
Un problema complesso non ammette soluzioni semplici.
La crisi di oggi è, certo, questione complessa. Purtroppo non riusciamo a far distinzione da una cosa complessa ed una difficile, tra una soluzione semplice ed una facile. Così il risultato è che spesso cerchiamo vie facili, perché ci paiono più a portata di mano. Proviamo a seguire il ragionamento della complessità utilizzando un oggetto che abbiamo tra le mani e che è destinato a diventare rifiuto.
Ognuno immagini un prodotto usa e getta. La nostra attenzione rispetto a quell’oggetto si limita a due momenti. All’atto dell’acquisto, per valutarne il costo e quando decidiamo di disfarcene. In alcuni casi, ad esempio quando abbiamo a che fare con un imballaggio, addirittura il primo momento di attenzione non esiste, perché apparentemente per noi non è un costo. Siamo dunque di fronte ad una situazione che richiede un ragionamento semplice, dalla risposta facile.
Se però introduciamo qualche elemento, il ragionamento si complica. Partiamo dal fondo.
Ipotizziamo che ci venga imposta la raccolta differenziata. Abbiamo in mano l’oggetto di cui dobbiamo disfarci e allora non ci limitiamo a constatare che dobbiamo gettarlo, ma che dobbiamo metterlo nel contenitore giusto.
Ipotizziamo poi che il tasso di raccolta differenziata non raggiunga i livelli di legge, l’amministrazione della nostra città allora deciderà di adottare un sistema di tipo domiciliare, il cosiddetto porta a porta. A questo punto non solo ci chiediamo in quale contenitore o sacchetto dobbiamo depositare l’oggetto, ma anche in quale giorno e a quale ora dobbiamo farlo.
Se poi l’oggetto è di un materiale composito, passiamo un buon momento a domandarci se si tratti di carta o plastica o alluminio o tutte e tre le cose e in quale dei sacchetti dobbiamo metterlo o se addirittura dobbiamo separare i materiali.
Quando poi l’amministrazione comunale dovesse cercare di garantire una certa equità fiscale, applicherà il principio di “paga per quanto butti”, abbandonando così la tassa rifiuti basata sui metri quadrati e adottando un sistema tariffario basato sulle quantità, in volume o in peso, dei rifiuti che i propri cittadini buttano. In questo caso allora non solo cercheremo di separare per bene tutto al fine di evitare spiacevoli sanzioni, ma faremo attenzione anche a ciò che acquistiamo così da ridurre al minimo lo scarto e dunque la tariffa.
Per questo cambieremo non solo alcune abitudini preferendo l’acqua del rubinetto perché molto meno costosa e senza involucro, ma faremo attenzione a ciò che acquistiamo.
Il nostro comportamento verrà letto con attenzione dai direttori dei punti vendita che frequentiamo e cambieranno la disposizione dei prodotti sugli scaffali sulla base dei nostri acquisti e appariranno prodotti che fino a qualche giorno prima non c’erano.
Ecco così che le lampade a basso consumo sono su più file e in primo piano rispetto a quelle ad incandescenza, che fanno la loro apparizione nei supermercati i prodotti del commercio equo e solidale, che compaiono i gasatori per farsi l’acqua gassata in casa, che avevamo visto sono durante le nostre vacanze in Svizzera e in Germania, o ancora i detersivi alla spina.
Tutto questo “solo” perché una piccola parte dei consumatori ha cambiato attitudine all’acquisto, “solo” perché qualche sporadica amministrazione ha introdotto nuovi modelli di gestione degli scarti.
Ciò significa allora che le nuove abitazioni di quei Comuni avranno più spazi verdi privati per garantire la possibilità di fare il compostaggio domestico e una sistemazione degli spazi che consente di non dover ricordarsi il giorno in cui depositare le diverse frazioni di scarto, perché l’operatore della raccolta sarà in grado di prelevare il nostro sacchetto o contenitore direttamente dalla via.
Significa che la società che si occupa delle raccolte ha assunto il doppio del personale per garantirci un miglior servizio e sarà pagato dall’amministrazione, cioè dai contribuenti, grazie ai soldi risparmiati dalla discarica e ai guadagni derivanti dalla vendita del materiale che abbiamo scartato in modo separato.
Significa anche che vicino alle nostre città non sono nate nuove discariche o inceneritori, ma una piattaforma che ricicla la plastica e che produce la panchina sulla quale ci sediamo a guardare nostro figlio che gioca al pallone.
Significa che è stato attrezzato un impianto che produce terriccio con i nostri avanzi di cucina e che gli agricoltori utilizzano per darci pomodori o pere senza farli arrivare dall’Argentina.
Significa che una cooperativa sociale ha dato lavoro a decine di ragazzi che riparano i nostri elettrodomestici di cui abbiamo voluto disfarci, rimettono a nuovo enciclopedie e libri che abbiamo buttato, riverniciano mobili che non ci piacevano più per rimetterli in commercio.
E quei prodotti sono rivenduti a prezzi accessibili a sempre più persone che non ce la fanno a sopravvivere, perché schiacciati da un’economia che pensa di poter far tutti ricchi buttando via più cose possibili, da un’economia che pensa che valga di più un capannone, anche vuoto, di un orto a pomodori ed insalata, di un’economia che non contabilizza il tempo di goderci il sorriso dei nostri figli che corrono dietro ad un pallone mentre sfogliamo un libro.
Roberto Cavallo