solide e di una visione innovativa e lungimirante per adottare una visione strategica incisiva che sappia andare al di là di azioni di comunicazione spesso al limite del greenwashing. Lo stretto dialogo con il mondo della ricerca consente ad Officine Sistemiche di confrontarsi costantemente con l’innovazione nel settore ambientale sviluppando una visione strategica in tal senso.
Il progetto sviluppati da Officine Sistemiche testimoniano come un design orientato al territorio ed allo sviluppo locale, sia in grado di creare connessioni e legami tra risorse e saperi prima scollegati fra di loro. Infatti, è proprio grazie alla creazione di un sistema, in cui i suoi componenti sono legati tra loro da un reciproco scambio di risorse, che si genera un processo virtuoso sostenibile sia da un punto di vista economico, sociale ed ovviamente ambientale.
Le connessioni che si formano tra i vari nodi si basano su un legame di interdipendenza, che autoregolano il sistema stesso, capace di generare un senso di responsabilità condivisa. In questo scenario, il concetto di prodotto smette di essere un’entità singola, ma diventa espressione di una rete di relazioni.

* Luigi Bistagnino, Design Sistemico. Progettare la sostenibilità produttiva e ambientale, 2ª ed. Slow Food Editore, 2011.

Pochi i progressi sul fronte della sostenibilità aziendale globale (settembre '13)

go greenSecondo i Ceo serve più supporto dai governi per vincere gli ostacoli finanziari e di mercato che rallentano il passo verso una crescita verde

Oltre due terzi dei Ceo intervistati a livello internazionale per il Global Compact Paper delle Nazioni Unite ritiene che le aziende non stiano facendo abbastanza per affrontare le sfide della sostenibilità globale. La maggioranza concorda nel ritenere che più incentivi da parte dei governi potrebbero essere di efficacia per spingere le aziende più recalcitanti all'azione.
Dei 1.000 amministratori delegati intervistati il 93% ha confermato che le questioni ambientali e sociali sono importanti per il futuro della loro attività . Un altro 78% vede le pratiche sostenibili come la strada per la crescita e l' innovazione , mentre il 79% ritiene che una loro applicazione possa rappresentare un vantaggio competitivo nel proprio settore.
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L'84% dei manager, pur ritenendo che le aziende dovrebbero essere all'avanguardia nel perseguimento della sostenibilità socio ambientale, lamenta che non ci sono stati progressi rispetto al rilevamento per il precedente studio avvenuto nel 2010. Oltre la metà indica tra le cause la mancanza di risorse finanziarie, dovuta anche alla crisi economica (per il 40% di loro), e l'ambivalenza riscontrata nei clienti rispetto all'argomento.

Per quasi due terzi degli intervistati la seconda causa che ha impedto un progresso in ordine di importanza si è rivelata l'impossibilità di quantificare con precisione il valore del business della sostenibilità.

E mentre il 52% per cento degli intervistati considera l'interesse degli investitori determinante per l'investimento in pratiche sostenibili solo il 12% considera la pressione degli investitori come go greenun fattore motivante al cambiamento. Inoltre gli amministratori delegati ammettono che le imprese stesse hanno fatto pochi progressi nel convincere i consumatori che la sostenibilità è un " must " . Quasi la metà pensa che per i consumatori la sostenibilità verrà sempre considerata secondaria rispetto a fattori come prezzo, qualità e disponibilità .

Il sondaggio suggerisce che le aziende stanno cercando l'aiuto dei governi per fare avanzare l'agenda della sostenibilità. L'85% si aspetta infatti una politica più chiara sul tema, oltre a segnali positivi provenienti da un mercato che si riveli maturo per un cambiamento.
Un 55% attende l'emanazione di misure urgenti per regolamentare una crescita verde e il 43% punta a ottenere sussidi e incentivi governativi.

Per Peter Lacy, Managing Director di Accenture Sustainability and Strategy Services nella regione Asia-Pacifico , che ha coordinato lo studio, gli amministratori delegati non hanno ancora perso la fede nel ruolo chiave che le aziende possono giocare su questo terreno.
Tuttavia secondo Lacy, per mettere in atto una trasformazione su larga scala, le aziende devono cambiare tattica sia con i loro consumatori che investitori. Invece che tentare di convincere i consumatori circa la sostenibilità dell'offerta devono piuttosto mettere a loro disposizione prodotti e servizi sostenibili a prezzi abbordabili. Agli investitori, invece di mostrare i risparmi realizzati grazie alla sostenibilità, andrebbe fornita prova del valore di business positivo che dalla sostenibilità può venire generato.

Fonte: Greenbusiness.com

Leggi anche Troppe aziende (come tanta politica) ignorano la necessità di uno sviluppo sostenibile>>

L'economia circolare è donna (settembre '13)

Ellen McArthurDa velista che conquistò nel 2005 il record per la circumnavigazione più veloce in solitaria del globo a paladina dell'Economia Circolare. Sempre più aziende internazionali decidono di cimentarsi con il nuovo modello di business che Ellen MacArthur promuove con la stessa tenacia con cui affrontava il mare e sin dalla più tenera età.
Dopo aver dato l'addio al mondo dei professionisti della vela nel 2010 ed essere stata fatta Dama dell'Ordine dell'Impero Britannico dalla regina Elisabetta l'ex velista dà vita all' omonima Fondazione per diffondere i benefici dell'economia circolare, un modello in antitesi all'attuale che tiene conto delle risorse finite del nostro pianeta. Ogni anno raggiungiamo sempre prima l'Overshoot day ossia il giorno dell'anno in cui l’umanità esaurisce il suo budget ecologico annuo secondo il Global Footprint Network, che si occupa di misurare l''impronta ecologica' del pianeta. Dopo il 20 di agosto manterremo il nostro debito ecologico prelevando stock di risorse ed accumulando anidride carbonica in atmosfera.
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Mentre nel modello attuale di economia lineare lineare le risorse vengono impiegate in un percorso unidirezionale dalle fasi di estrazione - produzione - consumo – smaltimento (dalla culla alla tomba ) il modello circolare usa le risorse nel modo più efficiente possibile facendole girare il più a lungo possibile nel ciclo economico attraverso il riuso e il riciclo (dalla culla alla culla). La concezione di rifiuto in questo modello viene eliminata o ridotta al minimo sin dalla fase di progettazione che include quella di approvvigionamento delle materie prime e poi quelle di progettazione dei processi produttivi e dei prodotti imperniate sui concetti di rigenerazione e ripristino delle risorse. In questa prospettiva i prodotti durevoli non dovranno essere soggetti all'obsolescenza programmata ma progettati per durare il più a lungo possibile, inoltre si dovrà andare verso un possesso condiviso di tanti beni con formule simili al leasing e al noleggio.

Tornando alla storia di Ellen McArthur sono 5 le prime aziende che nel 2010 aderiscono alla sua Fondazione: B&Q, BT, Cisco, National Grid ( il gestore di rete britannico) e Renault.
Il primo passo fu quello di commissionare uno studio alla società di consulenza McKinsey per quantificare il valore economico dei materiali che vengono sprecati nella produzione e fine vita dei beni e proporre soluzioni. La fase successiva -in atto- è stata la realizzazione di una piattaforma di intenti CE100 capace di riunire in un'alleanza globale grandi aziende, innovatori ma anche regioni o nazioni. Tra le adesioni più recenti SAB Miller (Peroni, Nastro Azzurro) e il Governo della Scozia.

linear e circular economyIl rapporto Towards a Circular Economy è uscito nel 2012 con il primo volume e nel 2013 con il secondo, entrambi scaricabili gratuitamente dal sito della Fondazione.
Tra i dati più eclatanti rivelati nel primo volume c'è quello della quantità di materie prime che il sistema economico attuale “divora” annualmente. Per ora siamo a 65 miliardi di tonnellate ma, se non verranno prese serie contromisure, si arriverà ad 82 annue nel 2020 con un inevitabile aumento delle quotazioni delle materie prime.
Eppure -sempre secondo il report- se l'industria europea usasse le risorse naturali in maniera più efficiente potrebbe risparmiare fino a circa 630 miliardi di dollari all'anno, che corrisponde a circa un quarto di quanto spende per approvvigionarsi e a 3-4 punti percentuali di Pil.
Nel secondo volume si trovano alcuni esempi di economia circolare possibili nei settori dei prodotti alimentari e bevande, dei prodotti tessili, e dell'imballaggio che rappresentano insieme l'80% del mercato totale dei beni di largo consumo. Il coinvolgimento di questo settore ha un'importanza strategica se si considera che assorbe come valore circa il 60 % della spesa totale dei consumatori, il 35% degli input di materiali nell'economia, il 75% dei rifiuti urbani e assorbe più del 90% della produzione agricola (risorsa a rischio in un futuro non più così distante..).

Ecco un estratto dell'intervista recentemente rilasciata al Financial Times dalla McArthur.

Le sue idee stanno guadagnando appeal tra alcune delle società più importanti del mondo. Ma cos'è l'economia circolare, forse un'estensione del Lean Manifacturing ?
No, se ci si concentra sull'efficienza non si modifica il sistema. L'attuale ciclo produttivo è lineare con risorse naturali che vengono estratte per costruire un prodotto che diventa successivamente un rifiuto. Dobbiamo invece dare origine a flussi globali per i materiali.
Ad esempio, invece di comprare una lavatrice che finisce le sue giornate in una discarica, i consumatori potrebbero noleggiarla e quando si rompe averne un'altra in sostituzione. La lavatrice “defunta” verrebbe ritirata e riprogettata dal produttore e rimessa nel sistema.

Ci sono aziende che lo stanno già facendo ?
In parte lo sta facendo la Renault . Nello stabilimento di Choisy le- Roi vengono rimessi a punto parti di autovetture usati come pompe di iniezione, cambi e turbocompressori. Destinati ad essere montati su altre macchine i pezzi “ristrutturati” costano meno dei ricambi nuovi e sono coperti dalla stessa garanzia Renault. L'utilizzo di queste parti " come nuove" permette un risparmio dell'80% di energia, dell'88 % di acqua e del 92% di sostanze chimiche che sono necessarie quando si parte da zero. In più Renault ci guadagna.

Come è nata l'idea di questo progetto ?
Progettare un giro del mondo è qualcosa di molto complesso. Ma dopo che si è salpati quanto si ha a disposizione è quello che ci si è portati in barca. Trovandosi per lo più a non meno di 2.000 o 2.500 miglia da terra e a cinque giorni da un ospedale bisogna essere autosufficienti. In queste condizioni si sviluppa un'opprimente sensazione di ciò che è finito.

Come ha fatto a realizzare le sue idee ?
Con determinazione – come quella della bambina di 4 anni che sono stata che voleva navigare intorno al mondo. Anche se non avevo idea di come farlo accadere.
L'economia era un argomento completamente nuovo- così ho parlato con esperti del settore per capire come funziona l'economia globale. Mi sono interessata prima di energia e poi al consumo di materie prime, sempre più scarse e costose.

Ellen McArthur è spesso impegnata in progetti di formazione dedicati a studenti e dirigenti. Per i managers c'è la possibilità di partecipare ad uno stage estivo in collaborazione con la Bradford University School of Management del Regno Unito. Un prossimo frutto della collaborazione sarà il lancio, previsto per il prossimo gennaio 2014, di un MBA (master in business and administration) che combinerà le tradizionali aree accademiche di finanza, marketing in un quadro di economia circolare.

L'economia circolare>> spiegata in in meno di due minuti di visione.

Plastica nel Mediterraneo ? Peggio non si può... (settembre '13)

10 cose che puoi fareIl rilevamento compiuto da Goletta Verde di Legambiente e dall' Accademia del Leviatano su 3.000 km di Mar Tirreno per monitorare i rifiuti presenti,  è stata chiaramente pensata come una delle regolari occasioni di sensibilizzazione necessarie per l'opinione pubblica.

La plastica rilevata nel Tirreno era infatti solamente quella che ancora galleggia in superficie. L'inquinamento da plastica di mari ed oceani è tuttavia altamente preoccupante soprattutto per la parte che NON si vede ad occhio nudo.

Trattasi cioè delle quantità incalcolabili di microframmenti in cui si è scomposta tutta la plastica che, a partire dagli anni settanta, è finita in mare. Questi frammenti ora giacciono depositati sui fondali marini, galleggiano su vari livelli di profondità della colonna d'acqua e quando sufficientemente grandi vengono colonizzati e "inglobati" dagli organismi marini.

Una buona parte di essi entra prima o poi nella catena alimentare. I frammenti più microscopici come le microsfere di polietilene , utilizzate nei prodotti dell'industria cosmetica, vengono ingerite dal plancton e/o in sequenza si trasferiscono negli organismi dei piccoli pesci. Da qui,  via via, in quelli di altre creature marine sempre più grandi, sino ad arrivare a noi.

Basta vedere cosa porta una mareggiata sulle spiagge in Liguria come in altre regioni per avere un assaggio dei pezzi di piccola taglia della plastica che popola il Mediterraneo: tappi di plastica, frammenti di polistirolo dove c'è pesca, brandelli di palloncini scoppiati. Il tutto condito dagli onnipresenti mozziconi di sigarette, tossici per l'ambiente terreste e marino. ( quest'ultimo dato di fatto è  sconosciuto per i più, vista la stragrande maggioranza dei fumatori che butta i mozziconi ovunque...). 
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Questa è una delle scomode verità che celano i nostri mari e oceani e che, insieme alle altre malattie croniche che li affliggono, -come già trattato in questo post scritto per La Stampa nel 2011- deve essere affrontata in modo globale urgentemente. La plastica NON deve finire dispersa nell'ambiente punto e basta. Buttata da mani incoscienti e incivili, e poi portata dai corsi d'acqua in mare,  piuttosto che scaricata direttamente dalle navi,  poco importa.

Eppure le soluzioni ci sarebbero. Peccato che la politica nazionale o locale non abbia voglia di occuparsene. Per motivi di varia natura ma soprattutto per mancanza di coraggio o visione dei politici che, come la storia italiana ci dimostra,  non hanno voglia di "cercarsi grane" con le categorie che, a turno, farebbero levate di scudi sentendosi danneggiate. Dall'industria che fabbrica o utilizza gli imballaggi, al piccolo commercio o alla grande distribuzione. Tutti paventerebbero come conseguenza del cambiamento lo spettro della disoccupazione.  Tuttavia proviamo a sognare e ad elencare qualche possibile misura per contrastare l'inquinamento da plastica. Giusto qualcuna: 

1) dare un valore economico alla plastica con la cauzione sul vuoto a rendere per le bevande e altri sistemi che rendano il conferimento differenziato degli imballaggi conveniente ed incentivante per il cittadino.

2) introdurre l'uso di imballaggi riutilizzabili rendendo più conveniente l'acquisto sfuso lungo tutta la filiera dal produttore al consumatore con l'applicazione di un' IVA agevolata inclusa. Modalità che deve entrare in TUTTI I SUPERMERCATI e in tutti i comuni con negozi dedicati al consumo a basso impatto e a chilometri zero.

3) penalizzare l'imballaggio non riciclabile o inutile alla fonte prima che arrivi a scaffale in modo che le aziende vadano verso l'ecodesign.

4) vietare la commercializzazione di acqua in bottiglia su tutte le isole a meno che non si tratti di contenitori in vetro o plastica riutilizzabili e/o coperti da cauzione sul vuoto a rendere. Predisponendo nei bar, negozi e sul territorio possibilità di approvvigionamento di acqua da appositi erogatori capillarmente distribuiti sul territorio.

Tecnologia e approccio di sistema guidano al successo la progettazione sostenibile nell'abbigliamento
(luglio '13)

nike-appSi moltiplicano le iniziative da parte di brand internazionali della moda per rendere il settore maggiormente sostenibile, a partire dalla fase di design e di scelta dei materiali. Assente purtroppo nel nostro paese una cabina di regia che riunisca e coordini tutti gli stakeholders della filiera come avviene all'estero.

Il modello inglese punta sull'azione collettiva coinvolgendo gli stakeholder

E' il programma Waste & Resources Action Plan (WRAP) con il progetto Sustainable Clothing Action Plan (SCAP) a riunire nel Regno Unito industria, governo e terzo settore in un approccio di sistema allo scopo di ridurre l'impatto ambientale del settore dell'abbigliamento migliorandone la sostenibilità in tutto il suo ciclo di vita.
Fanno infatti parte del comitato direttivo di SCAP i marchi più conosciuti, le maggiori insegne del retail, i riciclatori, enti governativi, ONG e associazioni di beneficenza. Il lavoro viene portato avanti da quattro gruppi di lavoro impegnati su vari livelli.
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Secondo il Waste & Resources Action Plan il settore dell'abbigliamento è responsabile del 5 % delle emissioni totali di carbonio e tra il 6 e 8% del consumo di acqua di tutto il settore di produzione di beni e servizi nel Regno Unito. Inoltre l'abbigliamento contribuisce alla produzione di rifiuti con più di 1 milione di tonnellate di materiale di scarto. Questi dati rendono il settore uno dei più impattanti dopo quelli della produzione di alimenti e bevande, del comparto abitativo e dei trasporti.

Per mettere in condizione il settore della moda di misurare la propria impronta ecologica in termini di emissioni di CO2, consumo d'acqua e produzione di rifiuti, WRAP mette a disposizione degli aderenti al programma uno strumento che permette di misurare gli impatti totali delle produzioni incorso.
Sulla base dei dati rilevati dalla misurazione degli impatti attuali i firmatari saranno in grado di fissare quindi gli obiettivi di riduzione per tutte tre le aree entro il 2020 e oltre.
Le aree di azione del programma includono l'utilizzo preferenziale di fibre tessili a basso impatto e lo sviluppo di iniziative volte a : allungare la vita dei capi di abbigliamento, intercettare materiale tessile riciclabile che attualmente viene buttato e fornire maggiori informazioni ai consumatori per metterli in grado di fare scelte consapevoli.

nike-appNegli Usa c'è una Coalizione per la sostenibilità che riunisce i marchi dell'Abbigliamento e delle Calzature

The Sustainable Apparel Coalition, è una coalizione fondata nel 2011 da un gruppo di manager responsabili delle politiche di sostenibilità di aziende del settore dell'abbigliamento e calzaturiero che oggi raggruppa oltre 80 aziende leader del settore della moda, rivenditori, fornitori, organizzazioni non profit e non governative.
La Coalizione ha optato sin dalla sua composizione allargata a più soggetti di adottare un approccio più ampio per arrivare a ridurre l'impatto ambientale e sociale del settore della moda. Obiettivo principale della Coalizione è l'accompagnare le industrie verso la sostenibilità, (vista sia come imperativo che opportunità economica), condividendo uno stesso strumento/approccio di misurazione dell'impatto ambientale di prodotti e produzioni.
Il progetto ha lanciato allo scopo un'applicazione per misurare le performances ambientali dei prodotti: The Higg Index, che aiuta le aziende a standarizzare/riorganizzare i metodi interni di valutazione dei prodotti lungo tutto il ciclo di vita.

Per progettare l'Higg Index si è partiti da due strumenti già disponibili per valutare l'impatto ambientale della produzione, l'Eco Index e “The Nike Environmental Design Tool” sviluppato da Nike.

Con Making di Nike consultazione libera per stilisti e consumatori

Nike ha deciso recentemente di mettere a disposizione il proprio database Materials Sustainability Index (MSI) che racchiude anni di ricerca spesi per individuare le caratteristiche dei tessuti sostenibili.
Gli stilisti tramite un'app chiamata Making possono avere accesso gratuito all'MSI per avere un feedback su quali tessuti si possono meglio prestare per realizzare un determinato capo d'abbigliamento. Il data base originariamente creato per un uso interno potrebbe ora essere consultato anche dai consumatori per vedere le scelte dei materiali che le loro marche di abbigliamento preferite stanno facendo.
Al momento l'app offre valutazioni sull'impatto ambientale per 22 materiali di uso comune per abbigliamento in quattro diverse aree: consumo di acqua, consumo energetico, impiego di sostanze chimiche, e produzione di rifiuti.
In fase di ricerca si possono fare interrogazioni che prendono in considerazione ogni elemento separatamente, oppure in forma aggregata, per avere confronti sulle performance ambientali di materiali alternativi tra loro.
Se uno stilista vuole valutare in quale materiale creare un capo di abbigliamento, un vestito piuttosto che una camicia, Making è in grado di guidare la scelta tra i possibili materiali utilizzabili. Si può venire così informati, ad esempio, che il nylon 6 rappresenta la migliore scelta sotto il profilo della composizione chimica, la canapa dal punto di vista del minor impatto come produzione rifiuti e che il lino o il Lyocell (tessuto ecologico ricavato dalla polpa di legno di eucalipto) sono preferibili quando sia prioritario ridurre invece il consumo d'acqua.
Il cotone ha invece un'impronta idrica molto alta ma nella valutazione comparata conquista il terzo posto come gestione del fine vita e per il potenziale di riciclaggio. Nella valutazione globale di Making il cotone ottiene il punteggio di 25,8 su 50 (più alto è il punteggio, minore è l'impatto che il materiale ha sull'ambiente).

Il vantaggio di una progettazione informata

Making è stata sviluppata con il contributo degli studenti del London College of Fashion's -Center for Sustainable Fashion che hanno testato l'applicazione fornendo il necessario feedback .
"L'applicazione ci ha aiutato a identificare i materiali a basso impatto ambientale per realizzare capi di abbigliamento senza compromettere il processo di progettazione. Questo dimostra che la sostenibilità non va considerata come un limite, ma come una prospettiva stimolante per guardare alla creazione di un prodotto. " ha commentato Alasdair Leighton-Crawford, uno degli studenti del gruppo che ha utilizzato il software per creare una tuta multistrato.

Sul perché sia importante intervenire sin dalla fase di progettazione Nike lo documenta con alcuni dati resi noti sull'impatto del settore, come il dato sulla produzione annuale globale che può arrivare a oltre 400 miliardi di metri quadrati di tessuto- il che significa arrivare nel 2015 ad averne abbastanza per ricoprire lo stato della California.

A spingere i Brand del mondo della moda a prendere provvedimenti verso una maggiore sostenibilità ha contribuito anche la campagna Detox di Greenpeace e le accuse contenute nel suo omonimo rapporto. Ad oggi hanno risposto all'appello lanciato da Detox oltre 15 brand internazionali. Oltre a Nike ci sono Adidas, Puma, H&M, M&S, C&A, Li-Ning, Zara, Mango, Esprit, Levi's, Uniqlo, Benetton, Victoria's Secret, G-Star Raw e Valentino. Latitano invece ancora grandi marchi come Calvin Klein, GAP e Abercrombie&Fitch.

Leggi anche:

A proposito della App "Making">>

 

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     (dal 01/01/14 - in litri al secondo)

Al primo posto in Europa per consumo annuo procapite:
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bottiglie di plastica utilizzate in un anno: 9 miliardi
di cui riciclate: il 30% circa**


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*sacchetti di plastica consumati quest'anno nel mondo

** Il consumo procapite di acqua in bottiglia varia a seconda degli studi, fra cui: Un paese in bottiglia di Legambiente e The global Bottled Water Market della Beverage Marketing Corporation.

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