sacchetti di plastica consumati quest'anno*:
 
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Perchè?

Perché usare per pochi minuti un oggetto che può durare anche cento anni ? Stiamo parlando del sacchetto di plastica che spesso ci viene dato “gratuitamente“ ma per cui tutti paghiamo un caro prezzo in termini di consumo di risorse, energia e di costi economici ed ambientali dovuti alla sua dispersione nell'ambiente, ad oggi incontrollabile. Ma non si tratta solamente di sacchetti, ci sono tanti altri imballaggi e articoli monouso che è possibile eliminare o ridurre drasticamente. Parti da piccoli gesti quotidiani per modificare stili di vita insostenibili, FAI UN USO INTELLIGENTE DELLE RISORSE DEL PIANETA E RIFIUTA "L'USA E GETTA"!

COME ENTRARE IN AZIONE:
iniziative individuali per i singoli
iniziative collettive collettivamente
materiale per la media e grande distribuzione per la GDO
materiale per negozio per i negozi
iniziative per le scuole per le scuole

Iniziative ed Eventi 2010 - 2013

 

Settimana Nazionale "Porta la Sporta"(4 edizioni)

Sfida all'ultima Sporta
Mettila in rete! Meno plastica per tutti!

 

MENO RIFIUTI - PIU' RISORSE in 10 mosse

ADERISCI come AZIENDA, INSEGNA GDO, ENTE LOCALE E CITTADINO!

MENO RIFIUTI PIU'BENESSERE - FIRMA LA PETIZIONEMeno Rifiuti Piu' Risorse in 10 mosse è una campagna a lungo termine lanciata nel 2012 con il claim Meno Rifiuti più Benessere in collaborazione con Italia Nostra e Adiconsum. L’iniziativa è rivolta al mondo della produzione e della distribuzione che viene invitato a compiere 10 azioni per alleggerire l’impatto ambientale degli imballaggi e promuovere soluzioni e prodotti riutilizzabili, invece che usa e getta. L’invito a sottoscrivere un proprio impegno rispetto alle 10 mosse, e/o a rendere noti progetti e tabelle di marcia inerenti la riduzione dell’impatto aziendale complessivo, è rivolto ai referenti delle aziende leader dei prodotti di largo consumo e alle insegne della Distribuzione Organizzata. Vai alla pagina dell'inziativa>>

Primo Piano

Posticipato nelle Fiandre l’introduzione del deposito su cauzione (gennaio '16)

rifiuti nell'ambienteNelle Fiandre i produttori di bevande e la grande distribuzione sono riusciti a convincere il ministro dell’Ambiente Joke Schauvliege a rimandare al 2018 l’entrata in vigore del deposito su cauzione su bottiglie e lattine. In cambio dovranno dimostrare al ministro che riusciranno a ridurre in modo drastico l’abbandono di tali rifiuti nell’ambiente. Allo scopo metteranno sul tavolo quasi dieci milioni di euro all’anno da impiegare in misure di prevenzione e di contrasto al fenomeno sul territorio.
Si stima che nelle Fiandre ogni anno vengano raccolti rifiuti abbandonati o conferiti impropriamente nei cestini stradali per circa 17.500 tonnellate (dato 2013)  con un costo di oltre 60 milioni di euro di cui il 90% ricade sui Comuni e enti sovracomunali e per il 10% da altre agenzie governative. Circa 2,7 kg per ogni abitante e con un costo pro capite di 9,60 eur.
Il 40% di questi rifiuti è costituito da bottiglie e lattine. Il ministro ha incaricato OVAM, l’agenzia pubblica per la gestione dei rifiuti di produrre uno studio per valutare l’impatto relativo all’introduzione di un sistema di cauzionamento per bottiglie e lattine. continua>>

Imballaggi dispersi nell’ambiente: la soluzione c’è ma non piace all’industria del beverage (dicembre '15)

volume zwerfafvalCon il 2016  entrano in azione  volontari in 39 Comuni in Olanda per contrastare l’abbandono dei rifiuti nell’ambiente. Eppure la soluzione per ridurre drasticamente la percentuale della componente imballaggi c’è, si chiama deposito su cauzione.

Si stima che ogni anno nei Paesi Bassi vengano abbandonati in luoghi urbani o in natura circa 50.000 tonnellate di rifiuti, per lo più imballaggi. Una quantità sufficiente da riempire circa 500 tir. Secondo i dati forniti dall’associazione ambientalista Stichting Natuur en Milieu (Fondazione Ambiente e Natura) circa 15.000 tonnellate di questi rifiuti sono costituite da lattine e bottigliette di plastica che, se accatastate formerebbero una torre alta 20.000 chilometri. Lattine e bottigliette costituiscono il 30% del volume dei rifiuti abbandonati e i contenitori di bevande in genere arrivano a determinare il 50% del volume totale.  Come si può vedere dall’immagine seguente un’analisi del rifiuto disperso nell’ambiente,  effettuata in Olanda, ha dato i seguenti esiti:  Contenitori di bevande = 50%_Altro tipo di packaging =20%_Plastica =8%_Involucri dolciumi e snack =1%_Resti cibo = 1%_Non specificato = 4%_Carta = 5%_Metallo = 1%_Contenitori cibo da asporto= 10%. continua>>

Deposito su cauzione = economia circolare (dicembre '15)

plastic newsIl deposito su cauzione applicato alla gestione degli imballaggi è una prerogativa per un’economia più circolare nella quale materiali e prodotti vengono riutilizzati in cicli chiusi su grande scala, e quindi il rifiuto si elimina.
Il deposito su cauzione per bottiglie e lattine,  in vigore solamente in una minoranza di stati, si è dimostrato come l’unico sistema in grado di prevenire l’abbandono degli imballaggi nell’ambiente e di garantire percentuali di riciclo che superano il 90% dell’immesso al consumo.
Il cauzionamento è lo strumento che garantisce la circolarità del ciclo di vita di materiali pregiati come plastica, vetro e alluminio di cui sono costituti i contenitori di  bevande poiché evita che essi finiscano sprecati in discariche, inceneritori, o ancora peggio dispersi nell’ambiente. Le partite di imballaggi che provengono dai sistemi di cauzionamento garantiscono inoltre un approvvigionamento costante e di ottima qualità ai riciclatori, in antitesi alle partite, spesso contaminate e soggette a scarti, che arrivano da raccolte differenziate mal fatte.
Con una futura popolazione mondiale di 9 miliardi di persone tutti gli scarti di prodotti e sprechi di materia vanno evitati in modo che il valore possa rimanere nei cicli economici il più a lungo possibile. continua>>

Plastica in mare: la soluzione è un diverso modello produttivo (dicembre '15)

ocean-plastic-full-2015Si deve principalmente a cinque nazioni l’immissione di circa otto milioni di tonnellate di rifiuti di plastica nell’oceano ogni anno. La quantità di rifiuti di plastica che finisce in mari ed oceani ha da tempo raggiunto alti livelli di criticità ma se si continua con i ritmi attuali si arriverebbe ad un quasi raddoppio entro il 2025: 250 milioni di tonnellate con una tonnellata di plastica per ogni tre tonnellate di pesce.
L’associazione Ocean Conservancy ha presentato recentemente un rapporto articolato dall’eloquente titolo: Arginare la marea di rifiuti: strategie sulla terraferma per un oceano senza plastica (Stemming the Tide: Land-based strategies for a plastic-free ocean ) prodotto in collaborazione con il McKinsey Center for Business and Environment.
Lo studio, primo nel suo genere, indica quali soluzioni nel breve, medio e lungo termine possano determinare importanti riduzioni dei rifiuti di plastica in mare partendo da una loro attuazione nei cinque paesi che ne detengono una maggiore responsabilità.
A nazioni come Cina, Indonesia, Filippine, Vietnam e Tailandia  viene infatti imputata l’immissione di una percentuale tra il 55 e 60% della plastica dispersa in mare a livello globale. continua>>

Francia: la terza rivoluzione industriale continua al Nord (novembre '15)

phil vasseurNella regione francese del Nord – Passo di Calais e Piccardia che maggiormente ha incarnato un modello di sviluppo insostenibile, è partita da qualche tempo la Terza Rivoluzione Industriale,TRI ( Troisième Révolution Industrielle).
La regione ha affidato all’economista americano Jeremy Rifkin qualche anno fa e per la prima volta in assoluto, un “master plan” per diventare una regione pilota della transizione energetica e industriale. L’idea che aveva inizialmente destato un certo scalpore ha preso forma mese dopo mese sino ad arrivare ad oggi.
La terza rivoluzione industriale non è una soluzione per tutti i mali, ma una prospettiva reale per la regione“, ha affermato Philippe Vasseur, ex ministro dell’Agricoltura del governo Chirac. L’approccio di Vasseur attualmente presidente della Camera di Commercio e dell’industria CCI Nord de France, uno dei protagonisti del progetto gestito insieme al Consiglio Regionale, è stato da sempre volutamente pragmatico. La vasta regione che conta la metà delle aree industriali dismesse del paese, cicatrici del passato industriale ed estrattivo, ha intrapreso un percorso di riscatto attraverso l’esecuzione di un piano che racchiude in sè un cambiamento di paradigma tutt’altro che semplice. Le risposte al problema occupazionale causato dalla chiusura di grandi aziende come Continental o Good­year richiede ampie collaborazioni e interventi del pubblico e privato. continua>>

Riciclo: indietro tutta? (settembre '15)

pet coloratoI “falsi amici” del riciclo sono in ascesa: coloranti, opacizzanti, etichette coprenti sleeves e stand-up poach, buste in multistrato non riciclabili.
Mentre comincia a entrare nel sentire comune il concetto che la raccolta differenziata sia il migliore sistema per gestire i rifiuti una volta prodotti, per valorizzarli invece di distruggerli, i decisori politici e aziendali non pare stiano ancora puntando a gestire i rifiuti come risorse. Le politiche sui rifiuti del governo in carica riportano in auge con l’articolo 35 dello sblocca Italia un modello obsoleto e anacronistico come l’incenerimento. Nessuna traccia di politiche di prevenzione e riduzione degli imballaggi e di una necessaria pianificazione a lungo termine che imponga per legge obiettivi di: minimizzazione del consumo di risorse; produzione di rifiuti inquinanti; recupero e riciclo dei rifiuti prodotti; promozione di un mercato per servizi e prodotti più sostenibili ( derivati ad esempio da materia prima seconda delle raccolte differenziate). Eppure le direttive comunitarie pongono come obiettivo prioritario un uso efficiente e sostenibile delle risorse, non solamente per preservare l’ambiente, ma come unica strategia economica possibile che permette ai paesi europei di affrontare la mancanza di materie prime, ridurne le importazioni e competere nel mondo globale.
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Perché raccogliere in modo differenziato se l’obiettivo non è il riciclo?

La cosa più ovvia che un cittadino si aspetta quando differenzia, è che i materiali vengano valorizzati. Anche perché per quegli imballaggi lui paga due volte, quando acquista i prodotti confezionati, e quando li consegna al sistema di raccolta.
Se poi questi imballaggi non possono neanche essere riciclati a causa di caratteristiche progettuali il cittadino virtuoso oltre al danno subisce anche la beffa.
A dire il vero un po’ beffati i Comuni italiani già lo sono perché devono spendere di più per la raccolta e gestione dei rifiuti da imballaggio di altri paese europei con un sistema di gestione simili al nostro. Questo perché ai Comuni arrivano contributi più bassi dai consorzi Conai rispetto ad altri Comuni europei e perché non incassano i proventi della vendita dei materiali differenziati ceduti gratuitamente alle loro piattaforme di raccolta.

La vera innovazione è la prevenzione
Per affrontare a sfida della sostenibilità non è più possibile gestire i rifiuti, che siano essi speciali, urbani o da imballaggio, a valle della supply chain, senza intervenire sul modello produttivo che li genera. Il recupero e il riciclo eco efficiente dei rifiuti può avvenire solamente quando c’è stata una progettazione a monte che tiene conto del contesto specifico ( attori della filiera, gestione dei rifiuti, impiantistica, etc)  o sistema in cui il bene o imballaggio svolge la sua funzione e conclude il suo ciclo di vita. Negli ultimi anni vengono immessi sul mercato nuovi imballaggi spacciati come il massimo dell’innovazione e della sostenibilità poiché ricavati da fonti rinnovabili, ma che a fine vita non possono essere riciclati o compostati  dagli impianti presenti sul territorio nazionale. Le aziende in assenza di una legislazione stringente in termini di prevenzione qualitativa degli imballaggi, e di ogni altra regia nazionale che coordini le azioni su base volontaria, si muovono come più conviene loro. Eppure le aziende hanno da tempo diversi strumenti a disposizione, anche web based ad accesso gratuito , per valutare l’impatto ambientale dei diversi tipi di imballaggio in fase di progettazione, attraverso un’analisi LCA. Per essere attendibile come risultati un tool di analisi LCA deve tuttavia considerare nella determinazione della carbon footprint e del consumo idrico e energetico anche l’impatto del fine vita dell’imballaggio.

Le indicazioni o linee guida una progettazione conforme al riciclo vengono redatte dagli operatori del riciclo dei vari materiali e si possono in genere scaricare gratuitamente dal web. I riciclatori si mettono solitamente (quasi ovunque) a disposizione del mondo produttivo perché è indispensabile per loro avere un approvvigionamento continuo di qualità. D’altronde non è solamente la logica a suggerire la necessità di collaborazione nella filiera. Sono gli stessi specialisti ed esperti della sostenibilità del packaging ad affermare che solamente attraverso un ampio coinvolgimento degli attori lungo la catena di distribuzione (dai fornitori di materie prime sino ai clienti finali) è possibile promuovere azioni incisive di miglioramento, anche radicale. (1) La soluzione è tanto semplice quanto difficile da realizzare a causa dell’opposizione del mondo industriale: gli imballaggi dovrebbero pagare un contributo ambientale (CAC contributo ambientale conai) commisurato al loro impatto ambientale, lungo tutto il ciclo di vita, con una internalizzazione dei costi a carico del produttore/utilizzatore. Un contributo più alto per gli imballaggi non riciclabili o difficilmente riciclabili come abbiamo proposto nelle nostre iniziative.  

Coloranti e opacizzanti mettono a rischio il mercato del riciclo del PET  

Plastics Recyclers Europe (PRE), la federazione europea delle aziende che riciclano materie plastiche, lancia da tempo l’allarme sulle ricadute negative che il design contemporaneo orientato all’estetica ha per il mercato del riciclo. L’ultimo riguarda il futuro del mercato del packaging in PET, il materiare plastico più riciclato, che viene messo a rischio dagli ultimi sviluppi e tendenze del mercato.
I problemi arrivano da una delle tipologie di imballaggi problematici per il riciclo. Si tratta dei contenitori e bottiglie in PET colorato, che potrebbero raggiungere presto le 300 mila tonnellate annue senza che ci sia un mercato in grado di assorbirle.
Secondo PRE alcuni settori dei beni di consumo come quello del latte o dei prodotti per la casa e la cura della persona stanno passando dall’utilizzo di contenitori in HDPE a quelli in PET colorato per ragioni di marketing. I contenitori colorati che finiscono nel flusso di quelli in PET trasparente richiedono ulteriori selezioni. Per poter vendere questa frazione colorata del riciclo diventa necessario per i riciclatori utilizzare dei colori scuri come grigio o nero anche se non esiste una richiesta per granuli rigenerati in questi colori.

Al contrario l’industria che ricicla l’HDPE è già attrezzata a gestire il materiale colorato che diventa materia prima seconda per tubi, vasi e altri manufatti. Il rischio è che quindi anche questo settore vada in crisi qualora una crescente concorrenza del PET riduca i quantitativi di HDPE in entrata.
Secondo i riciclatori, anche il recupero dei contenitori in PET bianco è problematico. Se questi contenitori vengono riciclati con altri contenitori in PET il pigmento TiO2 che contengono riduce la trasparenza del PET rigenerato (haze effect). Oppure, nei casi in cui il pigmento sia presente nel granulo da riciclo in quantità superiori al 5%, si verificano problemi sia nelle applicazioni in campo tessile che nel settore alimentare, quando è previsto il contatto con alimenti.
Questi casi -come ritiene PRE- contribuiscono ad indebolire l’immagine che il PET ha acquisito di un materiale facilmente e convenientemente riciclabile riducendone il mercato.
Le aziende che vogliono continuare su questa strada pericolosa – avverte PRE –devono essere pronte a sostenere i costi legati alla responsabilità estesa dei produttori e accettare al tempo stesso un crollo dell’industria del riciclo di PET e HDPE”.
PRE si appella ai soggetti che formano la filiera economica di entrambi i materiali affinché non interrompano il funzionamento e l’equilibrio di entrambi i circuiti.
Una soluzione suggerita dalla federazione è l’impiego di etichette integrali che avvolgono le confezioni, a patto che questi siano riconoscibili dai sistemi di selezione automatica NIR e non impattino negativamente sui processi di riciclo. La realtà è che queste etichette creano problemi  non solamente quando in materiali diversi dal PET (come il PVC) ma già a partire dal riconoscimento negli impianti di selezione dove vengono inviate al flusso di PET colorato mentre il contenitore è in PET trasparente. In generale la maggior parte delle etichette sleeves crea problemi anche nel processo di riciclo a meno che non siano state testate e approvate dai riciclatori. Mentre all’estero esiste un dibattito su questa problematica, che non rimane solamente confinato agli addetti ai lavori  ma arriva sui media specializzati, in Italia tutto tace.

Alcuni impianti hanno acquistato una macchina che rimuove le etichette ma secondo Rick Moore Direttore esecutivo della National Association for PET Container Resources (NAPCOR) che da trenta anni  si occupa di come superare le problematiche del riciclo, questa soluzione non solo aumenta i costi dei riciclatori ma ritarda la soluzione del problema. Secondo uno studio effettuato da APR, Association of Postconsumer Plastic Recyclers gestire contenitori con etichette coprenti sleeve costa dai 2 ai 4 centesimi di dollaro per ogni 500 grammi di prodotto lavorato. Questa questione va a peggiorare una situazione già piena di criticità per il settore che vede raddoppiati in 10 anni i costi necessari per produrre riciclato in PET per il mercato.

Leggi anche l’ultimo studio presentato da PRE sui benefici conseguenti ad un aumento del tasso di riciclo in Europa: Dal riciclo della plastica migliaia di posti posti di lavoro in 5 anni

In crescita il mercato globale delle stand up poach 
La plastica quando utilizzata per produrre imballaggi presenta alcuni vantaggi rispetto ad altri materiali ma anche alcune problematiche nel fine vita che vanno affrontate. Questa considerazione tanto scontata quanto disattesa dall’industria comincia ad animare i convegni del settore del packaging. Anche al Global Pouch Forum tenutosi a Miami quest’anno alcuni consulenti intervenuti hanno posto l’accento sulla necessità di trovare soluzioni alternative alla discarica o incenerimento anche per le stand up pouches.
Si tratta di buste composte da più strati tra plastica e alluminio, che vengono sempre più adottate nelle confezioni di diversi prodotti di consumo. Questo imballaggio garantisce migliori prestazioni per quanto concerne la protezione e la conservazione dei prodotti. Il peso ridotto rispetto ad altre tipologie di imballaggio dalle prestazioni simili permette un minore utilizzo di risorse e meno rifiuti. Quando però si considera il fine vita delle pouches la performance risulta delle peggiori; a causa dell’eterogeneità dei materiali che li compongono non possono essere riciclate. La destinazione finale è lo smaltimento in discarica o negli inceneritori. Quando disperse nell’ambiente inquinano per lungo tempo poiché non sono biodegradabili risultano.
Victor Bell, presidente di Environmental Packaging International (Jamestown, R.I.) è intervenuto senza usare mezzi termini “You guys have a litter problem, let’s face it”.
Due le principali considerazioni emerse dall’intervento di Bell e di un secondo consulente Betsy Dorn, director for consulting at Reclay StewardEdge Inc. :
-Con la crescita del mercato risulterà sempre più evidente all’opinione pubblica che le buste diventano un rifiuto irrecuperabile e l’industria, se non agisce, verrà additata come responsabile.

-Anche ammesso che si possano realizzare in mono  materiale, ci sono delle criticità da affrontare di sostenibilità economica per una loro raccolta differenziata e successivo riciclo. Ma anche di igiene poiché queste buste sono sporche e contaminano altri flussi di imballaggi che si volessero raccogliere insieme.
Tra le possibili soluzioni i consulenti hanno suggerito la creazione di un sistema di raccolta da parte dei produttori delle pouches a fine vita. I sistemi EPR (extended producer responsibility) ovvero di responsabilità estesa del produttore prevedono che il produttore recuperi i propri beni a fine vita oppure paghi i costi derivanti dalla loro gestione tra raccolta per il riciclo o smaltimento. Leggi l’articolo completo in inglese qui.

Il numeri del mercato 
Secondo Jorg Schönwald, presidente di Schönwald Consulting consulenti internazionali di packaging la produzione di stand-up pouch è in crescita .
Dai 165 miliardi di stand-up pouches consumate nel 2014 a livello mondiale si arriverebbe, secondo Schönwald, a consumarne 222 miliardi di pezzi nel 2018. Queste stime includono solamente le tipologie di buste prodotte da aziende leader del settore come Doypack, Cheer Pack e FlexCan. Escluse quindi tutte le altre tipologie di stand-up pouches.
Sempre considerando il 2014 il mercato relativo a questo packaging è suddiviso come segue. In Asia ne sono state consumate 88 miliardi il 54% del mercato, 19 all’anno come valore pro capite con un’aspettativa di crescita dell’8,4%.
Negli Stati Uniti e Canada ne sono state consumate 19,8 miliardi, 51 all’anno pro capite e con un’aspettativa di crescita del 7.5%. Insieme detengono il 12% del mercato.
In Europa le stand-up pouches consumate sono state 33,4 miliardi, 41 a testa con una crescita annuale prevista del 7.7%. L’Europa rappresenta il 20% del mercato globale.
Seguono L’America latina e i paesi caraibici con 14,5 miliardi di pezzi venduti , 22 pezzi a testa e il 9% del mercato. In Africa si scende a 8,7 miliardi di unità totali, 8 a testa e il 5% del mercato globale.
Per meglio capire il loro livello di penetrazione del mercato risultano utili i dati forniti da Schönwald sulle unità vendute di altri contenitori nel 2014 che permettono di effettuare una comparazione.

Contenitori in PET 520 miliardi di pezzi, lattine 310 miliardi e contenitori in poliaccoppiato (tetrapack), 380 miliardi.

Uno a zero per il fronte ambientalista, in Olanda (giugno '15)

mansfeldQuando in Olanda la battaglia per il mantenimento del deposito su cauzione per le bottiglie di plastica grandi sembrava ormai persa arriva la notizia che rincuora il fronte ambientalista. Il deposito su cauzione non viene abolito e verranno organizzati dei canali di raccolta anche per le bottiglie piccole e le lattine.
Esultano anche i deputati del Partito del Lavoro (Partij van de Arbeid, PvdA) che si erano maggiormente opposti ad un’abolizione invocata invece dai liberali del VVD (parte dell’attuale coalizione di governo) insieme agli esponenti dei partiti Unione Cristiana (ChristenUnie) e Socialista (Socialistische Partij) favorevoli al mantenimento del deposito.
La notizia è arrivata in via ufficiale da Wilma Mansveld segretario del Ministero Infrastrutture e Ambiente attraverso una lettera inviata il 18 giugno alla seconda camera. La principale motivazione al mantenimento del deposito su cauzione è che l’industria utilizzatrice di packaging non ha rispettato gli adempimenti previsti dall’accordo quadro imballaggi “Raamovereenkomst Verpakkingen” con validità 2013-2022. Va detto che esiste un precedente in tal senso in quanto l’industria non ha mai rispettato gli accordi presi con governo e unione dei comuni olandesi VNG già all’interno delle precedenti edizioni dell’accordo quadro per gli imballaggi, e in particolare dal 2006.
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Il dibattito acceso che si è scatenato nell’ultimo anno intorno alla decisione di abolire il cauzionamento tra le lobby del beverage e il variegato fronte contrario, ha ovviamente esercitato un discreto pressing sulla Mansveld che si è tradotto in questa decisione. Come abbiamo raccontato nella nostra piccola inchiesta in due puntate, anche se gli argomenti portati dal fronte pro-cauzionamento erano difficilmente contestabili, il finale non era per nulla scontato, anzi. Con questa decisione la Mansveld mantiene quella credibilità che avrebbe altrimenti perso nell’affossare uno dei principali strumenti del programma nazionale di gestione dei rifiuti “Van Afval Naar Grondstof VANG” ovvero “Da Rifiuti a Risorse”. Senza contare le innumerevoli esternazioni a favore dell’economia circolare di cui il Segretario è stato protagonista negli ultimi mesi.
Non è quindi casuale che Mansveld nell’apertura della sua lettera alla camera scriva : “I Paesi Bassi possiedono le conoscenze e l’ambizione per poter ulteriormente espandere la propria posizione di paese leader nel riciclaggio e nella riconversione delle materie prime preziose contenute nei rifiuti. Il governo attraverso il programma VANG lavora per accelerare un passaggio all’economia circolare con tre obiettivi in mente: la conservazione del nostro capitale naturale, il miglioramento della sicurezza nell’approvvigionamento delle risorse e materie prime e il rafforzamento della redditività dell’economia olandese. In un’economia circolare i cicli produttivi si autoalimentano e sono strutturati in sistemi ottimali che prevengono la formazione di rifiuti e emissioni nocive che impattano su uomo e ambiente oltre che a prevenire l’esaurimento delle materie prime. La forza che arriva dalla società verrà utilizzata per raggiungere questo obiettivo, in collaborazione con le parti interessate “.

ACCORDI RIMASTI SULLA CARTA
L’accordo quadro imballaggi in vigore dal 2013 conteneva una clausola secondo la quale sarebbe stato possibile per l’industria utilizzatrice di packaging e la grande distribuzione di liberarsi del cauzionamento solamente a condizione che avessero assolto a sette “prestazioni di garanzia”.
Come raccontato nei precedenti post il sistema di deposito su cauzione in Olanda riguarda i formati di bottiglie più grandi del mezzo litro. Le bottiglie piccole vengono invece raccolte insieme ad altre tipologie di imballaggi di plastica con un sistema di raccolta presente nei comuni chiamato Plastic Heroes che presenta però performances estremamente deludenti. Lo dimostrano le quantità di bottigliette disperse nell’ambiente insieme alle lattine. Al contrario delle 650.000 bottiglie grandi immesse al consumo ogni anno ne vengono invece intercettate dai supermercati percentuali che vanno dal 96 al 98% .
Tornando alla sette prestazioni di garanzia a capo dell’industria risulta che solamente una possa essere considerata raggiunta. Lo ha messo nero su bianco (anche) un parere legale di R. Hörchner avvocato esperto in materia di rifiuti che ha concluso che non sussiste una base giuridica per procedere all’abolizione del deposito.
L’analisi ha inoltre messo in luce: la mancanza di una concreta e misurabile riduzione e prevenzione, anche qualitativa, degli imballaggi immessi negli anni; nessun incremento del tasso di riciclo per le varie tipologie di plastica raccolta con il sistema Plastic heroes, nessun miglioramento relativo alla qualità della plastica raccolta che presenta scarti nelle partite che vanno dal 10 al 50%.
Lo studio lamenta inoltre la mancanza di qualsiasi dato e informazione disponibile pubblicamente su questioni come: quali destinazione prenda la plastica consegnata a Plastic Heroes; come e in quale misura viene impiegata la plastica riciclata proveniente dagli imballaggi in altri settori industriali; quali sono le percentuali di plastica effettivamente riciclate al netto degli scarti e del downcycling, etc.

COSA SUCCEDERA’ ORA
Oltre al fronte ambientalista sono diversi i partiti che vorrebbero estendere il cauzionamento a bottiglie piccole e lattine come avviene in Germania ma la Mansfeld non vuole spingersi così lontano. Per intercettare questi contenitori che vengono per lo più termovalorizzati, il segretario avrebbe intenzione di organizzare un sistema premiante che possa intercettarli attraverso una rete di centri di raccolta autorizzati sul territorio. Il progetto del sistema che verrà sviluppato in accordo con l’unione dei comuni olandesi VNG, l’Afvalfonds Verpakkingen (1) e l’associazione ambientalista Stichting Natuur & Milieu dovrà essere pronto per il prossimo autunno in modo da essere effettivo dal gennaio del 2016. I punti di raccolta che saranno dotati di macchine compattatrici (reverse vending) in grado di elargire i buoni o premi per chi conferisce i contenitori dovranno nascere nelle sedi di istituzioni sociali come scuole, centri sportivi e associazioni e non potranno essere gestiti da soggetti privati.
Si tratterebbe in sostanza di replicare su base nazionale alcune delle esperienze di successo in tal senso già esistenti a livello locale. Sulla base dei risultati ottenuti nel primo anno di sperimentazione del sistema dovrà essere affinato un piano che copra tutto il paese operativo dal gennaio 2018. Già dopo qualche giorno dalla presa di posizione della Mansveld sono arrivate da parte di osservatori esperti considerazioni che esprimono  dubbio sull’impostazione di tale piano. Manca per ora una definizione degli obiettivi di intercettazione da raggiungere, così come sull’entità del partecipazione finanziaria del settore del beverage. Inoltre, non è ancora chiaro come e in quale misura questo piano risponderà allo scopo, attribuitogli dalla Mansveld, di contrastare tramite “un approccio nazionale al problema” la questione dei rifiuti abbandonati nell’ambiente. Siccome tutto si gioca su come il piano verrà elaborato e concretizzato, il passato insegna che tutto dovrà passare attraverso infinite discussioni con la lobby dell’industria del beverage.
Se quindi il governo con questa mossa è ben lieto di sottrarsi dalla contesa, e l’industria per ora si accontenta di evitare l’estensione del cauzionamento alle bottiglie piccole, come hanno reagito i Comuni che subiscono i costi causati dai rifiuti abbandonati?
Un portavoce dell’Associazione dei comuni olandesi (VNG) ha dichiarato che al momento, nonostante non ci sia nulla di concreto sul piatto, ripongono molte aspettative sul fatto di avere al tavolo tutti i soggetti responsabili di far partire il progetto.

statiegeld_dettaglioIL PARERE DEL FRONTE AMBIENTALISTA
Il fronte ambientalista capitanato da Recycling Netwerk punta più in alto chiedendo una chiara regolamentazione e un’estensione per il deposito su cauzione sul modello di Germania e Norvegia. A maggior ragione perchè tecnicamente possibile considerato che le macchine compattatrici sono già predisposte per il conferimento degli altri formati.
Il Belgio, che ha un deposito su cauzione solamente per le bottiglie di birra, nell’ottica di una più ampia introduzione di un deposito, ha commissionato lo scorso anno uno studio esplorativo che ne quantificasse gli impatti economici che è uscito recentemente. Lo studio (fiammingo), estremamente articolato, ha analizzato i costi e i ricavi del sistema di deposito su cauzione ipotizzando 5 diversi scenari di attuazione realtivi a bottiglie in PET e lattine. Semplificando al massimo partendo dai costi del sistema che inciderebbero per un importo da 3,3 a 3,6 centesimi di euro le conclusioni sono che è possibile, con una gestione automatizzata ed efficiente arrivare, non solamente a dimezzare i costi, ma ad ottenere anche un guadagno di 2 centesimi per unità.
Il modello a cui fare riferimento si legge nello studio è quello scandinavo o tedesco non quello olandese giudicato “relativamente inefficiente”. Tra i motivi addotti figurano una limitata automatizzazione che richiederebbe un maggior numero di compattatori presenti presso i supermercati rispetto ad ora (almeno il doppio) e maggiori quantitativi raccolti includendo quindi i formati più piccoli delle bottiglie attualmente esclusi. Il fronte si augura che qualora il sistema venga prossimamente introdotto nelle Fiandre, come potrebbe accadere, il fatto arrivi a costituire un precedente che il Governo olandese non potrà comunque ignorare.

(1) l’ente che gestisce il fondo finanziato dall’industria per la gestione del fine vita degli imballaggi paragonabile al Conai.

instockApre ad Amsterdam Instock, un ristorante anti-spreco (giugno '15)

Apre ad Amsterdam dopo un anno di gestione sperimentale Instock un ristorante dove il menù è realizzato a partire da prodotti alimentari che non possono più essere venduti nei supermercati.
L’idea è nata ed è stata realizzata da quattro dipendenti della catena leader della grande distribuzione olandese Albert Heijn. Quotidianamente il camioncino elettrico di Instock fa il giro dei punti vendita della catena per raccogliere prodotti che sono difficilmente commerciabili per motivi estetici, perché vicini alla data di scadenza oppure perchè presentano confezioni danneggiate anche se sono a lunga scadenza.
Quando le persone sentono parlare di spreco alimentare, pensano subito che ci si riferisca a cibo non più commestibile” dice Freke van Nimwegen uno dei quattro fondatori di Instock riferendosi alle reazioni dei clienti. “Una volta che spieghiamo ai nostri clienti che si tratta di cibo ancora ottimo e che soddisfa tutti i requisiti della sicurezza alimentare le reazioni dei più sono entusiaste”.

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Ristoratori per caso
“Avviare un ristorante non rientrava nei nostri obiettivi”, continua van Nimwegen, “Volevamo fare qualcosa per lo spreco di cibo visto che un terzo del cibo prodotto a livello mondiale viene buttato. Abbiamo pensato a come poter sensibilizzare le persone su questa problematica e così io e i miei tre colleghi abbiamo presentato all’azienda un business plan che sarebbe poi diventato la base del progetto di Instock“.
Ufficialmente, i quattro imprenditori sono ancora dipendenti del gigante della distribuzione “Si tratta di una speciale combinazione perché, anche se è Albert Heijn che paga il nostro stipendio, il ristorante funziona con le proprie entrate. E’ fondamentale per noi che l’attività stia sulle proprie gambe. Credo che questo progetto possa rappresentare un’esempio di come fare imprenditoria sociale ” conclude van Nimwegen.

Menù a sorpresa
Quale può essere il menù della cena che consiste in tre portate è ogni giorno una sorpresa. Dipende da cosa raccoglie il camioncino nel suo giro quotidiano presso le filiali. Anche i fornitori di Albert Heijn occasionalmente aiutano con qualche fornitura omaggio. Come Heineken che destina al ristorante i fusti di birra avanzati nei vari festival.

(Fonte : Trouw.nl)

Notizia pubblicata nell’ambito della nostra collaborazione con Gdoweek nel numero 14 della versione digital, Neo-imprenditoria sociale contro lo spreco alimentare.

Non esiste economia circolare senza prevenzione. Le risorse contano! (giugno '15)

make resources countMerito della campagna europea Make resources count, secondo l'associazione nazionale Comuni Virtuosi, è principalmente quello di mettere in luce lo spreco di materia, un tema che non riceve la giusta attenzione da parte di governi, pubblica opinione e media. La mobilitazione coincide con la consultazione aperta dalla Commissione europea per raccogliere pareri che serviranno per formulare la tanto discussa normativa attesa per fine anno sul pacchetto 'economia circolare'. “L'ACV plaude all'iniziativa e condivide in pieno i contenuti della campagna promossa dall'Environmental Europea Bureau che rispecchiano i temi che hanno animato diverse nostre iniziative sul territorio negli anni. Anche le campagne nazionali  a partire da Porta la Sporta lanciata nel 2009 sono nate proprio all'insegna della prevenzione”.   

Per prevenire lo spreco complessivo di risorse non esiste altra via che intervenire "a monte" per cambiare alla radice il sistema attuale di produrre, commercializzare e, infine, gestire il fine vita dei beni, inclusi imballaggi e articoli usa e getta. E' ora di spostare l'attenzione, come ribadisce la campagna europea, alla fase di progettazione dei beni. Se si vuole tutelare per davvero ambiente ed economia la fase progettuale deve diventare l’oggetto su cui intervenire con legislazioni appropriate.
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Conflitto d'interesse

Secondo i dati dell'EEB, l'80% dell'impatto ambientale di un prodotto viene predeterminato proprio nella fase del suo design.   Questo significa che l'80% della responsabilità sull'impatto ambientale dipende dalla scelte che sono a capo dell'industria. Sulla base di questo assunto la quantificazione del contributo ambientale che l'azienda produttrice dovrà versare come copertura dei costi di gestione del fine vita dei beni dovrebbe tenere conto della congruità con cui è stata gestita quella fase in linea con  i principi stabiliti in sede comunitaria della “responsabilità estesa del produttore” e di “chi inquina paga”. Volendo misurare il grado di responsabilità dei soggetti coinvolti è evidente che il più alto livello di responsabilità è quello di un governo che non legifera in merito e, quindi, non governa quei processi. Poi viene la responsabilità dell'industria, dei circuiti commerciali e distributivi.  Poi quella che attiene alla politica locale, ai vari livelli, (regione, provincia e comune) quando non assolve ai propri compiti. Infine si arriva alle responsabilità che attengono al cittadino consumatore. Quest'ultimo è però,comunque, quello che paga sempre il conto finale. Sia quando fà la cosa giusta ( riducendo i rifiuti, differenziando, comprando prodotti più sostenibili), che quando si comporta in "modo irrispettoso" per l'ambiente. 

Governi e industria devono costruire le premesse per uno sviluppo sostenibile

Appurato che il modello economico lineare attuale (estrai-fabbrichi-butti) che esternalizza impatti e costi  su ambiente e comunità non è più perseguibile per i i limiti fisici del pianeta, spetta ai governi e all'industria costruire le premesse per uno sviluppo sostenibile.  Una drastica riduzione del consumo di materia, e non solamente di energia, è un'urgenza che invece aziende e governi non prendono per ora sul serio, quando non avversano. Forse perché il degrado che consegue allo sfruttamento intensivo delle risorse avviene lontano dai nostri occhi- dalla deforestazione allo sfruttamento dei lavoratori-, oppure perchè viene superficialmente associata ad una decrescita economica. Niente di più sbagliato sia sul piano ambientale che economico. Ambientalmente parlando perchè in natura tutto è connesso, come stiamo imparando a capire dalle conseguenze del cambiamento climatico. Anche sotto l'aspetto economico/occupazionale studi internazionali attendibili come quelli della Fondazione Ellen McArthur hanno quantificato gli impatti positivi sul breve e lungo termine qualora si adottasse un'economia circolare. Prevenzione al centro La prevenzione è uno dei cardini dei modelli economici circolari e rappresenta la vera innovazione di cui il mondo ha bisogno. Solamente facendo pagare di più chi maggiormente inquina e meno chi produce prodotti più sostenibili si potrà orientare il mercato in senso ecologico premiando quelle aziende che fanno vera innovazione ambientale. Una vera innovazione, secondo l'ACV “ è quella che non esternalizza su altri livelli e operatori della filiera il proprio impatto o gli effetti collaterali, ma è quella che migliora ed efficientizza il sistema in cui si va ad inserire”. L'iniziativa mirata ad imballaggi e articoli usa e getta  “Meno rifiuti più benessere” (1) trasmette dal 2012 il messaggio che non esiste una soluzione di imballaggio (ma anche un bene)  che sia sostenibile "a prescindere" e pertanto adatto per tutti i continenti e latitudini. Ogni scelta di packaging ( o di messa in vendita di prodotti senza packaging)  deve tenere conto del contesto. Di come tale contesto può metabolizzare al meglio  le caratteristiche di ogni materiale, tenendo conto del suo intero ciclo di vita: dall'estrazione della materia prima al suo fine vita. Per fare un esempio concreto, una scelta responsabile che l'industria del beverage avrebbe potuto compiere quando  ha cominciato a commercializzare le proprie bevande in paesi dove il riciclo è inesistente, qualche decennio fa, sarebbe stata  quella di supportare il sistema del vuoto a rendere e del deposito su cauzione per i contenitori. In questo modo le aziende multinazionali del beverage, che solitamente fanno un uso intensivo delle risorse acquifere avrebbero potuto restituire, con la creazione di occupazione, parte dei loro guadagni alle popolazioni locali. Il vuoto a perdere, applicato a tutte le tipologie di imballaggio, con una popolazione della classe media in crescita risulterà sempre più insostenibile nei prossimi decenni. L'innovazione vera di cui abbiamo bisogno è quella che sarà capace di prendere gli esempi validi del passato e re-inventarli nel nuovo contesto tecnologico. Girarci intorno sostituendo piccole tessere del puzzle del consumo insostenibile, cambiando qualche dettaglio come il materiale con cui sono fatte le tessere, è un puro esercizio di marketing tinto di verde. Niente più che un palliativo rispetto alle sfide economiche ed ambientali che ci attendono.   

Sui Comuni grava il maggior peso economico del sistema a responsabilità condivisa   

In Italia, e non solo, tutta l'attenzione è concentrata sulla fase finale, quella in cui i beni diventano rifiuti. Questo approccio ha mostrato ovunque i suoi limiti perchè occuparsi dei beni solamente in questa fase è una battaglia persa sia a livello ambientale che economico. Neanche la raccolta differenziata che nell'immaginario collettivo (spesso anche dei media) coincide con il riciclo, può “correggere il tiro” di una progettazione insostenibile. La differenziata è solamente uno strumento, l'atto finale di un processo che rischia di essere vanificato proprio dalle caratteristiche progettuali di beni ed imballaggi prima che dai limiti strutturali e impiantisitici delle fasi finali di raccolta, selezione e riciclo.   Senza l'apporto dei soggetti che determinano a monte il contesto attuale, i Comuni non possono realizzare una reale gestione sostenibile e circolare dei rifiuti come risorse. A meno di non disporre di una bacchetta magica e ingenti risorse finanziarie. Guardando a quei Comuni europei che hanno un sistema di gestione degli imballaggi simile al nostro, si possono rilevare i molti problemi comuni di una gestione dei rifiuti da affrontare in una situazione di scarsissime finanze. Ad esempio in Francia i Comuni lamentano di ricevere una copertura dei costi per la raccolta differenziata degli imballaggi pari al 55%. Nel nostro paese non solamente non si arriva al 40% ma ai Comuni, diversamente dalla  Francia, non arrivano neanche i proventi della vendita dei materiali raccolti in modo differenziato, poiché ceduti gratuitamente al sistema Conai. Una sfida importante da raggiungere al 2020 per i paesi membri è quella di arrivare a riciclare il 50% dei rifiuti come carta, legno, plastica e vetro provenienti dai nuclei urbani. Particolare preoccupazione destano gli imballaggi di plastica che sono i meno riciclati e i più termovalorizzati. Per cambiare rotta ci vuole pertanto un'azione decisa dal basso che influenzi le legislazioni dei governi, come si prefigge di fare  la campagna Make resouces count a livello europeo. Questo perchè non ci si può, ovviamente, aspettare che sia l'industria a fare gli interessi dei cittadini e degli enti locali.   

Comunicato stampa - 9 giugno 2015

 

Prince Ea: "Dear Future Generations: Sorry"

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     (dal 01/01/16 - in litri al secondo)

Al primo posto in Europa per consumo annuo procapite:
193 litri circa

bottiglie di plastica utilizzate in un anno: 9 miliardi
di cui riciclate: il 30% circa**


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*sacchetti di plastica consumati quest'anno nel mondo

** Il consumo procapite di acqua in bottiglia varia a seconda degli studi, fra cui: Un paese in bottiglia di Legambiente e The global Bottled Water Market della Beverage Marketing Corporation.

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