sacchetti di plastica consumati quest'anno*:
 
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Perchè?

Perché usare per pochi minuti un oggetto che può durare anche cento anni ? Stiamo parlando del sacchetto di plastica che spesso ci viene dato “gratuitamente“ ma per cui tutti paghiamo un caro prezzo in termini di consumo di risorse, energia e di costi economici ed ambientali dovuti alla sua dispersione nell'ambiente, ad oggi incontrollabile. Ma non si tratta solamente di sacchetti, ci sono tanti altri imballaggi e articoli monouso che è possibile eliminare o ridurre drasticamente. Parti da piccoli gesti quotidiani per modificare stili di vita insostenibili, FAI UN USO INTELLIGENTE DELLE RISORSE DEL PIANETA E RIFIUTA "L'USA E GETTA"!

COME ENTRARE IN AZIONE:
iniziative individuali per i singoli
iniziative collettive collettivamente
materiale per la media e grande distribuzione per la GDO
materiale per negozio per i negozi
iniziative per le scuole per le scuole

Iniziative ed Eventi promossi da Porta la Sporta


FIRMA per "METTILA IN RETE!" nel tuo supermercato - PETIZIONE che presenteremo ai gruppi della Grande Distribuzione>>
sfida all'ultima sporta
mettila in rete
sfida all'ultima sporta

 

       LE SFIDE IN CORSO       

locandina della competizione sfida all'ultima sporta per i comuni

Sfida all'ultima sporta sta per concludersi
Si avvicina la data del 30 aprile che sancisce la fine della competizione durata sei mesi tra i 13 comuni che hanno “resistito” sino all'ultimo. Il nome del comune vincitore che si aggiudicherà i 20.000 euro concessi dagli sponsor: Banca Marche, Frà Production e Novamont, verrà reso noto dopo il 20 maggio 2013.
Grazie al contributo di FareRaccolta.it si è potuto istituire un “premio all'impegno” che andrà al comune che si è maggiormente distinto nella promozione e conduzione dell'iniziativa raggiungendo il miglior coinvolgimento e partecipazione possibile tra cittadini, esercizi commerciali e scuole nell'arco dei sei mesi. segue>>

Oltre 10.000 ragazzi in 24 comuni partecipano al Premio Nazionale Scuole
Parte con il 1 dicembre 2012 la competizione nazionale "Sfida all'Ultima Sporta" a cui prendono parte oltre 10.000 ragazzi appartenenti a istituti scolastici di ogni ordine dislocati in 24 comuni italiani, che si concluderà il 30 aprile 2013. segue>>

 

SETTIMANA NAZIONALE PORTA LA SPORTA 2013

L'ultima edizione nazionale della settimana Porta la Sporta avrà luogo nella seconda metà di novembre 2013 in coincidenza con la settimana che verrà designata dagli organizzatori della Settimana Europea per la Riduzione dei Rifiuti. La data è ancora in via di definizione e seguirà appena disponibile.

 

Meno Rifiuti - Più Benessere

 

MENO RIFIUTI PIU'BENESSERE - FIRMA LA PETIZIONEMeno Rifiuti Piu' Benessere in 10 mosse questo è lo slogan di un'azione intrapresa come Associazione Comuni Virtuosi in collaborazione con Italia Nostra e Adiconsum rivolgendoci direttamente al mondo della produzione e della distribuzione per sollecitare 10 azioni attuabili nel breve e medio termine per alleggerire l'impatto ambientale di imballaggi e articoli usa e getta.
Le azioni che sollecitiamo sono contenute, motivate e supportate da dati di fatto internazionali e nazionali, all'interno del documento condiviso che è stato diffuso a partire dal mese di ottobre 2012 verso enti locali, associazioni e singoli individui per richiederne la sottoscrizione.
Questo appello e il livello di consenso raggiunto con le adesioni è stato reso noto e diffuso verso i media in occasione dell'evento europeo di sensibilizzazione Settimana Europea per la riduzione dei Rifiuti (dal 17 al 25 novembre) giunto alla quarta edizione per ribadire la necessità, già nota ma sempre più impellente, di intervenire a monte per rompere il legame tra crescita economica e impatto sull’ambiente, in termini di consumi e quantità di rifiuti prodotti.
Tra gli obiettivi di questa azione la necessità di fare arrivare direttamente alle aziende un appello all'azione forte e chiaro affinché affrontino per la parte di loro competenza, alla radice e con più determinazione, quelle condizioni che determinano un aumento o una mancata riduzione nella produzione dei rifiuti lungo tutto il ciclo di vita dei prodotti immessi in commercio. segue>>

Primo Piano

Michael Bloomberg, sindaco di New York, ci ripensa. E a Roma? (maggio '13)

recycle a New york

A undici anni dal suo insediamento e vicino a lasciare Michael Bloomberg, sindaco di New York, ha cambiato idea su come gestire i rifiuti della metropoli.
Appena eletto aveva cancellato parti importanti del programma di riciclo esistente con la motivazione che i costi fossero troppo alti e che l'incenerimento fosse la migliore opzione per trattare le 20mila tonnellate di spazzatura che la metropoli produce ogni giorno.
Qualcosa deve averlo convinto a cambiare rotta poiché recentemente si è impegnato a implementare alcuni progetti a favore del riciclo e del compostaggio all'interno del piano ventennale di gestione dei rifiuti solidi urbani partito nel 2006.
Il 24 aprile scorso Bloomberg ha annunciato - con partenza da lì a pochi giorni - l'ampliamento delle categorie di oggetti di plastica che potranno essere raccolte per andare a riciclo. I Newyorkesi non dovranno più scervellarsi a identificare le sigle dei materiali plastici sui contenitori perché ora possono mettere nel bidoncino qualsiasi imballaggio in plastica rigida ma anche altri articoli definiti come casalinghi: contenitori da cucina, cestini, grucce appendiabiti e alcuni giocattoli. Presto verrà reso disponibile con tutti i mezzi l'elenco di oggetti che possono essere raccolti. Propietari di case e amministratori di condominio riceveranno gli adesivi con l'infografica aggiornata da applicare sui bidoncini del materiale riciclabile (metallo, vetro e plastica vengono raccolti insieme).

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Per poter gestire il materiale plastico -e non- che verrà raccolto (evitando costosi conferimenti fuori città che oggi costano circa 600.000 $ annui), aprirà a fine anno quello che viene descritto come il più grande impianto di riciclaggio del Nord America gestito da Sims Municipal Recycling sul lungomare del Sunset Park a Brooklyn.
I Funzionari Responsabili del Sanitation Department della città - a cui il progetto fa capo - stimano di poter così deviare 50.000 tonnellate di plastica ogni anno dalla discarica e confidano sul fatto che la semplificazione del sistema di raccolta per la plastica spingerà i Newyorkesi a riciclare di più anche altri materiali, come ad esempio la carta.
Inoltre, come rimarcano i Funzionari nel comunicato stampa di lancio, gli effetti positivi sulla riduzione dell'impronta di carbonio cittadina si otterranno con l'utilizzo di plastica post consumo -invece che di materia vergine - perché questa opzione offre un risparmio del 70% di energia.
L'impianto di riciclaggio di Brooklyn porta con sé altri vantaggi non indifferenti: oltre al risparmio dei costi di trasporto dei materiali ci sono l'utilizzo di energia rinnovabile - poiché dotato del più grande impianto fotovoltaico della città - e la creazione di 100 posti di lavoro.
Inoltre per insegnare ai più giovani l'importanza del riciclo l'impianto ospiterà un centro per l'educazione ambientale a disposizione delle scuole.
Non per nulla questo progetto che si propone di portare al 30% in 4 anni l'attuale percentuale di riciclo del 15% viene evidenziato come lo sforzo più importante a favore del riciclo in 25 anni da quando cioè l'allora sindaco Koch lanciò la raccolta porta a porta.

MA NON SOLAMENTE PLASTICA...

Per affrontare invece l'importante percentuale di rifiuto organico che finisce nell'indifferenziato Bloomberg ha reso noto il giorno seguente alla comunicazione sull'estensione della raccolta della plastica, un accordo sottoscritto con il settore della ristorazione.
In considerazione del ruolo chiave che ristoranti ed esercizi affini hanno nel contribuire a generare, ma anche a ridurre i rifiuti urbani di una metropoli, il sindaco ha proposto al settore un accordo per incentivare la riduzione dei rifiuti.
Sono al momento un centinaio i ristoranti, alcuni molto noti, e i fast food cittadini aderenti che si impegneranno a dimezzare, entro la fine dell’anno, il 50% dei rifiuti prodotti dalle loro attività venendo ripagati con uno sconto sulla tassa di smaltimento rifiuti.
Alcuni degli esercizi doneranno il cibo ancora commestibile a mense o servizi di assistenza per persone in difficoltà gestite da associazioni di volontariato e/o invieranno gli scarti organici a centri di compostaggio fuori città.
Sono 26 le postazioni dei Green market, mercati all'aperto cittadini attrezzati con un punto di raccolta dove non solamente è possibile conferire l'organico portato da casa , ma anche abbigliamento e tessile usato.

Green marketE' inoltre in partenza la raccolta dell'organico porta a porta a Staten Island con il primo quartiere di Westerleigh interessato e a seguire gli altri, entro il prossimo autunno.

Venendo alle scuole le sperimentazioni di compostaggio dell'organico - già attive in 68 scuole pubbliche tra Brooklyn e Manhattan - che hanno permesso di ridurre del 38% la loro produzione di rifiuti, verranno estese in tutte le scuole della città entro i prossimi due anni.

Per una metropoli con oltre 8 milioni di abitanti la sfida che Bloomberg, arrivato al terzo mandato, lascerà in eredità al suo successore a fine anno non sarà certamente un gioco da ragazzi.
C'è da augurarsi che la nuova amministrazione segua a questo punto la strada già tracciata senza ripensamenti.
E mentre nel nord Europa gli inceneritori chiudono per mancanza di rifiuti, visto che è molto più conveniente recuperare la materia piuttosto che distruggerla, l'Italia va in controtendenza e ne apre due nuovi in concomitanza; a Torino - una delle città più inquinate al mondo- e a Parma, nel cuore della Food Valley.
E ancora: mentre i produttori di impianti guardano all'Italia - sempre indietro di almeno dieci anni - come al prossimo Eldorado, il Commissario Europeo all'Ambiente Janez Potočnik non perde occasione per ricordare che bisogna invertire la rotta verso un'economia circolare dove gli scarti di una produzione vengono recuperati in una successiva, facendoli girare il più a lungo e nel modo più efficiente possibile nel ciclo economico, anche tramite riuso e riciclo.
Non per nulla il suo intervento del 19 marzo scorso a Bruxelles alla terza edizione della “Annual European Raw Materials Conference” aveva come titolo “Raw Materials: Not just about economics but physics!”; semplicemente per rimarcare che il pianeta ha dei limiti fisici come “ produzione e rigenerazione” che non arrivano a sostenere un prelievo di oltre 65 miliardi di tonnellate di materie prime all'anno (che diventeranno 82 al 2020 se andiamo avanti di questo passo) senza gravi conseguenze sulla vita della terra e quindi sulle sue economie.

Chissà che il successore di Alemanno alla poltrona di sindaco a Roma - città che conta la metà degli abitanti di New York- non prenda esempio dalle strategie (evidentemente attuabili) che Bloomberg ha almeno avuto lo scrupolo di avviare.
Quello che è certo è che la visita a Roma di Jack Macy -responsabile delle politiche Rifiuti Zero di San Francisco- e quella ricambiata da Alemanno a San Francisco per “imparare” l'ABC della gestione sostenibile dei rifiuti, non hanno lasciato segni evidenti. Con buona pace dei contribuenti della capitale che hanno pagato il conto della seconda trasferta.

Meno discarica e più riciclo per la plastica con Recyclass ™ (maggio '13)

riciclo plasticaIl consumo di plastica ha avuto nei decenni un trend in costante crescita in virtù delle caratteristiche di versatilità durabilità del materiale e dei suoi costi contenuti. Secondo l'ultima edizione di “Plastics – the Facts 2012"* report statistico sull'industria europea delle materie plastiche riferito al 2011 la produzione di materie plastiche a livello mondiale è aumentata di quasi 10 milioni di tonnellate (+3,7% ) rispetto al 2010 arrivando a toccare i 280 milioni di tonnellate. L'Europa ha contribuito con 58 milioni di tonnellate (+2%), con un volume trasformato di 47 milioni di ton (+1,1%).
Secondo il Libro verde “Una strategia europea per i rifiuti di plastica nell’ambiente” - pubblicato dalla Commissione UE il 7 marzo 2013 - , troppa plastica finisce in discarica con uno spreco enorme di risorse che dovrebbe essere evitato potenziando il riciclaggio che ad oggi si attesta mediamente al 24%.
A finire in discarica è infatti il 48,7% della plastica raccolta nell'UE, soprattutto imballaggi, mentre il 51,3% viene incenerito per produrre energia. Sulla base dei dati diffusi da Plastic Europe riferiti al 2012 si legge che su un totale di 25,1 milioni di tonnellate di rifiuti plastici raccolte sono state circa 10,3 milioni di tonnellate a finire in discarica e 14,9 milioni recuperate ( con riciclo meccanico o recupero energetico).
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«Modalità più sostenibili di produzione della plastica e una migliore gestione dei rifiuti, in particolare, tassi di riciclo più alti – si legge nel capitolo 3 del Libro Verde - , offrono un potenziale significativo per il miglioramento dell'efficienza delle risorse. Allo stesso tempo, esse contribuirebbero a ridurre le importazioni di materie prime, nonché le emissioni di gas serra». «La necessità di salvaguardare le risorse naturali e migliorare l'efficienza delle risorse, - continua il Libro Verde - potrebbe essere uno stimolo per incrementare la sostenibilità della produzione di materie plastiche. Idealmente tutti i prodotti di plastica dovrebbero essere completamente riciclabili (...). Il riciclaggio inizia già nella fase di progettazione del prodotto. Pertanto, la progettazione del prodotto può diventare uno degli strumenti essenziali per l'attuazione della Roadmap sull'efficienza delle risorse  recentemente adottata».
Purtroppo la situazione europea attuale è sintetizzata in questo passo della pubblicazione: «Bassi tassi di riciclaggio ed esportazione dei rifiuti di plastica per il ritrattamento in altri Paesi rappresentano per l'Europa una perdita importante di risorse non rinnovabili, nonché di posti di lavoro. Il potenziale di riciclaggio della plastica viene ancora sfruttato in minima parte.”

In Italia secondo i dati forniti da Corepla vengono immesse annualmente al consumo poco più di 2 milioni di tonnellate di imballaggi. Considerando quella parte legata ai consumi domestici che finisce nella raccolta differenziata - quantificabile in 1.400.000 tonnellate - si arriva a raccoglierne non più della metà.

Nel 2012 sono state riciclate 773.410 ton, pari al 37,3% dell'immesso al consumo. La percentuale include il contributo proveniente dal circuito del riciclo indipendente al Conai che ha gestito il 46% del totale riciclato.

Restando nell'ambito dei rifiuti urbani il nostro paese ha una percentuale media di rifiuti avviati al recupero pari al 33%, che ci colloca a quasi dieci punti al di sotto della media europea (la metà di Austria, Belgio e Germania). E' pertanto evidente che abbiamo ancora parecchia strada da fare per arrivare al traguardo del 50% di riciclo di materia al 2020.

Questo è infatti l'obiettivo di riciclaggio che la direttiva UE 2008/98, già recepita nel nostro ordinamento, pone ai paesi membri entro il 2020: "la preparazione per il riutilizzo e il riciclaggio di rifiuti quali, come minimo, carta, metalli, plastica e vetro provenienti dai nuclei domestici, e possibilmente di altra origine (...) sarà aumentata complessivamente almeno al 50 % in termini di peso"

NUOVI OBIETTIVI DI RICICLAGGIO EU MESSI A RISCHIO DAL DESIGN DEL PACKAGING

- E' necessario riciclare maggiori quantità di plastica
- Serve un ulteriore sforzo da parte dei Packaging Designer
- Recyclass™ è in arrivo...

Questa l'apertura del comunicato stampa di lancio di Recyclass™ avvenuto il 25 aprile scorso da parte dell'associazione Plastics Recyclers Europe, l'associazione europea dei riciclatori di materie plastiche.

La progettazione attuale del packaging - denuncia l'associazione - minaccia il raggiungimento dei target di riciclo europei. La chiave di volta per un effettivo riciclo del packaging in plastica sta nel suo design.

La raccolta differenziata non può garantire il riciclo del packaging quando il suo design impedisce un completo svuotamento del contenuto o quando le combinazioni tra polimeri o altri componenti impediscono o compromettono processi di riciclo eco-efficienti.

riciclo plasticaPer deviare gli ingenti quantitativi di materie plastiche dalle discariche o termovalorizzatori verso gli impianti di riciclaggio, nel rispetto della gerarchia di gestione dei rifiuti dell'UE, la riciclabilità deve diventare uno dei criteri guida prioritari nel design del packaging.

Recyclass™ è lo strumento che Plastics Recyclers Europe ha sviluppato per guidare i progettisti verso un design che non sia solamente orientato alla riciclabilità ma alla scelta delle migliori opzioni possibili per un riciclo eco-efficiente.
Si tratta di un sistema di classificazione valido per tutta Europa che attribuisce una classe di riciclabilità a un qualsiasi packaging in plastica tramite lettere dalla A alla G, sulla falsariga delle sette classi di efficienza energetica dell'UE per gli elettrodomestici.

Ecco una breve intervista a Paolo Glerean il coordinatore del progetto per Plastics Recyclers Europe

D.Il comunicato stampa di lancio di Recyclass™ pone l'accento su due necessità impellenti da affrontare perchè correlate: aumentare il tasso attuale di riciclo e andare verso l'eco-design del packaging. Quali sono i target di riciclo e gli ostacoli che si frappongono attualmente al raggiungimento di tali obiettivi.

R. Rispetto ai target di riciclo comunitari al 2020 (50%) oggi per la plastica si ricicla il 25% di quanto raccolto per cui dobbiamo chiederci come realmente aumentare-ed in modo massiccio -le performance del sistema. Finora gli obiettivi erano impostati sulle percentuali di raccolta differenziata, non sul riciclo; se anche potessimo raccogliere tutte le plastiche immesse al consumo (circa 47 Milioni di tons nel 2011 ), quante di esse potremmo realmente riciclarne con le attuali tecnologie?
Il 40% circa delle 47 milioni di tonnellate di plastica immesse al consumo in Europa è materiale a breve ciclo di vita (imballaggi), intervenire spingendo l’industria e la catena del valore (consumatori, grande distribuzione) a misurare con un criterio standard ed oggettivo la riciclabilità degli imballaggi può aiutare a capire qual è lo stato attuale e misurare è il primo passo per migliorare.
Oggi la riciclabilità – ma l’impatto ambientale in genere – dell’imballaggio è un concetto vago e soggetto ad opinioni di diversa natura, spesso usato per operazioni di “greenwashing” più che per reali approcci volti al cambiamento. Molti imballaggi plastici sono progettati senza tenere in considerazione l’aspetto del loro fine vita, anche se le soluzioni tecnologiche per risolvere questo aspetto spesso sono disponibili.

D. In cosa consiste Recyclass™e quali potrebbero essere le tappe per passare dalla fase di studio sull'applicabilità del modello ad una sua adozione ?

R. Recyclass™è uno strumento di semplice utilizzo che consente una valutazione della riciclabilità dell’imballaggio, in base alle attuali tecnologie disponibili. In questo momento stiamo testando il modello con la collaborazione di più istituti tecnici specializzati nell’imballaggio al fine di ottimizzarlo e affinarlo, successivamente contiamo di presentarlo ufficialmente in modo da renderlo disponibile per chiunque volesse utilizzarlo. La presentazione avverrà con un evento speciale dedicato alla Fiera di settore Interpack 2014 di Duesseldorf.
Ovviamente resterà un’adozione volontaria da parte di designers, industria e Grande Distribuzione che si dimostrassero particolarmente sensibili e concreti su questo tema; crediamo però che un concetto di classificazione degli imballaggi in base alla reale riciclabilità possa essere particolarmente interessante per i “Collection Schemes”, ovvero gli enti che gestiscono su basi nazionali la raccolta, in quanto potrebbe dare loro un criterio oggettivo per determinare quote differenziate di contributi, più bassi per gli imballaggi più riciclabili e più elevati per imballaggi meno riciclabili o non riciclabili affatto.

D. Questo sistema potrebbe rientrare tra gli esempi descritti dai due economisti americani Cass Sunstein e Richard Thaler nel libro "Nudge – la spinta gentile” per l'effetto che può avere nello spingere il mercato verso “la giusta direzione”. Aziende e progettisti per poter conseguire il miglior punteggio per il loro packaging verrebbero indotti a privilegiarne la riciclabilità. Se Recyclass™ venisse adottato dalle marche leader di mercato e della grande distribuzione, considerando anche l'intuitività della classificazione per i consumatori, si potrebbe vederne gli effetti in tempi brevi.

R. L’idea è proprio quella di fornire uno strumento il cui utilizzo inneschi una sorta di competizione al rialzo, in termini di riciclabilità degli imballaggi, spostando il tema “riciclabilità” da un concetto vago ed opinabile ad un valore misurato, anche se in termini discreti. Ovviamente in questo senso maggiore sarà il numero di coloro che l'adotteranno, maggiore sarà l’effetto virtuoso in termini di quantità riciclate effettivamente.

*frutto del lavoro congiunto di PlasticsEurope (produttori), European Plastics Converters - EuPC (trasformatori), European Plastics Recyclers - EPR ed European Association of Plastics Recycling and Recovery Organisations - EPRO (riciclatori).

Un partner strategico al fianco di Nike per “ripulire” la catena di produzione (aprile '13)

bluesignAnche Nike sull'esempio di aziende come Patagonia e Northface ha annunciato lo scorso marzo di aver siglato un accordo di partnership strategica con Bluesign Technologies volto a ridurre l'impatto ambientale dalla propria supply chain. Questa collaborazione permette un approccio di sistema che affronta alla radice i fattori più inquinanti dei processi produttivi -eliminando le sostanze chimiche dannose in prima battuta- e introducendo nuovi materiali innovativi più sostenibili.
La vastità della sfida, anche per un leader di mercato dell'abbigliamento sportivo come Nike (con una catena di approvvigionamento che copre 50 paesi, conta oltre 800 centri produttivi e centinai di fornitori di prodotti tessili) richiede competenze tecniche specializzate di altissimo livello impossibili da ricoprire all'interno di una qualsiasi azienda. Senza parlare delle risorse necessarie per finanziare aspetti imprescindibili per uno sviluppo della sostenibilità come l'innovazione e la ricerca, oltre che l'aggiornamento costante a livello legislativo internazionale.
Da qui la necessità di aderire ad uno standard condiviso globalmente come suggerisce il claim di Bluesign Technologies : ONE WORLD ONE STANDARD.
Bluesign Technologies, società svizzera fondata nel 2000, mette a disposizione delle aziende che operano nel comparto tessile strumenti e soluzioni costantemente aggiornati ed innovativi che permettono di individuare una vasta gamma di materiali completamente sostenibili e di sviluppare processi produttivi drasticamente meno impattanti a livello di inquinamento, emissioni e consumo di acqua ed energia.
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Gli strumenti messi a disposizione online dei potenziali partners (industrie chimiche, tessili e aziende dell'abbigliamento e del retail) sono principalmente tre: con il sofware bluesign®bluetool, i produttori di sostanze chimiche, vengono guidati attraverso la procedura di omologazione potendo verificare la compatibilità dei propri prodotti rispetto agli standards di Bluesign.
Un secondo strumento destinato invece alle aziende produttrici di tessili è bluesign®bluefinder che consiste in una banca dati che contiene tutti i materiali e prototipi tessili e altri componenti utilizzati nei processi di fabbricazione come coloranti, detergenti e prodotti chimici. La sua consultazione consente ai produttori di gestire in modo efficace le sostanze chimiche soggette a restrizioni e offre l'opportunità di ridurre il consumo d'acqua e migliorare l'efficienza energetica.

Infine con bluesign® blueguide destinata alle aziende di abbigliamento o altri prodotti tessili e ai Retailers si può accedere ad una banca dati che contiene oltre 30.000 voci di materiali che sono stati prodotti utilizzando le sostanze chimiche certificate da Bluesign come sostenibili.

Le aziende tessili che vogliono lavorare con Bluesign si sottopongono prima ad una fase di screening fornendo tutta la documentazione necessaria e ricevono un report con tutta una serie di linee guida da applicare e una tabella di marcia. Quando l'accordo viene siglato si passa ad una fase in cui le linee guida vengono implementate e viene attivata una seconda fase di screenings di verifica.

Con questa partnership stategica Nike si mette in condizione di poter rispettare gli impegni assunti nel 2011, soprattutto a seguito delle accuse contenute nel rapporto 'Detox' di Greenpeace rivolte a diversi marchi del mondo della moda. All'epoca, il gruppo americano aveva annunciato che si sarebbe impegnato, entro il 2020, ad eliminare tutte le sostanze tossiche all'interno dei processi di produzione e prodotti finali.

Ad oggi hanno risposto all'appello lanciato da Detox 15 brand internazionali. Oltre a Nike ci sono Adidas, Puma, H&M, M&S, C&A, Li-Ning, Zara, Mango, Esprit, Levi's, Uniqlo, Benetton, Victoria's Secret, G-Star Raw e Valentino. Latitano invece ancora grandi marchi come Calvin Klein, GAP e Abercrombie&Fitch.

Nike è una delle oltre 80 aziende del settore della moda aderenti alla coalizione “Sustainable Apparel Coalition”. Il progetto ha lanciato un'applicazione per misurare le performances ambientali dei prodotti: The Higg Index, che aiuta le aziende a standarizzare/riorganizzare i metodi interni di valutazione dei prodotti lungo tutto il ciclo di vita.
Per progettare l'Higg Index si è partiti da due strumenti già disponibili di cui uno era il “Nike Environmental Design Tool” sviluppato da Nike per valutare l'impatto ambientale della propria produzione.

ceo bluesignSul sito di Blue Technologies è presente un video>> in cui Peter Waeber, CEO dell'azienda, spiega come gli strumenti da loro sviluppati possono venire in aiuto di un comparto che non può più permettersi dei cicli produttivi così impattanti da poter essere descritti: Il buco nero dell'industria tessile.
Il video rivela alcuni dati sconcertanti riferiti all'impatto altamente inquinante di cui l'industria tessile, gestita come ancora avviene oggi in molte parti del mondo, è responsabile. Waeber sottolinea nella presentazione l'importanza della conoscenza e della competenza necessaria da parte di chi utilizza la chimica perché le conseguenze "dell'ignoranza" sull'ambiente possono essere devastanti: If you/we don't know you/we don't care.
Per quanto riguarda il consumo di acqua e all'interno di quelle che vengono chiamate BAT- best available technologies -, per produrre 1 kg di tessuto si usano 700 litri di acqua (coltivazione esclusa).
Il consumo annuale di acqua della catena di produzione di una grande marca equivale a prosciugare 2000 laghi di piccole dimensioni.
Per produrre 1 kg di tessile si producono un 50% di rifiuti vari.
Le acque di lavorazioneindustriali, che in alcuni paesi non vengono neanche trattate, contengono ancora il 65% delle sostanze chimiche impiegate per il cotone e il 55% per le fibre sintetiche.
Le sostanze chimiche impiegate per 1 kg di cotone vanno dai 345 ai 1050 grammi, per le fibre sintetiche si va dai 110 agli 829 grammi.

Da Whole Foods l'ortofrutta arriva dalla serra allo scaffale in pochi passi (aprile '13)

Whole FoodsUna soluzione davvero a chilometri zero, ma anche a zero packaging e zero consumo di suolo, è quella in via di realizzazione presso, o meglio sul, punto vendita Market Govanus dell'insegna Whole Foods Market a Brooklyn.
Il progetto ancora in fase di attuazione consiste nel posizionamento di una grande serra di 20.000 metri quadrati sul tetto del supermercato dove, dal prossimo autunno Gotham Greens - fornitore locale di Whole Foods- coltiverà tutto l'anno prodotti biologici di qualità. Una parte verrà venduta nei locali sottostanti e il resto attraverso altri punti vendita di New York dell'insegna.
Il progetto nasce dalla collaborazione tra Whole Foods e Gotham Greens due aziende in ottimi rapporti che condividono la stessa mission aziendale di fornire cibo locale, fresco e prodotto in modo sostenibile.
La “fattoria sul tetto” sarà dotata dei più avanzati sistemi di irrigazione che utilizzano fino a 20 volte meno acqua rispetto usate nell'agricoltura convenzionale, così come l'utilizzo di vetri e apparecchiature elettriche innovativi per ridurre la domanda energetica complessiva.
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Le emissioni di Co2 associate al trasporto saranno ridotte al minimo considerando la nulla o ridotta distanza tra i luoghi di produzione e di vendita.
Inoltre Whole Foods ha in programma di aprire la serra a visite guidate da parte degli studenti delle scuole locali per fare informazione su tecniche di agricoltura e per altre iniziative ambientali.

Whole Food Markets è una delle insegne della grande distribuzione più sensibili ai temi socio-ambientali nel panorama internazionale. Diversi sono i progetti innovativi portati avanti nei settori del packaging così come dell' efficientamento energetico e dell'approvvigionamento sostenibile.

Whole FoodsAnche nel 2012 l'insegna è stata citata (per la quinta volta) nella lista delle aziende più etiche “World's Most Ethical (WME) Companies list” promossa da Ethisphere Institute, ogni anno dal 2007. Il riconoscimento - di livello internazionale - identifica le aziende che operano in modo etico selezionandole sulla base di diversi criteri in 100 paesi.

Recentemente Whole Food Markets ha lanciato un'iniziativa in USA e Canada per ottenere totale trasparenza sulla presenza di OGM nei prodotti alimentari (unica a livello nazionale per gli USA). Entro il 2018, tutti i prodotti distribuiti dall'insegna nei suoi 339 pdv dovranno avere un'etichetta che indichi la la presenza di OGM, incluso il settore delle carni dove entra in gioco anche il tipo di mangime con cui gli animali sono stati nutriti.

L'uso prevalente di OGM negli USA, e la mancanza di una legge che obblighi i produttori a fornire informazioni in merito, non hanno fatto desistere l'azienda. Noncurante della prevedibile opposizione alla decisione che è stata manifestata da “The Grocery Manufacturers Association”, l'associazione che rappresenta il settore della produzione alimentare, delle bevande e dei prodotti di largo consumo (che include i grandi brand internazionali).

Produzione sostenibile e riciclo un binomio indissolubile anche per l'abbigliamento (marzo '13)

H&MSecondo le stime dell'EPA- Environmental Protection Agency- nel 2010 sono stati gettati via negli Stati Uniti oltre 12 milioni di tonnellate di abbigliamento, calzature e altri prodotti tessili. Di queste 12 tonnellate l'85% è finito in discarica e ogni residente degli Stati Uniti vi ha contribuito con una “produzione” media di circa 32 kg/anno.

Il Rapporto ‘L’Italia del riciclo 2010' dalla Fondazione Sviluppo Sostenibile, riportando i dati di uno studio dell’Università di Copenaghen, stima per l'Europa un consumo annuo di abiti, accessori e prodotti tessili pari a circa 10 kg l’anno per abitante. Secondo lo studio, intercettando nel nostro paese la frazione tessile, pari a circa 240 mila tonnellate (che viene per lo più smaltita con l'indifferenziato e avviata in discarica), si otterrebbe una riduzione di emissioni di Co2 pari a 864mila ton/anno, una riduzione di 72mila ton/anno di uso di fertilizzanti e di 48mila ton/anno di pesticidi (Fonte: Rinnovabili.it).

In Italia, la raccolta la differenziata della frazione tessile ammonta a circa 2 Kg pro capite, un dato ben distante dai 7 kg/anno per abitanti raccolti mediamente nel resto dell’Europa.
Lo scorso anno è stato firmato un accordo tra Anci e Conau (Consorzio Nazionale Abiti e Accessori usati) per raggiungere l'obiettivo di raccolta di 3-5 kg/abitante/anno, pari a circa 240.000 tonnellate complessive.
Il 7 marzo scorso Anci e Conau hanno presentato le “Linee guida per l’affidamento del servizio di raccolta differenziata della frazione tessile” che definiscono i requisiti ottimali per lo svolgimento del servizio di raccolta e recupero dei rifiuti tessili che gli operatori devono offrire ai comuni per raggiungere gli obiettivi di legge.
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Intanto, per intercettare il materiale tessile che può ancora essere riusato e/o riciclato, alcune marche e catene dell'abbigliamento diffuse in tutto il mondo come H&M, Puma, e North Face, stanno promuovendo - principalmente all'estero - iniziative di recupero di abbigliamento e scarpe usate di qualsiasi marca.

H&M con l'iniziativa “Long live to fashion” o Lunga vita alla moda incentiva la consegna di abiti usati con un buono da 5£ da scontare su acquisti successivi per ogni borsa di indumenti usati consegnata. Il tessile raccolto da H&M negli USA viene consegnato a Global Green, ente no profit affiliato a Green Cross International che utilizza i proventi derivati dalla rivendita del materiale per progetti a favore di comunità colpite da eventi catastrofici connessi al riscaldamento climatico. Partner europeo è invece I:CO, una società internazionale che promuove programmi di riciclaggio che collabora con Puma nel programma “Bring me Back” e altre marche.
H&M è il primo retailer che, a partire dal mese di febbraio 2013, estende l'iniziativa in tutti i mercati internazionali in cui opera. In Italia l'iniziativa, lanciata il 21 febbraio scorso, pare riscuotere l'interesse e la curiosità dei clienti, ma è ancora troppo presto per fare bilanci. Il buono da noi ammonta a 5 € e viene scontato su un acquisto superiore ai 40 €.

Puma ha installato contenitori in-store per raccogliere scarpe usate, abbigliamento e accessori di qualsiasi marca, come parte del suo programma "Bring Me Back", che attua in collaborazione con I:CO.
Anche per quanto concerne la produzione sostenibile dei capi di vestiario, l'azienda, leader nell'abbigliamento sportivo, ha mosso un passo importante con il lancio della linea di prodotti InCycle che ha ottenuto la certificazione Cradle to Cradle (C2C) in collaborazione con EPEA “The Environmental Protection Encouragement Agency”. Ne abbiamo parlato in questo post>>

North Face ha lanciato invece “Clothes The Loop” in 10 punti vendita di città tra cui Chicago, New York, San Francisco e Seattle. L'iniziativa invita, anche attraverso il profilo Facebook aziendale, a portare nei punti vendita abiti e/o calzature usate ( max una consegna al giorno) per poter ricevere in cambio di un bonus di 10 $ scontabile su acquisti successivi.
L'abbigliamento raccolto viene inviato ad un centro di riciclo dove viene suddiviso in 400 categorie per essere riusato o riciclato per dare vita ad altri prodotti o indumenti. Anche qui i proventi vanno ad un ente no profit, The Conservation Alliance, che li utilizza per finanziare attività locali di protezione di aree naturali.

Produzione sostenibile

Nel 2011 negli USA un gruppo di 30 aziende tra produttori e distributori di abbigliamento e associazioni ambientaliste ha dato vita ad un gruppo di lavoro chiamato Sustainable Apparel Coalition allo scopo di ridurre gli impatti ambientali e sociali dei prodotti di abbigliamento e calzature vendute in tutto il mondo attraverso un approccio collaborativo. La coalizione, che conta ora oltre 80 aziende aderenti, ha lanciato un'applicazione per misurare le performances ambientali dei prodotti: The Higg Index 1.0, che aiuta le aziende a standarizzare/riorganizzare i metodi interni di valutazione dei prodotti lungo tutto il ciclo di vita.
Allo stesso tempo l'Index funziona come uno strumento di autovalutazione che consente un rapido apprendimento attraverso l'identificazione dei punti deboli dei processi produttivi dal punto di vista della sostenibilità ambientale offrendo l'opportunità di apportare miglioramenti mirati.

Packaging sostenibile: a chi spetta la responsabilità ? (marzo '13)

packaging innovationLo rivela una ricerca compiuta in Gran Bretagna tra gli addetti del settore
Il 44% dei 500 Branding, Packaging e Marketing Managers del Regno Unito ritiene che debbano essere i retailers a prendersi la responsabilità e a spingere verso una sostenibilità del packaging mentre il 19% ritiene che spetti ai produttori. Solo il 10% pensa che siano i riciclatori a dover prendere l'iniziativa. Lo rivela un sondaggio di EasyFairs appositamente realizzato per diventare argomento di dibattito in una specifica sessione “I consumatori non acquistano packaging sostenibile” all'interno della Fiera di settore “ Packaging Innovations show” tenutasi il 27-28 febbraio scorso in Inghilterra.
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Per il 68% degli intervistati ci sono due importanti fattori che influiscono nello sviluppo del packaging sostenibile: la difficoltà dei responsabili del budget nel comprendere come l'imballaggio incida sulla redditività e l'atteggiamento dei consumatori che sottovaluta il ruolo importante giocato dal packaging.
L'indagine ha anche rivelato che il 59% degli intervistati ritiene che i consumatori siano influenzati solo marginalmente da un imballaggio ecologico. Solo il 3,1% di loro pensa che l'imballaggio sostenibile influenzi significativamente gli acquisti. Va però aggiunto che il 58% degli intervistati ammette che le questioni ambientali sono diventate così attuali e sentite al punto che grande parte dei consumatori ormai da per scontato che il packaging sia ecologico.
Per quanto riguarda invece la responsabilità sulle attività di riciclo solo il 14% pensa che le insegne della distribuzione debbano prendersene carico mentre il 28% ritiene che spetti ai consorzi preposti dagli enti locali.
Alla domanda su quale dei 10 maggiori retailers abbia avuto il miglior approccio ambientale per gli imballaggi, il 32 % ha indicato Marks and Spencer, seguito da John Lewis / Waitrose con il 22% e il Co-operative Group con il 15%.
L'insegna Marks & Spencer secondo quanto affermato dal suo Packaging Manager Andrew Speck ha incrementato nei prodotti a marca propria la percentuale degli imballaggi riciclabili sino ad arrivare ad oltre il 91%.
A dimostrazione del fatto che alcune insegne hanno già preso l'iniziativa facendosi carico del fine vita dei propri imballaggi rimandiamo all'esperienza canadese (Ontario) di cui abbiamo già parlato in questo post gestita dall'Associazione della Grande Distribuzione Organizzata, il Retail Council of Canada (RCC) in collaborazione con le associazioni che promuovono il riciclo del PET. Grazie a questo lavoro di squadra entro fine 2013 tutti gli imballaggi termoformati utilizzati dalle insegne Wal-Mart, Safeway Canada, Metro e Sobeys saranno totalmente riciclabili. Questo processo ha fatto si che i produttori di adesivi ed etichette utilizzabili su questi contenitori si siano adeguati con lo sviluppo di prodotti totalmente compatibili con il riciclaggio del PET. Qualcosa si sta muovendo in questo senso anche in Inghilterra visto che la prossima edizione 2014 di Packaging Innovations ospiterà una sezione dedicata all'innovazione in materia di riciclo.
Leader in Italia per quanto riguarda l'innovazione del proprio packaging verso una maggiore sostenibilità, è il gruppo Barilla. Negli ultimi tre anni l'azienda ha avviato un processo di revisione del packaging per raggiungere entro il 2014 l'obiettivo del 98% di riciclabilità sul totale degli imballaggi utilizzati. Entro l'estate il pack delle linee biscotti sarà tutto riciclabile nella carta e sono allo studio dei progetti per sostituire in altre linee di prodotto le confezioni in poliaccoppiato con altre soluzioni riciclabili. (vedi Rapporto di Sostenibilità>>).

Puma lancia InCycle la prima linea “Cradle to Cradle” (febbraio '13)

incycle


Puma, azienda leader nell'abbigliamento sportivo lancerà a partire dal mese di marzo 2013 la linea di prodotti InCycle che ha ottenuto la certificazione Cradle to Cradle (C2C).
La linea include calzature, abbigliamento e accessori vari.

Puma ha sviluppato la collezione in collaborazione con EPEA “The Environmental Protection Encouragement Agency” un'organizzazione che supporta le aziende a tradurre nella pratica della produzione i requisiti standard richiesti per ottenere certificazioni dal Cradle to Cradle Products Innovation Institute.

 

 

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Per ottenere la certificazione C2C un prodotto deve adempiere a partire dal processo di produzione alle richieste espresse dalle cinque categorie di qualità:
1) utilizzo di materiali sicuri per l'ambiente e la salute;
2) la gestione del fine vita del prodotto che contempli il riutilizzo del materiale o la possibilità di riciclaggio o di compostaggio;
3) utilizzo di energie rinnovabili e la gestione delle emissioni di carbonio;
4) gestione delle acque;
5) produzione nel rispetto dei principi di equità e giustizia sociale.
Per favorire un processo di miglioramento continuo dei risultati ottenuti dalle aziende all'interno delle categorie è presente una classifica di 5 livelli, dal basic al platinum.

La nuova collezione utilizza materiali omogenei per garantire che siano completamente riciclabili al termine del loro ciclo di vita.
InCycle comprende alcuni articoli come: giacche “Track jacket” in poliestere riciclato (zip inclusa) ricavato da bottiglie in PET , che possono essere trasformate nuovamente in granulato di poliestere per nuove produzioni; zaini realizzati in polipropilene riciclabile, T-shirt o Tee Basket in cotone organico compostabile (negli impianti di compostaggio industriale), sneaker Puma Basket costituite da tomaie realizzate con un mix di cotone organico e lino e con suola in plastica biodegradabile e compostabile.

incycleSecondo il calcolo dell'impronta ambientale sviluppato da Puma denominato Product Environmental Profit & Loss Account (PUMA Product E P&L) questi nuovi prodotti hanno un impatto ambientale ridotto di un terzo rispetto ai loro omologhi convenzionali.

Puma sta anche lavorando in team con oltre 12 aziende all'interno di una coalizione di settore creata per ampliare l'adozione del proprio sistema di misurazione di impatto ambientale prima citato.
Puma ha focalizzato la necessità di incrementare il numero di referenze prodotte con materiali più sostenibili proprio dopo che, nel 2010, l'analisi del proprio impatto ambientale effettuata con il sistema PUMA Product E P&L aveva rilevato che il 57% dell'impatto aziendale era dovuto all'impiego di materie prime come cuoio, cotone e gomma.
Leggi Puma rivela i veri costi ambientali della moda>>

Puma ha inoltre installato contenitori per il riciclaggio in-store per raccogliere scarpe usate, abbigliamento e accessori di qualsiasi marca, come parte del suo programma "Bring Me Back", che attua in collaborazione con I: CO, una società internazionale che promuove programmi di riciclaggio.

Guarda il video di presentazione di I: CO>>

Leggi un articolo che racconta su un altro case study nell'ambito dell'ecodesign applicato alle calzature e/o guarda il video >>

Più ferrovia e meno gomma per un doppio vantaggio: ambientale ed economico (febbraio '13)

trasporto ferroviarioE' dello scorso 30 gennaio l'annuncio della Commissione europea circa “Un pacchetto di misure organico per migliorare la qualità e incrementare l'offerta dei servizi ferroviari in Europa. Il sistema ferroviario costituisce un aspetto vitale del sistema di trasporti dell'Unione europea e riveste un'importanza fondamentale per affrontare problemi quali la crescente domanda di traffico, la congestione, la sicurezza dell'approvvigionamento di combustibili e la decarbonizzazione”.
Siim Kallas il commissario europeo ai trasporti da dichiarato come le ferrovie europee siano di fronte ad un bivio tra il dover affrontare la strada della ristrutturazione e dell'innovazione per fornire servizi migliori ( e tornare a crescere a beneficio dei cittadini e dell'ambiente) , oppure accettare il declino irreversibile verso un'Europa in cui le ferrovie costituiscano un giocattolo di lusso per pochi paesi ricchi, ma siano economicamente insostenibili nella maggior parte degli altri, data la scarsità di fondi pubblici disponibili.
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Recentemente il ministero dell'Ambiente, in collaborazione con l'Autorità portuale di Trieste e la società di logistica Alpe Adria, ha presentato il rapporto "Il trasporto merci in Italia" che analizza le diverse modalità di spostamento e il loro impatto ecologico ed economico e le proposte per ridurre il ricorso ai mezzi gommati.
Il rapporto affronta un tema essenziale e strategico per l'ambiente e per la crescita economica italiana in un contesto europeo, prendendo in considerazione 53 terminali intermodali presenti in Italia, ripartiti secondo le macro aree del Nord Ovest, Nord Est, Centro e Sud Italia. Riportiamo alcuni dati estratti dall'articolo di Greenreport del 15 febbraio.

Il dato più eclatante è che « Il 94% delle merci viaggia su gomma, appena il 6% in ferrovia.
Il trasporto delle merci in Italia ha assunto ruolo sempre più rilevante dal punto di vista delle emissioni di CO2, che hanno effetti sul clima e sull'inquinamento atmosferico su scala locale e regionale.
Dallo studio emerge che se fosse invertito il rapporto fra strada e ferrovia si potrebbe conseguire un notevole abbattimento dei costi esterni che gravano sull'ambiente, fino al 57% dell'ammontare complessivo sviluppato dal trasporto su strada, con un risparmio stimabile attorno ai 3 miliardi di euro l'anno.
Accanto all'analisi, il lavoro ha il pregio di indicare le soluzioni, a partire dalla migliore e più efficace utilizzazione del patrimonio infrastrutturale esistente, attraverso lo sviluppo di soluzioni intermodali e combinate, sfruttando al meglio il patrimonio dei terminali disseminati su tutto il territorio nazionale, quali nodi di potenziale intercambio vettoriale, con l'obiettivo di mettere a denominatore comune segmenti di direttrici a percorrenza medio lunga, per lo più sui grandi assi di scorrimento Nord-Sud ed Est-Ovest, e creare quindi l'occasione per le imprese ferroviarie e gli operatori logistici di mettere in produzione pacchetti di offerta adeguatamente sostenibili e competitivi, mutuando nel contempo una costruttiva collaborazione con il comparto dell'autotrasporto che non potrà non condividere questa strategia di reciproco vantaggio».

Lo studio infatti fa emergere anche un percorso possibile di sperimentazione per spostare le merci sui carri ferroviari e sulle vie d'acqua utilizzando le infrastrutture intermodali già presenti. Con questa strategia si raggiungerebbe anche l'obiettivo fondamentale di favorire le imprese ferroviarie e gli operatori logistici, che avrebbero così l'occasione di proporre servizi e offerte commerciali adeguate, sostenibili e competitive.

Attualmente da un punto di vista geografico, l'area a più alta intensità di traffico auto-trasportato, sia come origine, sia come destinazione risulta il Nord-Est, con 532 milioni di tonnellate in uscita e 527 milioni di tonnellate in entrata, seguita dal Nord-Ovest, quindi dal Centro, dal Sud e dalle Isole.

Oleificio Zucchi: un esempio di trasporto sostenibile da replicare

Tra le aziende intervenute al Workshop di Legambiente “Sostenibilità: terreno di incontro tra Industria e Distribuzione” l'AD dell'Oleificio Zucchi, Giovanni Zucchi ha testimoniato sul percorso aziendale rispetto agli obiettivi socio ambientali che l'azienda rende noti ogni anno attraverso il proprio Bilancio di Sostenibilità.
Tra i risultati conseguiti dall'azienda dal 2004: una riduzione del 60% dei rifiuti prodotti dalla lavorazione degli olii di semi e una riduzione del 10% delle emissioni totali di Co2, come valore assoluto a fronte di un aumento dell'azienda in volume del 13%.
Di particolare interesse rispetto al tema introdotto è la soluzione di trasporto su ferrovia che l'azienda ha adottato per fare arrivare l'olio di semi dal porto di Genova sino allo stabilimento
di Cremona. Dopo circa tre anni di battaglia con le Ferrovie delle Stato l'azienda è riuscita, tramite uno scalo ferroviario interno, a collegarsi alla rete nazionale. Ogni anno Zucchi riceve circa 40.000 tonnellate di merci su rotaia contribuendo ad eliminare dalle strade 1300 camion in un percorso di andata e ritorno. Mentre l'importazione di olio di semi è un passo obbligato - visto che la produzione nazionale copre solamente il 30% delle richieste- come racconta Giovanni Zucchi nel suo intervento video registrato- per rifornirsi invece dell'olio extra vergine sul territorio nazionale serve il trasporto intermodale. L'ubicazione dei frantoi disseminata sul territorio non permette infatti il trasporto unico su rotaia.

L'augurio è che dalla fase di studio rappresentata anche dal contributo di questo rapporto si passi in fretta all'adozione delle soluzioni prospettate ad oggi anche da altre fonti, in modo che le aziende abbiano delle alternative valide e strutturate a cui accedere senza dover partire da zero e “faticare” come ha dovuto fare Zucchi.

Per vedere l'intervento di Zucchi vai al minuto 1.20 del video del Workshop >>

Più attitudine al riciclo e alla mobilità sostenibile nel gentil sesso (febbraio '13)

papillonIl gentil sesso ottiene un miglior piazzamento rispetto ai signori uomini in quasi tutti i campi dove vengono misurati comportamenti e stili di vita che richiedono impegno quotidiano e a lungo termine. E' evidente che c'è una bella differenza tra il portare avanti lavori o azioni di manutenzione regolarmente nel tempo e farlo “una tantum” come intervento straordinario.

Mobilità sostenibile
Lo scorso autunno un'indagine di Eurobarometro compiuta nei paesi EU-27 aveva rilevato che la mobilità sostenibile è preferita dalle donne. Queste ultime, rispetto agli uomini, si spostano meno in auto, usano maggiormente il trasporto pubblico e camminano di più.

Attitudine al riciclo
Uno studio recente compiuto dalla Essex University in Inghilterra ha intervisto oltre 2.000 uomini e donne single e 3.000 coppie indagando sulla suddivisione dei lavori domestici e sulla gestione dei rifiuti per verificare in particolare l'attitudine al riciclo.
I risultati hanno evidenziato che le persone che vivono da sole sono meno propense a riciclare - solo il 65% lo ha fatto, contro il 79% delle coppie. Considerando i single, il 69% delle donne ha riciclato parte dei rifiuti o conferito in modo proprio altri oggetti dismessi contro il 58% degli uomini.
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La ripartizione del lavoro domestico tra uomo e donna
Un dettaglio emerso sulla ripartizione tra i lavori domestici (per nulla nuovo al pubblico femminile..) è che, anche se qualcosa è cambiato da 20 anni a questa parte, sono le donne ad assumersi in genere gran parte dei lavori domestici - soprattutto quando vivono con un partner di sesso maschile.
Nelle coppie l'uomo porta fuori i bidoni della raccolta differenziata e dell'immondizia ma è la donna che in genere sciacqua i contenitori, rimuove coperchi ed etichette risultando più impegnata e più disposta rispetto all'uomo a spendere tempo ed energie per il riciclo.
Riflettendo su quali potrebbero essere i motivi o le dinamiche interne che danno origine ad una migliore prestazione della coppia, potrebbero essercene un paio. Soprattutto nei casi di coppie con figli, all'origine di un maggior impegno potrebbe esserci una maggiore propensione ad esercitare un ruolo educativo verso i figli. Oppure al sentirsi investiti da una maggiore responsabilità sul mondo che si lascia ai propri figli e alle future generazioni.

Una seconda motivazione più “terra terra”, ma che tutti sappiamo funzioni nel quotidiano, è quella del ruolo che gioca l'interazione tra gli individui sia nelle coppie che nelle comunità. C'è sempre qualcuno/qualcuna maggiormente sensibile, diligente o lungimirante che si prende carico di incitare l'altro (o altri) a fare la cosa giusta, con le buone o le cattive, ma soprattutto con il buon esempio.

Che fare per incrementare il tasso di riciclo
Questo sondaggio, che in fondo mette nero su bianco quanto ognuno di noi può rilevare nel proprio vissuto quotidiano e negli ambienti che si frequentano, può fornire alcuni spunti per migliorare le performance dei cittadini.
Serve ovviamente la collaborazione di tutti i portatori di interesse che un miglioramento del tasso di riciclo porta con se. Parliamo di Enti Locali, Ministeri all'Ambiente e alle Attività Economiche, Riciclatori, Aziende della Produzione e della Distribuzione, Consorzio Conai, e ovviamente noi cittadini.
Tra le azioni più urgenti e relativamente semplici da mettere in pratica che non richiedono iter legislativi a lungo termine si potrebbe partire con:

  1. Informazione coordinata di campagne informative da parte del Ministero per l'Ambiente e del Consorzio Conai sui media a cadenza regolare sia sui media tradizionali che i social media **. Ma servono soprattutto campagne più incisive e mirate ai punti deboli della raccolta differenziata. Tarate quindi sulla base degli errori che comunemente vengono rilevati dalle analisi merceologiche delle raccolte differenziate che rivelano dubbi e difficoltà dei cittadini. Tra le più note la difficoltà distinguere un imballaggio in plastica da un prodotto in plastica (spazzolini,penne,bacinelle) o distinguere un imballaggio riciclabile da uno non riciclabile come la maggior parte degli imballaggi in poliaccoppiato.
  2. Un'etichettatura presente su tutti gli imballaggi che indichi materiale e conferimento per tutte le diversi parti di cui un imballaggio può essere composto. Le aziende potrebbero cominciare a prevederla a livello volontario in attesa che venga richiesta per legge.
  3. Un'informazione ed educazione alla raccolta differenziata che parta già dalle scuole per l'infanzia e continui per tutto il periodo della scuola dell'obbligo. E' evidente che nell'offerta educativa attuale devono trovare spazio percorsi di educazione civica ed ambientale per orientare le future generazioni verso stili di vita compatibili con le sfide ambientali ed economiche che ci attendono.

** Vedi l'esempio di Eco-Emballages per la Francia tra il profilo facebook e la campagna Découvrez Monsieur Papillon!
Per vedere il video più recente della serie Monsieur Papillon clicca qui>>

Un primo stop alla microplastica nei prodotti detergenti (gennaio '13)

ceoDopo Unilever altre aziende vengono invitate ad eliminare le microsfere di polietilene
Unilever, la multinazionale anglo-olandese che detiene alcuni dei marchi più diffusi nei generi di largo consumo ha diffuso lo scorso dicembre un breve comunicato per informare che l'utilizzo di microsfere di plastica verrà gradualmente eliminato in tutti i suoi cosmetici e prodotti per l'igiene entro il 2015. Le microsfere di polietilene sono utilizzate per il loro effetto esfoliante in molti detergenti per la cura della persona dagli scrub, ai gel doccia, alle paste dentifricie anche da altre aziende del settore come Johnson & Johnson, Neutrogena, Procter & Gamble e Colgate-Palmolive.
La motivazione addotta da Unilever è stata che l'accumulo della plastica in mare è un tema di importanza tale da averli indotti a rivedere l'impiego di questo materiale per le microsfere.
La decisione ha ricevuto il plauso delle associazioni di protezione marina che da tempo evidenziavano il fatto che le microsfere, troppo piccole per essere intercettate dai filtri degli impianti di depurazione, finivano nei corsi d'acqua e nei mari. A causa della loro forma e dimensioni (circa un terzo di millimetro) e del fatto che galleggiano in acqua vengono scambiate per cibo dai pesci. Ne avevamo già parlato in un post qualche tempo fa.
Marcus Eriksen, ricercatore marino e direttore esecutivo di 5 Gyres ha elogiato la decisione di Unilever e precisato che inviteranno presto le aziende utilizzatrici con sede negli USA a seguire il loro esempio. Come alternativa alle microsfere sintetiche possono essere usati granuli a base vegetale come, ad esempio, quelli ricavati da gusci e noccioli della frutta.
Presto verranno resi noti i risultati di uno studio che 5 Gyres ha condotto per misurare la presenza di microplastica nei Grandi Laghi la scorsa estate.
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ceoUnilever è una delle poche multinazionali che il rapporto delle sede olandese di Deloitte “The Zero Impact Growth Monitor 2012” identifica come aziende che hanno raggiunto un livello di pianificazione e avanzamento progettuale tale da essere in condizione di intraprendere passi radicali per trasformare le proprie produzioni industriali.
Questo rapporto promuove con Unilever altre 5 aziende tra le 65 aziende esaminate in 10 settori industriali. L'immagine che esce da questo studio è in linea con quanto emerso da studi internazionali recenti che rilevano come la maggior parte delle aziende non abbia ancora messo all'ordine del giorno la necessità di convertire i processi produttivi in un'ottica di sviluppo sostenibile.

Tornando a Unilever la decisione ha avuto essenzialmente origine da due ordini di motivi. Da una parte “ l'impossibilità” di contravvenire ai principi e progetti espressi nel piano per la sostenibilità lanciato nel 2010 “Sustainable Living Plan”, dall'altra per le pressioni che sono arrivate da vari movimenti ambientalisti.
Di particolare efficacia è stata una campagna mediatica condotta in Olanda da PSF Plastic soup Foundation in collaborazione con la North Sea Foundation.
PSF ha scritto a tutte le aziende utilizzatrici chiedendo l'eliminazione o la sostituzione delle microsfere e promosso la petizione BEAT THE MICRO BEAD. Inoltre insieme a North Sea Foundation sono stati pubblicati sui siti tre diversi elenchi con i nomi dei prodotti: che non contengono microsfere, che le contengono al momento ma saranno eliminate secondo le promesse delle aziende produttrici e un terzo elenco di prodotti per i quali le aziende non hanno deciso di eliminarle.

Recentemente, il 24 gennaio scorso, è stato diffuso un comunicato di plauso a Unilever e di invito alle aziende a seguirne l'esempio addirittura da Wastefree Oceans, un'iniziativa lanciata da The European Plastics Converters e finanziata dalle aziende del settore plastico.

Non abbiamo l'abbiamo ancora fatto ma proveremo a mandare anche noi a Paul Polman, CEO di Unilever, qualche proposta tra quelle contenute nelle 10 mosse di Meno Rifiuti più Benessere. Non faremmo altro che accogliere l'invito che Polman rivolge ai visitatori del sito ad inviare commenti sul Piano di Sostenibilità aziendale. Che dite, risponderà?

Starbucks incoraggia l'uso di tazze riutilizzabili nel takeaway- Un parallelo con il sacchetto usa e getta nostrano (gennaio '13)

tazze di StarbucksDal 3 gennaio di quest'anno la catena Starbucks mette a disposizione in tutti i suoi negozi in Canada e USA una versione di tazza per il caffè con logo, molto simile a quella in carta monouso, ma di plastica riutilizzabile. La tazza potrà essere acquistata a 1$ e ogni volta che il cliente la riporterà verrà igienizzata con un getto di acqua bollente prima di essere riempita.
L'incentivo a riportare la tazza consiste in uno sconto di 10 cent. Questo sistema è stato testato in 600 punti vendita della catena del "Nord-Ovest Pacifico" (Pacific Northwest).

Nel 2008 la catena si era prefissa l'obiettivo di arrivare a servire il 25% delle bevande vendute in tazze riutilizzabili. Considerato che a fine 2011 la percentuale di bevande vendute in tazze riutilizzabili è stata pari al 1,9 % l'obiettivo per il 2015 è stato ridotto al 5%.
Il consumo annuale di tazze usa e getta, prevalentemente in carta, di Starbucks si aggira sui 4 miliardi di pezzi che per lo più non vengono riciclate.
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Una domanda che sorge spontanea è perchè Starbucks, (oltre ad introdurre queste tazze che potrebbero essere dimenticate a casa dai potenziali acquirenti) non incentivi nei suoi punti vendita il consumo (al momento minoritario) delle bevande consumate in loco nelle zone a sedere dove si usano tazze in ceramica. Offrendo uno sconto su questo tipo di consumazione si scoraggerebbe in primis il takeaway "non necessario" riducendo il consumo usa e getta.
Come rilevano alcuni giornalisti ambientali USA la catena sceglie in questo modo la strada più comoda rivedendo al ribasso l'obiettivo non raggiunto e scaricando la responsabilità di fare la scelta "giusta" sul cliente.
Questo caso diventa un esempio di interpretazione "di parte" del principio di responsabilità estesa del produttore adottabile da parte di aziende che, non avendo il coraggio di investire sul cambiamento e prendersi la responsabilità di risolvere gli impatti negativi da loro causati, mettono il cerino in mano all'utente finale.
Non potendo fare un parallelo con il nostro paese- visto che da noi si usano prevalentemente tazze in ceramica e che il takeaway nelle bevande calde non è così diffuso- possiamo però fare alcune considerazioni.
La prima è che in assenza di incentivi o disincentivi economici - sia imposti da legislazioni che decisi e applicati volontariamente dai diversi operatori di settore- è estremamente difficile, se non impossibile, cambiare le abitudini "usa e getta" nelle persone. La comodità e la facilità d'uso che queste soluzioni offrono ne ha infatti determinato un'adozione così diffusa - in luoghi pubblici e privati - al punto che sembra persino complicato tornare alle soluzioni riutilizzabili!
Ben venga quindi questa azione di Starbucks a livello di sensibilizzazione ambientale della clientela, ma soprattutto come fonte di ispirazione per future legislazioni che penalizzino l'usa e getta.

CONSUMO DI SACCHETTI USA E GETTA IN ITALIA

Per avere un esempio di mancato o rallentato passaggio al riutilizzabile nel nostro paese, basta vedere a che punto siamo come consumo di sacchetti di plastica, ma anche monouso in genere, dopo due anni intensi di discussioni sui media e legiferazioni "a metà" ( nel senso che l'assenza di sanzioni permette il “business as usual” ).
Come chiunque può rilevare osservando le persone in fila alle casse dei supermercati l'utilizzo dei sacchetti usa e getta è calato drasticamente ( almeno del 40%) solamente nei gruppi della grande distribuzione dove il pagamento del sacchetto è una regola ferrea per le cassiere e il loro costo supera i 10 cent.

In altri piccoli supermercati dove si chiude volentieri un occhio e si passano benevolmente i sacchetti, la riduzione è molto più modesta (meno del 30%). Nei mercati rionali e piccolo commercio ( salvo qualche eccezione di settore e geografica) il monouso stravince.

Questa considerazione sullo stato dell'arte e riferita agli specifici esempi di usa e getta internazionali e nazionali non significa che il riutilizzo dei contenitori vada liquidato come “mission impossible” e non debba rappresentare il futuro.
Al contrario, la prevenzione del rifiuto e il riuso sono il futuro. Sono tanti i settori di possibile applicazione dei contenitori riurtilizzabili, dai detersivi e detergenti per la casa e la persona, al settore Horeca, alle possibilità offerte da nuovi imballaggi riutilizzabili per trasporti di prodotti nel settore business to business.
Quello che serve per dare un'impulso al cambiamento è maggiore visione, coraggio, innovazione e impegno/progettualità a lungo termine da parte di tutti: politica, aziende e società civile, ma non domani, ADESSO!

 

Le Mani del Futuro

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i numeri dell'acqua in bottiglia in Italia
     (dal 01/01/13 - in litri al secondo)

Al primo posto in Europa per consumo annuo procapite:
193 litri circa

bottiglie di plastica utilizzate in un anno: 9 miliardi
di cui riciclate: il 30% circa**


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*sacchetti di plastica consumati quest'anno nel mondo

**Il consumo procapite di acqua in bottiglia varia a seconda degli studi, fra cui: Un paese in bottiglia di Legambiente e The global Bottled Water Market della Beverage Marketing Corporation.

by avanguardia virtuosa - 2009