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ARCHIVIO PRIMO PIANO 2012-2015 (2009-2011>>)

Riciclo: indietro tutta? (settembre '15)

pet coloratoI “falsi amici” del riciclo sono in ascesa: coloranti, opacizzanti, etichette coprenti sleeves e stand-up poach, buste in multistrato non riciclabili.
Mentre comincia a entrare nel sentire comune il concetto che la raccolta differenziata sia il migliore sistema per gestire i rifiuti una volta prodotti, per valorizzarli invece di distruggerli, i decisori politici e aziendali non pare stiano ancora puntando a gestire i rifiuti come risorse. Le politiche sui rifiuti del governo in carica riportano in auge con l’articolo 35 dello sblocca Italia un modello obsoleto e anacronistico come l’incenerimento. Nessuna traccia di politiche di prevenzione e riduzione degli imballaggi e di una necessaria pianificazione a lungo termine che imponga per legge obiettivi di: minimizzazione del consumo di risorse; produzione di rifiuti inquinanti; recupero e riciclo dei rifiuti prodotti; promozione di un mercato per servizi e prodotti più sostenibili ( derivati ad esempio da materia prima seconda delle raccolte differenziate). Eppure le direttive comunitarie pongono come obiettivo prioritario un uso efficiente e sostenibile delle risorse, non solamente per preservare l’ambiente, ma come unica strategia economica possibile che permette ai paesi europei di affrontare la mancanza di materie prime, ridurne le importazioni e competere nel mondo globale.
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Perché raccogliere in modo differenziato se l’obiettivo non è il riciclo?

La cosa più ovvia che un cittadino si aspetta quando differenzia, è che i materiali vengano valorizzati. Anche perché per quegli imballaggi lui paga due volte, quando acquista i prodotti confezionati, e quando li consegna al sistema di raccolta.
Se poi questi imballaggi non possono neanche essere riciclati a causa di caratteristiche progettuali il cittadino virtuoso oltre al danno subisce anche la beffa.
A dire il vero un po’ beffati i Comuni italiani già lo sono perché devono spendere di più per la raccolta e gestione dei rifiuti da imballaggio di altri paese europei con un sistema di gestione simili al nostro. Questo perché ai Comuni arrivano contributi più bassi dai consorzi Conai rispetto ad altri Comuni europei e perché non incassano i proventi della vendita dei materiali differenziati ceduti gratuitamente alle loro piattaforme di raccolta.

La vera innovazione è la prevenzione
Per affrontare a sfida della sostenibilità non è più possibile gestire i rifiuti, che siano essi speciali, urbani o da imballaggio, a valle della supply chain, senza intervenire sul modello produttivo che li genera. Il recupero e il riciclo eco efficiente dei rifiuti può avvenire solamente quando c’è stata una progettazione a monte che tiene conto del contesto specifico ( attori della filiera, gestione dei rifiuti, impiantistica, etc)  o sistema in cui il bene o imballaggio svolge la sua funzione e conclude il suo ciclo di vita. Negli ultimi anni vengono immessi sul mercato nuovi imballaggi spacciati come il massimo dell’innovazione e della sostenibilità poiché ricavati da fonti rinnovabili, ma che a fine vita non possono essere riciclati o compostati  dagli impianti presenti sul territorio nazionale. Le aziende in assenza di una legislazione stringente in termini di prevenzione qualitativa degli imballaggi, e di ogni altra regia nazionale che coordini le azioni su base volontaria, si muovono come più conviene loro. Eppure le aziende hanno da tempo diversi strumenti a disposizione, anche web based ad accesso gratuito , per valutare l’impatto ambientale dei diversi tipi di imballaggio in fase di progettazione, attraverso un’analisi LCA. Per essere attendibile come risultati un tool di analisi LCA deve tuttavia considerare nella determinazione della carbon footprint e del consumo idrico e energetico anche l’impatto del fine vita dell’imballaggio.

Le indicazioni o linee guida una progettazione conforme al riciclo vengono redatte dagli operatori del riciclo dei vari materiali e si possono in genere scaricare gratuitamente dal web. I riciclatori si mettono solitamente (quasi ovunque) a disposizione del mondo produttivo perché è indispensabile per loro avere un approvvigionamento continuo di qualità. D’altronde non è solamente la logica a suggerire la necessità di collaborazione nella filiera. Sono gli stessi specialisti ed esperti della sostenibilità del packaging ad affermare che solamente attraverso un ampio coinvolgimento degli attori lungo la catena di distribuzione (dai fornitori di materie prime sino ai clienti finali) è possibile promuovere azioni incisive di miglioramento, anche radicale. (1) La soluzione è tanto semplice quanto difficile da realizzare a causa dell’opposizione del mondo industriale: gli imballaggi dovrebbero pagare un contributo ambientale (CAC contributo ambientale conai) commisurato al loro impatto ambientale, lungo tutto il ciclo di vita, con una internalizzazione dei costi a carico del produttore/utilizzatore. Un contributo più alto per gli imballaggi non riciclabili o difficilmente riciclabili come abbiamo proposto nelle nostre iniziative.  

Coloranti e opacizzanti mettono a rischio il mercato del riciclo del PET  

Plastics Recyclers Europe (PRE), la federazione europea delle aziende che riciclano materie plastiche, lancia da tempo l’allarme sulle ricadute negative che il design contemporaneo orientato all’estetica ha per il mercato del riciclo. L’ultimo riguarda il futuro del mercato del packaging in PET, il materiare plastico più riciclato, che viene messo a rischio dagli ultimi sviluppi e tendenze del mercato.
I problemi arrivano da una delle tipologie di imballaggi problematici per il riciclo. Si tratta dei contenitori e bottiglie in PET colorato, che potrebbero raggiungere presto le 300 mila tonnellate annue senza che ci sia un mercato in grado di assorbirle.
Secondo PRE alcuni settori dei beni di consumo come quello del latte o dei prodotti per la casa e la cura della persona stanno passando dall’utilizzo di contenitori in HDPE a quelli in PET colorato per ragioni di marketing. I contenitori colorati che finiscono nel flusso di quelli in PET trasparente richiedono ulteriori selezioni. Per poter vendere questa frazione colorata del riciclo diventa necessario per i riciclatori utilizzare dei colori scuri come grigio o nero anche se non esiste una richiesta per granuli rigenerati in questi colori.

Al contrario l’industria che ricicla l’HDPE è già attrezzata a gestire il materiale colorato che diventa materia prima seconda per tubi, vasi e altri manufatti. Il rischio è che quindi anche questo settore vada in crisi qualora una crescente concorrenza del PET riduca i quantitativi di HDPE in entrata.
Secondo i riciclatori, anche il recupero dei contenitori in PET bianco è problematico. Se questi contenitori vengono riciclati con altri contenitori in PET il pigmento TiO2 che contengono riduce la trasparenza del PET rigenerato (haze effect). Oppure, nei casi in cui il pigmento sia presente nel granulo da riciclo in quantità superiori al 5%, si verificano problemi sia nelle applicazioni in campo tessile che nel settore alimentare, quando è previsto il contatto con alimenti.
Questi casi -come ritiene PRE- contribuiscono ad indebolire l’immagine che il PET ha acquisito di un materiale facilmente e convenientemente riciclabile riducendone il mercato.
Le aziende che vogliono continuare su questa strada pericolosa – avverte PRE –devono essere pronte a sostenere i costi legati alla responsabilità estesa dei produttori e accettare al tempo stesso un crollo dell’industria del riciclo di PET e HDPE”.
PRE si appella ai soggetti che formano la filiera economica di entrambi i materiali affinché non interrompano il funzionamento e l’equilibrio di entrambi i circuiti.
Una soluzione suggerita dalla federazione è l’impiego di etichette integrali che avvolgono le confezioni, a patto che questi siano riconoscibili dai sistemi di selezione automatica NIR e non impattino negativamente sui processi di riciclo. La realtà è che queste etichette creano problemi  non solamente quando in materiali diversi dal PET (come il PVC) ma già a partire dal riconoscimento negli impianti di selezione dove vengono inviate al flusso di PET colorato mentre il contenitore è in PET trasparente. In generale la maggior parte delle etichette sleeves crea problemi anche nel processo di riciclo a meno che non siano state testate e approvate dai riciclatori. Mentre all’estero esiste un dibattito su questa problematica, che non rimane solamente confinato agli addetti ai lavori  ma arriva sui media specializzati, in Italia tutto tace.

Alcuni impianti hanno acquistato una macchina che rimuove le etichette ma secondo Rick Moore Direttore esecutivo della National Association for PET Container Resources (NAPCOR) che da trenta anni  si occupa di come superare le problematiche del riciclo, questa soluzione non solo aumenta i costi dei riciclatori ma ritarda la soluzione del problema. Secondo uno studio effettuato da APR, Association of Postconsumer Plastic Recyclers gestire contenitori con etichette coprenti sleeve costa dai 2 ai 4 centesimi di dollaro per ogni 500 grammi di prodotto lavorato. Questa questione va a peggiorare una situazione già piena di criticità per il settore che vede raddoppiati in 10 anni i costi necessari per produrre riciclato in PET per il mercato.

Leggi anche l’ultimo studio presentato da PRE sui benefici conseguenti ad un aumento del tasso di riciclo in Europa: Dal riciclo della plastica migliaia di posti posti di lavoro in 5 anni

In crescita il mercato globale delle stand up poach 
La plastica quando utilizzata per produrre imballaggi presenta alcuni vantaggi rispetto ad altri materiali ma anche alcune problematiche nel fine vita che vanno affrontate. Questa considerazione tanto scontata quanto disattesa dall’industria comincia ad animare i convegni del settore del packaging. Anche al Global Pouch Forum tenutosi a Miami quest’anno alcuni consulenti intervenuti hanno posto l’accento sulla necessità di trovare soluzioni alternative alla discarica o incenerimento anche per le stand up pouches.
Si tratta di buste composte da più strati tra plastica e alluminio, che vengono sempre più adottate nelle confezioni di diversi prodotti di consumo. Questo imballaggio garantisce migliori prestazioni per quanto concerne la protezione e la conservazione dei prodotti. Il peso ridotto rispetto ad altre tipologie di imballaggio dalle prestazioni simili permette un minore utilizzo di risorse e meno rifiuti. Quando però si considera il fine vita delle pouches la performance risulta delle peggiori; a causa dell’eterogeneità dei materiali che li compongono non possono essere riciclate. La destinazione finale è lo smaltimento in discarica o negli inceneritori. Quando disperse nell’ambiente inquinano per lungo tempo poiché non sono biodegradabili risultano.
Victor Bell, presidente di Environmental Packaging International (Jamestown, R.I.) è intervenuto senza usare mezzi termini “You guys have a litter problem, let’s face it”.
Due le principali considerazioni emerse dall’intervento di Bell e di un secondo consulente Betsy Dorn, director for consulting at Reclay StewardEdge Inc. :
-Con la crescita del mercato risulterà sempre più evidente all’opinione pubblica che le buste diventano un rifiuto irrecuperabile e l’industria, se non agisce, verrà additata come responsabile.

-Anche ammesso che si possano realizzare in mono  materiale, ci sono delle criticità da affrontare di sostenibilità economica per una loro raccolta differenziata e successivo riciclo. Ma anche di igiene poiché queste buste sono sporche e contaminano altri flussi di imballaggi che si volessero raccogliere insieme.
Tra le possibili soluzioni i consulenti hanno suggerito la creazione di un sistema di raccolta da parte dei produttori delle pouches a fine vita. I sistemi EPR (extended producer responsibility) ovvero di responsabilità estesa del produttore prevedono che il produttore recuperi i propri beni a fine vita oppure paghi i costi derivanti dalla loro gestione tra raccolta per il riciclo o smaltimento. Leggi l’articolo completo in inglese qui.

Il numeri del mercato 
Secondo Jorg Schönwald, presidente di Schönwald Consulting consulenti internazionali di packaging la produzione di stand-up pouch è in crescita .
Dai 165 miliardi di stand-up pouches consumate nel 2014 a livello mondiale si arriverebbe, secondo Schönwald, a consumarne 222 miliardi di pezzi nel 2018. Queste stime includono solamente le tipologie di buste prodotte da aziende leader del settore come Doypack, Cheer Pack e FlexCan. Escluse quindi tutte le altre tipologie di stand-up pouches.
Sempre considerando il 2014 il mercato relativo a questo packaging è suddiviso come segue. In Asia ne sono state consumate 88 miliardi il 54% del mercato, 19 all’anno come valore pro capite con un’aspettativa di crescita dell’8,4%.
Negli Stati Uniti e Canada ne sono state consumate 19,8 miliardi, 51 all’anno pro capite e con un’aspettativa di crescita del 7.5%. Insieme detengono il 12% del mercato.
In Europa le stand-up pouches consumate sono state 33,4 miliardi, 41 a testa con una crescita annuale prevista del 7.7%. L’Europa rappresenta il 20% del mercato globale.
Seguono L’America latina e i paesi caraibici con 14,5 miliardi di pezzi venduti , 22 pezzi a testa e il 9% del mercato. In Africa si scende a 8,7 miliardi di unità totali, 8 a testa e il 5% del mercato globale.
Per meglio capire il loro livello di penetrazione del mercato risultano utili i dati forniti da Schönwald sulle unità vendute di altri contenitori nel 2014 che permettono di effettuare una comparazione.

Contenitori in PET 520 miliardi di pezzi, lattine 310 miliardi e contenitori in poliaccoppiato (tetrapack), 380 miliardi.

Uno a zero per il fronte ambientalista, in Olanda (giugno '15)

mansfeldQuando in Olanda la battaglia per il mantenimento del deposito su cauzione per le bottiglie di plastica grandi sembrava ormai persa arriva la notizia che rincuora il fronte ambientalista. Il deposito su cauzione non viene abolito e verranno organizzati dei canali di raccolta anche per le bottiglie piccole e le lattine.
Esultano anche i deputati del Partito del Lavoro (Partij van de Arbeid, PvdA) che si erano maggiormente opposti ad un’abolizione invocata invece dai liberali del VVD (parte dell’attuale coalizione di governo) insieme agli esponenti dei partiti Unione Cristiana (ChristenUnie) e Socialista (Socialistische Partij) favorevoli al mantenimento del deposito.
La notizia è arrivata in via ufficiale da Wilma Mansveld segretario del Ministero Infrastrutture e Ambiente attraverso una lettera inviata il 18 giugno alla seconda camera. La principale motivazione al mantenimento del deposito su cauzione è che l’industria utilizzatrice di packaging non ha rispettato gli adempimenti previsti dall’accordo quadro imballaggi “Raamovereenkomst Verpakkingen” con validità 2013-2022. Va detto che esiste un precedente in tal senso in quanto l’industria non ha mai rispettato gli accordi presi con governo e unione dei comuni olandesi VNG già all’interno delle precedenti edizioni dell’accordo quadro per gli imballaggi, e in particolare dal 2006.
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Il dibattito acceso che si è scatenato nell’ultimo anno intorno alla decisione di abolire il cauzionamento tra le lobby del beverage e il variegato fronte contrario, ha ovviamente esercitato un discreto pressing sulla Mansveld che si è tradotto in questa decisione. Come abbiamo raccontato nella nostra piccola inchiesta in due puntate, anche se gli argomenti portati dal fronte pro-cauzionamento erano difficilmente contestabili, il finale non era per nulla scontato, anzi. Con questa decisione la Mansveld mantiene quella credibilità che avrebbe altrimenti perso nell’affossare uno dei principali strumenti del programma nazionale di gestione dei rifiuti “Van Afval Naar Grondstof VANG” ovvero “Da Rifiuti a Risorse”. Senza contare le innumerevoli esternazioni a favore dell’economia circolare di cui il Segretario è stato protagonista negli ultimi mesi.
Non è quindi casuale che Mansveld nell’apertura della sua lettera alla camera scriva : “I Paesi Bassi possiedono le conoscenze e l’ambizione per poter ulteriormente espandere la propria posizione di paese leader nel riciclaggio e nella riconversione delle materie prime preziose contenute nei rifiuti. Il governo attraverso il programma VANG lavora per accelerare un passaggio all’economia circolare con tre obiettivi in mente: la conservazione del nostro capitale naturale, il miglioramento della sicurezza nell’approvvigionamento delle risorse e materie prime e il rafforzamento della redditività dell’economia olandese. In un’economia circolare i cicli produttivi si autoalimentano e sono strutturati in sistemi ottimali che prevengono la formazione di rifiuti e emissioni nocive che impattano su uomo e ambiente oltre che a prevenire l’esaurimento delle materie prime. La forza che arriva dalla società verrà utilizzata per raggiungere questo obiettivo, in collaborazione con le parti interessate “.

ACCORDI RIMASTI SULLA CARTA
L’accordo quadro imballaggi in vigore dal 2013 conteneva una clausola secondo la quale sarebbe stato possibile per l’industria utilizzatrice di packaging e la grande distribuzione di liberarsi del cauzionamento solamente a condizione che avessero assolto a sette “prestazioni di garanzia”.
Come raccontato nei precedenti post il sistema di deposito su cauzione in Olanda riguarda i formati di bottiglie più grandi del mezzo litro. Le bottiglie piccole vengono invece raccolte insieme ad altre tipologie di imballaggi di plastica con un sistema di raccolta presente nei comuni chiamato Plastic Heroes che presenta però performances estremamente deludenti. Lo dimostrano le quantità di bottigliette disperse nell’ambiente insieme alle lattine. Al contrario delle 650.000 bottiglie grandi immesse al consumo ogni anno ne vengono invece intercettate dai supermercati percentuali che vanno dal 96 al 98% .
Tornando alla sette prestazioni di garanzia a capo dell’industria risulta che solamente una possa essere considerata raggiunta. Lo ha messo nero su bianco (anche) un parere legale di R. Hörchner avvocato esperto in materia di rifiuti che ha concluso che non sussiste una base giuridica per procedere all’abolizione del deposito.
L’analisi ha inoltre messo in luce: la mancanza di una concreta e misurabile riduzione e prevenzione, anche qualitativa, degli imballaggi immessi negli anni; nessun incremento del tasso di riciclo per le varie tipologie di plastica raccolta con il sistema Plastic heroes, nessun miglioramento relativo alla qualità della plastica raccolta che presenta scarti nelle partite che vanno dal 10 al 50%.
Lo studio lamenta inoltre la mancanza di qualsiasi dato e informazione disponibile pubblicamente su questioni come: quali destinazione prenda la plastica consegnata a Plastic Heroes; come e in quale misura viene impiegata la plastica riciclata proveniente dagli imballaggi in altri settori industriali; quali sono le percentuali di plastica effettivamente riciclate al netto degli scarti e del downcycling, etc.

COSA SUCCEDERA’ ORA
Oltre al fronte ambientalista sono diversi i partiti che vorrebbero estendere il cauzionamento a bottiglie piccole e lattine come avviene in Germania ma la Mansfeld non vuole spingersi così lontano. Per intercettare questi contenitori che vengono per lo più termovalorizzati, il segretario avrebbe intenzione di organizzare un sistema premiante che possa intercettarli attraverso una rete di centri di raccolta autorizzati sul territorio. Il progetto del sistema che verrà sviluppato in accordo con l’unione dei comuni olandesi VNG, l’Afvalfonds Verpakkingen (1) e l’associazione ambientalista Stichting Natuur & Milieu dovrà essere pronto per il prossimo autunno in modo da essere effettivo dal gennaio del 2016. I punti di raccolta che saranno dotati di macchine compattatrici (reverse vending) in grado di elargire i buoni o premi per chi conferisce i contenitori dovranno nascere nelle sedi di istituzioni sociali come scuole, centri sportivi e associazioni e non potranno essere gestiti da soggetti privati.
Si tratterebbe in sostanza di replicare su base nazionale alcune delle esperienze di successo in tal senso già esistenti a livello locale. Sulla base dei risultati ottenuti nel primo anno di sperimentazione del sistema dovrà essere affinato un piano che copra tutto il paese operativo dal gennaio 2018. Già dopo qualche giorno dalla presa di posizione della Mansveld sono arrivate da parte di osservatori esperti considerazioni che esprimono  dubbio sull’impostazione di tale piano. Manca per ora una definizione degli obiettivi di intercettazione da raggiungere, così come sull’entità del partecipazione finanziaria del settore del beverage. Inoltre, non è ancora chiaro come e in quale misura questo piano risponderà allo scopo, attribuitogli dalla Mansveld, di contrastare tramite “un approccio nazionale al problema” la questione dei rifiuti abbandonati nell’ambiente. Siccome tutto si gioca su come il piano verrà elaborato e concretizzato, il passato insegna che tutto dovrà passare attraverso infinite discussioni con la lobby dell’industria del beverage.
Se quindi il governo con questa mossa è ben lieto di sottrarsi dalla contesa, e l’industria per ora si accontenta di evitare l’estensione del cauzionamento alle bottiglie piccole, come hanno reagito i Comuni che subiscono i costi causati dai rifiuti abbandonati?
Un portavoce dell’Associazione dei comuni olandesi (VNG) ha dichiarato che al momento, nonostante non ci sia nulla di concreto sul piatto, ripongono molte aspettative sul fatto di avere al tavolo tutti i soggetti responsabili di far partire il progetto.

statiegeld_dettaglioIL PARERE DEL FRONTE AMBIENTALISTA
Il fronte ambientalista capitanato da Recycling Netwerk punta più in alto chiedendo una chiara regolamentazione e un’estensione per il deposito su cauzione sul modello di Germania e Norvegia. A maggior ragione perchè tecnicamente possibile considerato che le macchine compattatrici sono già predisposte per il conferimento degli altri formati.
Il Belgio, che ha un deposito su cauzione solamente per le bottiglie di birra, nell’ottica di una più ampia introduzione di un deposito, ha commissionato lo scorso anno uno studio esplorativo che ne quantificasse gli impatti economici che è uscito recentemente. Lo studio (fiammingo), estremamente articolato, ha analizzato i costi e i ricavi del sistema di deposito su cauzione ipotizzando 5 diversi scenari di attuazione realtivi a bottiglie in PET e lattine. Semplificando al massimo partendo dai costi del sistema che inciderebbero per un importo da 3,3 a 3,6 centesimi di euro le conclusioni sono che è possibile, con una gestione automatizzata ed efficiente arrivare, non solamente a dimezzare i costi, ma ad ottenere anche un guadagno di 2 centesimi per unità.
Il modello a cui fare riferimento si legge nello studio è quello scandinavo o tedesco non quello olandese giudicato “relativamente inefficiente”. Tra i motivi addotti figurano una limitata automatizzazione che richiederebbe un maggior numero di compattatori presenti presso i supermercati rispetto ad ora (almeno il doppio) e maggiori quantitativi raccolti includendo quindi i formati più piccoli delle bottiglie attualmente esclusi. Il fronte si augura che qualora il sistema venga prossimamente introdotto nelle Fiandre, come potrebbe accadere, il fatto arrivi a costituire un precedente che il Governo olandese non potrà comunque ignorare.

(1) l’ente che gestisce il fondo finanziato dall’industria per la gestione del fine vita degli imballaggi paragonabile al Conai.

instockApre ad Amsterdam Instock, un ristorante anti-spreco (giugno '15)

Apre ad Amsterdam dopo un anno di gestione sperimentale Instock un ristorante dove il menù è realizzato a partire da prodotti alimentari che non possono più essere venduti nei supermercati.
L’idea è nata ed è stata realizzata da quattro dipendenti della catena leader della grande distribuzione olandese Albert Heijn. Quotidianamente il camioncino elettrico di Instock fa il giro dei punti vendita della catena per raccogliere prodotti che sono difficilmente commerciabili per motivi estetici, perché vicini alla data di scadenza oppure perchè presentano confezioni danneggiate anche se sono a lunga scadenza.
Quando le persone sentono parlare di spreco alimentare, pensano subito che ci si riferisca a cibo non più commestibile” dice Freke van Nimwegen uno dei quattro fondatori di Instock riferendosi alle reazioni dei clienti. “Una volta che spieghiamo ai nostri clienti che si tratta di cibo ancora ottimo e che soddisfa tutti i requisiti della sicurezza alimentare le reazioni dei più sono entusiaste”.

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Ristoratori per caso
“Avviare un ristorante non rientrava nei nostri obiettivi”, continua van Nimwegen, “Volevamo fare qualcosa per lo spreco di cibo visto che un terzo del cibo prodotto a livello mondiale viene buttato. Abbiamo pensato a come poter sensibilizzare le persone su questa problematica e così io e i miei tre colleghi abbiamo presentato all’azienda un business plan che sarebbe poi diventato la base del progetto di Instock“.
Ufficialmente, i quattro imprenditori sono ancora dipendenti del gigante della distribuzione “Si tratta di una speciale combinazione perché, anche se è Albert Heijn che paga il nostro stipendio, il ristorante funziona con le proprie entrate. E’ fondamentale per noi che l’attività stia sulle proprie gambe. Credo che questo progetto possa rappresentare un’esempio di come fare imprenditoria sociale ” conclude van Nimwegen.

Menù a sorpresa
Quale può essere il menù della cena che consiste in tre portate è ogni giorno una sorpresa. Dipende da cosa raccoglie il camioncino nel suo giro quotidiano presso le filiali. Anche i fornitori di Albert Heijn occasionalmente aiutano con qualche fornitura omaggio. Come Heineken che destina al ristorante i fusti di birra avanzati nei vari festival.

(Fonte : Trouw.nl)

Notizia pubblicata nell’ambito della nostra collaborazione con Gdoweek nel numero 14 della versione digital, Neo-imprenditoria sociale contro lo spreco alimentare.

Non esiste economia circolare senza prevenzione. Le risorse contano! (giugno '15)

make resources countMerito della campagna europea Make resources count, secondo l'associazione nazionale Comuni Virtuosi, è principalmente quello di mettere in luce lo spreco di materia, un tema che non riceve la giusta attenzione da parte di governi, pubblica opinione e media. La mobilitazione coincide con la consultazione aperta dalla Commissione europea per raccogliere pareri che serviranno per formulare la tanto discussa normativa attesa per fine anno sul pacchetto 'economia circolare'. “L'ACV plaude all'iniziativa e condivide in pieno i contenuti della campagna promossa dall'Environmental Europea Bureau che rispecchiano i temi che hanno animato diverse nostre iniziative sul territorio negli anni. Anche le campagne nazionali  a partire da Porta la Sporta lanciata nel 2009 sono nate proprio all'insegna della prevenzione”.   

Per prevenire lo spreco complessivo di risorse non esiste altra via che intervenire "a monte" per cambiare alla radice il sistema attuale di produrre, commercializzare e, infine, gestire il fine vita dei beni, inclusi imballaggi e articoli usa e getta. E' ora di spostare l'attenzione, come ribadisce la campagna europea, alla fase di progettazione dei beni. Se si vuole tutelare per davvero ambiente ed economia la fase progettuale deve diventare l’oggetto su cui intervenire con legislazioni appropriate.
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Conflitto d'interesse

Secondo i dati dell'EEB, l'80% dell'impatto ambientale di un prodotto viene predeterminato proprio nella fase del suo design.   Questo significa che l'80% della responsabilità sull'impatto ambientale dipende dalla scelte che sono a capo dell'industria. Sulla base di questo assunto la quantificazione del contributo ambientale che l'azienda produttrice dovrà versare come copertura dei costi di gestione del fine vita dei beni dovrebbe tenere conto della congruità con cui è stata gestita quella fase in linea con  i principi stabiliti in sede comunitaria della “responsabilità estesa del produttore” e di “chi inquina paga”. Volendo misurare il grado di responsabilità dei soggetti coinvolti è evidente che il più alto livello di responsabilità è quello di un governo che non legifera in merito e, quindi, non governa quei processi. Poi viene la responsabilità dell'industria, dei circuiti commerciali e distributivi.  Poi quella che attiene alla politica locale, ai vari livelli, (regione, provincia e comune) quando non assolve ai propri compiti. Infine si arriva alle responsabilità che attengono al cittadino consumatore. Quest'ultimo è però,comunque, quello che paga sempre il conto finale. Sia quando fà la cosa giusta ( riducendo i rifiuti, differenziando, comprando prodotti più sostenibili), che quando si comporta in "modo irrispettoso" per l'ambiente. 

Governi e industria devono costruire le premesse per uno sviluppo sostenibile

Appurato che il modello economico lineare attuale (estrai-fabbrichi-butti) che esternalizza impatti e costi  su ambiente e comunità non è più perseguibile per i i limiti fisici del pianeta, spetta ai governi e all'industria costruire le premesse per uno sviluppo sostenibile.  Una drastica riduzione del consumo di materia, e non solamente di energia, è un'urgenza che invece aziende e governi non prendono per ora sul serio, quando non avversano. Forse perché il degrado che consegue allo sfruttamento intensivo delle risorse avviene lontano dai nostri occhi- dalla deforestazione allo sfruttamento dei lavoratori-, oppure perchè viene superficialmente associata ad una decrescita economica. Niente di più sbagliato sia sul piano ambientale che economico. Ambientalmente parlando perchè in natura tutto è connesso, come stiamo imparando a capire dalle conseguenze del cambiamento climatico. Anche sotto l'aspetto economico/occupazionale studi internazionali attendibili come quelli della Fondazione Ellen McArthur hanno quantificato gli impatti positivi sul breve e lungo termine qualora si adottasse un'economia circolare. Prevenzione al centro La prevenzione è uno dei cardini dei modelli economici circolari e rappresenta la vera innovazione di cui il mondo ha bisogno. Solamente facendo pagare di più chi maggiormente inquina e meno chi produce prodotti più sostenibili si potrà orientare il mercato in senso ecologico premiando quelle aziende che fanno vera innovazione ambientale. Una vera innovazione, secondo l'ACV “ è quella che non esternalizza su altri livelli e operatori della filiera il proprio impatto o gli effetti collaterali, ma è quella che migliora ed efficientizza il sistema in cui si va ad inserire”. L'iniziativa mirata ad imballaggi e articoli usa e getta  “Meno rifiuti più benessere” (1) trasmette dal 2012 il messaggio che non esiste una soluzione di imballaggio (ma anche un bene)  che sia sostenibile "a prescindere" e pertanto adatto per tutti i continenti e latitudini. Ogni scelta di packaging ( o di messa in vendita di prodotti senza packaging)  deve tenere conto del contesto. Di come tale contesto può metabolizzare al meglio  le caratteristiche di ogni materiale, tenendo conto del suo intero ciclo di vita: dall'estrazione della materia prima al suo fine vita. Per fare un esempio concreto, una scelta responsabile che l'industria del beverage avrebbe potuto compiere quando  ha cominciato a commercializzare le proprie bevande in paesi dove il riciclo è inesistente, qualche decennio fa, sarebbe stata  quella di supportare il sistema del vuoto a rendere e del deposito su cauzione per i contenitori. In questo modo le aziende multinazionali del beverage, che solitamente fanno un uso intensivo delle risorse acquifere avrebbero potuto restituire, con la creazione di occupazione, parte dei loro guadagni alle popolazioni locali. Il vuoto a perdere, applicato a tutte le tipologie di imballaggio, con una popolazione della classe media in crescita risulterà sempre più insostenibile nei prossimi decenni. L'innovazione vera di cui abbiamo bisogno è quella che sarà capace di prendere gli esempi validi del passato e re-inventarli nel nuovo contesto tecnologico. Girarci intorno sostituendo piccole tessere del puzzle del consumo insostenibile, cambiando qualche dettaglio come il materiale con cui sono fatte le tessere, è un puro esercizio di marketing tinto di verde. Niente più che un palliativo rispetto alle sfide economiche ed ambientali che ci attendono.   

Sui Comuni grava il maggior peso economico del sistema a responsabilità condivisa   

In Italia, e non solo, tutta l'attenzione è concentrata sulla fase finale, quella in cui i beni diventano rifiuti. Questo approccio ha mostrato ovunque i suoi limiti perchè occuparsi dei beni solamente in questa fase è una battaglia persa sia a livello ambientale che economico. Neanche la raccolta differenziata che nell'immaginario collettivo (spesso anche dei media) coincide con il riciclo, può “correggere il tiro” di una progettazione insostenibile. La differenziata è solamente uno strumento, l'atto finale di un processo che rischia di essere vanificato proprio dalle caratteristiche progettuali di beni ed imballaggi prima che dai limiti strutturali e impiantisitici delle fasi finali di raccolta, selezione e riciclo.   Senza l'apporto dei soggetti che determinano a monte il contesto attuale, i Comuni non possono realizzare una reale gestione sostenibile e circolare dei rifiuti come risorse. A meno di non disporre di una bacchetta magica e ingenti risorse finanziarie. Guardando a quei Comuni europei che hanno un sistema di gestione degli imballaggi simile al nostro, si possono rilevare i molti problemi comuni di una gestione dei rifiuti da affrontare in una situazione di scarsissime finanze. Ad esempio in Francia i Comuni lamentano di ricevere una copertura dei costi per la raccolta differenziata degli imballaggi pari al 55%. Nel nostro paese non solamente non si arriva al 40% ma ai Comuni, diversamente dalla  Francia, non arrivano neanche i proventi della vendita dei materiali raccolti in modo differenziato, poiché ceduti gratuitamente al sistema Conai. Una sfida importante da raggiungere al 2020 per i paesi membri è quella di arrivare a riciclare il 50% dei rifiuti come carta, legno, plastica e vetro provenienti dai nuclei urbani. Particolare preoccupazione destano gli imballaggi di plastica che sono i meno riciclati e i più termovalorizzati. Per cambiare rotta ci vuole pertanto un'azione decisa dal basso che influenzi le legislazioni dei governi, come si prefigge di fare  la campagna Make resouces count a livello europeo. Questo perchè non ci si può, ovviamente, aspettare che sia l'industria a fare gli interessi dei cittadini e degli enti locali.   

Comunicato stampa - 9 giugno 2015

Olanda primo paese al mondo che abolisce il deposito su cauzione? (maggio '15)

riciclaggio - dettaglioUno dei migliori sistemi di raccolta e riciclo al mondo per le bottiglie in PET ha le ore contate ? Mentre altre nazioni vorrebbero introdurre il deposito su cauzione sulle bottiglie di bevande, l'Olanda potrebbe essere il primo paese al mondo che se ne libera...
Sui media olandesi non si fa mistero che la probabile abolizione del sistema sia il coronamento di 15 anni di intenso lavoro di lobby da parte dell'industria del beverage. La decisione doveva essere presa già lo scorso anno, come abbiamo visto nella prima parte della nostra piccola inchiesta pubblicata a febbraio. Da allora in Olanda si sono susseguiti accesi dibattiti sui media, pubblicazioni di studi e anche due sondaggi dagli esiti discordanti, come vedremo. Tra pochi giorni si riunirà la seconda camera per affrontare la questione e il segretario di stato, Wilma Mansveld dovrà presto assumersi l'onere della decisione. Un ruolo cruciale potrebbero giocarlo i socialdemocratici del Partito del Lavoro (Partij van de Arbeid, PvdA) che hanno una posizione critica rispetto all'abolizione. Tuttavia il PvdA è al governo con  i liberali  del VVD, il partito del primo ministro Rutte, accaniti oppositori del cauzionamento. Contrari invece all'abolizione del sistema  sono il piccolo partito conservatore Unione Cristiana (ChristenUnie) e il Partito socialista (Socialistische Partij, SP).
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Plastica nell'ambiente che finisce nei corsi d'acqua e raggiunge il mare

Viene stimato che il 50% dei rifiuti abbandonati nell'ambiente in Olanda sia costituito da plastica. A rivelare quali siano gli imballaggi più presenti nell'ambiente c'è anche l'iniziativa olandese Trash Hunters che organizza operazioni di pulizia sul territorio. Su 12.000 rifiuti  raccolti  il 99,84% è  costituito da contenitori per bevande fuori dal deposito su cauzione e solamente lo 0,16% da bottiglie grandi. 
In Olanda il deposito su cauzione per le bottiglie di plastica da 1,5 lt ha fatto si che ne venissero recuperate il 95% per dare vita a nuove bottiglie. I vuoti vengono riportati ai supermercati dove apposite macchine compattatrici restituiscono agli utenti 25 centesimi di cauzione per ogni bottiglia conferita.  
Non supera invece il 20% la percentuale di intercettazione (e avvio al riciclo) per le bottiglie piccole (e lattine) che vengono invece conferite ai sistemi di raccolta differenziata domiciliari o stradali del programma di raccolta denominato Plastic Heroes. Si tratta di un dato di fatto che dovrebbe essere letto in modo inequivocabile a favore dell'estensione del cauzionamento a bottiglie piccole e lattine (voluto dalla maggioranza dei Comuni), come avviene in Germania e Norvegia. Non certamente a favore di una sua abolizione. Ma, se avrete la pazienza di seguirci in questa storia, vi racconteremo come la pressione esercitata dalle lobby del beverage, a diversi livelli, sia riuscita a condizionare da qualche anno le decisioni del governo olandese in materia di politiche di packaging.  COSA DICE L'ACCORDO QUADRO RELATIVO AGLI IMBALLAGGI  Come abbiamo già raccontato in questo primo post che racchiude le vicende che hanno preceduto gli sviluppi attuali, nel 2012  è stato sottoscritto un accordo quadro sugli imballaggi ( Raamovereenkomst Verpakkingen ) tra l'unione dei comuni olandesi,  Vereniging van Nederlandse Gemeenten  (VNG) e le industrie utilizzatrici di imballaggio, alla presenza dell'allora segretario di stato all'ambiente Joop Atsma (CDA). L'accordo quadro con validità  2013-2022 recitava sul punto del cauzionamento che lo stesso avrebbe potuto essere soppresso nel 2014 qualora l'industria fosse stata in grado di adempiere a sette richieste. Non particolarmente impegnative tra l'altro. Tra le così definite "prestazioni di garanzia" figuravano: il raggiungimento della soglia di un minimo di 90 tonnellate di plastica riciclate (escluso il flusso derivante dal sistema del cauzionamento), la sostituzione degli imballaggi in PVC, la sospensione della distribuzione gratuita di sacchetti nei supermercati, il posizionamento di contenitori presso tutti i supermercati con superficie di vendita superiore ai 200 metri quadrati, il 20% come percentuale minima di plastica riciclata nella produzione di bottiglie più grandi del mezzo litro, etc. Un'ispezione del ministero delle Infrastrutture e Ambiente VROM del 2014 ha dichiarato che le prestazioni di garanzia fossero state raggiunte basandosi prevalentemente sulle dichiarazioni dell' Afvalfonds Verpakkingen, (1) ovvero il Fondo per i rifiuti da imballaggio. In realtà, a seguito del dibattito avvenuto lo scorso anno alla seconda Camera dopo la pubblicazione del documento, l'abolizione era stata rimandata proprio perchè alcune prestazioni non erano state realizzate. Il 25 maggio scorso è andato in onda un servizio sul cauzionamento all'interno della trasmissione Brandpunt del canale KRO che ha riportato su una verifica nei supermercati compiuta da esponenti di Recycling Netwerkun fronte ambientalista che include diverse associazioni tra cui Greenpeace Olanda. I rappresentanti di Recycling Netwerk hanno potuto fornire le prove che gli imballaggi in PVC continuano ad essere presenti in quantità nei supermercati della Grande Distribuzione nonostante le asserzioni fornite dall'Afvalfonds. Il primo maggio è stata presentata un'interrogazione parlamentare dai deputati del partito socialista SP della seconda camera composta da 36 domande sulle attuali criticità (2) della gestione della plastica raccolta dal sistema Plastic Heroes e su cosa potrebbe succedere con l'abolizione del cauzionamento. 

GLI OPPOSITORI
 
Il fronte contrario al cauzionamento comprende i produttori e utilizzatori di packaging che afferiscono alla Confederazione delle Industrie Alimentari FNLI con Coca Cola in testa e le catene di supermercati come Albert Hijn. Non è mistero che la Coca-Cola voglia sbarazzarsi del cauzionamento, non Coca-Cola-plastic-soep solo nei Paesi Bassi, ma in tutto il mondo. In Australia la Coca Cola con altre aziende associate all'Australian Beverages Council ha combattuto nei tribunali l'introduzione del deposito in alcune province. Ma anche in Olanda nulla è stato lasciato di intentato, come abbiamo già scritto nel precedente post. Non è un caso che già nel rapporto di sostenibilità del 2013 di Coca Cola non vi fosse alcuna menzione del sistema. Altre insegne come le tedesche Lidl e Aldi che si erano dichiarate a favore del cauzionamento si sono allineate sulle posizioni dell'industria dietro ad un compenso. Dai loro siti sono così scomparse le notizie inerenti al successi ottenuti con i loro macchinari.  Le due insegne avevano reso la raccolta così efficiente utilizzando compattatori di ultima generazione (Reverse Vending) al punto da riuscire a guadagnare circa 3 centesimi a bottiglia.  Nel settembre e ottobre del 2014 sono apparsi diversi articoli (3) sui media che riportavano di pressioni sulle due insegne da parte del direttore dell'Afvalfonds Verpakkingen (1). Come ha rivelato   P+ People, Planet Profit  Lidl e Aldi hanno ricevuto un compenso economico per cessare la loro attività di raccolta al momento opportuno. Non è stato facile vincere le resistenze della direzione dei due discount tedeschi. Per raggiungere l'obiettivo una delegazione dell'associazione di categoria dei supermercati, il Centraal Bureau Levensmiddelen (CBL), a cui afferiscono tutte le insegne, si è recata in Germania. Le trattative  sono state guidate dall'ex direttore di CBL e lobbista dell'industria del tabacco Theo Roos accompagnato dal direttore della Coca-Cola Olanda, John Brands.  L'azione avvenuta sotto la regia dell'Afvalfonds Verpakkingen per eradicare il dissenso, è stata definita "ricattatoria" dai media e da altri portatori di interesse del riciclo, mentre secondo l'ente si è trattato di una "normale compensazione" per le mancate entrate delle insegne. Con quali fondi venga sovvenzionata tale compensazione non è stato reso noto.

LA MANIPOLAZIONE SUI COSTI DEL SISTEMA
L'azienda produttrice di compattatori Tomra si è da sempre opposta ad un'abolizione del cauzionamento che ovviamente danneggerebbe proprie vendite. Nonostante Tomra sia un soggetto di parte, (alla stregua dell'Afvalfonds peraltro), sono state le argomentazioni a sostegno del cauzionamento presentate dall'azienda a dimostrare l'infondatezza di quelle della controparte.  In particolare l'argomentazione preminente che attribuisce al sistema costi insostenibili e inefficienza. Tomra ha commissionato nel marzo del 2014 uno studio ad un ente terzo che ha svelato come un precedente studio, prodotto da un consulente vicino all'industria del beverage per il governo, avesse fornito dei costi doppi rispetto a quelli reali. E pensare che proprio sulla base dei dati presenti in quel primo studio, poi rivisti in più riprese dallo stesso consulente dopo le contestazioni, si è costruita la campagna di comunicazione finalizzata alla cancellazione del sistema ! Ovviamente Afvalfonds non ha gradito lo studio e ha trovato, nell'ottobre del 2014, il modo di rivalersi con Tomra. Ecco come è avvenuto in questa estrema sintesi della vicenda: Afvalfonds mette ogni anno a disposizione  20 milioni di euro, attraverso il programma Nederlands Schoon per il finanziamento di attività inerenti alla raccolta differenziata dei comuni. Il comune di Apeldoorn si è visto negare un finanziamento, prima approvato da Nederland Schoon, per l'installazione di un compattatore per bottigliette piccole come parte di un programma didattico. Il direttore dell'Afvalfonds si è recato da Tomra per rimarcare che finanziamenti finalizzati all'acquisto di loro macchine sarebbero potuti avvenire a condizione che l'azienda cessasse ogni attività a favore del cauzionamento. Quando la vicenda è stata resa nota da Tomra  il deputato Yasemin Cegerek (PvdA) ha fatto un'interrogazione parlamentare sull'accaduto al segretario di stato all'ambiente Mansveld. I costi del sistema di cauzione per i supermercati dipendono da molteplici fattori che vanno dalle spese di affitto, logistica, automatizzazione, personale impiegato e gestione adottata per il conteggio dei vuoti. Mediamente il sistema di cauzione incide di circa 5,5 centesimi per bottiglia. Se però vengono conteggiate come entrate i 2 centesimi che si incassano dalla  vendita della plastica e 1,25 centesimi ( incidenza a bottiglia dell'importo totale di 8,6 ml di euro incassati dal sistema per gestire il 5% del totale bottiglie immesse che non vengono restituite)  il costo scende a 2,25 cent a bottiglia. (4)

MAGGIORI COSTI PER I COMUNI
Ogni anno vengono immesse 650 milioni di bottiglie grandi intercettate al 95% dal sistema di cauzionamento. Stimando che senza l'incentivo della cauzione ne venga conferito il  55% nella raccolta di Plastic Heroes e il 45% finisca nell'indifferenziato uno studio di Recycling Netwek (4) ha cercato di quantificare i costi aggiuntivi per i Comuni. Sulla base del dato di fatto che i costi nella raccolta della plastica sono determinati dai volumi degli imballaggi più che dal peso lo studio quantifica in oltre 18 milioni di euro i costi aggiuntivi per le comunità. Nei calcoli rientrano il 15% di contributo in più calcolato sulla base del peso del 55% di bottiglie grandi che si aggiungeranno alla raccolta della plastica che i Comuni riceveranno da Afvalfonds. Rientrano anche i 5 milioni di euro di contributi promessi per gestire lo smaltimento del 45% di bottiglie che finiranno nell'indifferenziato. (5)

SONDAGGI ADDOMESTICATI
Con un sondaggio ad hoc commissionato a un'azienda leader del settore, e l'incarico di gestire la comunicazione all'agenzia Burson Marsteller dello scorso mese,  il lavoro di lobbing dell'industria è passato all'ultima fase che prevede "l'addomesticamento" dell'opinione pubblica. Quando le multinazionali in profonda crisi di immagine hanno avuto bisogno di un agenzia di comunicazione alla quale affidare una "missione impossibile" si sono affidate ai servizi di Burson Marsteller. Come racconta il giornale De Trouw l'agenzia internazionale ha difeso per 25 anni l'industria del tabacco Philip Morris in una campagna contro gli studi sugli effetti cancerogeni del fumo di due agenzie come lo IARC e l' EPA. In questo documento scaricabile dal sito dell'Università della California si può leggere il piano di attacco congegnato che prevedeva di trascinare le controparti in tribunale  “sue the bastards”. D'altronde il motto del fondatore della agenzia di comunicazione Burson Marsteller è Perception is reality. Liberamente tradotto significa che quello che conta, ancora più della realtà dei fatti, è la percezione che il pubblico può averne. Non è chiaro se questo approccio abbia guidato o influenzato  la formulazione delle domande del sondaggio che TNS Nipo ha condotto su incarico di Plastic Heroes. Le conclusioni del sondaggio, - in contrasto con quelle di un sondaggio del 2011, sempre di TNS Nipo-, sono state che 7 olandesi su 10 sarebbero favorevoli all'abolizione del cauzionamento. Il metodo adottato è stato aspramente criticato. Per farla breve ai 1.035 intervistati è stato chiesto se fossero favorevoli a conferire le bottiglie grandi con il resto della plastica. Nessun accenno al fatto che la scelta effettuata sarebbe stata interpretata come un si o un no rispetto all'opzione se mantenere o meno il cauzionamento. I risultati sono stati smentiti da quelli di un sondaggio effettuato subito dopo da Radar TV del broadcaster Avrotros che dispone di un TestPanel che conta 30.000 persone. Solamente il 19% degli intervistati si è espresso positivamente sull'abolizione del cauzionamento.

 NOTE
(1)
L'Afvalfonds Verpakkingen, ente corrispondente al nostro Conai, riceve dalle aziende dei contributi destinati a sostenere la raccolta degli imballaggi ed è strutturato in quattro organizzazioni:  Nedvang (monitoraggio sul mercato del packaging e percentuali di riciclaggio), Kunststof Hergebruik B.V. (logistica selezione e vendita della plastica raccolta), Nederland schoon (campagne di prevenzione sul littering da packaging) e il Kennisinstituut Duurzame Verpakken (Netherlands Institute for Sustainable Packaging). Proprio sulla nascita di quest'ultima creatura "indipendente" finanziata dall'Afvalfonds che ha il compito di dettare al governo l'agenda sulle politiche del packaging ha raccontato il nostro precedente post sull'argomento. 

(2) Le principali questioni riguardano:

  • La mancanza di informazione e dati su quante bottiglie di PET, vengono raccolte, dove finiscono, a chi vengono vendute, quante vengano bruciate, finiscono all'estero e per quali produzioni vengano impiegate ( ad esempio per produrre tessuti di pile) e con quanta aggiunta di plastica vergine, quale percentuale di scarto, etc.
  • La qualità del materiale raccolto per il riciclo. Mentre Il flusso di bottiglie raccolte con il cauzionamento garantisce un approvvigionamento costante di materia di qualità per produrre altre bottiglie. Questa qualità crollerà definitivamente quando le bottiglie di PET verranno conferite con la plastica sporca. I riciclatori obbligati ad accettare le balle di PET proveniente da plastic heroes dall'industria del beverage lamentano perdite di materiale dovute agli scarti che vanno dal 10 al 50% delle partite.
  • Come riuscirà l'industria a mantenere l'accordo preso con il governo che prevede che le nuove bottiglie di PET contengano (da 3 anni) almeno il 25% di granulo riciclato proveniente da altre bottiglie ? Il Partito socialista stima che con il PET proveniente dal sistema Plastic Heroes si arrivi a produrre non più del 2/3% delle bottiglie immesse sul mercato.
  • Perché le aziende non hanno raggiunto la percentuale di 25% di PET riciclato in nuove bottiglie. Il rapporto di monitoraggio sugli obiettivi dell'accordo quadro del packaging ha rilevato che la percentuale di riciclato in otto produttori si aggirava sul 10,7% (contrariamente a quanto dichiarato da Afvalfonds) e mancano i dati su 2013-2014. Perchè viene richiesta una percentuale di plastica riciclata così bassa quando la Coca Cola in Germania ha lanciato la linea Life con bottiglie di PET provenienti al 100% da granulo riciclato.

(3) Tra le uscita dei Media (in olandese)
-Qualunque cosa per una nazione senza deposito su cauzione  
-Tomra: il direttore dell'Afvalfonds ci ricatta 

(4) Costi e Benefici del cauzionamento resi noti dal sito della campagna
"Un vero eroe sceglie il deposito su cauzione

(5) Le conseguenze economiche per i Comuni Factsheet  (in olandese)

Politica dei rifiuti da riciclare (solamente in Francia?) (maggio '15)

france triLe politiche di riciclaggio in Francia alle prese con un aumento dei costi molto più veloce rispetto ai risultati. E gli obiettivi di riciclo non saranno raggiunti nel 2016, riporta l'associazione dei consumatori  UFC Que Choisir.
Nell'ultimo rapporto l'associazione dei consumatori UFC Que Choisir ha messo il naso nella nostra spazzatura e quello che si respira non è "profumo di rose". Il disegno di legge pagato dalle famiglie per la gestione dei rifiuti è aumentato di € 1,2 miliardi di euro ovvero il  24% di aumento dal 2008 al 2012 ( calcolato sul prezzo di vendita dei prodotti e la tassa di raccolta dei rifiuti) arrivando a toccare i 6,5 miliardi di euro, senza un miglioramento degno di nota del tasso di  riciclo.
"La Francia ricicla appena il 23% dei suoi rifiuti contro il 60% che viene incenerito o avviato in discarica, -sottolinea l'UFC Que Choisir in una presentazione del suo studio- In queste condizioni, non è chiaro come raggiungere l'obiettivo del 50% di riciclaggio fissato dalla strategia Europa 2020 ". Per chi non lo sapesse la Francia ricicla il 67% degli imballaggi domestici e dovrà raggiungere il 75% nel 2016 (e il 50% al 80% per i rifiuti elettrici ed elettronici).
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Conflitto d'interesse

Di chi la colpa? In primo luogo, dell'organizzazione complessiva del settore. Non perchè manchino risorse finanziarie messe a disposizione dagli  "inquinatori", (vale a dire i produttori e i distributori che immettono prodotti sul mercato), attraverso il pagamento di un eco-contributo (che si riflette nel prezzo di vendita di prodotti) secondo il principio di "chi inquina paga" adottato nel 1992. Ma questi “inquinatori”  delegando a delle eco-organizzazioni gli obblighi riferiti alla gestione del fine vita dei loro rifiuti e l'incasso degli eco-contributi (1) che servono per gestirli ne diventano di fatto azionisti e finanziatori. Esiste quindi un conflitto di interessi all'interno delle eco-organizzazioni, che non hanno alcun interesse a ridurre il volume del loro business attraverso attività di prevenzione per ridurre il volume dei rifiuti da trattare, rileva UFC Que Choisir.
Lo Stato, che ha deciso il funzionamento del sistema, ha la sua parte di responsabilità. Il controllo delle eco-organizzazioni è inefficace perché è condiviso da cinque agenzie governative i cui ruoli non sono chiari, mentre le multe sono ridicole: appena 30.000 euro in caso di mancato  raggiungimento dell'obbiettivo  di riciclaggio assegnato loro dal governo, per fare un esempio ... Gli “inquinatori” non sono inoltre abbastanza controllati,: "Dal 5% al ​​10% delle tonnellate di imballaggi immessi  sul mercato non sono oggetto di alcun eco-contributo" afferma  l'associazione, che ritiene sia necessario demandare ad un unico organo controllo e regolamentazione dell'attività degli eco-organismi.   

Politiche dei rifiuti da riciclare

Inoltre, è chiaro che lo Stato non ha fatto nulla per ridurre al minimo il volume dei rifiuti prodotti prima ancora di parlare di riciclaggio. "Per la prevenzione viene speso a livello pro capite solamente l'1% all'anno ", afferma l'UFC Que Choisir. Non esiste un'incentivazione che porti il mercato a svilupparepoint verte materiali riciclabili e una penalizzazione per quelli che non lo sono (2). Sulle confezioni di imballaggi, piuttosto che un logo chiaro e univoco su tutti i prodotti per indicare ai consumatori se la confezione è riciclabile o meno,  coesistono una miriade di loghi, a volte dal significato oscuro per il consumatore.
"
Come l'indagine di UFC Que Choisir attesta, i consumatori sono piuttosto confusi: il 59% degli intervistati ritiene che il logo dal tondo verde contenente una freccia circolare chiamato il "punto verde "significhi che la confezione sia riciclabile. (Forse perché la freccia richiama il concetto di economia circolare). In realtà il logo significa solamente che è stato pagato per il prodotto un eco-contributo ad un eco-organizzazione ... Per quanto riguarda i "cassonetti gialli" per i rifiuti riciclabili, il 30% non è di colore giallo. Altrettanto importante, i loghi non sono apposti sul 100% degli imballaggi o dei prodotti. Secondo l'indagine condotta in 64 dipartimenti, "solo il 6% dei 80 prodotti analizzati dall'associazione indica quali parti dell'imballaggio siano riciclabili. Questo non aiuta il consumatore a fare una scelta informata al momento dell'acquisto ".  In breve, la conclusione è chiara: è urgente riciclare politica di prevenzione dei rifiuti.

Articolo di Myriam Chauvot dal titolo "Gestion des déchets : une politique inefficace selon l’UFC Que Choisir" apparso su LesEchos.fr il 23 aprile 2015.
NB: non si è fatta attendere la replica di EcoEmballages che si può scaricare qui 

-Un secondo intervento critico sulla gestione degli imballaggi in Francia è arrivata dal documentario « Recyclage, les points noirs du business vert »

Punti oscuri del business verdeIl 28 aprile France 5 ha diffuso un documentaire intitolato « Recyclage, les points noirs du business vert » che ha provocato la replica del direttore di EcoEmballages Éric Brac de La Perrière.

NOTE

(1) La gestione degli imballaggi in Francia è simile alla nostra con l'istituzione di un unico eco-organismo (EcoEmballages) che, come il nostro Consorzio Conai,  incassa un contributo ambientale ( CAC= Contributo Ambientale Conai)  dalle aziende che immettono e utilizzano imballaggi sul mercato. Altri paesi come la Germania hanno più eco-organismi che operano in un regime di concorrenza.
(2) In realtà dal 2012 EcoEmballages, (a differenza del nostro paese dove il contributo si base sulla base del peso del materiale immesso),  ha adottato per la quantificazione del contributo ambientale un sistema di bonus-malus che penalizza e incentiva gli imballaggi a seconda del loro grado di riciclabilità. Il contributo ambientale che viene pagato riflette quindi le caratteristiche qualitative dell'imballaggio. Non è stato possibile rintracciare  studi o relazioni (disponibili sul web) su quali siano stati gli esiti dell'introduzione di questo sistema ad oggi ma, indiscrezioni ricevute riferiscono che l'incisività/potenzialità del sistema sia stata "edulcorata" nell'attuazione della pratica. Attendiamo informazioni e segnalazioni che possano smentire queste "voci di corridoio". 

Olanda: la seconda vita dei mobili da giardino (marzo '15)

imballaggiGrazie ad un accordo tra un rivenditore di arredi da giardino e un importante operatore del settore del riciclo del Benelux, Van Ganzenwinkel, si potrà aiutare l'ambiente e l'economia, non consumando materie vergini e riducendo il consumo di energia complessivo che la produzione di manufatti richiede.
Sono infatti centinaia di migliaia gli arredi come sedie, tavoli e divani che finiscono ogni anno in Olanda ( e non solo) in discariche o inceneritori causando inquinamento e nuove emissioni tossiche.
Da qualche settimana Tuinmeubelen, azienda olandese leader nell'arredamento da giardino con nove showroom nel paese, offre un servizio gratuito di ritiro dei vecchi arredi contestualmente alla consegna di nuovi ordini effettuati online.
Del servizio di consegna e raccolta si occupa Rijbaan Transport– un servizio di trasporto che impiega lavoratori con difficoltà di inserimento nel mercato.
Gli arredi dismessi, una volta ritirati, vengono prima stoccati nel centro di distribuzione che evade gli ordini online, per poi venire successivamente prelevati da Van Ganzenwinkel, partner tecnico del progetto.
Van Ganzenwinkel si occuperà di valorizzare il materiale recuperabile dalle 15.000 tonnellate di mobili che si stima verranno raccolte ogni anno. Le parti in metallo verranno fuse per creare altri oggetti in metallo mentre dalla plastica potranno essere realizzati nuovi manufatti oppure oppure un composto da impiegare per le coperture bituminose o impermeabilizzanti.
Se consideriamo che nel 2020 in Europa il 50% dei rifiuti urbani dovrà essere riciclato, e che anche le aziende devono fare la loro parte, questa è una delle modalità possibili per raggiungere l'obiettivo.

Olanda : la resa della patria del deposito su cauzione agli interessi dell'industria (febbraio '15)

raccolta degli imballaggi a perdere Da qualche anno in Olanda, con la costituzione di un ente “indipendente”, denominato Kennisinstituut Duurzaam Verpakken, che ha il compito di disegnare/proporre politiche e azioni in materia di raccolta degli imballaggi a perdere, è l’industria a determinare le politiche, poiché il governo vi ha rinunciato.
Partiamo con questo primo post per raccontare come è potuto avvenire che in Olanda patria del deposito su cauzione si sia arrivati a "condonare" all'industria del beverage il raggiungimento di tutti gli obiettivi imposti dal governo negli anni. L'industria del settore è arrivata al punto di mettere in discussione il deposito su cauzione vigente per le bottiglie grandi.
I retroscena contenuti in questo post provengono da un articolo pubblicato in Olanda nel 2013.  La ricostruzione ei fatti raccontati dalla giornalista è stata resa possibile dalle rivelazioni in forma anonima di funzionari, ex funzionari, ricercatori ed  esperti del mondo del packaging. 

I PRECEDENTI
Prima che il governo Rutte I nel 2010 ne decimasse lo staff, erano i temuti e solerti funzionari che si occupavano di rifiuti del Ministero alle Infrastrutture e all'Ambiente (VROM) ad esercitare un minuzioso controllo sulle proposte di legge allo studio. Per evitare che eventuali proposte potessero avere delle conseguenze sulle politiche ambientali e gli obiettivi del Ministero il controllo era allargato anche ad altri dipartimenti governativi. Un caso emblematico nella storia degli eventi che  hanno caratterizzato i più recenti anni delle vicende del VROM è quello che ha come protagonista Hester Klein Lankhorst, fino al 2012 direttore del dipartimento Gestione Rifiuti e Produzione Sostenibile del Ministero Ambiente, braccio destro dell’allora Segretario di Stato all’Ambiente Joop Atsma. Al contrario di altri colleghi, dopo essersi occupata della redazione del dossier di regolamentazione del deposito su cauzione per le bottiglie di plastica e della nascita del Kennisinstituut Duurzaam Verpakken, di seguito KIDV (1) finanziato dall'industria, Klein Lankhorst si licenzia volontariamente. 
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Comprensibile sconcerto nell’ambiente e tra i colleghi del Ministero presenti nel marzo del 2012 alla bicchierata di addio nel vicino pub ha suscitato la presenza di un noto personaggio invitato dalla Klein Langhorst. Si trattava infatti niente meno che del direttore alla comunicazione di Coca Cola Benelux Robert Seeger. Nonostante il fatto che la Coca Cola come le altre aziende appartenenti a Nedvang avesse impunemente infranto negli anni ogni tipo di accordo sul riuso delle bottiglie deciso con il governo, Seeger ha potuto tenere un discorso dal titolo "Coca Cola sceglie la cosa giusta."  Ma giusta per chi ? Per la Coca Cola ovviamente ! Un anno dopo, infatti, sarà sempre lei a diventare direttore di questo Istituto che, al posto del Governo, si occuperà da quel momento in poi di determinare le politiche sugli imballaggi. 

INDUSTRIA COME SPONSOR
Che ci fossero commistioni in corso tra industria, funzionari pubblici e politica era un fatto noto da anni,  ma che la conoscenza e professionalità che era presente nel settore pubblico venisse azzerata, e che l’industria arrivasse a prendere le decisioni in merito a ricerca e proposte legislative inerenti  agli imballaggi, è un fatto nuovo. Un convegno organizzato dall' Unione Nazionale dei Comuni  VNG (Vereniging van Nederlandse Gemeenten) sulla gestione dei rifiuti urbani (tenutosi nel 2013 ad Amersfoort) dedicato alla formazione di funzionari addetti anche al controllo delle aziende, è stato in gran parte finanziato dallo stesso settore industriale che dovrebbe essere controllato. Anche il programma del convegno è stato determinato dallo sponsor.  

Non molto tempo fa, l'uso di imballaggi, come le bottiglie di plastica e il controllo sul loro riutilizzo, erano due mondi completamente separati. C'era un quadro giuridico che imponeva delle regole per l'industria, e un controllo pubblico che vigilava sul rispetto di tali norme. L'Olanda prima e dopo la seconda guerra mondiale, è stata la patria del deposito su cauzione, alla sua riuscita hanno contribuito aspetti favorevoli come l’alta densità di popolazione combinata con ridotte distanze di trasporto. Produttori e fornitori riuscivano ad ottenere indietro la materia prima riferita a più del 95% degli imballaggi immessi.

GLI ANNI  DAL 1986  AL 2002
I ministri Ed Nijpels (VVD-Liberali, 1986-1989) e Hans Ontani (PvdA-Laburisti 1989-1994) che si succedono alla guida di VROM perseguono entrambi politiche ambientali orientate all'estensione del sistema di deposito su cauzione per gli imballaggi. Ecco che a metà degli anni novanta si presentano le prime difficoltà. I produttori di bevande analcoliche cominciano ad introdurre nel mercato le prime bottiglie di plastica da mezzo litro non cauzionate con l'accordo che il formato coprirà solamente il 2% del mercato totale. In realtà già nel 2013 questo formato è il più venduto in Olanda rispetto alle bottiglie grandi.

Le conseguenze si fanno presto sentire sotto forma di migliaia di bottigliette e lattine abbandonate nell'ambiente e nei corsi d'acqua. La patata bollente  se la ritrova il Ministro all'Ambiente Jan Pronk (PvdA, 1998-2002) che minaccia l'industria con l'applicazione di un cauzionamento qualora non in grado di recuperare e riutilizzare l'80% di tali contenitori.

SE GLI OBIETTIVI NON SI RAGGIUNGONO SI CAMBIANO 
Dal 2002 la questione subisce un evidente declassamento poiché da quel momento non sarà più un ministro ad occuparsene, ma un segretario di Stato. Si tratta del democristiano Pieter van Geel (CDA, 2002-2007) alla guida di un dipartimento che conta sempre meno funzionari. La  controparte industriale invece si rafforza e le trattative con un corpo di funzionari piuttosto indebolito, vengono portate avanti da un fronte sempre più agguerrito di specialisti del marketing.  Viene infine raggiunto un accordo, denominato Verpakkingsbesluit, che ha valore di legge e che impone di raccogliere il 95% delle bottiglie grandi e il 55% delle piccole. Obiettivi che l’industria non riesce però a rispettare.

Questa situazione viene riconosciuta da Van Geel in una sua nota interna del 29 agosto 2006 senza che venga presa alcuna contromisura. A differenza del Ministro Pronk che lo ha preceduto, Van Geel non prova minimamente a “minacciare” le aziende con l'applicazione di un cauzionamento per le bottiglie piccole. Anno dopo anno le ispezioni governative certificano il mancato raggiungimento degli obiettivi sino a che  il Ministro all'Ambiente Jacqueline Cramer (PvdA 2007-2010), getta la spugna. Invece di intervenire presso le aziende per il rispetto delle norme, si adegua a negoziarne di nuove. Una modalità che risulterebbe davvero molto gradita a tutti coloro che infrangono le regole, in materia stradale, fiscale, ecc. In questo scenario dove la guida politica è ormai assente  il ristretto gruppo rimasto di funzionari pubblici non riesce più a farsi rispettare e con il veloce cambio delle figure politiche si arriva a perdere la memoria storica dei fatti. Continuano a sbrigare il proprio lavoro, negli anni, cullandosi nella speranza che le cose migliorino l'anno dopo. 

Nel 2011 il  VNG, l'unione dei comuni olandesi che sono al 94% favorevoli ad un'estensione del deposito su cauzione per bottigliette e lattine si attivano in tal senso coinvolgendo la politica. Nonostante il fatto che la proposta avesse acquisito il sostegno da parte dei gruppi parlamentari di quattro partiti (minori), il tentativo fallisce. 

GLI ANNI PIU' RECENTI 2012-2013
Nel 2012 il segretario di stato Atsma in totale mancanza di dati affidabili che dimostrino miglioramenti nella performance dell’industria dell’imballaggio, dichiara in parlamento di nutrire speranze sull’operato delle aziende. Sulla base di uno studio sulle percentuali di riutilizzo e sui costi del sistema di cauzionamento,  pagato dalla stessa industria, decide definitivamente di bloccare l'introduzione di un deposito su cauzione per le bottiglie piccole, e di rendere volontario, dal 2015, il deposito su quelle grandi. In altre parole, è il settore che determina se applicarsi il deposito su cauzione o meno. 

L'autore dello studio che dovrebbe fare luce sui costi del sistema è il dr. Ulphard Thoden van Velzen di  TI Food and Nutrition (dipartimento dell'Università di Wagening finanziato dal settore del packaging) incaricato dall'Istituto appena insediato. Lo studio è stato contestato anche dagli esperti del settore per il metodo e per i risultati al punto da apparire pilotato dall'industria. Nello studio venivano comparati due scenari di cui uno reale e l'altro ipotetico/futuribile: quello riferito al sistema attuale dove le bottiglie vengono raccolte degli esercizi commerciali con costi misurabili e  lo scenario (potenziale) di una raccolta effettuabile con gli altri flussi di plastica che avviene a livello residenziale con i contenitori arancioni (con costi difficilmente stimabili). In seguito alle obiezioni ricevute van Velzen ha dovuto modificare ben 12 voci di costo su 16, ma questo non è stato sufficiente a distogliere Atsma dal suo proposito di abolire il deposito su cauzione. 

CHI PAGA DECIDE (proverbio olandese)
Mentre in Germania è in funzione  un sistema completo di deposito su cauzione per bottiglie grandi e piccole e per lattine, il governo olandese scarica sui comuni grande parte delle problematiche derivate dalla questione. Assurdo pensare che  gli assessori di comuni  come  Zoetermeer o Purmerend debbano negoziare con l'industria del packaging. In teoria i comuni dovrebbero essere supportati dalle competenze tecniche dell'”indipendente” KIDV diretto da Lankhorst. Di fatto sono diversi i soggetti che nutrono perplessità sul fatto che l'ente, finanziato dall'industria con due milioni di euro all'anno, sia in condizione di fornire consulenza e supporto indipendente. Oltre ai membri operativi l'Istituto ha un consiglio direttivo formato da rappresentanti dei comuni, del governo e dell'industria presieduto da Hans van der Vlist, l'ex segretario generale del Ministero VROM autore dell'attuale legislazione sul packaging. Una delle prime questioni di cui KIDV si è voluto occuparsi è stata la raccolta dei cartoni per latte e bevande con la partenza di un progetto pilota al quale partecipano 40 comuni. La ricerca che accompagna il progetto viene commissionata al dr. Ulphard Thoden van Velzen autore dello studio prima citato.  

NB: Dopo l'abolizione del deposito avvenuta nel 2012 attraverso la cancellazione di alcuni articoli “dormienti” all'interno della legislazione ambientale di riferimento in Olanda (Wet milieubeheer), c'è stata una mozione da parte del partito D66 nell'estate del 2014 che ha riportato in vita gli articoli. L'attuale segretario di stato all'Ambiente  Mansveld non ha (ancora) abolito il deposito perché non sono stati raggiunti dalle aziende gli obiettivi di raccolta e riciclo che erano state definiti condizione preliminare. Nell'anno in corso si faranno nuove valutazioni. 

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(1) Il produttore di compattatori automatici Tomra ha incaricato CE Delft ente di consulenza olandese di verificare i dati contenuti nel rapporto WUR di van Velzen. CE Delft ha rilevato che i costi imputati al sistema di cauzionamento dal rapporto Wur sono il doppio di quanto è risultato dalle loro analisi.   

A Parigi scocca l'ora dell'Economia Circolare (febbraio '15)

economia circolareIl sindaco di Parigi, Anne Hidalgo ha confermato durante la riunione del Consiglio che si è tenuto il 9 febbraio la sua intenzione (annunciata qualche giorno prima) di trasformare la capitale francese in un cantiere di azioni e progetti all'insegna dell'economia circolare. Il primo appuntamento per definire i contorni del piano di azione per il 2016 è previsto per il prossimo 11 marzo nel contesto degli Stati Generali dell'Economia Circolare ovvero: "Etats généraux de l'économie circulaire du Grand Paris".
Gli stati generali daranno il via ad un processo partecipativo che vedrà dal prossimo aprile a luglio, soggetti economici, istituzionali, governativi, rappresentanti del mondo accademico, sindacale e dell'associazionismo confrontarsi sulle soluzioni e nuove prospettive per la città che possono scaturire dall'applicazione di modelli di economia circolare. Dieci gruppi tematici di lavoro svilupperanno nei prossimi mesi delle proposte di azioni concrete e di modifica del quadro legislativo che verranno raccolte in un libro bianco che verrà presentato nel mese di settembre. Tra le tematiche che saranno oggetto di dibattito: spreco alimentare, gestione e raccolta dei rifiuti organici, promozione della filiera corta e della mobilità sostenibile, incentivazione fiscale per comportamenti e sistemi di consumo a basso impatto, ecc.
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Tra le azioni da implementare come offerta e estendere sul territorio ci sono servizi già in essere come Autolib (1) o Vélib. Tra le altre azioni da intraprendere rese note da Antoinette Guhl, assistente del Sindaco con delega alla “ Economia Sociale e Solidale- Economia Circolare e Innovazione Sociale” figurano: il riutilizzo dei materiali edili come le pavimentazioni stradali, la collocazione di contenitori per i rifiuti tessili, la raccolta e distribuzione dell'invenduto alimentare dei mercati rionali, la creazione di una rete di centri di riparazione (per allungare la durata della vita dei beni di consumo) e l'istituzione di un comitato per accompagnare l'attuazione del programma. Senza attendere gli Stati Generali verrà predisposta per il 2016 la raccolta differenziata dei rifiuti organici in 150 siti comunali (mense, mercati), mentre in alcuni edifici e strutture pubbliche verrà reso possibile praticare il compostaggio collettivo dei rifiuti organici al ritmo di 100 nuovi siti ogni anno. A fine 2014 se ne contavano 250 già operativi.
"La collaborazione dei parigini è indispensabile, così come è necessaria l'azione delle aziende per creare nuove filiere. Non esiste, ad esempio, un'organizzazione che gestisca e valorizzi indumenti e altro tessile che, raccolti in città, finiscono di fatto per lo più in Asia ", afferma Antoinette Guhl in una recente intervista. Se tutti i soggetti faranno la loro parte la Guhl promette che "l'economia circolare creerà a Parigi 50.000 posti di lavoro locali e non delocalizzabili”.
Ma siccome l'economia circolare non significa solamente recupero e riciclo di beni e materiali a fine vita, il progetto allo studio per Parigi si propone di trovare soluzioni locali per favorire la progettazione industriale orientata all'ecodesign, la simbiosi industriale e modelli economici basati sui servizi che i beni possono offrire alla collettività senza diventare propietà di chi usufruisce dei servizi.

Sicuramente il sindaco di Parigi ha ben chiaro che per le città l'avere un buon piano di gestione dei rifiuti e di raccolta differenziata non è sufficiente per affrontare le grandi sfide ambientali ed economiche in essere, come traspare da un suo recente intervento. «Noi vogliamo mettere a sistema questo approccio e farne una linea politica. L'idea di base è quella che le città devono cessare di rappresentare un problema ma divenire anche i luoghi dove si trovano le soluzioni. Questo approccio è una novità in Francia e a livello internazionale. Ci sono infatti città come San Francisco o Milano che, pur essendo avanti in termini di riduzione dei rifiuti, non hanno ancora messo in campo una programmazione politica più ampia fondata sull'economia circolare.».
Anche se il sindaco con "riduzione dei rifiuti" intende probabilmente l'aver conseguito buone percentuali di raccolta differenziata, una parte dei milanesi, che si è già espressa a favore di una città a misura d'uomo più verde e sostenibile, vedrebbe con entusiasmo un piano cittadino sul modello parigino. Sono i cittadini che hanno votato a favore della realizzazione di alcuni progetti ambientali oggetto di un referendum nel 2011 molto partecipato. Lo stato di attuazione delle cinque proposte da parte dell'Amministrazione Comunale (mobilità sostenibile, risparmio energetico,riduzione delle emissioni di gas serra e del consumo di suolo, raddoppio del verde urbano e destinazione dell'area Expo a parco agro-alimentare) è ferma ad una media del 30%. Lo ha denunciato recentemenente la Consulta Cittadina per l'attuazione dei cinque referendum consultivi. Secondo la Consulta il ritardo è dovuto all’assenza di un processo di pianificazione integrata da parte della giunta che abbracci le tematiche oggetto delle proposte, e di gravi lacune a livello di informazione e partecipazione dei cittadini.
Il progetto verrà presentato dalla Hidalgo nel corso di una riunione dei sindaci delle città europee, che si terrà a Parigi il 26 Marzo 2015, nella speranza di riuscire a convincerli ad impegnarsi nella stessa direzione. Auguriamoci che i sindaci italiani presenti a Parigi vengano contagiati dalla sua determinazione. La Hidalgo ha sicuramente il merito di aver accettato sul piano locale la sfida che il Governo si è posta oltre un anno fa inserendo l'Economia Circolare come primo dei cinque nuovi progetti tematici, cardine della seconda conferenza ambientale organizzata il 20 e 21 settembre 2013 dal Ministero dell'Ecologia, dello Sviluppo Sostenibile ed Energia francese.

(1) Il car sharing elettrico di Velib non sembra aver raggiunto gli obiettivi di sostenibilità economica e ambientale attesi come è risultato da uno studio del 2014.

Ridurre i rifiuti e lo sfruttamento di risorse con l’economia circolare (febbraio '15)

imballaggiI rifiuti possono essere evitati con una gestione sostenibile e circolare delle risorse, dice l’Associazione Comuni Virtuosi (ACV). Che mira a ridurre la produzione di rifiuti partendo da dove tutto ha inizio
Quando si parla di iniziative virtuose in tema di gestione dei rifiuti vengono spesso richiamate, anche sui media televisivi, le esperienze di comuni aderenti all’Associazione Comuni Virtuosi. Iniziative che, di fatti, raccontano come sia possibile ridurre la produzione di rifiuti attraverso buone pratiche ambientali e raggiungere percentuali di raccolta differenziata che vanno ben oltre al 70%. Come? Attraverso l’applicazione della tariffazione puntuale e il coinvolgimento dei cittadini.
Succede anche a Parma, il comune più grande fra quelli associati. Eppure l’associazione propone dal 2012 “Meno rifiuti più benessere in 10 mosse”, una campagna che vuole cambiare la percezione diffusa tra l’opinione pubblica che i rifiuti siano una conseguenza ineluttabile del benessere a cui rassegnarsi e con cui convivere. Soprattutto se si ha la fortuna di averli “lontano dagli occhi e dal cuore”.
Ne parliamo con Silvia Ricci, responsabile campagne dell’ACV.
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In cosa si differenzia la vostra iniziativa da altre, e perché?
Innanzitutto si tratta dell’unica iniziativa che si rivolge direttamente al mondo aziendale con una serie di richieste improntate all’uso sostenibile delle risorse. Tema di assoluta attualità, vista la pesante crisi ambientale ed economica che stiamo vivendo e l’emergenza del riscaldamento climatico che si è palesata come la sfida prioritaria da affrontare. Per ridurre drasticamente le emissioni di gas serra in un pianeta che ospiterà e dovrà sfamare 9 miliardi di persone entro questo secolo, è necessario intervenire sull’attuale modello economico lineare, che ha già mostrato tutti i suoi limiti.
La prima mossa chiede alla aziende produttrici di ridisegnare prodotti e cicli produttivi in un’ottica di economia circolare capace di minimizzare gli effetti collaterali dei processi produttivi come uso intensivo delle risorse naturali, rifiuti e inquinamento. Le mosse seguenti, sulla base di esempi concreti, chiedono di evitare l’attuale spreco di materia lungo tutta la filiera del consumo tra imballaggi e prodotti usa e getta. Attraverso l’innovazione e l’eco-design è possibile sia sostituire la maggior parte delle opzioni usa e getta, che dare vita a prodotti progettati per il riuso e il riciclo efficiente, e per fornire materia prima seconda da utilizzare al posto di materia vergine. Occuparsi del rifiuto quando ormai è prodotto significa sprecare risorse rilevanti in interventi palliativi che non affrontano la radice del problema.

La 10 mosse si rivolgono direttamente al mondo produttivo. Perché i comuni e i cittadini virtuosi hanno bisogno della “collaborAZIONE” delle aziende?
Perché non si può fare prevenzione con interventi disarticolati e “una tantum” che non abbraccino tutta la catena del consumo. I materiali che vengono separati dai cittadini con una raccolta differenziata spinta al 90% e di ottima qualità possono essere metabolizzati e valorizzati con il riuso e il riciclo (di materia) solamente se c’è un sistema strutturato in grado di accoglierli. Lo stesso ragionamento vale per i beni e materiali che si raccolgono negli ecocentri o a domicilio. Questo sistema si può solamente cambiare (mettendo in pratica il principio della responsabilità estesa del produttore) se gli attori della filiera produttiva dialogano/collaborano, sin dalla fase progettuale, con chi si occupa di gestire i loro prodotti a fine vita. Attualmente l’unico modo possibile di gestire questi rifiuti è quello “end pipe”, che cerca di limitare il danno gestendo al meglio i contenuti dei cassonetti con pochissime risorse e in costante diminuzione. Non per difendere le amministrazioni locali che lavorano male, ma non è più ammissibile che a pagare per i costi generati da questo modello produttivo, tra rifiuti e inquinamento, debbano essere sempre gli ultimi anelli della catena, gli enti locali e i cittadini.
Se governi e aziende lavorassero insieme per rendere possibili modelli di economia circolare non staremmo qui a parlare di come meglio gestire o prevenire la produzione di 134,4 milioni di tonnellate di rifiuti speciali, 29,6 milioni di tonnellate di rifiuti urbani e di 11,5 milioni di tonnellate di imballaggi. Essenzialmente per due ragioni: la prima perché gran parte della produzione di questi scarti verrebbe già prevenuta o minimizzata nella fase di progettazione dei beni, oppure metabolizzata in nuovi cicli produttivi; la seconda perché questo modello economico rivoluziona completamente l’attuale sistema produttivo che, oltre a riempire le discariche, ha riempito le nostre case di oggetti inutili o sottoutilizzati. Se guardiamo a un prodotto pensando ai servizi che può fornirci senza entrare in nostro possesso, si apre un mondo di opportunità economiche ad alta intensità lavorativa.

Parlando di imballaggi, Conai ha annunciato che nel 2013 tre imballaggi su quattro sono stati recuperati. Quali sono le vostre proposte come associazione di enti locali?
Innanzitutto varrebbe la pena spiegare come si arriva al dato del recupero del 77,5% (3 imballaggi su 4). Si tratta della media delle percentuali di riciclo di sei materiali diversi (acciaio, alluminio, plastica, vetro e legno) che variano dal 39% della plastica all’86% della carta, alla quale viene aggiunta la percentuale delle quantità (perlopiù carta e plastica) che sono state “termo valorizzate”. Se il destinatario di questi dati è il cittadino medio, sarebbe più utile fornire dati un po’ più significativi e distinti per categoria di imballaggi, in modo da informarlo dove occorre impegnarsi di più. Per raggiungere l’obiettivo europeo di riciclo del 50% al 2020, il materiale sul quale c’è maggiormente da lavorare è la plastica. Dei due milioni di tonnellate di imballaggi di plastica immessi al consumo, nel 2013 il consorzio per la plastica Corepla ne ha avviato a riciclo 413.640 tonnellate (20,2% dell’immesso) e incenerito con recupero energetico 752.554 tonnellate (36,8% dell’immesso). Detto questo, le 10 mosse sono state ispirate dagli esiti di indagini merceologiche effettuate sul rifiuto indifferenziato e da visite effettuate presso gli impianti di selezione e riciclo, dove si è potuta verificare l’immissione al commercio (in quote sempre maggiori) di alcune tipologie di imballaggi, presentate come il massimo della sostenibilità che poi, nel fine vita, si rivelano riciclabili soltanto in teoria. Pur essendo conteggiati tra gli imballaggi differenziati, questi finiscono di fatto in discarica o negli inceneritori per i motivi che spieghiamo alla pagina dell’iniziativa e in una apposita presentazione.
Oltre che appellarci alle aziende, abbiamo fatto pubblicamente alcune proposte in occasione della firma dell’accordo quadro Anci Conai che regola la raccolta differenziata nei comuni e ne cito due. Come ACV riteniamo che i soldi spesi da Corepla per termovalorizzare la plastica andrebbero invece utilizzati per supportare il riciclo delle plastiche miste, creando così quel potenziale occupazionale nell’indotto del riciclo citato nei diversi rapporti annuali commissionati dal Conai. Riteniamo inoltre che il contributo ambientale (CAC), calcolato sul peso, che viene pagato dagli utilizzatori di imballaggi allo scopo di finanziare la loro raccolta differenziata nei comuni, come avviene in altri Paesi europei debba essere utilizzato come uno strumento di prevenzione, e cioè commisurato alla riciclabilità dell’imballaggio. Più basso se facilmente riciclabile con la tecnologia esistente nel Paese, altissimo se non ci sono queste condizioni e viene raccolto per essere buttato con dispendio di soldi pubblici. I consorzi del Conai, per i diversi materiali (carta, vetro, plastica ecc.), sono beneficiari di un CAC. I comuni ricevono un corrispettivo economico per gli imballaggi raccolti che vengono poi conferiti alle piattaforme Conai a seconda dei materiali. Siccome l’entità dei corrispettivi erogati arriva a coprire meno della metà di quanto serva realmente per raccoglierli, i comuni devono coprire la parte mancante rivalendosi sulle bollette dei cittadini.
Tornando al contributo ambientale pagato al Conai, quello che avviene è che prima diventa parte del prezzo dell’imballaggio e poi viene trasferito nel prezzo finale del bene acquistato imballato. Come ribadito in una recente sentenza del Tar, l’attività dei Consorzi Conai assume tratti similari a quelli propri dell’erogazione di un servizio pubblico, perché i mezzi finanziari per il loro funzionamento provengono in larga parte da risorse degli utenti/operatori/consumatori, mediante l’applicazione del contributo ambientale Conai.

Tratto da La Stampa Tuttogreen - Andrea Bertaglio

Igiene e sostenibilità: una convivenza possibile in mensa? (dicembre '14)

schiscettaNon ci sono dubbi sul fatto che una riduzione drastica delle opzioni usa e getta, a favore di quelle adatte ad usi multipli, sia una delle azioni prioritarie di un piano di prevenzione dei rifiuti locale e nazionale. I vantaggi derivanti da un'eliminazione del monouso (quando possibile) o da una sua riduzione, nei settori dove se ne fa largo uso, sono molteplici e rilevanti, sia a livello ambientale che economico.
La gestione del rifiuto, anche quando viene differenziato o compostato negli appositi impianti, ha sempre un costo, che alla fine ricade su noi cittadini. Nonostante il recepimento dell'ultima direttiva in materia di gestione rifiuti, che ha indicato nella prevenzione e nel riuso le azioni prioritarie da intraprendere, pochi sono i miglioramenti apprezzabili avvenuti negli ultimi tre anni, a livello di pratiche locali ma ancor meno a livelllo di politica nazionale. Per incentivare le soluzioni in cima alla gerarchia di gestione dei rifiuti ci vorrebbe l'entrata in vigore di politiche fiscali adeguate (da tempo invocate da più parti) che ne rendano preferibile l'adozione. Altrimenti si continuerà a raccontare di singole iniziative virtuose che poi di fatto, non incidendo sui macrodati della performance nazionale, non ci mettono certamente al riparo da procedure europee di infrazione.
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STOVIGLIE MONOUSO O RIUTILIZZABILI ?

L'impatto ambientale detrminato dalle stoviglie monouso nelle mense è innegabilmente più alto rispetto a quello devivante dall'impiego di stoviglie lavabili (oltre ai 50 utilizzi). Lo hanno dimostrato gli esiti di più studi compiuti da diversi soggetti dove sono state comparate con la metodologia Life Cycle Assessment(LCA)  le prestazioni ambientali dei materiali più utilizzati tra plastiche tradizionali di origine fossile, bioplastiche compostabili e stoviglie durevoli/lavabili. 
Il mercato delle stoviglie monouso è ancora dominato dalla plastica è l'Italia ne è il principale attore, sia come primo paese europeo produttore che come maggiore paese consumatore di questi manufatti. In pratica lo stesso record che ricoprivamo nel consumo di sacchetti di plastica! Il mercato italiano che si legge essere più grande di quello dell'intera Europa è quindi particolarmente appetibile per le aziende produttrici del settore. Tale consumo risulta concentrato soprattutto nel Sud Italia con la Sicilia che da sola consuma più piatti e bicchieri della Germania e di Valle d’Aosta, Piemonte, Liguria e Lombardia messe insieme.

LA SCELTA DI VICENZA : LA GAMELLA LAVABILE A CASA

gamellaIl comune di Vicenza ha lanciato in due tappe, nel corso del 2014, il progetto “Zero rifiuti in mensa” dopo una positiva sperimentazione condotta in 9 scuole che hanno utilizzato, al posto delle stoviglie di plastica, un lunch box o gamella, fornita gratuitamente dal comune. Questa opzione riutilizzabile è attualmente a regime nel 90% delle scuole vicentine dotate di servizio mensa. L'amministrazione sta lavorando per poter rendere idonee all'utilizzo del lunch box anche le ultime quattro scuole al momento obbligate dalla normativa HCPP ad utilizzare monoporzioni preconfezionate. A Vicenza sono determinati nel non volere più tornare al monouso, nonostante qualche piccolo incidente di percorso, sia per l'importanza dell'aspetto educativo insito nel progetto (promosso dall'assessorato alla formazione del Comune), che per gli obiettivi ambientali ed economici conseguiti. L'eliminazione alla fonte delle 14 tonnellate di rifiuto plastico prodotto dalle mense ha infatti ridotto gli impatti ambientali complessivi e i costi correlati come l'acquisto delle stoviglie e la gestione del rifiuto tra trasporti e smaltimento.
La sperimentazione ha dichiarato l'assessore alla formazione Umberto Nicolai - ha dato ottimi risultati. Pochissimi sono stati infatti i casi in cui è stato necessario distribuire piatti di plastica sostitutivi perché i bambini avevano dimenticato il lunch box o perché quest'ultimo non era stato adeguatamente lavato. A titolo esemplificativo, su 6168 pasti distribuiti nella prima fase della sperimentazione, cioè dal 10 al 31 marzo, la sostituzione con i piatti di plastica è stata del 4% per dimenticanza (90% dei casi) e per pulizia non conforme (10% dei casi). Gli alunni, in generale, hanno dimostrato di apprezzare moltissimo l'iniziativa; i cibi proposti sono sembrati addirittura più apprezzati. I lunch box rotti sono stati sostituiti gratuitamente grazie alla collaborazione con la ditta fornitrice, a sua volta molto interessata alla riuscita del progetto. La produzione di rifiuti si è drasticamente ridotta: nella sola scuola Rodari si è passati da 20 sacchi di plastica al giorno a 1 sacco di rifiuti organici e 1 sacco di carta.
Il sistema ha permesso di effettuare una riduzione di 15 centesimi sul costo del pasto giornaliero a tariffa intera che, quindi, è scesa da 4,50 euro a 4,35 euro.
“Zero rifiuti in mensa” sta già facendo scuola in Italia e in Europa: molti sono stati i Comuni che hanno chiesto informazioni a Vicenza per introdurre a loro volta il lunch box e l'iniziativa è stata presentata in un seminario internazionale tenutosi a fine maggio in Polonia nell'ambito del progetto Youth4Earth.

MILANO: ALT ALLA SCHISCETTA

La stessa soluzione di Vicenza, proposta a Milano dai genitori dell'istituto scolastico di via Casati 6, non ha avuto invece esito positivo, come riportato dai media locali. Milano Ristorazione, dopo aver accondisceso all'avvio di una sperimentazione avviata in tre classi che da tre mesi consumano i pasti in un lunch box o ladder van lansinkschiscetta portata da casa, ha sospeso il progetto recentemente. I motivi addotti parrebbero legati alla sicurezza alimentare. Così recita infatti la dichiarazione della municipalizzata:
«Le analisi compiute sui contenitori, in diversi giornate, hanno evidenziato che solo un quarto di essi risulta idoneo all’utilizzo, determinando, di fatto, l’immediata sospensione della sperimentazione. Sul resto, invece, è stata riscontrata una elevata presenza di microrganismi. La Asl, informata circa l’esito delle analisi, concorda con tale decisione».
Ma i genitori, che avevano voluto fortemente il progetto, ritenendo che l'educazione dei ragazzi alla cultura della sostenibilità- invece che allo spreco di risorse- debba avvenire soprattutto a scuola, non ci stanno a passare per “persone poco attente all'igiene”. Lamentano inoltre il fatto di non essere stati informati sui controlli e soprattutto di non avere avuto modo di esaminare i risultati delle analisi per capire di quali microrganismi si tratta. Il confronto radiofonico tra le due parti.
Milano Servizi, gestore esclusivo del servizio di mensa scolastica per i 65mila alunni milanesi ha recentemente annunciato di voler sostituire le stoviglie di plastica con quelle in bioplastica compostabile. La sostituzione partirà con il 2015 interessando in prima battuta i 46.000 alunni delle scuole primarie per un totale di 16.000 stoviglie impiegate. Delle 480 tonnellate di plastica tradizionale prodotte annualmente ad oggi, 240 verranno conferite insieme al rifiuto organico all'impianto di compostaggio nel corso del prossimo anno.

SERR 2014: ritorna Meno Rifiuti più Benessere (novembre '14)

10 mosse per ridurre i rifiutiLe 10 mosse verso una gestione sostenibile e circolare delle risorse. Ancora troppo spreco tra imballaggi che non vengono riusati, riciclati e articoli usa e getta evitabili. Se non affronteremo il problema dei rifiuti a partire dal modello economico che li genera, applicando politiche fiscali che incentivino le soluzioni in cima alla gerarchia di gestione dei rifiuti (prevenzione,riuso e riciclo) rischiamo di ritrovarci con discariche piene nel giro di due anni e di mancare il raggiungimento degli obiettivi di riciclo comunitari.
Ritorna la nostra campagna Meno rifiuti più Benessere in 10 mosse che partecipa alla SERR - Settimana Europea per la Riduzione dei Rifiuti - che prende il via sabato 22 novembre 2014.
L'iniziativa, entrata nella sua terza edizione, sollecita il mondo della produzione e della distribuzione a compiere 10 mosse per ridurre l'impatto ambientale degli imballaggi, promuovere soluzioni adatte all'uso multiplo (invece che usa e getta), ma soprattutto ad innovare prodotti e processi produttivi riprogettandoli in un'ottica di economia circolare. segue>>

Bioedilizia e agricoltura urbana in co-housing a Chicago (ottobre '14)

gothamDalla prossima primavera 2015 si potranno raccogliere a Chicago i primi ortaggi prodotti nelle serre del più grande orto urbano del mondo posizionato su tetto. Il progetto innovativo che coniuga la bioedilizia con l'agricoltura urbana è nato dall'accordo tra due aziende americane che condividono nei rispettivi settori la stessa visione sulla sostenibilità aziendale. Si tratta dell'azienda californiana Method che produce detergenti ecologici e Gotham Greens, azienda leader nel settore dell'agricoltura urbana con sede a New York.  
Lo stabilimento, progettato da William McDonough* + Partners, si avvia a detenere il record mondiale di primo stabilimento nel suo settore che ottiene la certificazione LEED Platinum ( Leadership in Energy and Environmental Design). La certificazione LEED, che definisce il grado di sostenibilità a livello di impronta ecologica ed efficienza energetica di un edificio, ben si sposa con le caratteristiche della produzione di Method ospitata al suo interno, a sua volta certificata C2C.
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Lo spazio dedicato a Gotham Greens è il tetto dello stabilimento dove verranno piazzate serre a coltura idroponica capaci di produrre annualmente circa 450 tonnellate di ortaggi coltivati in modo sostenibile senza l'uso di fertilizzanti e pesticidi. Gli ortaggi prodotti ( varie tipologie di insalata, pomodori, basilico, bietole,ecc) dopo la raccolta verranno giornalmente confezionati e poi distribuiti, attraverso rivenditori locali,  a supermercati, ristoranti, mercati contadini e gruppi della comunità cittadini. 

Per ridurre al minimo i costi di energia elettrica e riscaldamento le serre sono dotate di illuminazione a LED e pannelli di vetro di ultima generazione. Alcuni pannelli solari e una turbina eolica da 600 kW dello stabilimento (raffigurati nel rendering) contribuiscono ad alleggerire l'impatto ambientale complessivo dell'edificio e il dispendio energetico.

La produzione agricola di Gotham Greens, (diventato dopo le prime realizzazioni su grande scala del 2011 un pioniere nel suo settore anche a livello internazionale), presenta diversi vantaggi ambientali rispetto a quella tradizionale. Permette di consumare 20 volte meno terra e 10 volte meno acqua. L'eliminazione di pesticidi e fertilizzanti risolve a monte il gravissimo problema dell'inquinamento delle acque che caratterizza l'agricoltura tradizionale. L'impronta di carbonio dei prodotti, che verranno consumati a chilometri zero, sarà indubbiamente più leggera perché non gravata dall'impatto legato ai trasporti.

Maggiori dettagli si trovano sul sito di Gotham Greens .

methodLa storia di Method, fondata nel 2000 da due giovani ex compagni di scuola è raccontata in questa pagina del sito di methodhome.com. I detergenti sono tutti prodotti con ingredienti naturali e altamente biodegradabili e vengono distribuiti in più di 40.000 punti vendita del Nord America, Europa, Australia e Asia.

* La biografia di William McDonough.  

Sul tema della coltivazione fuori terra leggi anche: 

Team at MIT CityFARM Growing Food 3-4x Faster, with 90% Less Water
Come si può leggere in un recente articolo di Sustainable Brands anche in Europa, e precisamente in Inghilterra sono in corso interessanti esperienze innovative di coltura fuori suolo e idroponica. L'esperienza raccontata è quella di CityFARM, una start up del MIT formata da un team di ingegneri, architetti, economisti ed esperti di botanica con l'obiettivo di sviluppare un sistema urbano di produzione agricola ad alte prestazioni, a prezzi accessibili e in grado di sfamare molte persone.
Secondo il team di CityFARM i processi di produzione sviluppati (rispetto a quelli dell'agricoltura tradizionale intensiva) sono in grado di ridurre l'uso di acqua del 98%, di eliminare fertilizzanti e pesticidi chimici , di raddoppiare il valore nutritivo delle produzioni diminuendo di 10 volte la loro richiesta energetica. All'ottenimento di queste performance contribuisce un tempo di coltivazione ridotto mediamente di 3-4 volte: 15-20 giorni per coltivare una testa di lattuga contro i 100 giorni normalmente richiesti.

Recupero e riciclo secondo Patagonia (ottobre '14)

patagoniaChi conosce il marchio Patagonia sa che per il suo fondatore Yvon Chouinard fare un uso sostenibile delle risorse è uno dei compiti inderogabili di un'azienda responsabile.

Anche se l'urgenza di passare ad un modello economico circolare e rigenerativo non è ancora recepita da larga parte delle aziende (per lo più imprigionate nel business as usual ), qualcosa si sta muovendo negli ultimi tempi anche nel settore dell'abbigliamento. (Leggi>>)

Riciclo e riuso giocano un ruolo importante anche nella nuova collezione autunno-inverno Truth to materials lanciata recentemente da Patagonia. I tessuti con cui sono realizzati i capi della collezione contengono fibra di lana o cotone rigenerata. Per la realizzazione dei capi in cashmere è stata scelta una lavorazione a basso impatto ambientale, come vedremo entrando nel dettaglio della collezione.
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-LANA RIGENERATA: Calamai / Italia
L'azienda Figli di Michelangelo Calamai*, fondata nel 1878, è specializzata nella produzione di tessuti in lana rigenerata. La lana lavorata da Calamai per Patagonia proviene da maglioni di lana usati che, così come avveniva in passato, viene prima sfibrata e sminuzzata. La fibra così ottenuta viene successivamente tessuta insieme a filati di poliestere o nylon per dare vita ad un tessuto più resistente. Con il tessuto derivato dalla partnership con Calamai vengono realizzati i capi Men’s Reclaimed Wool Jacket e Women’s Reclaimed Wool Parka. Maggiori dettagli sul sito
* Nota su Calamai e sul distretto di Prato estratta dal testo L'industria Tessile di Yasuhiro Ota -Treccani.it : “A Prato, il primo telaio meccanico venne installato presso il Lanificio Romei nel 1870, con vent’anni di ritardo rispetto al Lanificio Rossi di Schio. Fu invece il Lanificio Calamai a installare il primo impianto di filatura meccanica di Prato, e la fabbrica cominciò a effettuare la carbonizzazione chimica degli stracci e l’asciugatura dei tessuti con le macchine. Il tessuto rigenerato realizzato rivaleggiava con quello dello Yorkshire, anche se la produzione di Prato si basava per la maggior parte sulla tessitura effettuata a mano. Nel 1908 il centro toscano si era sviluppato tanto rapidamente da avere più di cento fabbriche.”

Video di lancio con la voce narrante di Bernardo Calamai

-COTONE RIGENERATO: Gruppo TAL / Cina e Malesia
Per ridurre l'impronta ecologica del cotone, che resta molto alta anche quando si tratta di cotone organico è necessario azzerarne lo spreco in tutte le fasi del ciclo di vita di un indumento.
Grazie alla partnership con il gruppo TAL, che dal 2011 raccoglie scarti di cotone negli stabilimenti di taglio e confezionamento di Cina e Malesia, Patagonia otterrà il cotone necessario per realizzare i capi della collezione Men’s Reclaimed Cotton Hoody e Women’s Reclaimed Cotton Crew.
In linea di massima con gli scarti di confezionamento di 16 magliette se ne ottiene una rigenerata che contiene anche una percentuale di fibra vergine di cotone organico. Il cotone rigenerato inoltre non viene sottoposto ad alcuna sbiancatura o tintura ed è tracciabile dal filo al prodotto finito.
Se si considerano i grandi volumi gestiti dal Gruppo TAL e la possibilità che altri marchi seguano l'esempio di Patagonia, il risparmio di risorse conseguibile potrebbe assumere proporzioni davvero ingenti.

-CASHMERE NATURALE : Mongolia
Il cashmere utilizzato per realizzare il pullover da uomo della collezione viene ottenuto mediante una pettinatura manuale del mantello delle capre durante la stagione della muta, man mano che le greggi vengono spostate da un pascolo all'altro lungo le stagioni. I colori dei filati che si ottengono sono quelli naturali nelle diverse sfumature del bianco e del marrone che non necessitano di tintura. Non tingere la lana rappresenta un vantaggio ambientale con consumi ridotti a livello di energia elettrica e impiego di acqua e sostanze chimiche.
Patagonia ha avviato una collaborazione con NOYA Fibers, un'organizzazione locale che insieme a The Nature Conservancy supporta i pastori nomadi della regione nella gestione sostenibile degli allevamenti.

patagoniaPATAGONIA IN PILLOLE

Patagonia è universalmente considerata il modello di riferimento quando si vuole definire la responsabilità socio-ambientale di impresa. Il suo fondatore e propietario, Yvon Chouinard è stato negli anni co-fondatore di diverse iniziative come 1% for the planet, Freedom to Roam, The Conservation Alliance, the Sustainable Apparel Coalition.

Nell'ottobre del 2013 è nata la campagna The Responsible Economy per aprire un dibattito sull'economia responsabile, sui limiti della crescita e su quali alternative di sviluppo economico su larga e piccola scala siano possibili in un pianeta dalle risorse finite.

In occasione di quest'ultima campagna Patagonia ha riassunto gli obiettivi conseguiti nel corso dei suoi 40 anni di vita (evidenziandone i primati) che riportiamo a seguire:

  • prima azienda ad utilizzare esclusivamente cotone organico dal 1996;
  • una delle prime aziende ad usare materiali post consumo provenienti dal riciclo del poliestere prima e successivamente del nylon;
  • prima azienda a mettere in atto processi di trasparenza aziendale che interessano tutta la filiera attraverso lo strumento Footprint Chronicles® website;
  • prima azienda a lanciare una campagna come Common Threads Partnership che sensibilizza i consumatori ad assumersi la loro parte di responsabilità sull'intero ciclo di vita di un capo nel rispetto delle 5 erre: reduce, repair, reuse, recycle and reimagine;
  • prima azienda ad aderire al sistema bluesign®;
  • una delle prime aziende californiane a passare alle energie rinnovabili: eolica e poi solare;
  • prima azienda californiana ad ottenere lo status di benefit corporation;
  • una delle prime aziende USA del settore ad introdurre (con decorrenza autunno 2014) la certificazione Fair Trade Certified™.

Patagonia ha inoltre donato oltre 55 milioni di dollari tra elargizioni ad associazioni ambientaliste e ad aziende impegnate a ridurre l'impatto ambientale all'interno del programma $20 Million & Change.

Dalla fast fashion alla moda responsabile (ottobre '14)

The true costIl vero prezzo dell'abbigliamento a basso costo
Nonostante i miliardi spesi in pubbliche relazioni, il lancio di linee eco-consapevoli o le donazioni per cause umanitarie, l'industria della moda continua ad essere bersaglio di forti critiche negli ultimi anni. Fatti di cronaca come il crollo del Rana Plaza nell'aprile 2013, dove hanno perso la vita oltre mille persone, hanno portato a galla la totale insostenibilità del modello produttivo del settore e soprattutto della Fast Fashion.
Le condizioni di vita e lavoro nelle fabbriche dove si produce buona parte degli indumenti venduti dalle maggiori catene di abbigliamento in tutto il mondo, (con un salario medio di circa 80 $ al mese) sono raccontate nel web-documentario The shirt on your back. Il documentario interattivo è stato presentato dal Guardian in occasione del primo anniversario della tragedia.
E' in fase di imminente uscita un altro documentario ispirato al crollo del Rana Plaza: The true cost di Andrew Morgan. Il documentario, finanziato con una campagna di crowdfunding lanciata nel 2013 su Kickstarter, racconta quali sono gli impatti della Fast Fashion a livello globale. Per realizzare il documentario il regista e i suoi collaboratori hanno intervistato per cinque mesi imprenditori e designer dell’industria tessile globale, economisti, professori universitari, attivisti per i diritti umani e i lavoratori coinvolti.
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Ogni anno milioni di tonnellate di capi creati per durare poco ed essere sostituiti al più presto, si ammassano nelle discariche dei paesi “più ricchi”. Succede in in Europa così come in America, dove si stima che ogni abitante acquisti (e dismetta in poco tempo) poco meno meno di 30 kg di capi all'anno.
La possibilità di avere accesso a fonti di informazione indipendente attraverso il web ha determinato un aumento della percentuale di consumatori che vogliono conoscere come sono prodotti i beni che acquistano. Per avere maggiori garanzie sulla loro qualità e sicurezza ma anche per evitare di essere complici inconsapevoli di sfruttamento a carico di altri esseri umani o dell'ambiente.
Questa maggiore informazione e consapevolezza dei consumatori ha contribuito a far correre ai ripari con varie modalità alcune delle aziende più in vista.
Sono diverse le iniziative intraprese da vari soggetti industriali o istituzionali che, avvalendosi anche del contributo di ONG, stanno promuovendo nuovi processi produttivi privi di componenti tossiche e il più possibile sostenibili.
Tra le campagne internazionali che negli ultimi anni stanno spronando il mondo della moda ad abbandonare il business as usual va doverosamente menzionata la campagna Detox di Greenpeace. La sfida lanciata con il progetto #TheFashionDuel un paio di anni fa, oltre che da grandi nomi come Valentino, Benetton, Burberry, Zara, H&M è stata accolta anche da importanti aziende tessili italiane. Dopo l'adesione all'agreement detox sottoscritto da Canepa ( un anno fa) si sono recentemente aggiunte aziende come: Miroglio Textile, Tessitura Attilio Imperiali, Italdenim, Besani, Zip e Berbrand, un'azienda produttrice di bottoni e accessori moda.
Per aderire all'impegno detox, che secondo Greenpeace ha un impatto diretto su 70 milioni di articoli, le aziende devono eliminare dalla produzione almeno 8 delle 11 sostanze tossiche (come ftalati e nonilfenoletossilati) ritenute universalmente dannose per la salute dell'ambiente e dell'uomo.

The true cost-Sustainable Apparel Coalition
Nike è uno dei marchi partecipanti all'iniziativa Sustainable Apparel Coalition un progetto collaborativo del mondo della moda made in USA nato qualche anno fa dalla volontà di aziende come Patagonia e Walmart. Il progetto mette a disposizione delle aziende associate e non alcuni strumenti bangladeshcome l'ultima versione dell' Higg Index e il Rapid Design module che permettono di misurare l'impatto ambientale dei prodotti. I retroscena sulla nascita della coalizione si possono leggere nell'articolo Inside the Sustainable Apparel Coalition di Marc Gunter.

-Sustainable Clothing Action Plan
Il Sustainable Action Plan(SCAP) è uno dei pochissimi esempi di iniziative dirette al settore dell'abbigliamento gestite da istituzioni governative. Promosso nel Regno Unito dal programma Waste & Resources Action Plan (WRAP) impegna le aziende che aderiscono a rispettare gli obiettivi fissati dal programma. Sono stati definiti ad inizio 2014 i target di riduzione al 2020 a livello di emissioni di CO2, consumo di acqua e quantità di rifiuti prodotti che le 65 aziende che aderiscono al protocollo devono raggiungere.

INNOVAZIONE INDUSTRIALE

-Bluesign® Systems
Un passo importante verso un uso responsabile della chimica da parte delle aziende l'ha reso possibile Bluesign Technologies, azienda svizzera che mette a disposizione delle aziende del comparto tessile know how, tecnologie e strumenti di lavoro in grado di guidarle verso una progettazione sostenibile in tutte le fasi dei processi produttivi. Ad avvalersi dei servizi di Bluesign ci sono grandi brand dell'abbigliamento come Patagonia, North Face, Nike e Adidas. La partnership più recente con Bluesign è stata appena annunciata dal diretto interessato Bayer MaterialScience con il lancio di INSQIN™.
Si tratta di una tecnologia che permette alle aziende di produrre tessuto impermeabile in poliuretano (solitamente impiegato per The true costrealizzare capi di abbigliamento calzature ed altri accessori) con un processo industriale meno impattante dell'attuale e senza l'uso di solventi.

-Colordry di Dyecoo
Grazie a nuovi sistemi di tintura che non necessitano di sostanze chimiche e di acqua come Colordry di DyeCoo, (per ora usati nella colorazione di sole fibre sintetiche), si prospettano processi di produzione tessile complessivamente meno impattanti all'orizzonte.
Nike ha inaugurato poco più di un anno fa a Taipei uno stabilimento produttivo, in joint venture con partner locali, in cui la tintura dei tessute avviene esclusivamente con la tecnologia Colordry. Non resta che augurarsi che altri big players del settore internazionale e nazionale adottino velocemente questa e altre innovazioni in grado di ridurre drasticamente gli impatti ambientali.

Ulteriori letture sull'argomento:

Le verità sull'industria della moda >>

Moda sostenibile: 5 priorità dei grandi marchi >>

Taglio delle emissioni di CO2: una sfida ancora non colta dal Retail internazionale (settembre '14)

tescoInsufficiente l'impegno e minimi i progressi effettuati dai grandi gruppi del Retail sul fronte della riduzione delle emissioni di gas serra. Lo certifica il Rapporto Carbon Strategy Benchmark: Retail Sector presentato recentemente da Verdantix, Ente di consulenza indipendente nel campo della sostenibilità ambientale e dell'energia con sede a Londra.
Lo studio ha raccolto e analizzato in modo estremamente dettagliato i dati riferiti alle emissioni di carbonio, agli obiettivi di riduzione e alle strategie energetiche di 14 tra le maggiori aziende internazionali del retail.
Come dichiarato da Verdantix lo studio è stato realizzato per aiutare gli operatori del settore a condurre comparazioni per gruppi omogenei, capire le tendenze del settore e fornire un orientamento nella pianificazione degli obiettivi.
Il settore alimentare è rappresentato da Aeon, Carrefour, Costco, John Lewis, Metro Group, Tesco, Walmart e Whole Foods, per il settore complementi d'arredo e articoli vari per la casa ci sono IKEA e The Home Depot, per l'abbigliamento H & M, LVMH e TJX Companies e come drugstore c'è CVS Caremark.
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Secondo Jordan Nadian, analista senior e autore del rapporto, le aziende hanno fatto un buon lavoro prevalentemente per quanto concerne rendicontazione e interventi di riduzione delle emissioni di carbonio nel consumo di combustibili ed energia elettrica.
Largamente insufficienti sarebbero invece le misurazioni e gli interventi di riduzione delle emissioni indirette e in particolare quelle denominate di ambito 3 dal Greenhouse Gas Protocol (GHG Protocol).

Anche se si tratta delle emissioni di gas serra più difficili da misurare un piano di riduzione delle emissioni nel retail non può ignorare la quota più importante delle sue emissioni globali.
Fanno infatti parte dell'ambito 3 tutte le emissioni legate alla manifattura dei prodotti: dalla fase di estrazione delle materie prime a quella di produzione, distribuzione, trasporto e la produzione/smaltimento dei rifiuti.

Rispetto a questo ambito i retailers si trovano in difficoltà perché non esiste obbligatorietà di rendicontazione da parte dei loro fornitori e perché eventuali abbattimenti delle emissioni nei processi di produzione a monte non dipendono totalmente dalla loro volontà.
Va detto per dovere di cronaca che i retailers statunitensi sono quelli maggiormente in ritardo rispetto alle loro controparti con sedi in Asia o Europa.
Mentre solo la metà dei Retailers (7 su 14) ha sviluppato strategie energetiche che prevedono obiettivi concreti sono solamente 4 i gruppi che hanno fissato obiettivi validi al conseguimento di una riduzione assoluta delle loro emissioni di carbonio.
Si tratta di Tesco , che punta a diventare carbon neutral entro il 2050, John Lewis, che si prefigge una riduzione del 15%, rispetto ai livelli del 2010 e di Carrefour che indica un 40% di riduzione nel 2020 rispetto ai livelli del 2009.
The Home Depot si propone invece di ridurre del 20% (in termini assoluti) le sue emissioni in ambito 3 relative a trasporto e distribuzione entro il 2015 rispetto ai livelli del 2009.

Secondo Ross MacWhinney, Analista Senior di Verdantix il retail non ha ancora affrontato con la decisione necessaria la sfida e dovrebbe investire allo scopo in strumenti di software altamente specializzati.
“Per migliorare ulteriormente le strategie di riduzione del carbonio sono indicate piattaforme come quelle fornite da Elster Energy ICT, Envizi, Panoramic Power e Verisae perché consentono al management aziendale di sviluppare scenari di riduzione legati a dati di esercizio/operativi minimizzando il rischio di fissare obiettivi irraggiungibili."

L'indice di sostenibilità di Walmart
A Walmart, che non appare tra i retailers che si sono distinti per l'impegno a ridurre le emissioni, è stato dedicato il rapporto Walmart's Assault on the Climate uscito negli Stati Uniti a fine 2013. Secondo il rapporto, al contrario di quello che le frequenti campagne di comunicazione di Walmart sugli impegni ambientali in corso inducono a pensare, le emissioni del gruppo sarebbero aumentate del 14%.
Tornando all'argomento delle emissioni di ambito 3, e alla sfida che una loro riduzione comporta, Walmart aveva lanciato, a dire il vero, uno specifico programma mirato a misurare la sostenibilità dei prodotti commercializzati nel luglio del 2009 denominato Sustainability Index.

Con il coinvolgimento degli oltre 100.000 fornitori i prodotti avrebbero dovuto essere valutati sulla base di quattro aree di impatto: produzione di emissioni clima-alteranti, consumo di materie prime e produzione di rifiuti, effetti delle attività aziendali sulla conservazione delle risorse naturali e sostenibilità del tessuto sociale. Di fatto, cercando notizie sul web e sul sito di Walmart sull'Indice, le poche informazioni disponibili farebbero pensare che l'impostazione iniziale del programma sia stata modificata in corso d'opera. Dalle informazioni che si possono ricavare leggendo la notizia più recente in merito che appare sul sito di Walmart del 2013 l'iniziale programma parrebbe essersi trasformato in una più generica iniziativa di alleggerimento dell'impatto ambientale dei prodotti in alcuni loro aspetti.

Plastica, la riciclabilità si valuta con RecyClass (settembre '14)

reyiclingEvitare che le materie plastiche non siano altro che rifiuti conviene, ed è ormai necessario. Lo testimoniano fonti sempre più numerose. Strumento utile a tal fine è RecyClass

Nel corso della fiera annuale di InterPack a Düsseldorf, lo scorso 8 maggio è stato lanciato ufficialmente RecyClass, un sistema di valutazione della riciclabilità degli imballaggi di plastica. Sviluppato da Plastic Recyclers Europe (PRE), l’associazione che raggruppa l’80% dell’industria europea del settore del riciclo di materie plastiche, di RecyClass si sono anticipati alcuni dettagli in anteprima per l’Italia in un’intervista al coordinatore europeo del progetto, Paolo Glerean di Aliplast (si veda Gdoweek n.11-12 del 10/06/2013,ndr).
A sua volta, nel corso della conferenza di presentazione “Let’s work together on plastics packaging design”, il commissario europeo per l’Ambiente, Janez Potočnik ha espresso nel corso del suo video intervento un concetto chiave che, anche se ancora disatteso, dovrà guidare il modus operandi delle aziende manifatturiere. “Il riciclaggio inizia nella fase di progettazione del prodotto. La sostenibilità della plastica si concretizza attraverso una migliore progettazione dei prodotti realizzati con materie plastiche”.
Temi come l’eco design e l’applicazione di modelli di economia circolare nella progettazione di prodotti e cicli produttivi diventeranno sempre più ricorrenti nelle prossime comunicazioni “verdi” della Commissione Europea.
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LO STATO DELLE COSE

In un pianeta con il 60% dei servizi ecosistemici fortemente degradato sfide ambientali come il riscaldamento climatico, l'aumento della popolazione con oltre tre miliardi di nuovi consumatori della classe media da qui al 2050 richiedono infatti cambiamenti radicali del business as usual e degli stili di vita e di consumo dei cittadini. Altrimenti i rischi sono altissimi.
Ad esempio, lo studio delle Nazioni Unite “Valuing plastic“ redatto da Plastic Disclosure Project - presentato a Nairobi il 23 giugno scorso- ha calcolato in 75 miliardi di dollari l’impatto finanziario annuale derivato dall’utilizzo della plastica da parte delle imprese. Oltre il 30% di questi costi viene causato dalle emissioni di gas serra relative ai processi di estrazione e il trattamento delle materie prime. Tra gli effetti, invece, a valle dell’attuale gestione della plastica il costo riferito al solo inquinamento marino viene quantificato in almeno 13 miliardi di dollari.
Dunque, la plastica è il materiale sul quale si deve prioritariamente intervenire dal momento che si tratta anche del materiale più usato negli imballaggi e quello che viene meno riciclato in assoluto. In Europa siamo al 26% come media.
Se si considera che i target di riciclo comunitari al 2020 per i materiali (50% di riciclo sull’immesso al consumo) verranno innalzati, è evidente che la prevenzione in fase di progettazione rappresenta la precondizione per poter raggiungere l’obiettivo. Per gli imballaggi si parla di un nuovo target di riciclo intorno al 70% per la plastica e del 80% per gli imballaggi costituiti da altri materiali.

CLASSI DI RICICLABILITA'

La piattaforma sviluppata da PRE permette ai progettisti di packaging di valutare la classe di riciclabilità di un particolare tipo di imballaggio, sia esistente che in fase di progettazione, in pochi passi consultando il tool online del sito recyclass.eu. Dopo essersi registrati si può accedere alla procedura e inserire i dati richiesti circa l’imballaggio che si vuole testare. A fine procedura l’utente riceve il responso sulla classe di riciclabilità che va dalla lettera A alla F. Un imballaggio facilmente riciclabile ottiene una “A” mentre un imballaggio che non è riciclabile e può essere smaltito solamente nei termovalorizzatori o in discarica ottiene una “F”.
Il programma evidenza inoltre i punti critici del design e della composizione dell’imballaggio, cambiando i quali è possibile migliorare la classe di riciclabilità. Se l’utente intendesse usare questo risultato per differenziare il proprio prodotto/imballaggio dovrà far certificare la propria valutazione da un auditor accreditato, secondo uno schema europeo in corso di creazione; in questo caso potrà poi fregiarsi di un apposito logo da apporre all’imballaggio certificato.

glereanLE VIRTU' DEL SISTEMA IN DETTAGLIO

Abbiamo chiesto a Paolo Glerean di Aliplast, coordinatore europeo del progetto, ulteriori precisazioni su RecyClass. Paolo Glerean

Perché avete sviluppato questo sistema?

Oggi si assiste a un continuo aumento della complessità del packaging, che viene principalmente progettato tenendo conto dell’aspetto estetico, oltre che delle caratteristiche necessarie per garantire la shelf life e un’ottimizzazione in fase di trasporto e stoccaggio. Quello di cui si tiene pochissimo conto è del suo fine vita, elemento che porta a supporre che l’imballaggio venga spesso progettato senza alcuna conoscenza della sua riciclabilità.

Uno studio recente commissionato a Bios Intelligence Service indica il potenziale economico che potrebbe generarsi in Europa e in Italia. Se in Europa, si raccogliesse e si riciclasse localmente più plastica, passando dall’attuale tasso medio di riciclo del 26% al 62% ,si creerebbero 360.000 posti di lavoro in più, mentre i risparmi ottenibili sono valutabili in 4,5 miliardi di euro/anno per le industrie di trasformazione qualora utilizzassero plastiche riciclate al posto di plastiche vergini. Lo scopo è quello di far salire nella scala di priorità dei progettisti il valore della riciclabilità dell’imballaggio plastico, dando ai progettisti uno strumento concreto per misurarla e migliorarla.

Su quale know-how si basa RecyClass? Quali gli altri campi di applicazione?

Si basa sulle migliori tecnologie di selezione/riciclo disponibili applicate agli attuali canali di riciclo esistenti in Europa, sulle linee guida di design per il riciclo esistenti e su come operano attualmente i mercati del riciclaggio. Il lavoro di classificazione fatto in base al grado di riciclabilità degli imballaggi potrebbe essere particolarmenteinteressante per i “Collection Schemes”, ovvero gli enti che gestiscono su basi nazionali la raccolta degli imballaggi. La determinazione delle classi di riciclo di RecyClass potrebbe costituire un criterio oggettivo utile anche per definire le soglie per le quote differenziate di contributo ambientale.
Chi immette imballaggi al consumo più riciclabili potrebbe pagare quote più basse. Al contrario chi immette imballaggi meno riciclabili o non riciclabili affatto, potrebbe pagare quote più elevate come già avviene in alcuni paesi europe .
Questo consentirebbe di incentivare concretamente tutti verso l’utilizzo di imballaggi più riciclabili. Il fatto che ciò avvenga con un unico standard europeo di valutazione permetterebbe un’uniformità di trattamento nel mercato unico europeo, con evidenti vantaggi.

Articolo di Silvia Ricci tratto da GDOWEEK nr.12 del 5 settembre 2014 pag.40-41
Saricabile anche in pdf>>

Nielsen: il 55% dei consumatori premia le aziende responsabili (giugno '14)

Il 55% dei consumatori globali si dice disposto a pagare di più per prodotti e servizi forniti da aziende impegnate sotto il profilo socio-ambientale secondo l'indagine Nielsen 2014 Global Survey on Corporate Social Responsibility

La propensione ad acquistare marche socialmente responsabili è più marcata nella regione Asia-Pacifico (64%). Seguono con il 63%America Latina, Medio Oriente e Africa. Percentuali più ridotte per il Nord America con un 42% e un 40% per l'Europa.

"I consumatori di tutto il mondo hanno detto forte e chiaro che la missione sociale di un brand è tra i fattori che influenzano le decisioni di acquisto", ha dichiarato Amy Fenton responsabile di nielsen infograficaNielsen per la sostenibilità. "Questo comportamento è in crescita e offre opportunità per un impatto significativo sulle nostre comunità, oltre ad aiutare i marchi ad accresCSRcere la loro quota di mercatoNon è più tempo di chiedersi SE i consumatori si preoccupano dell'impatto sociale. I consumatori lo stanno già manifestando attraverso le loro azioni. Ora l'obiettivo per le aziende è quello di determinare come il proprio marchio può effettivamente creare valore condiviso sposando le cause sociali e i segmenti di consumatori più appropriate/i al proprio core business" .

L'indagine ha intervistato 30.000 consumatori in 60 paesi per analizzare: quanto incide la personale propensione per le pratiche sostenibili nelle decisioni di acquisto; quale segmento di consumatori supporta gli sforzi intrapresi dalle aziende in campo ambientale e di responsabilità sociale e quali sono le questioni e cause sociali che destano maggiore preoccupazione nell'opinione pubblica.

I principali risultati
A livello globale, più della metà (52 %) degli intervistati ha dichiarato di aver acquistato almeno un prodotto o servizio negli ultimi sei mesi da una società socialmente responsabile. Quattro su dieci sono invece gli intervistati in Nord America e in Europa che hanno asserito di aver fatto un acquisto sostenibile negli ultimi sei mesi. Si differenziano dalla media i risultati di America Latina con il 65% e della regione Asia-Pacifico insieme a Medio Oriente-Africa con il 59%.
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Il 52% degli intervistati a livello mondiale ha dichiarato di prendere in parte decisioni di acquisto sulla base della lettura di etichette o informazioni presenti sulle confezioni. Per verificare cioè l'impegno socio-ambientale del marchio.

Per verificare in quale misura gli esiti dell'indagine trovassero un riscontro nelle performance di vendita delle aziende note come essere maggiormente impegnate sul fronte della sostenibilità Nielsen ha inoltre esaminato i dati sulle vendite al dettaglio per una sezione trasversale di categorie di prodotti di consumo (consumabili e non consumabili) di 20 marchi in nove paesi.
Tra questi marchi selezionati lo studio ha preso in esame i prodotti che comunicavano le proprie caratteristiche di sostenibilità o attraverso il packaging,  o attraverso azioni di marketing.
L'analisi effettuata dal marzo 2013 al marzo 2014 ha rilevato un incremento medio annuo delle vendite del 2% per i prodotti con indicazioni di sostenibilità sulla confezione e del 5% per i prodotti che hanno promosso azioni di sostenibilità attraverso programmi di marketing. Per contro, un'analisi dei dati di vendita di 14 altre marche senza pretese di sostenibilità o di marketing mostra un aumento delle vendite di solo l'1%.

Milennials una forza trainante

Il Natural Marketing Institute (NMI), business partner strategico di Nielsen ha condotto uno studio on-line attraverso 9 paesi per rilevare come stiano cambiando a livello globale le attitudini e comportamenti circa l'impegno individuale alla sostenibilità. I consumatori sono stati raggruppati in cinque segmenti allo scopo di quantificare ciò che li attrae maggiormente delle azioni sostenibili.

Gli esiti rivelano che i due terzi della popolazione tradizionalmente sostenibile (un gruppo di 3 dei 5 segmenti) dichiara di scegliere prodotti di aziende sostenibili rispetto a quelli convenzionali. Si tratta di consumatori che acquistano il maggior numero possibile di prodotti eco-friendly e che hanno cambiato il loro comportamento per ridurre al minimo il loro impatto sul cambiamento climatico globale. In aggiunta si tratta di consumatori inclini ad acquistare ripetutamente da aziende che dimostrano attenzione al proprio impatto ambientale e sociale.

Tra gli intervistati che hanno dimostrato maggiore propensione verso la sostenibilità la metà appartiene al segmento dei Millennials (21-34 di età). Il 51% di loro sono disposti a pagare di più per prodotti sostenibili e a controllare l'etichettatura dell'imballaggio.
Tra i risultati rilevati nei paesi in via di sviluppo della regione Asia-Pacifico e del Medio Oriente e Africa sono stati registrati ampi divari tra le risposte fornite degli intervistati. I Millenials si sono rivelati mediamente tre volte più inclini alla sostenibilità delle azioni rispetto al segmento Generation X (35-49 anni di età ) e 12 volte rispetto ai Baby Boomer (50-64 anni di età)

Secondo Amy Fenton l'indagine indica che le aziende devono comunicare maggiormente gli impegni socio-ambientali che intraprendono utilizzando sia il packaging che azioni di marketing. I risultati degli ultimi tre anni dell'indagine dimostrano che i tempi sono ormai maturi per fare di più. La percentuale di consumatori globali disposti a premiare le aziende socialmente responsabili è cresciuta mediamente di 10 punti,  con l'America Latina in testa con un + 13%.  

Per approfondimenti leggi anche: 

77% of Americans Say Sustainability Factors Into Food-Purchasing Decisions>>
Millennials Most Sustainability-Conscious Generation Yet, But Don’t Call Them 'Environmentalists'>>

Adidas promette di dare un calcio alla chimica con Bluesign® (giugno '14)

Pallone adidasLo scorso 11 giugno il Gruppo Adidas ha annunciato una partnership strategica con la società svizzera Bluesign Technologies come parte di un programma inteso a rendere sostenibile la sua filiera di produzione globale entro il 2020.
Bluesign Technologies, fondata nel 2000, è il principale fornitore mondiale di strumenti di valutazione che permettono un uso responsabile e sostenibile della chimica nel settore tessile. Sono diversi i marchi che hanno aderito al sistema Bluesign®  tra i quali Patagonia, Northface e Nike dallo scorso anno.
La partnership ad alto valore tecnologico che Bluesign® offre alle aziende è incentrata sulla selezione e la gestione sostenibile della chimica usata nel tessile. Attraverso specifici strumenti il patrimonio di conoscenza e esperienza di Bluesign Tecnologies viene messo a disposizione dei fornitori delle marche dell'abbigliamento e a partire dai fornitori della chimica. Se si considera che le sostanze chimiche impiegate per 1 kg di cotone vanno dai 345 ai 1050 grammi (per le fibre sintetiche si va dai 110 agli 829 grammi), appare evidente che è su questo aspetto che bisogna agire in primis con la prevenzione. Secondo la documentazione presente sul sito Bluesign Tecnologies, le aziende che aderiscono al protocollo Bluesign® ne ricavano in breve tempo risparmi economici consistenti. La scelta delle sostanze chimiche certificate Bluesign® produce effetti positivi a cascata, come un ridotto consumo di acqua ed energia che in pochi anni le ripaga degli investimenti sostenuti per aderire al sistema. Ecco un esempio concreto che dimostra come economia ed ambiente possono convivere e trarre benefici dall'innovazione tecnologica e da un diverso approccio nella progettazione dei prodotti che agisca nel rispetto del principio di precauzione. Eliminare in partenza possibili effetti collaterali negativi che prodotti e processi produttivi possono causare alla salute dell'ambiente e dell'uomo costa sempre meno che dover rimediare ad eventuali danni economici e di immagine. 
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OBIETTIVI E CRITERI DI BLUESIGN

Il sistema Bluesign persegue cinque principi/obiettivi: 1)  massima produttività ed efficienza nell'utilizzo delle risorse come energia e materie prime; 2) sicurezza dei consumatori nel rispetto dell'ambiente; 3) gestione ottimale dell'acqua durante i  cicli produttivi; 4) minimizzazione delle emissioni in atmosfera; 5) salute e sicurezza sui luoghi di lavoro.

Il sistema si basa su approfondite valutazioni dei fattori di rischio esistenti lungo tutto il ciclo di produzione e definisce per ogni fase del processo criteri concreti per una loro mitigazione.

I criteri di riferimento divisi in tre categorie (che corrispondono ai contenuti di tre tool o motori di ricerca avanzati ) contribuiscono al perseguimento dei 5 obiettivi  prima citati permettendo il raggiungimento della migliore sostenibilità possibile lungo l'intera filiera del tessile. 

-Criteri per gli ingredienti: Bluesign® Bluetool
-Criteri per i processi di fabbricazione: Bluesign® Bluefinder
-Criteri di prodotti finiti: Bluesign® Blueguide

COME FUNZIONA

bluesignIn concreto le marche che siglano una partnership con Bluesign possono mettere a disposizione di tutta la loro catena di approvvigionamento questi importanti strumenti di lavoro web-based. Per le aziende chimiche fornitrici c'è quindi Bluetool che permette loro, attraverso una procedura di omologazione, di testare se una determinata sostanze chimica che si vuole fornire è soggetta a restrizioni in qualche parte del mondo e quindi non accettata dal sistema. Eventuali prodotti chimici che non sono nella banca dati, ma che dopo una valutazione di conformità vengono accettati, sono inseriti anche nella banca dati Bluefinder che è il tool di riferimento per le aziende tessili autorizzate/certificate dal sistema. Bluefinder contiene infatti l'elenco dei prodotti chimici autorizzati dopo test rigorosi, oltre ad indicazioni su come gestirli durante i processi produttivi. Le aziende tessili possono così ricercare in autonomia le soluzioni sostenibili più adatte alle loro necessità. Infine per i brand della moda, designer e retailers c'è la Blueguide, una banca dati che contiene oltre 30.000 voci di materiali che sono stati prodotti utilizzando le sostanze chimiche certificate Bluesign®.

"Siamo molto lieti che Adidas sia diventato un partner del sistema Bluesign® ", ha dichiarato in un comunicato stampa il CEO di Bluesign Technologies Peter Waeber. "Abbiamo lavorato con il gruppo Adidas nel corso degli ultimi mesi al fine di sviluppare una strategia di gestione delle sostanze chimiche di ingresso e siamo favorevolmente  impressionati dalla completezza e competenza  del loro programma. La partnership rappresenterà un valore aggiunto per entrambe le organizzazioni. "

Non è chiaro se la partnership con Bluesign Technologies e la nuova tabella di marcia annunciata  "per ripulire"  la filiera dalle componenti chimiche tossiche sia stata siglata in risposta alle azioni compiute da Greenpaece nelle scorse settimane. Il dato sicuro è che Bluesign Technologies è il migliore partner possibile per raggiungere gli obiettivi del programma. Ne avevamo già parlato in questo post dello scorso anno quando Nike si avvalse del suo supporto.

STOP AI  PFC NEI PRODOTTI DI ADIDAS

Il marchio sportivo tedesco ha annunciato insieme alla parnership con Bluesign Technologies la partenza di un piano per l'eliminazione di sostanze chimiche pericolose dalla propria filiera di produzione ritenuto credibile da Greenpeace, che da qualche anno marcava stretto il gruppo con la campagna DETOX. Adidas aveva di fatto già sottoscritto un'impegno in tal senso tre anni fa, ma, secondo Greenpeace l'impegno si era rivelato più che altro una dichiarazione di intenti. Nelle ultime tre settimane centinaia di migliaia di persone tra sportivi, volontari e cyberattivisti si sono uniti a Greenpeace chiedendo un cambio di rotta a diversi marchi, dopo gli esiti di un'indagine dell'associazione ambientalista chiamata Cartellino Rosso. L'analisi effettuata presso laboratori indipendenti per rilevare sostanze chimiche, presenti in 33 diversi tipi di merchandising della Coppa del Mondo 2014 a marchio Adidas, Nike e Puma, ne aveva infatti rintracciato la presenza con tassi oltre i limiti consentiti.

Il nuovo piano prevede un preciso calendario di dismissione di tutti composti perfluorurati (PCF) entro il 2017 per il 99% dei capi e il raggiungimento della totale eliminazione entro il 2020.
I PFC sono utilizzati da decenni in molti prodotti di consumo, tra cui imballaggi alimentari, rivestimenti antiaderenti e tessuti antimacchia per capi di abbigliamento e calzature. Sfortunatamente, questi composti chimici permangono nell'ambiente per lunghi periodi di tempo e si accumulano negli organismi viventi. E' stato dimostrato da numerosi studi che i PFC presentano rischi potenziali per la salute umana poiché interferiscono con il sistema immunitario, quello riproduttivo e la tiroide.

Un ulteriore impegno del piano di Adidas è il raggiungimento della trasparenza della propria filiera produttiva globale per almeno l' 80% entro il 2020. Il primo paese coinvolto nel progetto sarà la Cina, dove l'industria tessile rappresenta uno dei settori industriali più inquinanti.
Il 99% dei fornitori cinesi di Adidas dovrà rendere noti i dati di come avvengono i processi che prevedono l'utilizzo di acqua, entro la fine del 2014. Tali dati verranno pubblicati su piattaforme pubbliche come la China Water Pollution MapChina Air Pollution Map dell' Istituto per gli Affari Pubblici e Ambientali (IPE) cinese. 
Il 50% dei fornitori globali di Adidas dovrà, invece, rendere noti gli stessi processi produttivi, denominati “wet processes”, entro fine 2015; successivamente, entro e non oltre il 1 Luglio 2016, si arriverà all'80% dei fornitori.

"L'annuncio odierno di Adidas è un passo avanti verso il futuro toxic-free di cui abbiamo bisogno. E' una vittoria per i clienti Adidas, per le comunità locali e loro future generazioni, costrette a convivere con l'inquinamento delle acque. I marchi globali come Adidas hanno il potere e la responsabilità di aiutarci a dare un calcio a queste sostanze chimiche pericolose per sempre.", ha commentato Manfred Santen di Greenpeace Germania.

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Filati del futuro da plastica riciclata (giugno '14)

raw oceanFibre nate da oggetti e materiali recuperati dagli oceani per produrre linee d’abbigliamento. I casi di Pharrell Williams e Ondine de La Feld con Wave O

Sempre più aziende, anche nel campo della moda, stanno ripensando i loro cicli produttivi secondo modelli di economia circolare che non contemplano la produzione di rifiuti e scarti. Ciò risulta possibile o con la prevenzione - che esclude questo effetto negativo collaterale già nella fase progettuale -, oppure dando loro una destinazione come materia prima per nuovi cicli produttivi.
I vantaggi dell’economia circolare, rispetto al modello attuale di economia lineare, sono incommensurabili. Anche escludendo i vantaggi ambientali (nonostante l’alto valore economico intrinseco), i ritorni economici positivi lungo l’intera filiera di produzione sono innegabili quando si riduce drasticamente il consumo di materie prime, la produzione di rifiuti e inquinamento, il consumo idrico e le emissioni di gas serra. Non si tratta di sole dichiarazioni d’intenti o di utopie valide unicamente sulla carta. Lo provano recenti esperienze internazionali di successo: quelle di Pharrell Williams e Ondine de La Feld. Vediamole più in dettaglio.
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Pharrell: cool and happy
Adidas è l’ultimo brand dell’abbigliamento che ha annunciato l’avvio di una partnership con l’eclettico Pharrell Williams cantante, musicista, produttore discografico, imprenditore e stilista di moda. In quest’ultima veste, la popstar vincitrice di tre Grammy Awards, disegnerà, appunto, la collezione Adidas Originals x Pharrell Williams con i primi capi in uscita per l’estate 2014.
È la puntata più recente di una storia iniziata cinque anni fa, nel 2009, quando Pharrell entra nell’azienda Recovery Textiles LLC di New York, fondata nel 2003 da due ex compagni di liceo -Tyson Toussant e Tim Coombs- e partita con la produzione di equipaggiamento sportivo outdoor ad alta tecnologia. Pur non avendo entrambi alle spalle studi tecnici, la passione per la vita nella natura li spinge alla ricerca di processi e materiali più sostenibili per la produzione di tessuti. D delle Dalla desolante evidenza delle enormi quantità di rifiuti di plastica abbandonati nell’ambiente nacque l’idea di sviluppare un filato realizzato con bottiglie di plastica recuperate negli oceani.
Il progetto decolla quando entrano in gioco le capacità e la notorietà di Pharrel che si adopera per lanciare il progetto “Vortex project”, mirato prima a sensibilizzare e poi a prospettare una soluzione per le tonnellate di plastica che si accumulano nei principali vortici oceanici.
Il Vortex Project si rivolge ai brand della moda con la proposta di utilizzare il filato innovativo Bionic® yarn che contiene una percentuale del 40-60% ricavata dal riciclo dei detriti marini. Le bottiglie e altri contenitori vengono triturati, fusi e dopo aver subito un processo di estrusione vengono trasformati in filato. Bionic® yarn è disponibile in due versioni: DPX® e HLX®.
La possibilità di abbinamento di fibre diverse permette di creare filati versatili con caratteristiche adatte alle più diverse applicazioni: da tessuti per arredamento e abbigliamento, a zaini, borse calzature, ecc. Grazie al contributo di Pharrell sia come direttore creativo dell’azienda sia nella veste di designer per i marchi della moda, il marchio Bionic® è riuscito a conquistare clienti importanti come Moncler, Timberland, Gap e G-Star, la cui linea di jeans sarà realizzata con il filato Bionic® e lanciata, si prevede, il prossimo agosto. G-Star ha in programma di estendere l’uso di Bionic® anche ad altre linee già esistenti.

I wear recycled Fabric
raw oceanAnche la collezione “Be More Eco” di Wave-O, una linea di eco-fashion creata nel 2010 dall’archi-stilista Ondine de La Feld, punta sul riutilizzo della plastica. Le T-shirt della collezione femminile per l’autunno-inverno 2014-15 sono infatti parzialmente realizzate in Econyl® una fibra rigenerata, inwave o polimero di nylon 6 sviluppata dal gruppo trentino Aquafil. Grazie a questo progetto, trovano una seconda vita reti da pesca abbandonate in mare, fluff di tappeti, moquette e tessuti rigidi, ma anche rifiuti preconsumo come sfridi di lavorazione e oligomeri generati dal ciclo produttivo del nylon 6. Le magliette “Be More Eco” hanno una parte anteriore in Econyl® arricchita da decorazioni e messaggi eco che richiamano le caratteristiche del materiale come: “Be Cool Be Eco”, “Plastic Love”, “I Wear Recycled Fabric”.
Inoltre, lo scorso anno, Aquafil ha lanciato con ECNC Land & Sea Group e Star Sock l’iniziativa “Healthy Seas, a journey from waste to wear”, che ha il duplice scopo di ripulire i mari dai rifiuti e di recuperare materiali -come il nylon delle reti da pesca- che possono diventare materia prima/seconda per il tessile. Le applicazioni sono infinite: dai tappeti ai più diversi capi di abbigliamento come calzini (Star Sock), sportivo, intimo, ecc.

Articolo a cura della nostra redazione apparso sul nr. 9 di GdoWeek del 19 maggio 2014

Con "Make it Take it" chi inquina paghi il conto, anche per gli imballaggi (maggio '14)

make it take itIl 30 di aprile, pochi giorni dopo la pubblicazione del nostro post "Una tabella di marcia per gli obiettivi di prevenzione e riciclo in ogni azienda"(vedi sotto), in cui vi raccontavamo dell'iniziativa di As you Sow mirata all'imballaggio di Capri Sun è partita una nuova “offensiva” più allargata molto più difficile da dribblare. Si tratta della campagna Make it Take it - Packaging waste meet your maker.
Al gruppo Kraft Foods licenziatario per la produzione e commercializzazione del succo per il Nord America di propietà della tedesca WILD viene contestato il contenitore non riciclabile- in gergo tecnico stand up poach -, un tipo di imballaggio formato in genere da più strati di materiali diversi (anche sei o sette con varie funzioni tra alluminio, plastiche e carta).
In realtà questa bevanda è nata in Germania ed è stata introdotta nel Nord America solamente nel 1981. Capri Sun, una bevanda di frutta destinata ai ragazzi con la sua caratteristica una bustina con cannuccia, fu infatti inventata da già nel 1969 da Rudolf Wild dell'omonimo gruppo tedesco. Dopo il lancio in Germania la bevanda, diventata ben presto popolare venne poi introdotta nei principali mercati esteri. Oggi è uno dei marchi internazionali più diffusi di frutta da bere. Viene prodotta in 17 paesi e commercializzata in oltre 100 nazioni con una quota di valore stimata intorno al 3% del mercato mondiale.

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"IBRIDO MOSTRUOSO"
Inevitabile che l'imballaggio del noto marchio sia diventato l'emblema di una tipologia di packaging destinato alla discarica piuttosto che un esempio di eco design. Di pouch ne esistono però di vari tipi e misure per prodotti alimentari e non. Ecco in video l'analisi di pochi minuti che William McDonough ha dedicato a questo imballaggio durante una presentazione del suo ultimo libro Upcycle, il seguito di Cradle to Cradle.
Purtroppo questa tipologia di packaging, descritto da McDonough come un “ibrido mostruoso” è purtroppo in costante crescita.
Nel claim della campagna "Make it Take" - (Se) lo fai riprenditelo - è racchiuso l'invito ai produttori a mettere in pratica la responsabilità estesa su tutto il ciclo di vita dei prodotti immessi al consumo. La campagna è co-fondata e coordinata da UPSTREAM e ha come partners: 5 Gyres, Clean Water Action, Green America, NRDC ( National Resources Defense Council), Plastic Pollution Coalition, Sierra Club Extended Producer Responsibility Team, Texas Campaign for the Environment, Waterkeeper Alliance e Eureka Recycling. Si tratta di associazioni e enti no profit impegnati nella salvaguardia delle risorse naturali, nella promozione di una gestione virtuosa dei rifiuti e lotta all'inquinamento.
La campagna mira ad informare la pubblica opinione sull'impatto ambientale dei vari di imballaggio in modo che i cittadini possano decidere di esercitare pressione sulle aziende di beni di consumo affinché immettano esclusivamente packaging sostenibile. Allo stesso tempo i cittadino sono invitati a sottoscrivere la petizione che esorta Kraft Foods a riprogettare la confezione utilizzando solo vetro o plastica o alluminio (come le principali marche concorrenti) oppure di assumersi la responsabilità per la raccolta e il riciclo post-consumo.

stand up pouchesI COMMENTI DEI PARTNER DI MAKE IT TAKE IT

Matt Prindiville direttore di Upstream, co-fondatore e coordinatore della campagna
"Le aziende spesso progettano il packaging senza curarsi del fine vita dello stesso. Molti tipi di imballaggio, per lo più di plastica o costituiti da multistrati di materiali diversi sono impossibili da riciclare o compostare" -argomenta Matt Prindiville, " Di conseguenza la maggior parte degli imballaggi finisce per essere sprecata in inceneritori e discariche, oppure va a depositarsi lungo le strade per poi spesso arrivare nei mari danneggiando gli habitat, e mettendo a repentaglio la vita della fauna selvatica terrestre e marina"

Tim Brownell, CEO di Eureka Recycling
"Ogni anno 60.000 tonnellate di imballaggi passano attraverso il nostro Lab Zero -Waste e vediamo con i nostri occhi l'enorme spreco causato da questi imballaggi irrecuperabili. L'unico atto socialmente responsabile che le aziende devono intraprendere è cambiare il design del packaging per creare valore per le comunità".

Daniella Dimitrova Russo, co-fondatore e direttore esecutivo di Plastic Pollution Coalition
"La crescente quantità di imballaggi è un problema che deve essere affrontato congiuntamente dai consumatori e produttori. Siamo ansiosi di vedere la nascita di soluzioni innovative che tengano conto della responsabilità estesa del produttore."

Robin Schneider, direttore esecutivo della Campagna del Texas for the Environment
"In questo momento storico è irresponsabile progettare prodotti per la discarica. E' arrivato per Kraft il tempo di effettuare un cambiamento e di assumersi la responsabilità per quegli imballaggi che sono mal progettati ".

Vai al video DESIGNED TO BE WASTE per approfondire l'argomento.

stand up pouchesL'IMPEGNO DELL'ACV

L'Associazione Comuni Virtuosi, prima con la campagna di sensibilizzazione Porta la Sporta (lanciata nel 2009 contro l'utilizzo USA E GETTA) e poi nel suo naturale proseguimento con l'iniziativa MENO RIFIUTI PIU' BENESSERE del 2012 è impegnata in modo continuativo a dare un contributo affinchè si verifichi una transizione verso un nuovo modello di gestione dei rifiuti come risorse. Tale impegno consiste nell'approcciare le aziende singolarmente o durante occasioni allargate ad altri portatori di interesse, come tavoli di lavoro o convegni centrati sulle tematiche di prevenzione dei rifiuti e/o di utilizzo efficiente delle risorse all'interno di modelli di economia circolare.
Questo perchè è impensabile gestire una transizione di così vasta portata solamente occupandosi di fare la migliore delle raccolte differenziate possibile dei rifiuti urbani, come prevalentemente fatto sino ad oggi. Pertanto senza senza perdere altro tempo (e come risposta alla necessità di rallentare il riscaldamento climatico) la transizione deve partire già nella fase della progettazione industriale e trovare realizzazione in un contesto di sistema dove governo, enti locali, aziende, distribuzione e società agiscano in sintonia rispetto agli obiettivi ambientali. E' ormai assodato che le cause principali della produzione e dell'aumento di rifiuti sono la cattiva progettazione e l'obsolescenza programmata che caratterizzano la maggioranza dei beni immessi al commercio. Il coinvolgimento del mondo industriale rimarrà pertanto il punto fermo nello sviluppo delle nostre prossime iniziative.
Rispetto al flusso degli imballaggi Meno Rifiuti più Benessere chiede al mondo dell'industria e della distribuzione di aderiere a 10 mosse nel rispetto del PNPR (programma nazionale di prevenzione dei rifiuti) che deve essere redatto dalle regioni entro fine anno.

FIRMA LA PETIZIONE!

Una tabella di marcia per gli obiettivi di prevenzione rifiuti e riciclaggio del pack in ogni azienda? (aprile '14)

packSi può e si deve fare, anche e soprattutto nelle aziende leader di mercato. Il caso di Colgate-Palmolive negli Stati Uniti e di Barilla e Gruppo Pedon per l'Italia

La totale riciclabilità dell'imballaggio non è sempre una priorità per le aziende e per i progettisti. Capita, e purtroppo non raramente, di vedere prodotti che da una confezione facilmente riciclabile in monomateriale (vetro, plastica o carta) passano ad un'altra in materiale poliaccoppiato e/o composta da parti non separabili, oppure rivestita da etichette coprenti, o contenente additivi che ne compromettono il riciclaggio. Per questo motivo e per diffondere tra i cittadini consumAttori l'informazione necessaria per fare scelte di consumo consapevoli, che premino le aziende più responsabili sotto l'aspetto socio-ambientale, abbiamo lanciato nel 2012 la campagna Meno rifiuti più Benessere in 10 mosse ( e petizione collegata ) che verrà presto aggiornata con gli ultimi dati ed avvenimenti.
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E' quindi una buona notizia quella pervenuta dalla sede americana della multinazionale Colgate- Palmolive che ha reso recentemente noto l'impegno a rendere completamente riciclabile entro il 2020 il packaging per tre delle sue quattro categorie di prodotto. Il progetto interessa quindi tutti i prodotti per la cura della casa, della persona e degli alimenti per animali. Per quanto concerne la quarta categoria dell'igiene orale, il primo passo è lo sviluppo di un tubetto di dentifricio riciclabile in sostituzione del modello attuale in materiale composito non riciclabile. Caratteristica comune alla maggior parte dei tubetti per dentifricio presenti sugli scaffali.

Altri obiettivi del piano di Colgate Palmolive da perseguire entro il 2020, sono la riduzione o eliminazione del PVC e l'incremento del contenuto medio di materiale riciclato che verrà portato dal 40% al 50 %, sia per il packaging in carta che per quello realizzato nei vari tipi di plastica: PET, HPE, PET, HDPE e PP.

packQuesta decisione si deve per lo più all'opera di convincimento esercitata da As You Sow, una ONG ambientalista americana che dal 2012 invita le aziende leader del retail e dei prodotti di largo consumo all'adozione di politiche incentrate sulla Responsabilità Estesa del Produttore anche per gli imballaggi post consumo. As you Sow ha quantificato in 11,4 miliardi di dollari il valore economico degli imballaggi che invece di essere riciclati sono stati smaltiti negli USA nel 2010 tra discariche e inceneritori.

Tra le aziende multinazionali con cui l'ONG ha instaurato un dialogo costruttivo figurano anche P&G e Unilever. Ben poco feeling pare invece esserci tra As you Sow e il gruppo Kraft Food “colpevole” di aver immesso in commercio miliardi di confezioni "stand-up pouch" di succo a marca Capri Sun. Le stand-up pouch, sono delle buste non riciclabili in materiale laminato, in genere plastica e alluminio, che sono sempre più utilizzate nel settore di alimenti e bevande. Per la facilità d'uso e il poco ingombro in fase di trasporto e stoccaggio, hanno preso il posto di lattine e bottiglie soprattutto per le mono porzioni.
Per capire l'impatto di queste confezioni basta pensare che ne vengono vendute negli USA 1,6 miliardi di pezzi all'anno e solamente per la linea Capri Sun. Si stima che invece la loro produzione globale ammonti a circa 5 miliardi di pezzi. A questo tipo di imballaggio è stato dedicato buona parte del video "DESIGNED TO BE WASTE": Progettati per diventare rifiuto.

Barilla ha sostituito nel 2013 l'incarto delle confezioni di biscotti Mulino Bianco e Pavesi con un poliaccoppiato che può essere riciclato con la carta, raggiungendo così - con un anno di anticipo rispetto alla scadenza indicata nell'ultimo bilancio di sostenibilità- l'obiettivo del 98% di riciclabilità per il totale degli imballaggi utilizzati.

L'IMBALLAGGIO? "GREEN" E DISTINTIVO

Un esempio a cui tendere, anche per le piccole medie imprese, sia per la scelta sulla riciclabilità totale del packaging, che per la prevenzione del rifiuto da imballaggio all'interno del ciclo di lavorazione e produzione è il Gruppo Pedon, una nostra scoperta recente. Con una modifica sull'operatività e logistica è stato eliminato il confezionameno in sacchi di plastica da 25 o 50 kg delle materie prime in entrata. Con l'avvenuta installazione di 58 silos ecosostenibili, le materie prime possono essere ricevute Pedoncampagnaeticasfuse e stoccate direttamente nei silos. I benefici sono quantificabili in un risparmio annuale di circa 37 tonnellate di plastica e nella mancata emissione di 80 tonnellate di anidride carbonica nell’ambiente.

"I consumatori negli ultimi anni sono sempre più attenti ai contenuti green e, secondo le ultime ricerche, reputano l'impatto ambientale del prodotto come uno dei fattori di scelta nel processo di acquisto, nonché indice di innovazione di un prodotto. Per questo motivo è fondamentale che il pack sia caratterizzato da imballi sempre più eco-compatibili, in linea con le esigenze della GDO e le preferenze dei consumatori", questo è quanto afferma Luca Zocca - Marketing Manager del Gruppo Pedon - durante il Convegno svoltosi a Vimercate (MB) dedicato agli operatori del settore e incentrato sulle novità legate alla stampa dell'imballaggio alimentare.
Nel corso del suo intervento "Il packaging alimentare tra marketing e sostenibilità", Zocca ha spiegato come l'imballaggio debba saper essere, oltre che leva di marketing, elemento distintivo e di forza del prodotto in linea con le nuove esigenze di eco-sostenibilità.

"Per quanto riguarda il packaging siamo attenti ai costi, ma dobbiamo necessariamente coniugare esigenze di qualità e sicurezza con la facilità d'uso e quando studiamo un prodotto innovativo non lesiniamo sul pack, perché ne perderebbe di appeal e ne sminuirebbe il contenuto" – prosegue Zocca – "In tema di eco-sostenibilità, utilizziamo per alcune linee di prodotto carta certificata FSC e imballi totalmente riciclabili. Ricordiamo che l'impatto ambientale, associato ad altri aspetti etici, sono importanti driver di scelta e di acquisto del prodotto a scaffale. A questo aggiungo che è necessario un costante dialogo tra tutti gli attori della filiera per sviluppare nuove soluzioni e portare innovazione di prodotto".

Fonte delle dichiazioni in virgolettato: Italiafruit.net

Se tutte le aziende avessero una politica sul packaging come il gruppo Pedon alcune tra le 10 mosse della nostra iniziativa Meno Rifiuti più Benessere potrebbero essere considerate superflue ma purtroppo così non è.

L'utilizzo della plastica nella produzione di imballaggi è destinato a salire, come si legge in un recente articolo di Polimerica.it che presenta uno studio sul mercato europeo della società di consulenza Ceresana. E' ipotizzabile quindi che, in assenza di contromisure per arginare il fenomeno sin dalla fase di progettazione (con una modulazione del contributo ambientale in funzione della riciclabilità) possa aumentare di conseguenza l'utilizzo di contenitori difficilmente riciclabili che in genere finiscono nel gruppo delle plastiche miste ( imballaggi flessibili, sacchetti, vaschette, polistirolo, etc.), con destinazione incenerimento.

Gli operatori del settore della selezione e riciclo degli imballaggi di plastica rilevano negli ultimi anni un'inversione di tendenza nella tipologia delle plastiche che arrivano dalle raccolte differenziate. Se in passato le plastiche rigide, costituite da bottiglie e contenitori in PET e HDPE, rappresentavano la maggioranza degli imballaggi raccolti, con percentuali intorno al 60%, è ora il gruppo delle plastiche miste ad essere presente in misura maggiore.

Questa realtà trova anche riscontro nei dati preliminari su raccolta, recupero e riciclo di imballaggi in plastica nel 2013 resi noti da Corepla che vedono un aumento modesto della percentuale di riciclo sull’immesso al consumo al 37,2% (+1,1%) e una forte crescita del volume degli imballaggi in plastica avviati a recupero energetico (+9,8%), arrivati a 773mila tonnellate. La percentuale di recupero energetico ( incenerimento) sull’immesso al consumo di imballaggi di plastica è infatti salita dal 34,3% al 37,8% (+3,5%) superando, seppur di poco, 0,6%, la percentuale del 37,2% di imballaggi riciclati.

Per poter raggiungere l'obiettivo europeo di riciclo di materia pari al 50% della plastica immessa al consumo entro il 2020, andrebbero intraprese sia sul fronte aziendale che legislativo alcune azioni improcrastinabili su cui torneremo prossimamente, che facciano tesoro delle indicazioni che arrivano dai riciclatori europei e dalle migliori esperienze nazionali in materia di riciclo delle plastiche miste come Revet Recycling.

UK: la Grande Distribuzione taglia del 25% le emissioni di Co2 al 2020 (febbraio '14)

BRCMeno 25% di emissioni di Co2 entro il 2020 in valore assoluto è il nuovo obiettivo per i gruppi della Grande Distribuzione aderenti all'iniziativa "A Better Retailing Climate" del British Retail Consortium (BRC) lanciata nel 2008 e conclusasi come prima fase a fine 2013. Il termine di paragone è quello del livello di emissioni avvenute nel 2005.
All'iniziativa volontaria del BRC partecipano i maggiori retailers britannici come Tesco, McDonald, Asda, Sainsbury, Marks & Spencer, Waitrose e Co-op che confermano così di voler proseguire con l'impegno assunto cinque anni fa di ridurre l'impatto ambientale complessivamente prodotto dalle loro attività. Così come avvenuto nella prima fase dell'iniziativa verranno fissati degli obiettivi di riduzione degli impatti relativi a 5 aree di intervento che sono state identificate tra rifiuti, trasporti, refrigerazione, uso delle risorse negli edifici e relative emissioni di Co2.
Il nuovo Rapporto A Better Retailing Climate: Driving Resource Efficiency , presentato da BRC lo scorso 29 gennaio nella House of Commons, riporta i risultati ottenuti e delinea i nuovi obiettivi che caratterizzano questa seconda fase di impegno verso una maggiore sostenibilità ambientale dei gruppi.
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I risultati conseguiti dai retailers nella prima fase dell'iniziativa hanno documentato non solamente il raggiungimento degli obiettivi di riduzione previsti per fine 2013 nelle diverse aree, (sempre basati sui livelli di consumo del 2005) ma un superamento degli stessi.
Le insegne hanno infatti ridotto le emissioni di Co2 dovute dagli edifici del 30% ( + 5% rispetto all'obiettivo del 25%), le emissioni di gas refrigeranti del 55% ( + 5% rispetto all'obiettivo del 50% ) mentre le emissioni relative ai trasporti sono state ridotte del 29% (+14% rispetto all'obiettivo del 15%). I rifiuti conferiti in discarica sono invece scesi dal 47% del 2005 al 6% del 2013, superando l'obiettivo del 15%.

In occasione della presentazione del rapporto, sia il direttore generale di BRC Helen Dickinson, che il Segretario di Stato per il Ministero dell'Ambiente, Owen Paterson, si sono dichiarati estremamente soddisfatti dei risultati ottenuti e dell'impegno, passato e futuro, dimostrato dai retailers.

BRC

Ecco nel dettaglio i nuovi obiettivi di riduzione al 2020 contenuti nel nuovo report che, complessivamente, dovrebbero permettere il raggiungimento del target globale di riduzione delle emissioni di Co2 del 25% :

  • Efficienza energetica degli edifici: taglio del 50% delle emissioni legate al consumo energetico tenendo conto di possibili nuove aperture di sedi rispetto alla situazione del 2005.
  • Refrigerazione: riduzione dell'80% delle emissioni di gas refrigeranti entro il 2020 in relazione ai volumi occupati dagli impianti. Entro il 2015 verranno sostituiti i gas refrigeranti fluorurati, HFC o F-Gas, in linea con le indicazioni del Consumer Goods Forum.
  • Trasporti: riduzione del 45% delle emissioni di Co2 relative alle consegne ai negozi sempre riferite ai valori del 2005.
  • Rifiuti: ulteriore riduzione rispetto alla percentuale di conferimento in discarica del 2013 pari al 6% dei rifiuti totali prodotti. L'obiettivo è di non superare l'1% (dei rifiuti prodotti) come conferimento in discarica.

Spreco alimentare

Altre aree di intervento sulle quali i Retailers hanno lavorato e proseguiranno le attività sono state quelle relative al consumo di acqua e alla riduzione dello spreco alimentare che coinvolgono sia la filiera di approvvigionamento dei gruppi che i clienti.
Poiché diversi studi hanno dimostrato come una percentuale importante di alimenti venga buttata proprio nelle case, in Gran Bretagna ( quantificato in £700 il valore del cibo buttato all'anno per famiglia) così come in Italia, i gruppi sensibilizzeranno i clienti su come sia possibile ridurre lo spreco alimentare suggerendo alcune azioni di prevenzione possibili sia in fase di acquisto che nelle case.
La maggioranza dei retailers partecipanti all'iniziativa già fornisce singolarmente i dati sulla propria produzione di rifiuti al programma governativo britannico WRAP, Waste & Resource Action Programme. Il nuovo accordo prevede che il BRC fornisca a WRAP i dati complessivi del settore elaborando i dati parziali che gli verranno forniti dai gruppi.
Se si considera che Tesco ha quantificato in ben 28.500 le tonnellate di solo rifiuto alimentare prodotte dai suoi punti vendita e centri distributivi in sei mesi, si capisce quanto siano importanti i numeri dello spreco alimentare sui quali si debba lavorare.
Un'analisi effettuata lo scorso anno da Tesco per misurare lo spreco che avviene lungo il ciclo di vita di 25 dei prodotti più venduti a marca propria ha portato il retailer a prendere alcune misure specifiche.
Tra queste il non mettere più più in offerta la propria marca di insalata in busta dopo aver scoperto che il 68% dei pezzi venduti finiva nella spazzatura. Dall'analisi che ha permesso a Tesco di tracciare i prodotti “dal campo alla forchetta”, derivata da una metodologia chiamata “From farm to fork methodology”, sono risultati altri dati relativi allo spreco che richiedono misure di contenimento.
Secondo lo stesso studio di Tesco finisce nel cestino dell'immondizia, in qualche fase del percorso, anche il 47% dei prodotti da forno, il 40% delle mele, il 24% dell'uva e il 20% delle banane.

Come già rilevato in precedenti post non esistono ancora nel nostro paese progetti di lungo termine, piuttosto che cabine di regia, a cura ministero all'ambiente, che coordinino e promuovano iniziative come quelle inglesi o francesi, ed è pertanto indispensabile colmare al più presto questa lacuna.
Qualcosa si sta muovendo per quanto riguarda lo spreco di Cibo con il progetto #Pinpas, il Piano Nazionale di prevenzione dello spreco alimentare promosso dal Ministero dell’Ambiente. Coordinatore dalla task force di minambiente è Andrea Segrè, presidente di Last Minute Market.
Lo scorso 5 febbraio la prima Consulta del #Pinpas ha riunito, per la prima volta, tutti i protagonisti della filiera agroalimentare italiana, dalle aziende alle associazioni di produttori e consumatori, dalla Confindustria alla Confcommercio, dalla Caritas ad Acli, per mettere a punto il piano di prevenzione da presentare il prossimo novembre a Ecomondo.

E' olandese il padre della gerarchia di gestione dei rifiuti (gennaio '14)

scala di Lansink Compie ottanta anni quest'anno l'olandese Ad Lansink, un tempo professore e parlamentare, che nel '79 ha lanciato la gerarchia di gestione dei rifiuti. E' difficile che lo si conosca al di fuori del suo paese natale.
Eppure, quasi tutti coloro che bazzicano nel settore dei rifiuti si sono imbattuti nel suo lavoro che ha contribuito a plasmare lo sviluppo delle politiche di gestione dei rifiuti per oltre 30 anni in Europa e non solo.

La "scala di Lansink" : uno strumento per pensare i rifiuti
Lansink definisce un ordine preferenziale nella gestione dei rifiuti che vede al primo posto l'opzione più rispettosa per l'ambiente e all'ultimo posto la più dannosa. Concretamente la produzione di rifiuti va evitata attraverso tutte le possibili azioni di prevenzione.
Quanto va necessariamente prodotto tra beni durevoli o imballaggi deve poter essere riutilizzato e riciclato a fine ciclo di vita. L'incenerimento con recupero di energia e lo smaltimento in discarica sono le opzioni da evitare e ridurre il più possibile.
L'aspetto più interessante dell'intuizione di Lansink è il fatto che non si sia basata su strumenti di valutazione scientifica -come l'analisi del ciclo di vita delle varie opzioni- ma che sia frutto di una visione lungimirante e quanto mai di attualità che mette al centro la scarsità di risorse dovuta ai limiti fisici del pianeta che impone un loro uso efficiente.
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La caratteristica della gerarchia dei rifiuti è la sua semplicità. Da pedagogo Lansink deve sicuramente aver avuto ben chiara l'importanza di presentare le idee in un formato semplice e facile da ricordare . La scala è stata utile nell'influenzare un pubblico ben più vasto di quello dei decisori politici primi destinatari del messaggio.

Biografia
Gerhardus Wilhelmus Adrianus Josephus( 'Ad ') Lansink nasce ad Arnhem una grande città olandese sulle rive del fiume Nederrijn. Laureatosi in matematica e scienze all'Università di Utrecht , diventa poi docente di chimica e biochimica presso l'Università della città di Nijmegen dove stabilisce la sua residenza.
Lansink, attivo nel partito cattolico popolare viene prima eletto membro del consiglio comunale di Nijmegen nel 1970 per poi approdare in parlamento nel 1977 dove inizia ad occuparsi di energia e ambiente .

Nel 1979 presenta in parlamento una mozione con oggetto quella che sarebbe diventata nota come ' La scala di Lansink ' : una presentazione schematica dell'ordine di preferenza applicabile alla gestione dei rifiuti.
La mozione viene approvata e la scaletta diventa uno strumento fondamentale nella definizione della politica dei rifiuti olandese, fiamminga e successivamente della comunità europea.
In anni più recenti è stato uno degli oppositori del progetto della linea ferroviaria Betuweroute (il progetto d'infrastruttura olandese più costoso nella storia della nazione ) ed è stato per un certo tempo il presidente della commissione Ambiente della Federazione Gederland.

Tratto dal sito Isonomia.co.uk

Nike sposa ColorDry per una tintura più sostenibile (dicembre '13)

colorDryNike, leader mondiale nel settore dell'abbigliamento sportivo occupa una posizione altrettanto di primo piano come impegno speso in ricerca e innovazione per una produzione del tessile più sostenibile.
Una sfida di grande portata che richiede competenze tecniche di altissimo livello per un gruppo che possiede una catena di approvvigionamento in 50 paesi, conta oltre 800 centri produttivi e centinai di fornitori di prodotti tessili. Nike l'ha affrontata con un approccio di sistema allacciando partnership tecniche strategiche e sviluppando strumenti di lavoro messi poi in condivisione con la sua filiera produttiva e non solo come vedremo.
Nike è stato nel 2011 parte integrante di un gruppo di aziende dell'abbigliamento che ha dato vita negli USA ad un gruppo di lavoro chiamato Sustainable Apparel Coalition (SAC) che conta attualmente oltre 100 aderenti tra produttori e distributori di abbigliamento, associazioni ambientaliste e ONG.
La coalizione è nata con l'obiettivo di ridurre gli impatti ambientali e sociali dei prodotti di abbigliamento e calzature vendute in tutto il mondo attraverso un approccio collaborativo. La prima azione è stata il lancio un'applicazione per misurare le performances ambientali dei prodotti: The Higg Index, che aiuta le aziende a standarizzare/riorganizzare i metodi interni di valutazione dei prodotti lungo tutto il ciclo di vita. Allo stesso tempo l'Index, ora in versione 2.0, funziona come uno strumento di autovalutazione che, attraverso l'identificazione dei punti deboli dei processi produttivi dal punto di vista della sostenibilità ambientale, offre l'opportunità di apportare miglioramenti mirati.
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Nel marzo del 2013 Nike, sull'esempio di aziende come Patagonia e Northface, ha siglato un accordo di partnership strategica con Bluesign Technologies allo scopo di ridurre l'impatto ambientale lungo tutta la sua supply chain. Questa collaborazione ha infatti permesso alla sua filiera di prevenire le cause di inquinamento ambientale dei processi produttivi e ridurre il consumo di risorse con una diversa progettazione dei capi. Ne abbiamo già parlato in questo articolo.
Nel mese di luglio 2013 Nike ha lanciato MAKING, uno strumento a disposizione dei designers di tutto il mondo. Accedendo a questa applicazione i progettisti vengono supportati nella creazione di abbigliamento a basso impatto. L'app permette di prendere decisioni informate sui migliori materiali da impiegare potendone comparare gli impatti ambientali sulla base di quattro indicatori: consumo di acqua, energia, impiego di sostanze chimiche e produzione di rifiuti.

COLORDRY

La ricerca verso sistemi di colorazione dei tessuti meno impattanti ha condotto Nike ad acquisire nel febbraio del 2012 una partecipazione nella startup olandese DyeCoo Textile Systems B.V. A distanza di qualche tempo, nei primi giorni dello scorso ottobre e durante l’ultimo convegno con gli investitori, il Presidente e AD di Nike, Mark Parker aveva preannunciato un'imminente “rivoluzione nella produzione” per l'azienda che è stata recentemente svelata.

Con i primi mesi del 2014 verranno prodotti i primi capi colorati con una tecnologia chiamata ColorDry sviluppata da DyeCoo che sostituisce l'utilizzo di acqua nel processo di colorazione dei tessuti con CO2, riduce il consumo energetico ed elimina la necessità di aggiungere sostanza chimiche.
I vantaggi del nuovo sistema sono notevoli: l'utilizzo di CO2, oltre a garantire un minore consumo energetico da parte dei macchinari e l'impiego di additivi chimici, permette soprattutto di risparmiare le massicce quantità di acqua che sono attualmente necessarie per il processo di tintura dei tessuti.

Si stima infatti che occorrano in media dai 100 ai 150 litri di acqua per tingere un solo chilogrammo di tessuto. Gli analisti del settore hanno preventivato che fino a tutto il 2015 saranno più di 39 milioni all'anno le tonnellate di poliestere che richiederanno una tintura. Con questi numeri non serve una calcolatrice per capire l’enorme impatto che un'adozione allargata di questa tecnologia potrà avere per il settore tessile, sia a livello economico che ambientale.

Un nuovo stabilimento deputato esclusivamente all’utilizzo di ColorDry, è stato appena inaugurato a Taipei in Taiwan da Eric Sprunk, Direttore Operativo di Nike insieme ai Direttori Esecutivi dei partner DyeCoo e Far Eastern New Century Corp FENC Corp., che si occupa materialmente della produzione dei capi griffati con il marchio swoosh.

Eric Sprunk, Direttore Operativo di Nike, è convinto che l’innovazione produttiva possa giocare un ruolo chiave qualora le imprese riconoscano l’importanza di ridurre la dipendenza da risorse non rinnovabili: “Nike innova non solamente nel design dei prodotti, ma anche nel modo in cui sono realizzati. Noi consideriamo sostenibilità e crescita come due aspetti complementari del business e la nostra strategia consiste nel collaborare in modo prioritario con gli stabilimenti che dimostrino il desiderio di investire in pratiche e tecnologie sostenibili. La nostra collaborazione con FENC e DyeCoo, per sviluppare ColorDry, rappresenta una tappa importante nel nostro cammino verso l’innovazione produttiva”, ha affermato Sprunk durante l'inaugurazione.

I primi riscontri sul metodo avuti da FENC sono stati positivi sia sotto l'aspetto dell'efficacia che della qualità dei risultati : “Paragonato ai classici metodi di colorazione, il processo ColorDry riduce del 40% il tempo impiegato per l’operazione e di circa il 60% l’utilizzo energetico. L'impronta ecologica del processo produttivo viene ridotta ad un quarto (-75%). I colori che si ottengono sono i più saturi, intensi e fedeli che abbiamo mai visto”, ha aggiunto Kuenlin Ho, in qualità di Vice Presidente Esecutivo di FENC.

Anche IKEA ha investito in DyeCoo ed entrambe le aziende ci hanno messo in contatto con i rispettivi partner della filiera produttiva. Vediamo enormi possibilità di rimodellare i processi di tintura del settore tessile e delle industrie affini, mentre lavoriamo insieme per estendere l’applicazione della nostra tecnologia anche ad altri tessuti oltre al poliestere”, ha dichiarato Geert Woerlee per DyeCoo.

L'impegno socio-ambientale di Nike e di pochi altri brand dovrebbe essere la norma, e a maggior ragione in un momento come quello attuale dove l'emergenza economica e quella ambientale sono facce di una stessa medaglia, ma purtroppo così non è.

Continua così ad esserci di che occuparsi per le diverse campagne, locali e internazionali, che “prendono di mira” i maggiori brand della moda con richieste precise: dalla campagna Detox-Panni Sporchi di Greenpeace alla campagna europea Clean Clothes Campaign.

Il Governo svedese affida alle aziende statali il compito di guidare il settore verso la sostenibilità (dicembre '13)

sveziaCon questo primo resoconto sulla Svezia, iniziamo a proporre articoli apparsi su media internazionali che riportano casi di "approcci virtuosi" alla sostenibilità socio-ambientale da parte di governi locali e nazionali.

Il governo svedese è tra i più grandi datori di lavoro della nazione. Esso controlla oltre 50 società e detiene rilevanti quote di partecipazione in aziende importanti come la società elettrica Vattenfall , la società di telecomunicazioni TeliaSonera , Scandinavian Airlines e LKAB, azienda produttrice di minerale di ferro .
La Svezia è stata il primo paese al mondo ad imporre alle società controllate dallo stato nel 2007 di rendicontare sulle proprie attività socio ambientali secondo le linee guida del Global Reporting Initiative ( GRI ) . Ora il governo " alza l'asticella" chiedendo alle stesse aziende di mettere la sostenibilità al centro dell'attività aziendale.
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"Le aziende che sono interamente o parzialmente proprietà dello Stato sono tenute a dare l'esempio", dichiara Peter Norman , ministro svedese per i mercati finanziari, " il prossimo passo del governo consisterà nel coinvolgere ogni società a formulare i propri obiettivi di sostenibilità. Gli obiettivi saranno diversi ma le azioni in programma all'interno delle attività aziendali dovranno essere concrete e rilevanti."
L'iniziativa richiede che tutte le 54 imprese che rientrano nell'ambito dell'influenza governativa fissino obiettivi misurabili di sostenibilità a seconda dei diversi modelli industriali e commerciali . È importante sottolineare che questi devono essere definiti dai Consigli di Amministrazione. A partire dal secondo trimestre del 2014 , ciascuna azienda deve riportare i propri obiettivi al governo e fornire annualmente aggiornamenti sui progressi ottenuti. Amministratori delegati e presidenti sono tenuti a presentare i propri report alla riunione annuale con il Ministro dei Mercati Finanziari Peter Norman incaricato di seguirne gli sviluppi.
Il ragionamento, secondo Norman, è semplice. " Come proprietari , vediamo un evidente legame tra pratiche di business sostenibili e la creazione di valore" - Norman ha dichiarato nel suo discorso di lancio nel maggio 2012 - "per sopravvivere e garantire una forte crescita del valore a lungo termine , le aziende devono quindi dare la priorità agli aspetti della sostenibilità."
In effetti, nel lungo termine , la sostenibilità è un prerequisito per il profitto e il governo, da investitore , interpreta come un suo dovere di fiduciario inserire la sostenibilità nei mandati dei consigli di amministrazione. Le aziende di proprietà pubblica rappresentano un investimento netto di circa 70 miliardi di euro che per la popolazione svedese rappresenta un valore proprietario equivalente a 12.000 corone di partecipazioni pro-capite. I rischi e le opportunità legati alla sostenibilità devono essere pertanto identificati e gestiti per garantire la creazione di valore a lungo termine e stabilità nei rendimenti.
La gestione della sostenibilità e la comunicazione sui risultati possono avere un impatto rilevante sul rischio d'impresa e sul valore per gli azionisti . E' istruttivo vedere la differenza tra le aziende che mettono queste azioni in pratica e quelle che non lo fanno.

Imparare dalle difficoltà

sveziaNegli ultimi anni, il governo svedese ha dovuto affrontare alcune situazioni critiche che sono state determinanti per "imparare" come gestire al meglio le sue aziende e società partecipate.
TeliaSonera, operatore di telecomunicazioni partecipato dai governi svedese e finlandese, è ancora scosso dalle accuse di aver pagato 300 milioni dollari in tangenti ai familiari di Islam Karimov, presidente dell'Uzbekistan per poter sbarcare nel mercato uzbeko della telefonia mobile.
Questa fatto ha avuto ripercussioni enormi sul nome dell'azienda, con conseguenze dirette sul valore delle azioni della società. I grandi fondi comuni di investimento hanno venduto le loro quote della società e clienti importanti, tra cui la città di Stoccolma , hanno deciso di rinegoziare i loro contratti .
Per un governo come quello svedese che ha una visione carbon low, l'azienda statale Vattenfall, uno dei maggiori produttori europei di elettricità e calore, costituisce una vera spina nel fianco. L'azienda è stata oggetto di aspre critiche nel 2009 nei suoi mercati principali in Germania e Svezia a causa di mancanza di trasparenza, cattiva gestione delle sue partecipazioni nel nucleare e per l'ostinata dipendenza dal carbone. Vattenfall che doveva guidare lo sviluppo di un sistema energetico sostenibile, non è stata all'altezza del suo mandato. Nel 2012 , infatti, il 46% di energia elettrica prodotta è stata generata attraverso combustibili fossili.

Ma lo stato svedese ha anche una serie di storie di successo da raccontare. Come il caso di LKAB , uno dei maggiori produttori di minerale di ferro in Europa che, consuma il 1,5% di energia elettrica della Svezia ed emette l'1% delle emissioni di gas a effetto serra del paese. Nella sua ricerca per ridurre l'impatto ambientale, l'azienda ha sviluppato un processo che richiede la metà dell'energia per la produzione di pellet di minerale di ferro utilizzati dai produttori di acciaio in tutto il mondo. Al momento c'è una forte domanda per questo pellet che ha registrato un enorme successo di vendite. La società ha anche abilmente gestito il dialogo con gli stakeholder su alcuni aspetti correlati a scelte aziendali che avrebbero potuto innescare proteste tra la popolazione.
Tornando all'azione governativa, la Svezia ha richiesto in modo efficace alle aziende di integrare la sostenibilità nelle loro attività, di fissare obiettivi che siano anche misurabili e rilevanti per le operazioni di business e ha demandato ai consigli di amministrazioni l'assunzione di responsabilità sulle decisioni prese.
La decisione della Svezia è interessante per due ragioni. La prima è che l'assegnazione di obiettivi e responsabilità precise al consiglio di amministrazione diventa uno strumento di cui possono avvalersi investitori a lungo termine come i fondi pensione, o governi che vedono nella sostenibilità un fattore di miglioramento sia per la gestione del rischio che per la strategia aziendale.
L'approccio svedese rappresenta anche uno strumento politico innovativo per i governi che cercano una leadership sui temi della sostenibilità perché esclude al contempo approcci regolamentativi " tradizionali" che possono essere percepiti negativamente o rifiutati dagli elettori.

Mettere la sostenibilità al centro è il futuro - è la modalità attraverso la quale il settore pubblico può guidare il mercato.

Articolo tratto e tradotto da www.corporateknigts.com di Astrid von Schmeling (One Stone) e Francisca Quinn (Quinn &Partners)

Che consumatore sostenibile sei? (novembre '13)

acquisti verdiSono diverse le indagini di mercato fatte negli ultimi anni per rilevare la maturità dei consumatori verso la sostenibilità ambientale dei prodotti. Il dato comune che emerge in tutti i risultati è che la sensibilità dei consumatori verso l'ecologicità dei prodotti è in crescita.
Tuttavia quella che maggiormente ha messo in luce l'atteggiamento dei consumatori rispetto ai contenuti delle 10 mosse della nostra iniziativa Meno Rifiuti più Benessere, risulta essere l'indagine realizzata dal Dott. Stefano Spillare del Ces.Co.Com (Centro Studi Avanzati sul Consumo e la Comunicazione) dell’Università di Bologna, "Che consumatore sostenibile sei?" per Acquisti VERDI.it.
I rispondenti sono stati gli utenti del sito che rappresentano quel consumatore sempre più attento e particolarmente informato, non facilmente influenzabile da un marketing che, troppo spesso, sconfina nel greenwashing , con il quale dovranno fare i conti le aziende che innoveranno i loro prodotti verso una maggiore sostenibilità.
Abbiamo fatto alcune domande a Stefano Spillare per evere un sintesi sui dati emersi dall'indagine presentata all'edizione 2012 di Ecomondo.
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Quale è il significato soggettivo che viene attribuito al temine "consumo sostenibile"?

Chiedendo agli intervistati il significato soggettivo dato loro al termine “consumo sostenibile”, l'opzione “comprare prodotti ecologici” raggiunge una buona percentuale di risposta (molto=48%; abbastanza=37%). Questo dimostra che, in buona parte, il consumo sostenibile è fatto coincidere proprio con l'acquisto di prodotti ecologici. Può sembrare quasi una tautologia o una banalità, ma in realtà non è assolutamente scontata una coincidenza tra consumo e sostenibilità, come dimostra, d'altronde, l'elevato grado di accordo con l'opzione che fa coincidere il consumo sostenibile col “Ridurre le esigenze di consumo” (molto=50%; abbastanza=31%). In altre parole, la coincidenza tra consumo sostenibile e acquisto di prodotti ecologici mostra che vi è una buona propensione verso l'acquisto anche da parte delle persone sensibili alle tematiche ambientali purché, appunto, si tratti di prodotti ecologici. Non prevale, quindi, una cultura meramente anticonsumistica, bensì si palesa una posizione benevola e proattiva verso i prodotti ecologici, traducibile in un'alta propensione all’acquisto.

alternativaMa che cosa fa di un prodotto un “prodotto ecologico”?

Secondo gli intervistati l'etichettatura non è percepita necessariamente come una garanzia. Infatti, a parziale riconferma della mancanza di fiducia nei marchi ecologici, risulta elevata la predilezione verso il rapporto diretto con il produttore locale, privo di intermediazione. Un rapporto di prima mano che permetta di testare la genuinità dell'offerta ecologica. In generale, infatti, i prodotti ecologici vengono identificati con prodotti che fanno bene. Le categorie merceologiche nelle quali la propensione all'acquisto ecologico è maggiore sono, non per nulla, quelle che hanno più direttamente a che fare con la salute (come il cibo biologico e i prodotti cosmetici o per la pulizia della casa).
Viene anche riconosciuta come caratteristica di ecologicità la lunga vita del prodotto o il fatto che consumi poca energia.

Come viene percepito l'imballaggio nella valutazione complessiva dell'ecologicità del prodotto?

L'imballaggio è percepito come un punto dolente per l'ecologicità del prodotto: infatti, un prodotto che “ha imballaggio molto ridotto o biodegradabile o facilmente riciclabile” è considerato “molto” o “abbastanza” ecologico per ben il 92% dei rispondenti. Addirittura ciò che, a parità di prezzo e qualità, è percepito come maggiormente discriminante nella scelta di acquisto sembra essere proprio l'imballaggio, il quale deve essere “ridotto e/o facilmente differenziabile” (molto=50%; abbastanza=35%).

Quali altre caratteristiche dei prodotti sono rilevanti nel determinare le scelte di acquisto?

In continuità con l'attenzione posta all'imballaggio, risultano percepite come caratteristiche distintive di un prodotto ecologico anche lo sfuso e il vuoto a rendere.
Ma è soprattutto l'attenzione all'intero ciclo di vita del prodotto, in particolare all'impatto ambientale in fase di produzione, a risultare un fattore discriminante per le scelte d'acquisto: il 65% dei rispondenti dichiara infatti di essere “molto” influenzato da questo aspetto, seppure, nei fatti, ciò risulta difficilmente valutabile da parte dei comuni consumatori. Il riconoscimento dell'importanza dell'eco-design dei prodotti, come dell'importanza di rendere maggiormente sostenibile ogni singolo aspetto della supply-chain dell'impresa, testimonia comunque di un consumatore attento e particolarmente informato, non certo in balia di un marketing accattivante ma, troppo spesso, declinante nel greenwashing.
Una cosa interessante è che anche la produzione con materie prime riciclate viene percepita alla stregua degli altri parametri di risparmio (come lo scarso utilizzo di acqua o energia in fase di produzione). Infine, “l'usa e getta” è considerato l'emblema dell'insostenibilità (“non acquistare usa e getta” molto o abbastanza ecologico per ben l'81% dei rispondenti - molto=52%; abbastanza=29%).

Quale è il canale preferito dai consumatori eco-attenti?

In merito ai luoghi e modi del consumo, sembrano essere favorite le modalità che evitano l'intermediazione, privilegiando il contatto diretto con il produttore (bancarelle, farmer market, negozi specializzati, etc.) attraverso il quale si instaura una particolare relazione fiduciaria e autentica. Il canale tuttavia più diffuso e utilizzato rimane quello della GDO. D'altronde, gli acquisti ecologici si concentrano, come abbiamo visto, nell'alimentare, nei prodotti cosmetici e di bellezza e nei prodotti per la pulizia della casa, tutti settori merceologici nei quali la GDO è capillarmente organizzata sul territorio.
In continuità con tale risultanza, ciò che favorirebbe l'acquisto dei prodotti ecologici risulta quindi essere “una rete distributiva più capillare” (51%) e “una maggiore chiarezza sulle caratteristiche ecologiche” (49%), la quale viene a completarsi con la percepita necessità di una “riduzione dei marchi ecologici ad un unico sistema di certificazione più chiaro” (45%).
In generale, quindi, una scarsa reperibilità ed una scarsa qualità dell’informazione (o comunque un'informazione che crea confusione), sembrano tra i caratteri maggiormente critici per una diffusione dei prodotti ecologici.

Lo studio completo si può scaricare a questo link>>

Il consumo dello shopper "usa e getta" dipende dal venditore (ottobre '13)

L'esito di sei mesi di monitoraggio sul consumo di Sfida all'ultima Sporta

Questo in estremissima sintesi l'insegnamento tratto dai sei mesi di monitoraggio sul consumo di sacchetti nei 13 comuni che hanno fatto a gara per ottenere il minore consumo possibile di sacchetti “usa e getta” partecipando alla competizione Sfida all'ultima sporta (novembre 2012- aprile 2013).

E' il proprietario o il direttore del punto vendita a creare, direttamente o indirettamente (con le istruzioni o l'informazione impartite al personale) il livello di consumo.
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La sensibilizzazione ambientale del personale e dei clienti ha dimostrato di avere un suo peso (con risultati variabili a seconda se occasionale o continuativa), ma pare essere soprattutto l'omaggio dei sacchetti usa e getta ad alimentare un'abitudine che la maggior parte dei clienti sarebbe disponibile a cambiare.
Sono stati oltre 180 i punti vendita coinvolti tra supermercati e negozi del piccolo commercio che hanno fornito nei sei mesi i dati delle vendite effettuate con o senza cessione di sacchetto usa e getta. Gli esiti hanno testimoniato una realtà molto diversificata come consumo, anche all'interno di uno stesso comune e di uno stesso genere merceologico.

Negozi del piccolo commercio

Tra i livelli di consumo registrati nei negozi del piccolo commercio si va da una percentuale di vendite effettuate con cessione di shopper inferiore al 5 o 10%, a casi in cui la percentuale di vendite con sacchetto arriva anche oltre all'80%.

consumo shopper negozi

Da un'indagine effettuata per individuare le cause di performance così diverse tra gli esercizi, è risultato che nei negozi dove il sacchetto veniva fornito a pagamento la percentuale di vendite effettuate con cessione di shopper andava da un 5% ad un 30% circa sul totale.

Per contro nei negozi con un alto smercio di sacchetti il sacchetto non veniva solamente omaggiato, ma fornito automaticamente anche senza richiesta da parte del cliente.

Per rendere l'idea di quanto può divergere il consumo da un punto vendita all'altro, anche all'interno di uno stesso gruppo merceologico e stesso Comune, ecco l'eloquente caso studio che ha messo a confronto la performance di tre panifici.

consumo shopper panifici

  • Nel panificio A dove i sacchetti sono a pagamento i clienti hanno preso l'abitudine di portarsi una borsa riutilizzabile da casa o a prendere direttamente in mano il sacchetto del pane.
  • Nel panificio B i sacchetti NON sono a pagamento ma l'addetto alle vendite si è impegnato molto nella comunicazione dell'iniziativa (posizionando la locandina in modo ottimale e spiegando ai clienti la posta in palio). Inoltre come regola nell'esercizio i sacchetti NON vengono forniti automaticamente ma solamente su specifica richiesta del cliente.
  • Nel panificio C i sacchetti NON sono a pagamento, vengono forniti automaticamente anche se non richiesti. Inoltre la comunicazione ai clienti (anche durante l'iniziativa) è stata minimale.

Supermercati

Tra i supermercati, complice l'addebito dello shopper sullo scontrino, è andata decisamente meglio con la metà dei punti vendita che si è piazzata con una percentuale di acquisti “shopper free” compresa tra l'80 e l'88% degli acquisti.

Sono solamente 3 su 19 i punti vendita dove ancora quasi la metà dei clienti si serve dell'usa e getta.

consumo shopper GDO

Nonostante il fatto che il sacchetto usa e getta venga fatto per lo più pagare in tutti i supermercati ci sono alcune variabili che entrano in gioco a determinare il livello di consumo osservate durante i mesi dell'iniziativa (ma rilevabili in qualsiasi pdv).

  1. Leva economica: l'intransigenza nel fare sempre pagare il sacchetto è determinante. Alcuni clienti alle casse chiedono appositamente e sistematicamente uno o più sacchetti quando la cassiera ha già chiuso il conto. A seconda dell'esito saranno portati a ripetere.
  2. Formazione/informazione: rispetto al punto sopra la formazione del personale e la chiarezza delle istruzioni da parte della direzione fa la differenza. C'è un fraintendimento di fondo che si registra nel nostro paese: e cioè che l'essere cortesi verso il cliente significhi regalar loro i sacchetti ( che di fatto è l'opzione più svantaggiosa per l'azienda e l'ambiente). Si è rilevato che sia nei superstore che supermercati di grande superficie una percentuale di sacchetti viene regalata a seguito di quanto descritto nei come punti A e B.
  3. Comunicazione: una comunicazione ben visibile alle casse che mette a confronto il prezzo dei sacchetti usa e getta con quello delle borse riutilizzabili, unita a un posizionamento in verticale -o comunque di maggiore visibilità- per le borse riutilizzabili, si sono rivelate modalità complementari efficaci per una riduzione dei sacchetti monouso.

Scarica il monitoraggio in pdf>>

Saranno il business e le persone che determineranno la velocità della transizione verso un’Europa più verde? (ottobre '13)

prof. freyRecentemente abbiamo pubblicato notizia sugli esiti dello studio Global Compact Paper delle Nazioni Unite che ha intervistato mille Ceo a livello internazionale per avere la misura dell'impegno delle aziende nell'affrontare le sfide della sostenibilità globale.
Nonostante il fatto che le questioni socio-ambientali siano ritenute importanti per il futuro delle loro attività dal 93% dei Ceo, risultano pochi i progressi fatti rispetto al precedente rilevamento avvenuto nel 2010. Oltre due terzi dei Ceo intervistati ammette che le aziende non stiano facendo abbastanza.

Per avere un commento autorevole sullo scenario che è emerso dallo studio abbiamo cercato il Professore Marco Frey che oltre ad essere presidente della Fondazione Global Compact Italia é Professore ordinario di Economia e gestione delle imprese, direttore del gruppo di ricerca sulla sostenibilità (SuM) della Scuola Sant'Anna e Direttore di Ricerca allo IEFE (Istituto di economia e politica dell'energia e dell'ambiente).
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1) Professore quale è il suo commento sugli esiti del GC paper ? Che cosa può spingere i CEO a passare all'azione e superare gli ostacoli interni?

E' evidente che dall'indagine di Accenture emerge che i CEO sentono di trovarsi in una situazione di stallo: largamente consapevoli dell'importanza di valorizzare strategicamente i temi della sostenibilità, ma anche frenati dalla mancanza di un supporto sistematico da parte delle istituzioni. Per qualcuno un importante vincolo è costituito anche dalla limitata spinta ricevuta dai consumatori verso soluzioni più sostenibili.
Eppure se guardiamo all'Europa un recente studio di Eurobarometer ci mostra che i cittadini sono consapevoli che il primo attore che può spingere le imprese ad essere più socialmente responsabili sono loro stessi, con particolare riferimento ai comportamenti di acquisto. Le istituzioni, un tempo al primo posto in questo ruolo di stimolo, sono ora scivolate al terzo posto, precedute anche dai manager che possono spingere le proprie imprese ad innovare nella prospettiva della sostenibilità. Questo accresciuto ruolo dei cittadini/consumatori e dei manager è coerente con quanto recentemente dichiarato da Janez Potočnik, che "Saranno il business e le persone che determineranno la velocità della transizione verso un’Europa più verde". In questa occasione neppure dal Commissario all'ambiente viene citata l'azione dei governi che invece l'industria spesso invoca come priorità.

Per quanto riguarda il superamento degli ostacoli interni, la modalità più efficace è quella di far sì che la sostenibilità sia un driver dell'innovazione di prodotto, di processo e di sistema. Le imprese sulla frontiera dell'innovazione, che guardano ai mercati globali, sono perfettamente consapevoli che l'orientamento alla sostenibilità è un elemento di potenziamento delle loro capacità. Ciò necessariamente richiede una buona dose di proattività per incontrarsi in una logica di partnership con quegli altri attori che saranno a loro volta in movimento.

2) Quanto seriamente verranno presi in Italia gli scenari che l'IPCC prospetta nel Sommario per i Decisori Politici (SPM) per il nostro paese?

Purtroppo in Italia non siamo molto attenti alle segnalazioni che provengono dall'IPCC. In parte forse questo dipende dalla scarsa accoglienza che ormai caratterizza le comunicazioni in materia di riscaldamento globale, in parte necessariamente ripetitive, in parte percepite come lontane nello spazio e nel tempo. Eppure ciò che l'IPCC ci dice ha una grande rilevanza per il nostro futuro: si pensi solo all'inserimento dell'Italia e dei Paesi del Mediterraneo tra le zone in cui nei prossimi decenni si ridurrà la piovosità ed aumenterà la siccità. E' quindi è necessario che nei prossimi mesi ci si impegni per riprendere tutta una serie di elementi presenti non solo nel Sommario per i Decisore Politici, ma anche nella parte di analisi del rapporto.

Design Sistemico per riprogettare il domani (ottobre '13)

Arch. Luigi BistagninoIl momento storico che stiamo vivendo è segnato da una profonda crisi che mina le basi di un sistema sociale ed economico figlio del Positivismo e delle Rivoluzioni Industriali e sviluppatosi secondo un modello di consumo che ha posto al centro il prodotto e soprattutto il profitto. Questa premessa sembra scontata oggi dopo che la comunità internazionale ha maturato e mostrato negli ultimi decenni una significativa presa di coscienza rispetto ai problemi e ai limiti di un modello di sviluppo miope e in disaccordo con le leggi fisiche del nostro pianeta. Sono ormai evidenti gli effetti di questa crisi a livello globale, si susseguono rapporti scientifici sullo stato del pianeta che confermano le ipotesi avanzate dai primi modelli matematici che tentavano di simulare i limiti dello sviluppo.

Non ultimo il Rapporto di Jorgen Randers che a 40 anni dalla pubblicazione dell’ormai celebre Rapporto del MIT sui limiti dello sviluppo estende i calcoli effettuati nel 1972 facendo una previsione non rosea per il 2052. Il presente di oggi ha purtroppo validato le previsioni del primo rapporto che al momento della sua pubblicazione fece molto scalpore e suscitò critiche feroci per via della sua visione pessimistica di un declino economico che sarebbe potuto cominciare entro i primi decenni del ventunesimo secolo.
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Con un approccio più vicino al linguaggio degli economisti e dei politici Sir Nicholas Stern ha evidenziato nel 2006 come i cambiamenti climatici e più in generale la crisi ambientale globale, sarebbe costata da un minimo del  5% del PIL mondiale all’anno ad un massimo del 20%. Invece, per ridurre le emissioni di anidride carbonica nell’atmosfera, sarebbe stato sufficiente investire soltanto l’1% annuo del PIL.

Questi sono solo due esempi che confermano una tendenza, ormai in atto da tempo, di fallimento di un sistema sociale ed economico lineare basato sull'irrazionale prelievo di risorse e sulla conseguente produzione di rifiuti. Non è più il momento di discutere sulle effettive cause di questa crisi, e sull’evidenza degli effetti che sono ormai evidenti, ma è il tempo di prendere coscienza del cambiamento e agire per disegnare un nuovo futuro. La situazione di profonda crisi che sta vivendo oggi il tessuto economico europeo, ma non solo, è evidenza della crisi più profonda dell’intero sistema lineare su cui poggia la nostra società. Per superarla non è pensabile adottare lo stesso approccio e le stesse strategie che hanno contribuito alla creazione di questo sistema e dei problemi che da questo sono stati generati, ma è necessario un profondo ripensamento dei bisogni e delle dinamiche sociali ed economiche attraverso nuove prospettive. In questo scenario la figura del progettista è centrale. Al designer è demandato un evidente impegno etico e culturale per trovare soluzioni sostenibili: ruolo che va oltre la semplice figura di ideatore di nuovi prodotti assumendo una visione più strategica e nel ruolo di esploratore del contemporaneo si fa carico di definire nuovi modelli di consumo.

Si parla quindi di Ecodesign o Design for Environment come discipline per la definizione di nuovi scenari socio culturali per la soddisfazione di bisogni reali. Agli albori, l’approccio del Design for Environment era focalizzato sul massimizzare l’efficienza di un sistema economico produttivo ricco di scarti e di sprechi. E’ nato quindi il concetto di “Lean Production” per limitare i cosiddetti “muda”, arrivando a ipotizzare il famoso fattore 4 o 10 secondo cui l’attuale livello di benessere potrebbe essere sostenuto impiegando un decimo delle risorse attualmente utilizzate. L’approccio all’ecoefficienza ha determinato la nascita di metodologie di analisi per valutare l’impatto ambientale dei processi produttivi (es. LCA) e di conseguenza una serie di guidelines per cercare di mitigare questi impatti. Tuttavia, questo approccio è stato spesso applicato con interventi “end-of-pipe” volti a limitare i danni di un sistema produttivo inefficiente, demandando a nuove tecnologie “verdi” l’onere di mitigare gli impatti, senza focalizzarsi realmente sul cuore del problema. Intervenire sull’efficienza energetica di un elettrodomestico o di un’automobile serve a poco se non si ripensa il sistema di utilizzo per cui questi apparecchi sono stati pensati.

In quest’ottica si sono sviluppati approcci alla sostenibilità il cui obiettivo è quello di ripensare il sistema creando un nuovo stato di equilibrio ispirato ai meccanismi che la natura ha sviluppato in 4 miliardi di anni. Si assiste quindi ad uno spostamento di paradigma che l’architetto statunitense McDonough definisce dall’ecoefficienza all’ecoefficacia con l’ottica di disegnare sistemi in cui non sia più presente il concetto di “rifiuto”, ma nei quali ogni output di un processo diventa input per nuove attività.

Da queste basi nasce la “circular economy” che prevede di valorizzare gli scarti trattandoli come risorse per nuove attività attraverso il riciclo materico e l’ottimizzazione della vita utile dei prodotti contrastando l’obsolescenza programmata figlia di un sistema economico lineare basato sulla necessità di introdurre in continuazione nuovi prodotti sul mercato per mantenere se stesso.

Un approccio ancora più interessante, a nostro avviso, è quello della Blue Economy proposto dalla Fondazione Zeri, che ispiratosi alla scienza della complessità, alla teorie dei sistemi dinamici e ai meccanismi presenti in natura propone un sistema produttivo innovativo assolutamente integrato nella biosfera in grado di generare attività emergenti dagli output dei singoli processi.

Le relazioni output-input, che si creano all’interno di un sistema complesso, rappresentano le fondamenta della metodologia sistemica. Proprio dalla collaborazione tra la Fondazione Zeri e il Politecnico di Torino è nata la metodologia del Design Sistemico sviluppata negli ultimi 20 anni dal Gruppo di Ricerca coordinato dal prof. Arch. Luigi Bistagnino*.

Il Design Sistemico è una metodologia progettuale che può essere applicata a differenti settori produttivi: dall’industria manifatturiera, alle filiere agroalimentari, ai servizi. Questa metodologia è volta a ridurre l’impatto ambientale generando al contempo un notevole flusso economico attraverso l’analisi, la conoscenza e la riprogettazione dei flussi di materia e di energia. Il Design Sistemico ha la capacità di coinvolgere i soggetti di un sistema, generando una rete di relazioni che porta vantaggi al singolo e all'intero sistema. Le singole parti si intrecciano formando una rete tra i flussi di materia, energia e informazione che la rende robusta e capace di assorbire le variazioni impreviste. In questo modo è possibile creare il sistema complesso che annulla il concetto di “rifiuto”. La realizzazione del sistema è solo l’ultimo tassello della metodologia, che si raggiunge solo dopo aver analizzato il contesto e le risorse nascoste del territorio, utili ad innescare nuove relazioni.
Questo approccio progettuale è adottato dal gruppo torinese di ecodesigner che prende il nome di Officine Sistemiche.

Dario Toso - Officine Sistemiche

Officine Sistemiche è formata da un team di ecodesigner torinesi.
Il gruppo, formatosi culturalmente e metodologicamente al dAD - Dipartimento di Architettura e Design del Politecnico di Torino all’interno del Gruppo di Design Sistemico con il quale tuttora collabora, affianca realtà aziendali ed imprenditoriali con l’obiettivo di migliorarne le performance ambientali, economiche e sociali, in accordo con l’approccio del Design Sistemico. La tematica ambientale sempre più urgente per le realtà aziendali necessità di competenze solide e di una visione innovativa e lungimirante per adottare una visione strategica incisiva che sappia andare al di là di azioni di comunicazione spesso al limite del greenwashing. Lo stretto dialogo con il mondo della ricerca consente ad Officine Sistemiche di confrontarsi costantemente con l’innovazione nel settore ambientale sviluppando una visione strategica in tal senso.
Il progetto sviluppati da Officine Sistemiche testimoniano come un design orientato al territorio ed allo sviluppo locale, sia in grado di creare connessioni e legami tra risorse e saperi prima scollegati fra di loro. Infatti, è proprio grazie alla creazione di un sistema, in cui i suoi componenti sono legati tra loro da un reciproco scambio di risorse, che si genera un processo virtuoso sostenibile sia da un punto di vista economico, sociale ed ovviamente ambientale.
Le connessioni che si formano tra i vari nodi si basano su un legame di interdipendenza, che autoregolano il sistema stesso, capace di generare un senso di responsabilità condivisa. In questo scenario, il concetto di prodotto smette di essere un’entità singola, ma diventa espressione di una rete di relazioni.

* Luigi Bistagnino, Design Sistemico. Progettare la sostenibilità produttiva e ambientale, 2ª ed. Slow Food Editore, 2011.

Pochi i progressi sul fronte della sostenibilità aziendale globale (settembre '13)

go greenSecondo i Ceo serve più supporto dai governi per vincere gli ostacoli finanziari e di mercato che rallentano il passo verso una crescita verde

Oltre due terzi dei Ceo intervistati a livello internazionale per il Global Compact Paper delle Nazioni Unite ritiene che le aziende non stiano facendo abbastanza per affrontare le sfide della sostenibilità globale. La maggioranza concorda nel ritenere che più incentivi da parte dei governi potrebbero essere di efficacia per spingere le aziende più recalcitanti all'azione.
Dei 1.000 amministratori delegati intervistati il 93% ha confermato che le questioni ambientali e sociali sono importanti per il futuro della loro attività . Un altro 78% vede le pratiche sostenibili come la strada per la crescita e l' innovazione , mentre il 79% ritiene che una loro applicazione possa rappresentare un vantaggio competitivo nel proprio settore.
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L'84% dei manager, pur ritenendo che le aziende dovrebbero essere all'avanguardia nel perseguimento della sostenibilità socio ambientale, lamenta che non ci sono stati progressi rispetto al rilevamento per il precedente studio avvenuto nel 2010. Oltre la metà indica tra le cause la mancanza di risorse finanziarie, dovuta anche alla crisi economica (per il 40% di loro), e l'ambivalenza riscontrata nei clienti rispetto all'argomento.

Per quasi due terzi degli intervistati la seconda causa che ha impedto un progresso in ordine di importanza si è rivelata l'impossibilità di quantificare con precisione il valore del business della sostenibilità.

E mentre il 52% per cento degli intervistati considera l'interesse degli investitori determinante per l'investimento in pratiche sostenibili solo il 12% considera la pressione degli investitori come go greenun fattore motivante al cambiamento. Inoltre gli amministratori delegati ammettono che le imprese stesse hanno fatto pochi progressi nel convincere i consumatori che la sostenibilità è un " must " . Quasi la metà pensa che per i consumatori la sostenibilità verrà sempre considerata secondaria rispetto a fattori come prezzo, qualità e disponibilità .

Il sondaggio suggerisce che le aziende stanno cercando l'aiuto dei governi per fare avanzare l'agenda della sostenibilità. L'85% si aspetta infatti una politica più chiara sul tema, oltre a segnali positivi provenienti da un mercato che si riveli maturo per un cambiamento.
Un 55% attende l'emanazione di misure urgenti per regolamentare una crescita verde e il 43% punta a ottenere sussidi e incentivi governativi.

Per Peter Lacy, Managing Director di Accenture Sustainability and Strategy Services nella regione Asia-Pacifico , che ha coordinato lo studio, gli amministratori delegati non hanno ancora perso la fede nel ruolo chiave che le aziende possono giocare su questo terreno.
Tuttavia secondo Lacy, per mettere in atto una trasformazione su larga scala, le aziende devono cambiare tattica sia con i loro consumatori che investitori. Invece che tentare di convincere i consumatori circa la sostenibilità dell'offerta devono piuttosto mettere a loro disposizione prodotti e servizi sostenibili a prezzi abbordabili. Agli investitori, invece di mostrare i risparmi realizzati grazie alla sostenibilità, andrebbe fornita prova del valore di business positivo che dalla sostenibilità può venire generato.

Fonte: Greenbusiness.com

Leggi anche Troppe aziende (come tanta politica) ignorano la necessità di uno sviluppo sostenibile>>

L'economia circolare è donna (settembre '13)

Ellen McArthurDa velista che conquistò nel 2005 il record per la circumnavigazione più veloce in solitaria del globo a paladina dell'Economia Circolare. Sempre più aziende internazionali decidono di cimentarsi con il nuovo modello di business che Ellen MacArthur promuove con la stessa tenacia con cui affrontava il mare e sin dalla più tenera età.
Dopo aver dato l'addio al mondo dei professionisti della vela nel 2010 ed essere stata fatta Dama dell'Ordine dell'Impero Britannico dalla regina Elisabetta l'ex velista dà vita all' omonima Fondazione per diffondere i benefici dell'economia circolare, un modello in antitesi all'attuale che tiene conto delle risorse finite del nostro pianeta. Ogni anno raggiungiamo sempre prima l'Overshoot day ossia il giorno dell'anno in cui l’umanità esaurisce il suo budget ecologico annuo secondo il Global Footprint Network, che si occupa di misurare l''impronta ecologica' del pianeta. Dopo il 20 di agosto manterremo il nostro debito ecologico prelevando stock di risorse ed accumulando anidride carbonica in atmosfera.
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Mentre nel modello attuale di economia lineare lineare le risorse vengono impiegate in un percorso unidirezionale dalle fasi di estrazione - produzione - consumo – smaltimento (dalla culla alla tomba ) il modello circolare usa le risorse nel modo più efficiente possibile facendole girare il più a lungo possibile nel ciclo economico attraverso il riuso e il riciclo (dalla culla alla culla). La concezione di rifiuto in questo modello viene eliminata o ridotta al minimo sin dalla fase di progettazione che include quella di approvvigionamento delle materie prime e poi quelle di progettazione dei processi produttivi e dei prodotti imperniate sui concetti di rigenerazione e ripristino delle risorse. In questa prospettiva i prodotti durevoli non dovranno essere soggetti all'obsolescenza programmata ma progettati per durare il più a lungo possibile, inoltre si dovrà andare verso un possesso condiviso di tanti beni con formule simili al leasing e al noleggio.

Tornando alla storia di Ellen McArthur sono 5 le prime aziende che nel 2010 aderiscono alla sua Fondazione: B&Q, BT, Cisco, National Grid ( il gestore di rete britannico) e Renault.
Il primo passo fu quello di commissionare uno studio alla società di consulenza McKinsey per quantificare il valore economico dei materiali che vengono sprecati nella produzione e fine vita dei beni e proporre soluzioni. La fase successiva -in atto- è stata la realizzazione di una piattaforma di intenti CE100 capace di riunire in un'alleanza globale grandi aziende, innovatori ma anche regioni o nazioni. Tra le adesioni più recenti SAB Miller (Peroni, Nastro Azzurro) e il Governo della Scozia.

linear e circular economyIl rapporto Towards a Circular Economy è uscito nel 2012 con il primo volume e nel 2013 con il secondo, entrambi scaricabili gratuitamente dal sito della Fondazione.
Tra i dati più eclatanti rivelati nel primo volume c'è quello della quantità di materie prime che il sistema economico attuale “divora” annualmente. Per ora siamo a 65 miliardi di tonnellate ma, se non verranno prese serie contromisure, si arriverà ad 82 annue nel 2020 con un inevitabile aumento delle quotazioni delle materie prime.
Eppure -sempre secondo il report- se l'industria europea usasse le risorse naturali in maniera più efficiente potrebbe risparmiare fino a circa 630 miliardi di dollari all'anno, che corrisponde a circa un quarto di quanto spende per approvvigionarsi e a 3-4 punti percentuali di Pil.
Nel secondo volume si trovano alcuni esempi di economia circolare possibili nei settori dei prodotti alimentari e bevande, dei prodotti tessili, e dell'imballaggio che rappresentano insieme l'80% del mercato totale dei beni di largo consumo. Il coinvolgimento di questo settore ha un'importanza strategica se si considera che assorbe come valore circa il 60 % della spesa totale dei consumatori, il 35% degli input di materiali nell'economia, il 75% dei rifiuti urbani e assorbe più del 90% della produzione agricola (risorsa a rischio in un futuro non più così distante..).

Ecco un estratto dell'intervista recentemente rilasciata al Financial Times dalla McArthur.

Le sue idee stanno guadagnando appeal tra alcune delle società più importanti del mondo. Ma cos'è l'economia circolare, forse un'estensione del Lean Manifacturing ?
No, se ci si concentra sull'efficienza non si modifica il sistema. L'attuale ciclo produttivo è lineare con risorse naturali che vengono estratte per costruire un prodotto che diventa successivamente un rifiuto. Dobbiamo invece dare origine a flussi globali per i materiali.
Ad esempio, invece di comprare una lavatrice che finisce le sue giornate in una discarica, i consumatori potrebbero noleggiarla e quando si rompe averne un'altra in sostituzione. La lavatrice “defunta” verrebbe ritirata e riprogettata dal produttore e rimessa nel sistema.

Ci sono aziende che lo stanno già facendo ?
In parte lo sta facendo la Renault . Nello stabilimento di Choisy le- Roi vengono rimessi a punto parti di autovetture usati come pompe di iniezione, cambi e turbocompressori. Destinati ad essere montati su altre macchine i pezzi “ristrutturati” costano meno dei ricambi nuovi e sono coperti dalla stessa garanzia Renault. L'utilizzo di queste parti " come nuove" permette un risparmio dell'80% di energia, dell'88 % di acqua e del 92% di sostanze chimiche che sono necessarie quando si parte da zero. In più Renault ci guadagna.

Come è nata l'idea di questo progetto ?
Progettare un giro del mondo è qualcosa di molto complesso. Ma dopo che si è salpati quanto si ha a disposizione è quello che ci si è portati in barca. Trovandosi per lo più a non meno di 2.000 o 2.500 miglia da terra e a cinque giorni da un ospedale bisogna essere autosufficienti. In queste condizioni si sviluppa un'opprimente sensazione di ciò che è finito.

Come ha fatto a realizzare le sue idee ?
Con determinazione – come quella della bambina di 4 anni che sono stata che voleva navigare intorno al mondo. Anche se non avevo idea di come farlo accadere.
L'economia era un argomento completamente nuovo- così ho parlato con esperti del settore per capire come funziona l'economia globale. Mi sono interessata prima di energia e poi al consumo di materie prime, sempre più scarse e costose.

Ellen McArthur è spesso impegnata in progetti di formazione dedicati a studenti e dirigenti. Per i managers c'è la possibilità di partecipare ad uno stage estivo in collaborazione con la Bradford University School of Management del Regno Unito. Un prossimo frutto della collaborazione sarà il lancio, previsto per il prossimo gennaio 2014, di un MBA (master in business and administration) che combinerà le tradizionali aree accademiche di finanza, marketing in un quadro di economia circolare.

L'economia circolare>> spiegata in in meno di due minuti di visione.

Plastica nel Mediterraneo ? Peggio non si può... (settembre '13)

10 cose che puoi fareIl rilevamento compiuto da Goletta Verde di Legambiente e dall' Accademia del Leviatano su 3.000 km di Mar Tirreno per monitorare i rifiuti presenti,  è stata chiaramente pensata come una delle regolari occasioni di sensibilizzazione necessarie per l'opinione pubblica.

La plastica rilevata nel Tirreno era infatti solamente quella che ancora galleggia in superficie. L'inquinamento da plastica di mari ed oceani è tuttavia altamente preoccupante soprattutto per la parte che NON si vede ad occhio nudo.

Trattasi cioè delle quantità incalcolabili di microframmenti in cui si è scomposta tutta la plastica che, a partire dagli anni settanta, è finita in mare. Questi frammenti ora giacciono depositati sui fondali marini, galleggiano su vari livelli di profondità della colonna d'acqua e quando sufficientemente grandi vengono colonizzati e "inglobati" dagli organismi marini.

Una buona parte di essi entra prima o poi nella catena alimentare. I frammenti più microscopici come le microsfere di polietilene , utilizzate nei prodotti dell'industria cosmetica, vengono ingerite dal plancton e/o in sequenza si trasferiscono negli organismi dei piccoli pesci. Da qui,  via via, in quelli di altre creature marine sempre più grandi, sino ad arrivare a noi.

Basta vedere cosa porta una mareggiata sulle spiagge in Liguria come in altre regioni per avere un assaggio dei pezzi di piccola taglia della plastica che popola il Mediterraneo: tappi di plastica, frammenti di polistirolo dove c'è pesca, brandelli di palloncini scoppiati. Il tutto condito dagli onnipresenti mozziconi di sigarette, tossici per l'ambiente terreste e marino. ( quest'ultimo dato di fatto è  sconosciuto per i più, vista la stragrande maggioranza dei fumatori che butta i mozziconi ovunque...). 
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Questa è una delle scomode verità che celano i nostri mari e oceani e che, insieme alle altre malattie croniche che li affliggono, -come già trattato in questo post scritto per La Stampa nel 2011- deve essere affrontata in modo globale urgentemente. La plastica NON deve finire dispersa nell'ambiente punto e basta. Buttata da mani incoscienti e incivili, e poi portata dai corsi d'acqua in mare,  piuttosto che scaricata direttamente dalle navi,  poco importa.

Eppure le soluzioni ci sarebbero. Peccato che la politica nazionale o locale non abbia voglia di occuparsene. Per motivi di varia natura ma soprattutto per mancanza di coraggio o visione dei politici che, come la storia italiana ci dimostra,  non hanno voglia di "cercarsi grane" con le categorie che, a turno, farebbero levate di scudi sentendosi danneggiate. Dall'industria che fabbrica o utilizza gli imballaggi, al piccolo commercio o alla grande distribuzione. Tutti paventerebbero come conseguenza del cambiamento lo spettro della disoccupazione.  Tuttavia proviamo a sognare e ad elencare qualche possibile misura per contrastare l'inquinamento da plastica. Giusto qualcuna: 

1) dare un valore economico alla plastica con la cauzione sul vuoto a rendere per le bevande e altri sistemi che rendano il conferimento differenziato degli imballaggi conveniente ed incentivante per il cittadino.

2) introdurre l'uso di imballaggi riutilizzabili rendendo più conveniente l'acquisto sfuso lungo tutta la filiera dal produttore al consumatore con l'applicazione di un' IVA agevolata inclusa. Modalità che deve entrare in TUTTI I SUPERMERCATI e in tutti i comuni con negozi dedicati al consumo a basso impatto e a chilometri zero.

3) penalizzare l'imballaggio non riciclabile o inutile alla fonte prima che arrivi a scaffale in modo che le aziende vadano verso l'ecodesign.

4) vietare la commercializzazione di acqua in bottiglia su tutte le isole a meno che non si tratti di contenitori in vetro o plastica riutilizzabili e/o coperti da cauzione sul vuoto a rendere. Predisponendo nei bar, negozi e sul territorio possibilità di approvvigionamento di acqua da appositi erogatori capillarmente distribuiti sul territorio.

Tecnologia e approccio di sistema guidano al successo la progettazione sostenibile nell'abbigliamento
(luglio '13)

nike-appSi moltiplicano le iniziative da parte di brand internazionali della moda per rendere il settore maggiormente sostenibile, a partire dalla fase di design e di scelta dei materiali. Assente purtroppo nel nostro paese una cabina di regia che riunisca e coordini tutti gli stakeholders della filiera come avviene all'estero.

Il modello inglese punta sull'azione collettiva coinvolgendo gli stakeholder

E' il programma Waste & Resources Action Plan (WRAP) con il progetto Sustainable Clothing Action Plan (SCAP) a riunire nel Regno Unito industria, governo e terzo settore in un approccio di sistema allo scopo di ridurre l'impatto ambientale del settore dell'abbigliamento migliorandone la sostenibilità in tutto il suo ciclo di vita.
Fanno infatti parte del comitato direttivo di SCAP i marchi più conosciuti, le maggiori insegne del retail, i riciclatori, enti governativi, ONG e associazioni di beneficenza. Il lavoro viene portato avanti da quattro gruppi di lavoro impegnati su vari livelli.
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Secondo il Waste & Resources Action Plan il settore dell'abbigliamento è responsabile del 5 % delle emissioni totali di carbonio e tra il 6 e 8% del consumo di acqua di tutto il settore di produzione di beni e servizi nel Regno Unito. Inoltre l'abbigliamento contribuisce alla produzione di rifiuti con più di 1 milione di tonnellate di materiale di scarto. Questi dati rendono il settore uno dei più impattanti dopo quelli della produzione di alimenti e bevande, del comparto abitativo e dei trasporti.

Per mettere in condizione il settore della moda di misurare la propria impronta ecologica in termini di emissioni di CO2, consumo d'acqua e produzione di rifiuti, WRAP mette a disposizione degli aderenti al programma uno strumento che permette di misurare gli impatti totali delle produzioni incorso.
Sulla base dei dati rilevati dalla misurazione degli impatti attuali i firmatari saranno in grado di fissare quindi gli obiettivi di riduzione per tutte tre le aree entro il 2020 e oltre.
Le aree di azione del programma includono l'utilizzo preferenziale di fibre tessili a basso impatto e lo sviluppo di iniziative volte a : allungare la vita dei capi di abbigliamento, intercettare materiale tessile riciclabile che attualmente viene buttato e fornire maggiori informazioni ai consumatori per metterli in grado di fare scelte consapevoli.

nike-appNegli Usa c'è una Coalizione per la sostenibilità che riunisce i marchi dell'Abbigliamento e delle Calzature

The Sustainable Apparel Coalition, è una coalizione fondata nel 2011 da un gruppo di manager responsabili delle politiche di sostenibilità di aziende del settore dell'abbigliamento e calzaturiero che oggi raggruppa oltre 80 aziende leader del settore della moda, rivenditori, fornitori, organizzazioni non profit e non governative.
La Coalizione ha optato sin dalla sua composizione allargata a più soggetti di adottare un approccio più ampio per arrivare a ridurre l'impatto ambientale e sociale del settore della moda. Obiettivo principale della Coalizione è l'accompagnare le industrie verso la sostenibilità, (vista sia come imperativo che opportunità economica), condividendo uno stesso strumento/approccio di misurazione dell'impatto ambientale di prodotti e produzioni.
Il progetto ha lanciato allo scopo un'applicazione per misurare le performances ambientali dei prodotti: The Higg Index, che aiuta le aziende a standarizzare/riorganizzare i metodi interni di valutazione dei prodotti lungo tutto il ciclo di vita.

Per progettare l'Higg Index si è partiti da due strumenti già disponibili per valutare l'impatto ambientale della produzione, l'Eco Index e “The Nike Environmental Design Tool” sviluppato da Nike.

Con Making di Nike consultazione libera per stilisti e consumatori

Nike ha deciso recentemente di mettere a disposizione il proprio database Materials Sustainability Index (MSI) che racchiude anni di ricerca spesi per individuare le caratteristiche dei tessuti sostenibili.
Gli stilisti tramite un'app chiamata Making possono avere accesso gratuito all'MSI per avere un feedback su quali tessuti si possono meglio prestare per realizzare un determinato capo d'abbigliamento. Il data base originariamente creato per un uso interno potrebbe ora essere consultato anche dai consumatori per vedere le scelte dei materiali che le loro marche di abbigliamento preferite stanno facendo.
Al momento l'app offre valutazioni sull'impatto ambientale per 22 materiali di uso comune per abbigliamento in quattro diverse aree: consumo di acqua, consumo energetico, impiego di sostanze chimiche, e produzione di rifiuti.
In fase di ricerca si possono fare interrogazioni che prendono in considerazione ogni elemento separatamente, oppure in forma aggregata, per avere confronti sulle performance ambientali di materiali alternativi tra loro.
Se uno stilista vuole valutare in quale materiale creare un capo di abbigliamento, un vestito piuttosto che una camicia, Making è in grado di guidare la scelta tra i possibili materiali utilizzabili. Si può venire così informati, ad esempio, che il nylon 6 rappresenta la migliore scelta sotto il profilo della composizione chimica, la canapa dal punto di vista del minor impatto come produzione rifiuti e che il lino o il Lyocell (tessuto ecologico ricavato dalla polpa di legno di eucalipto) sono preferibili quando sia prioritario ridurre invece il consumo d'acqua.
Il cotone ha invece un'impronta idrica molto alta ma nella valutazione comparata conquista il terzo posto come gestione del fine vita e per il potenziale di riciclaggio. Nella valutazione globale di Making il cotone ottiene il punteggio di 25,8 su 50 (più alto è il punteggio, minore è l'impatto che il materiale ha sull'ambiente).

Il vantaggio di una progettazione informata

Making è stata sviluppata con il contributo degli studenti del London College of Fashion's -Center for Sustainable Fashion che hanno testato l'applicazione fornendo il necessario feedback .
"L'applicazione ci ha aiutato a identificare i materiali a basso impatto ambientale per realizzare capi di abbigliamento senza compromettere il processo di progettazione. Questo dimostra che la sostenibilità non va considerata come un limite, ma come una prospettiva stimolante per guardare alla creazione di un prodotto. " ha commentato Alasdair Leighton-Crawford, uno degli studenti del gruppo che ha utilizzato il software per creare una tuta multistrato.

Sul perché sia importante intervenire sin dalla fase di progettazione Nike lo documenta con alcuni dati resi noti sull'impatto del settore, come il dato sulla produzione annuale globale che può arrivare a oltre 400 miliardi di metri quadrati di tessuto- il che significa arrivare nel 2015 ad averne abbastanza per ricoprire lo stato della California.

A spingere i Brand del mondo della moda a prendere provvedimenti verso una maggiore sostenibilità ha contribuito anche la campagna Detox di Greenpeace e le accuse contenute nel suo omonimo rapporto. Ad oggi hanno risposto all'appello lanciato da Detox oltre 15 brand internazionali. Oltre a Nike ci sono Adidas, Puma, H&M, M&S, C&A, Li-Ning, Zara, Mango, Esprit, Levi's, Uniqlo, Benetton, Victoria's Secret, G-Star Raw e Valentino. Latitano invece ancora grandi marchi come Calvin Klein, GAP e Abercrombie&Fitch.

Leggi anche:

A proposito della App "Making">>

L'impegno della GDO all'estero: dall'obiettivo “discarica zero” all'incentivazione di stili di vita sostenibili (giugno '13)

Zero discarica per SainsburyZero discarica per Sainsbury
Sainsbury, una delle insegne leader della GDO inglese ha raggiunto -a distanza di tre anni dall'annuncio- uno degli obiettivi parte del programma 20x20 Sustainability Plan: venti impegni in cinque aree di intervento da realizzare entro il 2020.
L'obiettivo raggiunto, denominato “Positive Waste” consiste in un impegno giornaliero e continuativo di trasformazione di tutti i rifiuti prodotti dall'insegna in risorse al fine di azzerare il conferimento in discarica.

Oltre al riciclaggio dei rifiuti prodotti nei principali materiali da imballaggio sono state messe in atto varie iniziative che focalizzano la prevenzione e la gestione dei rifiuti prodotti da scarti alimentari e del rifiuto organico in generale.
A livello di prevenzione sono già in corso da tempo delle partnership con diverse associazioni di volontariato come FareShare che si occupano di distribuire alimenti invenduti a persone bisognose.
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Gli alimenti non più idonei al consumo umano diventano invece cibo per animali, oppure vengono convertiti in energia attraverso impianti a digestione anaerobica.

Per prevenire lo spreco di cibo che avviene invece nelle case, Sainsbury ha sviluppato iniziative mirate a ridurre lo spreco basate su suggerimenti per le famiglie che spaziano dall'utilizzo di avanzi di cibo ad un ottimale utilizzo del processo di congelamento. Un anno fa l'insegna ha risposto efficacemente ad una delle peggiori stagioni avute dall'agricoltura locale cambiando l'approccio nell'acquisto dell'ortofrutta basato su canoni "estetici". Il risultato è stato che tanti prodotti precendentemente considerati troppo “brutti” per andare sugli scaffali fossero venduti invece che buttati direttamente dalle aziende agricole.

Incentivazione di scelte eco-attente da Whole Foods Market

Make change not wasteWhole Foods Market, un'insegna della Grande Distribuzione americana, entra a far parte del circuito di “Make Change, Not Waste” un'applicazione per l'IPhone lanciata lo scorso anno e recentemente aggiornata.
Anche i clienti di Whole Food Markets che adotteranno azioni sostenibili nella vita di tutti i giorni potranno risparmiare sino 200 $ all'anno.
Coloro che compieranno scelte eco-consapevoli come: spostarsi in bicicletta, riciclare imballaggi e beni, piantare un albero, passare ad una ricezione elettronica delle bollette, usare borse e contenitori riutilizzabili, donare gli abiti a tanto altro ancora, riceveranno in cambio dei buoni spendibili per acquistare prodotti delle marche più gettonate, ma non solo.
Dopo aver conseguito i coupon i destinatari potranno, oltre che utilizzarli interamente, donare una percentuale del loro valore a Whole Planet Foundation, un'organizzazione impegnata ad alleviare le condizioni di povertà delle popolazioni più bisognose- anche attraverso progetti di microcredito- e a livello internazionale. Dal lancio dell'app nel mese di aprile 2012 il 50% del valore dei coupon è stato destinato dagli utenti alla fondazione. Nominata dalla rivista Wired “top lifestyle app” l'applicazione è stata scaricata oltre 5000 volte registrando oltre 300.000 azioni verdi.

Si allarga il fronte delle aziende della cosmetica che dicono no alle microsfere (giugno '13)

no alle microsfereDopo Unilever anche Body Shop e Johnson & Johnson elimineranno presto le microsfere di polietilene utilizzate in alcuni loro prodotti

Un'altra vittoria per il gruppo californiano 5 Gyres che, insieme ad altre associazioni di protezione marina anche europee come Plastic Soup, stava da un un po' di tempo esercitando pressioni su aziende multinazionali del mondo della cosmesi affinché le microsfere di plastica venissero eliminate dai prodotti.
Il colosso Johnson & Johnson dopo Unilever, alla fine del 2012, e Body Shop, all'inizio di quest'anno, ha annunciato pubblicamente di voler avviare il processo di eliminazione delle microsfere utilizzate come agente esfoliante in diversi loro prodotti a marchio come Roc e Neutrogena e di non prevederne l'utilizzo nei nuovi prodotti.
La decisione ha ricevuto il plauso delle associazioni di protezione marina che da tempo evidenziavano il fatto che le microsfere, troppo piccole per essere intercettate dai filtri degli impianti di depurazione, finivano nei corsi d'acqua e nei mari. A causa della loro forma e dimensioni (circa un terzo di millimetro) e del fatto che galleggiano in acqua vengono scambiate per cibo dai pesci. Ne avevamo già parlato in un post qualche tempo fa.


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Secondo una recente dichiarazione della portavoce del gruppo Samatha Lucas alla stampa, Johnson & Johson era da qualche tempo alla ricerca di alternative alle microsfere di plastica e sarebbe già in corso una valutazione ambientale su una promettente alternativa al polietilene.
roc no alle microsfereLe microsfere in polietilene sono entrate negli ultimi dieci anni nel mercato della cosmetica delle grandi marche come alternativa ad esfolianti naturali ottenuti da gusci di noce o noccioli della frutta per ovviare ad alcune controindicazioni riscontrate in casi di pelli sensibili o a rischio di allergie.

Un ulteriore incitamento che ha probabilmente contribuito a far decidere Johnson & Johson è stata la diffusione in anteprima di alcuni dati sull'impatto delle microsfere nell'ambiente lacustre oggetto di uno studio compiuto da 5 Gyres nei Grandi laghi del Nord America che verrà presto pubblicato.

Stiv Wilson, portavoce di 5 Gyres che ha partecipato alla spedizione raccogliendo personalmente i campioni nei diversi laghi la scorsa estate non si aspettava di trovare delle concentrazioni di microsfere così significative come quelle rilevate: 600.000 microsfere per km² nel lago Erie.
"Le microsfere non sono visibili ad occhio nudo nelle acque. Si possono però notare quando si filtra il campione d'acqua con un filtro da caffè. Su 100 millilitri di acqua dei campioni presi 10 millilitri erano mediamente costituiti da microsfere. Il che significa che le microsfere, oltre che nei mari, sono presenti nei corsi d'acqua in grandi quantità” ha dichiarato Stiv Wilson a Plasticnews.

Il prossimo target di 5 Gyres con sede a Cincinnati è Procter & Gamble che per ora non ha voluto fornire alcun commento sulla questione alla stampa.

Torneremo sicuramente sull'argomento. Stay tuned.

Weis Markets crea valore dal rifiuto organico che diventa un prodotto a marchio (maggio '13)

weis compostUn'iniziativa da imitare da parte della GDO nostrana abbinandola a regolari programmi di donazione del cibo invenduto estesi a tutti i punti vendita

Questa volta l'eco news non arriva da una delle solite e note insegne della Grande Distribuzione che spesso fanno parlare di sè per i diversi progetti di riduzione dell'impatto ambientale intrapresi. A livello internazionale come nazionale.
Si tratta infatti di Weis Markets, Inc., un'insegna della Pennsylvania, sconosciuta ai più che opera in cinque stati americani con 164 punti vendita.
Weis Markets è il primo retailer al mondo che sta trasformando il rifiuto organico prodotto da circa un terzo dei suoi punti vendita, in una risorsa commerciale dando vita ad un prodotto a marca propria, un compost certificato di qualità.
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Il compost è prodotto da Biosoils American & Compost ABC a partire dagli scarti dei reparti fiori, ortofrutta e avanzi alimentari vari, provenienti da 30 punti vendita, che diventeranno 50 a settembre.

Il prodotto marchiato Weis Choice Compost ha ottenuto la certificazione dal U.S. Composting Council che lo consiglia per prati erbosi, giardini, siepi e arbusti. Confezionato in sacchi da 10 chili circa viene messo in vendita in tutti i punti vendita a 5 $ dollari.

Weis ha lanciato questo progetto come adesione allo specifico programma dell'EPA per sottrarre i rifiuti organici dalle discariche “Food Recovery Challenge”.

Altre azioni che l'insegna ha in programma sono l'incremento di frequenza nella donazione dei prodotti da forno invenduti - già in corso in tutti i negozi- e l'estensione del programma di donazioni anche ad altre tipologie di alimentari del settore carni e ortofrutta.

Una soluzione di questo tipo per il proprio rifiuto organico portata avanti dalla Grande Distribuzione nostrana farebbe felici i “Mille sindaci a spreco zero” il movimento promosso da Andrea Segrè e Last Minute Market nel 2012. Affiancata da puntuali iniziative di donazione del cibo invenduto sul modello di Last Minute Market o Siticibo, estese a tutti i punti vendita lo spreco alimentare del settore distributivo potrebbe arrivare vicino allo zero.

Lo spreco di cibo è paradossale per la parte del mondo che soffre la fame ma anche in Italia dove il 6% di famiglie nelle aree sociali più povere non riesce a mettere insieme pranzo e cena, e con sempre più persone che affollano le mense della Caritas o altre organizzazioni simili.
Per affrontare su tutto il territorio lo spreco alimentare - ma non solo- i sindaci che si sono riuniti recentemente in Forum a Padova, in occasione della «Green week», hanno firmato la «Carta spreco zero».
Si tratta di un decalogo di buone pratiche che rende subito operative le indicazioni della Risoluzione del Parlamento europeo contro lo spreco alimentare:
“Come evitare lo spreco di alimenti: strategie per migliorare l’efficienza della catena alimentare nell’UE”. La carta è già stata sottoscritta da oltre 230 Comuni e dai Governatori del Veneto e del Friuli Venezia Giulia.
Secondo lo studio pubblicato da Waste Watcher, l'Osservatorio internazionale dell'Università di Bologna, il 25% della spesa per alimenti in Italia finisce nella spazzatura di casa.

Michael Bloomberg, sindaco di New York, ci ripensa. E a Roma? (maggio '13)

recycle a New york

A undici anni dal suo insediamento e vicino a lasciare Michael Bloomberg, sindaco di New York, ha cambiato idea su come gestire i rifiuti della metropoli.
Appena eletto aveva cancellato parti importanti del programma di riciclo esistente con la motivazione che i costi fossero troppo alti e che l'incenerimento fosse la migliore opzione per trattare le 20mila tonnellate di spazzatura che la metropoli produce ogni giorno.
Qualcosa deve averlo convinto a cambiare rotta poiché recentemente si è impegnato a implementare alcuni progetti a favore del riciclo e del compostaggio all'interno del piano ventennale di gestione dei rifiuti solidi urbani partito nel 2006.
Il 24 aprile scorso Bloomberg ha annunciato - con partenza da lì a pochi giorni - l'ampliamento delle categorie di oggetti di plastica che potranno essere raccolte per andare a riciclo. I Newyorkesi non dovranno più scervellarsi a identificare le sigle dei materiali plastici sui contenitori perché ora possono mettere nel bidoncino qualsiasi imballaggio in plastica rigida ma anche altri articoli definiti come casalinghi: contenitori da cucina, cestini, grucce appendiabiti e alcuni giocattoli. Presto verrà reso disponibile con tutti i mezzi l'elenco di oggetti che possono essere raccolti. Propietari di case e amministratori di condominio riceveranno gli adesivi con l'infografica aggiornata da applicare sui bidoncini del materiale riciclabile (metallo, vetro e plastica vengono raccolti insieme).

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Per poter gestire il materiale plastico -e non- che verrà raccolto (evitando costosi conferimenti fuori città che oggi costano circa 600.000 $ annui), aprirà a fine anno quello che viene descritto come il più grande impianto di riciclaggio del Nord America gestito da Sims Municipal Recycling sul lungomare del Sunset Park a Brooklyn.
I Funzionari Responsabili del Sanitation Department della città - a cui il progetto fa capo - stimano di poter così deviare 50.000 tonnellate di plastica ogni anno dalla discarica e confidano sul fatto che la semplificazione del sistema di raccolta per la plastica spingerà i Newyorkesi a riciclare di più anche altri materiali, come ad esempio la carta.
Inoltre, come rimarcano i Funzionari nel comunicato stampa di lancio, gli effetti positivi sulla riduzione dell'impronta di carbonio cittadina si otterranno con l'utilizzo di plastica post consumo -invece che di materia vergine - perché questa opzione offre un risparmio del 70% di energia.
L'impianto di riciclaggio di Brooklyn porta con sé altri vantaggi non indifferenti: oltre al risparmio dei costi di trasporto dei materiali ci sono l'utilizzo di energia rinnovabile - poiché dotato del più grande impianto fotovoltaico della città - e la creazione di 100 posti di lavoro.
Inoltre per insegnare ai più giovani l'importanza del riciclo l'impianto ospiterà un centro per l'educazione ambientale a disposizione delle scuole.
Non per nulla questo progetto che si propone di portare al 30% in 4 anni l'attuale percentuale di riciclo del 15% viene evidenziato come lo sforzo più importante a favore del riciclo in 25 anni da quando cioè l'allora sindaco Koch lanciò la raccolta porta a porta.

MA NON SOLAMENTE PLASTICA...

Per affrontare invece l'importante percentuale di rifiuto organico che finisce nell'indifferenziato Bloomberg ha reso noto il giorno seguente alla comunicazione sull'estensione della raccolta della plastica, un accordo sottoscritto con il settore della ristorazione.
In considerazione del ruolo chiave che ristoranti ed esercizi affini hanno nel contribuire a generare, ma anche a ridurre i rifiuti urbani di una metropoli, il sindaco ha proposto al settore un accordo per incentivare la riduzione dei rifiuti.
Sono al momento un centinaio i ristoranti, alcuni molto noti, e i fast food cittadini aderenti che si impegneranno a dimezzare, entro la fine dell’anno, il 50% dei rifiuti prodotti dalle loro attività venendo ripagati con uno sconto sulla tassa di smaltimento rifiuti.
Alcuni degli esercizi doneranno il cibo ancora commestibile a mense o servizi di assistenza per persone in difficoltà gestite da associazioni di volontariato e/o invieranno gli scarti organici a centri di compostaggio fuori città.
Sono 26 le postazioni dei Green market, mercati all'aperto cittadini attrezzati con un punto di raccolta dove non solamente è possibile conferire l'organico portato da casa , ma anche abbigliamento e tessile usato.

Green marketE' inoltre in partenza la raccolta dell'organico porta a porta a Staten Island con il primo quartiere di Westerleigh interessato e a seguire gli altri, entro il prossimo autunno.

Venendo alle scuole le sperimentazioni di compostaggio dell'organico - già attive in 68 scuole pubbliche tra Brooklyn e Manhattan - che hanno permesso di ridurre del 38% la loro produzione di rifiuti, verranno estese in tutte le scuole della città entro i prossimi due anni.

Per una metropoli con oltre 8 milioni di abitanti la sfida che Bloomberg, arrivato al terzo mandato, lascerà in eredità al suo successore a fine anno non sarà certamente un gioco da ragazzi.
C'è da augurarsi che la nuova amministrazione segua a questo punto la strada già tracciata senza ripensamenti.
E mentre nel nord Europa gli inceneritori chiudono per mancanza di rifiuti, visto che è molto più conveniente recuperare la materia piuttosto che distruggerla, l'Italia va in controtendenza e ne apre due nuovi in concomitanza; a Torino - una delle città più inquinate al mondo- e a Parma, nel cuore della Food Valley.
E ancora: mentre i produttori di impianti guardano all'Italia - sempre indietro di almeno dieci anni - come al prossimo Eldorado, il Commissario Europeo all'Ambiente Janez Potočnik non perde occasione per ricordare che bisogna invertire la rotta verso un'economia circolare dove gli scarti di una produzione vengono recuperati in una successiva, facendoli girare il più a lungo e nel modo più efficiente possibile nel ciclo economico, anche tramite riuso e riciclo.
Non per nulla il suo intervento del 19 marzo scorso a Bruxelles alla terza edizione della “Annual European Raw Materials Conference” aveva come titolo “Raw Materials: Not just about economics but physics!”; semplicemente per rimarcare che il pianeta ha dei limiti fisici come “ produzione e rigenerazione” che non arrivano a sostenere un prelievo di oltre 65 miliardi di tonnellate di materie prime all'anno (che diventeranno 82 al 2020 se andiamo avanti di questo passo) senza gravi conseguenze sulla vita della terra e quindi sulle sue economie.

Chissà che il successore di Alemanno alla poltrona di sindaco a Roma - città che conta la metà degli abitanti di New York- non prenda esempio dalle strategie (evidentemente attuabili) che Bloomberg ha almeno avuto lo scrupolo di avviare.
Quello che è certo è che la visita a Roma di Jack Macy -responsabile delle politiche Rifiuti Zero di San Francisco- e quella ricambiata da Alemanno a San Francisco per “imparare” l'ABC della gestione sostenibile dei rifiuti, non hanno lasciato segni evidenti. Con buona pace dei contribuenti della capitale che hanno pagato il conto della seconda trasferta.

Meno discarica e più riciclo per la plastica con Recyclass ™ (maggio '13)

riciclo plasticaIl consumo di plastica ha avuto nei decenni un trend in costante crescita in virtù delle caratteristiche di versatilità durabilità del materiale e dei suoi costi contenuti. Secondo l'ultima edizione di “Plastics – the Facts 2012"* report statistico sull'industria europea delle materie plastiche riferito al 2011 la produzione di materie plastiche a livello mondiale è aumentata di quasi 10 milioni di tonnellate (+3,7% ) rispetto al 2010 arrivando a toccare i 280 milioni di tonnellate. L'Europa ha contribuito con 58 milioni di tonnellate (+2%), con un volume trasformato di 47 milioni di ton (+1,1%).
Secondo il Libro verde “Una strategia europea per i rifiuti di plastica nell’ambiente” - pubblicato dalla Commissione UE il 7 marzo 2013 - , troppa plastica finisce in discarica con uno spreco enorme di risorse che dovrebbe essere evitato potenziando il riciclaggio che ad oggi si attesta mediamente al 24%.
A finire in discarica è infatti il 48,7% della plastica raccolta nell'UE, soprattutto imballaggi, mentre il 51,3% viene incenerito per produrre energia. Sulla base dei dati diffusi da Plastic Europe riferiti al 2012 si legge che su un totale di 25,1 milioni di tonnellate di rifiuti plastici raccolte sono state circa 10,3 milioni di tonnellate a finire in discarica e 14,9 milioni recuperate ( con riciclo meccanico o recupero energetico).
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«Modalità più sostenibili di produzione della plastica e una migliore gestione dei rifiuti, in particolare, tassi di riciclo più alti – si legge nel capitolo 3 del Libro Verde - , offrono un potenziale significativo per il miglioramento dell'efficienza delle risorse. Allo stesso tempo, esse contribuirebbero a ridurre le importazioni di materie prime, nonché le emissioni di gas serra». «La necessità di salvaguardare le risorse naturali e migliorare l'efficienza delle risorse, - continua il Libro Verde - potrebbe essere uno stimolo per incrementare la sostenibilità della produzione di materie plastiche. Idealmente tutti i prodotti di plastica dovrebbero essere completamente riciclabili (...). Il riciclaggio inizia già nella fase di progettazione del prodotto. Pertanto, la progettazione del prodotto può diventare uno degli strumenti essenziali per l'attuazione della Roadmap sull'efficienza delle risorse  recentemente adottata».
Purtroppo la situazione europea attuale è sintetizzata in questo passo della pubblicazione: «Bassi tassi di riciclaggio ed esportazione dei rifiuti di plastica per il ritrattamento in altri Paesi rappresentano per l'Europa una perdita importante di risorse non rinnovabili, nonché di posti di lavoro. Il potenziale di riciclaggio della plastica viene ancora sfruttato in minima parte.”

In Italia secondo i dati forniti da Corepla vengono immesse annualmente al consumo poco più di 2 milioni di tonnellate di imballaggi. Considerando quella parte legata ai consumi domestici che finisce nella raccolta differenziata - quantificabile in 1.400.000 tonnellate - si arriva a raccoglierne non più della metà.

Nel 2012 sono state riciclate 773.410 ton, pari al 37,3% dell'immesso al consumo. La percentuale include il contributo proveniente dal circuito del riciclo indipendente al Conai che ha gestito il 46% del totale riciclato.

Restando nell'ambito dei rifiuti urbani il nostro paese ha una percentuale media di rifiuti avviati al recupero pari al 33%, che ci colloca a quasi dieci punti al di sotto della media europea (la metà di Austria, Belgio e Germania). E' pertanto evidente che abbiamo ancora parecchia strada da fare per arrivare al traguardo del 50% di riciclo di materia al 2020.

Questo è infatti l'obiettivo di riciclaggio che la direttiva UE 2008/98, già recepita nel nostro ordinamento, pone ai paesi membri entro il 2020: "la preparazione per il riutilizzo e il riciclaggio di rifiuti quali, come minimo, carta, metalli, plastica e vetro provenienti dai nuclei domestici, e possibilmente di altra origine (...) sarà aumentata complessivamente almeno al 50 % in termini di peso"

NUOVI OBIETTIVI DI RICICLAGGIO EU MESSI A RISCHIO DAL DESIGN DEL PACKAGING

- E' necessario riciclare maggiori quantità di plastica
- Serve un ulteriore sforzo da parte dei Packaging Designer
- Recyclass™ è in arrivo...

Questa l'apertura del comunicato stampa di lancio di Recyclass™ avvenuto il 25 aprile scorso da parte dell'associazione Plastics Recyclers Europe, l'associazione europea dei riciclatori di materie plastiche.

La progettazione attuale del packaging - denuncia l'associazione - minaccia il raggiungimento dei target di riciclo europei. La chiave di volta per un effettivo riciclo del packaging in plastica sta nel suo design.

La raccolta differenziata non può garantire il riciclo del packaging quando il suo design impedisce un completo svuotamento del contenuto o quando le combinazioni tra polimeri o altri componenti impediscono o compromettono processi di riciclo eco-efficienti.

riciclo plasticaPer deviare gli ingenti quantitativi di materie plastiche dalle discariche o termovalorizzatori verso gli impianti di riciclaggio, nel rispetto della gerarchia di gestione dei rifiuti dell'UE, la riciclabilità deve diventare uno dei criteri guida prioritari nel design del packaging.

Recyclass™ è lo strumento che Plastics Recyclers Europe ha sviluppato per guidare i progettisti verso un design che non sia solamente orientato alla riciclabilità ma alla scelta delle migliori opzioni possibili per un riciclo eco-efficiente.
Si tratta di un sistema di classificazione valido per tutta Europa che attribuisce una classe di riciclabilità a un qualsiasi packaging in plastica tramite lettere dalla A alla G, sulla falsariga delle sette classi di efficienza energetica dell'UE per gli elettrodomestici.

Ecco una breve intervista a Paolo Glerean il coordinatore del progetto per Plastics Recyclers Europe

D.Il comunicato stampa di lancio di Recyclass™ pone l'accento su due necessità impellenti da affrontare perchè correlate: aumentare il tasso attuale di riciclo e andare verso l'eco-design del packaging. Quali sono i target di riciclo e gli ostacoli che si frappongono attualmente al raggiungimento di tali obiettivi.

R. Rispetto ai target di riciclo comunitari al 2020 (50%) oggi per la plastica si ricicla il 25% di quanto raccolto per cui dobbiamo chiederci come realmente aumentare-ed in modo massiccio -le performance del sistema. Finora gli obiettivi erano impostati sulle percentuali di raccolta differenziata, non sul riciclo; se anche potessimo raccogliere tutte le plastiche immesse al consumo (circa 47 Milioni di tons nel 2011 ), quante di esse potremmo realmente riciclarne con le attuali tecnologie?
Il 40% circa delle 47 milioni di tonnellate di plastica immesse al consumo in Europa è materiale a breve ciclo di vita (imballaggi), intervenire spingendo l’industria e la catena del valore (consumatori, grande distribuzione) a misurare con un criterio standard ed oggettivo la riciclabilità degli imballaggi può aiutare a capire qual è lo stato attuale e misurare è il primo passo per migliorare.
Oggi la riciclabilità – ma l’impatto ambientale in genere – dell’imballaggio è un concetto vago e soggetto ad opinioni di diversa natura, spesso usato per operazioni di “greenwashing” più che per reali approcci volti al cambiamento. Molti imballaggi plastici sono progettati senza tenere in considerazione l’aspetto del loro fine vita, anche se le soluzioni tecnologiche per risolvere questo aspetto spesso sono disponibili.

D. In cosa consiste Recyclass™e quali potrebbero essere le tappe per passare dalla fase di studio sull'applicabilità del modello ad una sua adozione ?

R. Recyclass™è uno strumento di semplice utilizzo che consente una valutazione della riciclabilità dell’imballaggio, in base alle attuali tecnologie disponibili. In questo momento stiamo testando il modello con la collaborazione di più istituti tecnici specializzati nell’imballaggio al fine di ottimizzarlo e affinarlo, successivamente contiamo di presentarlo ufficialmente in modo da renderlo disponibile per chiunque volesse utilizzarlo. La presentazione avverrà con un evento speciale dedicato alla Fiera di settore Interpack 2014 di Duesseldorf.
Ovviamente resterà un’adozione volontaria da parte di designers, industria e Grande Distribuzione che si dimostrassero particolarmente sensibili e concreti su questo tema; crediamo però che un concetto di classificazione degli imballaggi in base alla reale riciclabilità possa essere particolarmente interessante per i “Collection Schemes”, ovvero gli enti che gestiscono su basi nazionali la raccolta, in quanto potrebbe dare loro un criterio oggettivo per determinare quote differenziate di contributi, più bassi per gli imballaggi più riciclabili e più elevati per imballaggi meno riciclabili o non riciclabili affatto.

D. Questo sistema potrebbe rientrare tra gli esempi descritti dai due economisti americani Cass Sunstein e Richard Thaler nel libro "Nudge – la spinta gentile” per l'effetto che può avere nello spingere il mercato verso “la giusta direzione”. Aziende e progettisti per poter conseguire il miglior punteggio per il loro packaging verrebbero indotti a privilegiarne la riciclabilità. Se Recyclass™ venisse adottato dalle marche leader di mercato e della grande distribuzione, considerando anche l'intuitività della classificazione per i consumatori, si potrebbe vederne gli effetti in tempi brevi.

R. L’idea è proprio quella di fornire uno strumento il cui utilizzo inneschi una sorta di competizione al rialzo, in termini di riciclabilità degli imballaggi, spostando il tema “riciclabilità” da un concetto vago ed opinabile ad un valore misurato, anche se in termini discreti. Ovviamente in questo senso maggiore sarà il numero di coloro che l'adotteranno, maggiore sarà l’effetto virtuoso in termini di quantità riciclate effettivamente.

*frutto del lavoro congiunto di PlasticsEurope (produttori), European Plastics Converters - EuPC (trasformatori), European Plastics Recyclers - EPR ed European Association of Plastics Recycling and Recovery Organisations - EPRO (riciclatori).

Un partner strategico al fianco di Nike per “ripulire” la catena di produzione (aprile '13)

bluesignAnche Nike sull'esempio di aziende come Patagonia e Northface ha annunciato lo scorso marzo di aver siglato un accordo di partnership strategica con Bluesign Technologies volto a ridurre l'impatto ambientale dalla propria supply chain. Questa collaborazione permette un approccio di sistema che affronta alla radice i fattori più inquinanti dei processi produttivi -eliminando le sostanze chimiche dannose in prima battuta- e introducendo nuovi materiali innovativi più sostenibili.
La vastità della sfida, anche per un leader di mercato dell'abbigliamento sportivo come Nike (con una catena di approvvigionamento che copre 50 paesi, conta oltre 800 centri produttivi e centinai di fornitori di prodotti tessili) richiede competenze tecniche specializzate di altissimo livello impossibili da ricoprire all'interno di una qualsiasi azienda. Senza parlare delle risorse necessarie per finanziare aspetti imprescindibili per uno sviluppo della sostenibilità come l'innovazione e la ricerca, oltre che l'aggiornamento costante a livello legislativo internazionale.
Da qui la necessità di aderire ad uno standard condiviso globalmente come suggerisce il claim di Bluesign Technologies : ONE WORLD ONE STANDARD.
Bluesign Technologies, società svizzera fondata nel 2000, mette a disposizione delle aziende che operano nel comparto tessile strumenti e soluzioni costantemente aggiornati ed innovativi che permettono di individuare una vasta gamma di materiali completamente sostenibili e di sviluppare processi produttivi drasticamente meno impattanti a livello di inquinamento, emissioni e consumo di acqua ed energia.
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Gli strumenti messi a disposizione online dei potenziali partners (industrie chimiche, tessili e aziende dell'abbigliamento e del retail) sono principalmente tre: con il sofware bluesign®bluetool, i produttori di sostanze chimiche, vengono guidati attraverso la procedura di omologazione potendo verificare la compatibilità dei propri prodotti rispetto agli standards di Bluesign.
Un secondo strumento destinato invece alle aziende produttrici di tessili è bluesign®bluefinder che consiste in una banca dati che contiene tutti i materiali e prototipi tessili e altri componenti utilizzati nei processi di fabbricazione come coloranti, detergenti e prodotti chimici. La sua consultazione consente ai produttori di gestire in modo efficace le sostanze chimiche soggette a restrizioni e offre l'opportunità di ridurre il consumo d'acqua e migliorare l'efficienza energetica.

Infine con bluesign® blueguide destinata alle aziende di abbigliamento o altri prodotti tessili e ai Retailers si può accedere ad una banca dati che contiene oltre 30.000 voci di materiali che sono stati prodotti utilizzando le sostanze chimiche certificate da Bluesign come sostenibili.

Le aziende tessili che vogliono lavorare con Bluesign si sottopongono prima ad una fase di screening fornendo tutta la documentazione necessaria e ricevono un report con tutta una serie di linee guida da applicare e una tabella di marcia. Quando l'accordo viene siglato si passa ad una fase in cui le linee guida vengono implementate e viene attivata una seconda fase di screenings di verifica.

Con questa partnership stategica Nike si mette in condizione di poter rispettare gli impegni assunti nel 2011, soprattutto a seguito delle accuse contenute nel rapporto 'Detox' di Greenpeace rivolte a diversi marchi del mondo della moda. All'epoca, il gruppo americano aveva annunciato che si sarebbe impegnato, entro il 2020, ad eliminare tutte le sostanze tossiche all'interno dei processi di produzione e prodotti finali.

Ad oggi hanno risposto all'appello lanciato da Detox 15 brand internazionali. Oltre a Nike ci sono Adidas, Puma, H&M, M&S, C&A, Li-Ning, Zara, Mango, Esprit, Levi's, Uniqlo, Benetton, Victoria's Secret, G-Star Raw e Valentino. Latitano invece ancora grandi marchi come Calvin Klein, GAP e Abercrombie&Fitch.

Nike è una delle oltre 80 aziende del settore della moda aderenti alla coalizione “Sustainable Apparel Coalition”. Il progetto ha lanciato un'applicazione per misurare le performances ambientali dei prodotti: The Higg Index, che aiuta le aziende a standarizzare/riorganizzare i metodi interni di valutazione dei prodotti lungo tutto il ciclo di vita.
Per progettare l'Higg Index si è partiti da due strumenti già disponibili di cui uno era il “Nike Environmental Design Tool” sviluppato da Nike per valutare l'impatto ambientale della propria produzione.

ceo bluesignSul sito di Blue Technologies è presente un video>> in cui Peter Waeber, CEO dell'azienda, spiega come gli strumenti da loro sviluppati possono venire in aiuto di un comparto che non può più permettersi dei cicli produttivi così impattanti da poter essere descritti: Il buco nero dell'industria tessile.
Il video rivela alcuni dati sconcertanti riferiti all'impatto altamente inquinante di cui l'industria tessile, gestita come ancora avviene oggi in molte parti del mondo, è responsabile. Waeber sottolinea nella presentazione l'importanza della conoscenza e della competenza necessaria da parte di chi utilizza la chimica perché le conseguenze "dell'ignoranza" sull'ambiente possono essere devastanti: If you/we don't know you/we don't care.
Per quanto riguarda il consumo di acqua e all'interno di quelle che vengono chiamate BAT- best available technologies -, per produrre 1 kg di tessuto si usano 700 litri di acqua (coltivazione esclusa).
Il consumo annuale di acqua della catena di produzione di una grande marca equivale a prosciugare 2000 laghi di piccole dimensioni.
Per produrre 1 kg di tessile si producono un 50% di rifiuti vari.
Le acque di lavorazioneindustriali, che in alcuni paesi non vengono neanche trattate, contengono ancora il 65% delle sostanze chimiche impiegate per il cotone e il 55% per le fibre sintetiche.
Le sostanze chimiche impiegate per 1 kg di cotone vanno dai 345 ai 1050 grammi, per le fibre sintetiche si va dai 110 agli 829 grammi.

Da Whole Foods l'ortofrutta arriva dalla serra allo scaffale in pochi passi (aprile '13)

Whole FoodsUna soluzione davvero a chilometri zero, ma anche a zero packaging e zero consumo di suolo, è quella in via di realizzazione presso, o meglio sul, punto vendita Market Govanus dell'insegna Whole Foods Market a Brooklyn.
Il progetto ancora in fase di attuazione consiste nel posizionamento di una grande serra di 20.000 metri quadrati sul tetto del supermercato dove, dal prossimo autunno Gotham Greens - fornitore locale di Whole Foods- coltiverà tutto l'anno prodotti biologici di qualità. Una parte verrà venduta nei locali sottostanti e il resto attraverso altri punti vendita di New York dell'insegna.
Il progetto nasce dalla collaborazione tra Whole Foods e Gotham Greens due aziende in ottimi rapporti che condividono la stessa mission aziendale di fornire cibo locale, fresco e prodotto in modo sostenibile.
La “fattoria sul tetto” sarà dotata dei più avanzati sistemi di irrigazione che utilizzano fino a 20 volte meno acqua rispetto usate nell'agricoltura convenzionale, così come l'utilizzo di vetri e apparecchiature elettriche innovativi per ridurre la domanda energetica complessiva.
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Le emissioni di Co2 associate al trasporto saranno ridotte al minimo considerando la nulla o ridotta distanza tra i luoghi di produzione e di vendita.
Inoltre Whole Foods ha in programma di aprire la serra a visite guidate da parte degli studenti delle scuole locali per fare informazione su tecniche di agricoltura e per altre iniziative ambientali.

Whole Food Markets è una delle insegne della grande distribuzione più sensibili ai temi socio-ambientali nel panorama internazionale. Diversi sono i progetti innovativi portati avanti nei settori del packaging così come dell' efficientamento energetico e dell'approvvigionamento sostenibile.

Whole FoodsAnche nel 2012 l'insegna è stata citata (per la quinta volta) nella lista delle aziende più etiche “World's Most Ethical (WME) Companies list” promossa da Ethisphere Institute, ogni anno dal 2007. Il riconoscimento - di livello internazionale - identifica le aziende che operano in modo etico selezionandole sulla base di diversi criteri in 100 paesi.

Recentemente Whole Food Markets ha lanciato un'iniziativa in USA e Canada per ottenere totale trasparenza sulla presenza di OGM nei prodotti alimentari (unica a livello nazionale per gli USA). Entro il 2018, tutti i prodotti distribuiti dall'insegna nei suoi 339 pdv dovranno avere un'etichetta che indichi la la presenza di OGM, incluso il settore delle carni dove entra in gioco anche il tipo di mangime con cui gli animali sono stati nutriti.

L'uso prevalente di OGM negli USA, e la mancanza di una legge che obblighi i produttori a fornire informazioni in merito, non hanno fatto desistere l'azienda. Noncurante della prevedibile opposizione alla decisione che è stata manifestata da “The Grocery Manufacturers Association”, l'associazione che rappresenta il settore della produzione alimentare, delle bevande e dei prodotti di largo consumo (che include i grandi brand internazionali).

Produzione sostenibile e riciclo un binomio indissolubile anche per l'abbigliamento (marzo '13)

H&MSecondo le stime dell'EPA- Environmental Protection Agency- nel 2010 sono stati gettati via negli Stati Uniti oltre 12 milioni di tonnellate di abbigliamento, calzature e altri prodotti tessili. Di queste 12 tonnellate l'85% è finito in discarica e ogni residente degli Stati Uniti vi ha contribuito con una “produzione” media di circa 32 kg/anno.

Il Rapporto ‘L’Italia del riciclo 2010' dalla Fondazione Sviluppo Sostenibile, riportando i dati di uno studio dell’Università di Copenaghen, stima per l'Europa un consumo annuo di abiti, accessori e prodotti tessili pari a circa 10 kg l’anno per abitante. Secondo lo studio, intercettando nel nostro paese la frazione tessile, pari a circa 240 mila tonnellate (che viene per lo più smaltita con l'indifferenziato e avviata in discarica), si otterrebbe una riduzione di emissioni di Co2 pari a 864mila ton/anno, una riduzione di 72mila ton/anno di uso di fertilizzanti e di 48mila ton/anno di pesticidi (Fonte: Rinnovabili.it).

In Italia, la raccolta la differenziata della frazione tessile ammonta a circa 2 Kg pro capite, un dato ben distante dai 7 kg/anno per abitanti raccolti mediamente nel resto dell’Europa.
Lo scorso anno è stato firmato un accordo tra Anci e Conau (Consorzio Nazionale Abiti e Accessori usati) per raggiungere l'obiettivo di raccolta di 3-5 kg/abitante/anno, pari a circa 240.000 tonnellate complessive.
Il 7 marzo scorso Anci e Conau hanno presentato le “Linee guida per l’affidamento del servizio di raccolta differenziata della frazione tessile” che definiscono i requisiti ottimali per lo svolgimento del servizio di raccolta e recupero dei rifiuti tessili che gli operatori devono offrire ai comuni per raggiungere gli obiettivi di legge.
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Intanto, per intercettare il materiale tessile che può ancora essere riusato e/o riciclato, alcune marche e catene dell'abbigliamento diffuse in tutto il mondo come H&M, Puma, e North Face, stanno promuovendo - principalmente all'estero - iniziative di recupero di abbigliamento e scarpe usate di qualsiasi marca.

H&M con l'iniziativa “Long live to fashion” o Lunga vita alla moda incentiva la consegna di abiti usati con un buono da 5£ da scontare su acquisti successivi per ogni borsa di indumenti usati consegnata. Il tessile raccolto da H&M negli USA viene consegnato a Global Green, ente no profit affiliato a Green Cross International che utilizza i proventi derivati dalla rivendita del materiale per progetti a favore di comunità colpite da eventi catastrofici connessi al riscaldamento climatico. Partner europeo è invece I:CO, una società internazionale che promuove programmi di riciclaggio che collabora con Puma nel programma “Bring me Back” e altre marche.
H&M è il primo retailer che, a partire dal mese di febbraio 2013, estende l'iniziativa in tutti i mercati internazionali in cui opera. In Italia l'iniziativa, lanciata il 21 febbraio scorso, pare riscuotere l'interesse e la curiosità dei clienti, ma è ancora troppo presto per fare bilanci. Il buono da noi ammonta a 5 € e viene scontato su un acquisto superiore ai 40 €.

Puma ha installato contenitori in-store per raccogliere scarpe usate, abbigliamento e accessori di qualsiasi marca, come parte del suo programma "Bring Me Back", che attua in collaborazione con I:CO.
Anche per quanto concerne la produzione sostenibile dei capi di vestiario, l'azienda, leader nell'abbigliamento sportivo, ha mosso un passo importante con il lancio della linea di prodotti InCycle che ha ottenuto la certificazione Cradle to Cradle (C2C) in collaborazione con EPEA “The Environmental Protection Encouragement Agency”. Ne abbiamo parlato in questo post>>

North Face ha lanciato invece “Clothes The Loop” in 10 punti vendita di città tra cui Chicago, New York, San Francisco e Seattle. L'iniziativa invita, anche attraverso il profilo Facebook aziendale, a portare nei punti vendita abiti e/o calzature usate ( max una consegna al giorno) per poter ricevere in cambio di un bonus di 10 $ scontabile su acquisti successivi.
L'abbigliamento raccolto viene inviato ad un centro di riciclo dove viene suddiviso in 400 categorie per essere riusato o riciclato per dare vita ad altri prodotti o indumenti. Anche qui i proventi vanno ad un ente no profit, The Conservation Alliance, che li utilizza per finanziare attività locali di protezione di aree naturali.

Produzione sostenibile

Nel 2011 negli USA un gruppo di 30 aziende tra produttori e distributori di abbigliamento e associazioni ambientaliste ha dato vita ad un gruppo di lavoro chiamato Sustainable Apparel Coalition allo scopo di ridurre gli impatti ambientali e sociali dei prodotti di abbigliamento e calzature vendute in tutto il mondo attraverso un approccio collaborativo. La coalizione, che conta ora oltre 80 aziende aderenti, ha lanciato un'applicazione per misurare le performances ambientali dei prodotti: The Higg Index 1.0, che aiuta le aziende a standarizzare/riorganizzare i metodi interni di valutazione dei prodotti lungo tutto il ciclo di vita.
Allo stesso tempo l'Index funziona come uno strumento di autovalutazione che consente un rapido apprendimento attraverso l'identificazione dei punti deboli dei processi produttivi dal punto di vista della sostenibilità ambientale offrendo l'opportunità di apportare miglioramenti mirati.

Packaging sostenibile: a chi spetta la responsabilità ? (marzo '13)

packaging innovationLo rivela una ricerca compiuta in Gran Bretagna tra gli addetti del settore
Il 44% dei 500 Branding, Packaging e Marketing Managers del Regno Unito ritiene che debbano essere i retailers a prendersi la responsabilità e a spingere verso una sostenibilità del packaging mentre il 19% ritiene che spetti ai produttori. Solo il 10% pensa che siano i riciclatori a dover prendere l'iniziativa. Lo rivela un sondaggio di EasyFairs appositamente realizzato per diventare argomento di dibattito in una specifica sessione “I consumatori non acquistano packaging sostenibile” all'interno della Fiera di settore “ Packaging Innovations show” tenutasi il 27-28 febbraio scorso in Inghilterra.
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Per il 68% degli intervistati ci sono due importanti fattori che influiscono nello sviluppo del packaging sostenibile: la difficoltà dei responsabili del budget nel comprendere come l'imballaggio incida sulla redditività e l'atteggiamento dei consumatori che sottovaluta il ruolo importante giocato dal packaging.
L'indagine ha anche rivelato che il 59% degli intervistati ritiene che i consumatori siano influenzati solo marginalmente da un imballaggio ecologico. Solo il 3,1% di loro pensa che l'imballaggio sostenibile influenzi significativamente gli acquisti. Va però aggiunto che il 58% degli intervistati ammette che le questioni ambientali sono diventate così attuali e sentite al punto che grande parte dei consumatori ormai da per scontato che il packaging sia ecologico.
Per quanto riguarda invece la responsabilità sulle attività di riciclo solo il 14% pensa che le insegne della distribuzione debbano prendersene carico mentre il 28% ritiene che spetti ai consorzi preposti dagli enti locali.
Alla domanda su quale dei 10 maggiori retailers abbia avuto il miglior approccio ambientale per gli imballaggi, il 32 % ha indicato Marks and Spencer, seguito da John Lewis / Waitrose con il 22% e il Co-operative Group con il 15%.
L'insegna Marks & Spencer secondo quanto affermato dal suo Packaging Manager Andrew Speck ha incrementato nei prodotti a marca propria la percentuale degli imballaggi riciclabili sino ad arrivare ad oltre il 91%.
A dimostrazione del fatto che alcune insegne hanno già preso l'iniziativa facendosi carico del fine vita dei propri imballaggi rimandiamo all'esperienza canadese (Ontario) di cui abbiamo già parlato in questo post gestita dall'Associazione della Grande Distribuzione Organizzata, il Retail Council of Canada (RCC) in collaborazione con le associazioni che promuovono il riciclo del PET. Grazie a questo lavoro di squadra entro fine 2013 tutti gli imballaggi termoformati utilizzati dalle insegne Wal-Mart, Safeway Canada, Metro e Sobeys saranno totalmente riciclabili. Questo processo ha fatto si che i produttori di adesivi ed etichette utilizzabili su questi contenitori si siano adeguati con lo sviluppo di prodotti totalmente compatibili con il riciclaggio del PET. Qualcosa si sta muovendo in questo senso anche in Inghilterra visto che la prossima edizione 2014 di Packaging Innovations ospiterà una sezione dedicata all'innovazione in materia di riciclo.
Leader in Italia per quanto riguarda l'innovazione del proprio packaging verso una maggiore sostenibilità, è il gruppo Barilla. Negli ultimi tre anni l'azienda ha avviato un processo di revisione del packaging per raggiungere entro il 2014 l'obiettivo del 98% di riciclabilità sul totale degli imballaggi utilizzati. Entro l'estate il pack delle linee biscotti sarà tutto riciclabile nella carta e sono allo studio dei progetti per sostituire in altre linee di prodotto le confezioni in poliaccoppiato con altre soluzioni riciclabili. (vedi Rapporto di Sostenibilità>>).

Puma lancia InCycle la prima linea “Cradle to Cradle” (febbraio '13)

incycle


Puma, azienda leader nell'abbigliamento sportivo lancerà a partire dal mese di marzo 2013 la linea di prodotti InCycle che ha ottenuto la certificazione Cradle to Cradle (C2C).
La linea include calzature, abbigliamento e accessori vari.

Puma ha sviluppato la collezione in collaborazione con EPEA “The Environmental Protection Encouragement Agency” un'organizzazione che supporta le aziende a tradurre nella pratica della produzione i requisiti standard richiesti per ottenere certificazioni dal Cradle to Cradle Products Innovation Institute.

 

 

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Per ottenere la certificazione C2C un prodotto deve adempiere a partire dal processo di produzione alle richieste espresse dalle cinque categorie di qualità:
1) utilizzo di materiali sicuri per l'ambiente e la salute;
2) la gestione del fine vita del prodotto che contempli il riutilizzo del materiale o la possibilità di riciclaggio o di compostaggio;
3) utilizzo di energie rinnovabili e la gestione delle emissioni di carbonio;
4) gestione delle acque;
5) produzione nel rispetto dei principi di equità e giustizia sociale.
Per favorire un processo di miglioramento continuo dei risultati ottenuti dalle aziende all'interno delle categorie è presente una classifica di 5 livelli, dal basic al platinum.

La nuova collezione utilizza materiali omogenei per garantire che siano completamente riciclabili al termine del loro ciclo di vita.
InCycle comprende alcuni articoli come: giacche “Track jacket” in poliestere riciclato (zip inclusa) ricavato da bottiglie in PET , che possono essere trasformate nuovamente in granulato di poliestere per nuove produzioni; zaini realizzati in polipropilene riciclabile, T-shirt o Tee Basket in cotone organico compostabile (negli impianti di compostaggio industriale), sneaker Puma Basket costituite da tomaie realizzate con un mix di cotone organico e lino e con suola in plastica biodegradabile e compostabile.

incycleSecondo il calcolo dell'impronta ambientale sviluppato da Puma denominato Product Environmental Profit & Loss Account (PUMA Product E P&L) questi nuovi prodotti hanno un impatto ambientale ridotto di un terzo rispetto ai loro omologhi convenzionali.

Puma sta anche lavorando in team con oltre 12 aziende all'interno di una coalizione di settore creata per ampliare l'adozione del proprio sistema di misurazione di impatto ambientale prima citato.
Puma ha focalizzato la necessità di incrementare il numero di referenze prodotte con materiali più sostenibili proprio dopo che, nel 2010, l'analisi del proprio impatto ambientale effettuata con il sistema PUMA Product E P&L aveva rilevato che il 57% dell'impatto aziendale era dovuto all'impiego di materie prime come cuoio, cotone e gomma.
Leggi Puma rivela i veri costi ambientali della moda>>

Puma ha inoltre installato contenitori per il riciclaggio in-store per raccogliere scarpe usate, abbigliamento e accessori di qualsiasi marca, come parte del suo programma "Bring Me Back", che attua in collaborazione con I: CO, una società internazionale che promuove programmi di riciclaggio.

Guarda il video di presentazione di I: CO>>

Leggi un articolo che racconta su un altro case study nell'ambito dell'ecodesign applicato alle calzature e/o guarda il video >>

Più ferrovia e meno gomma per un doppio vantaggio: ambientale ed economico (febbraio '13)

trasporto ferroviarioE' dello scorso 30 gennaio l'annuncio della Commissione europea circa “Un pacchetto di misure organico per migliorare la qualità e incrementare l'offerta dei servizi ferroviari in Europa. Il sistema ferroviario costituisce un aspetto vitale del sistema di trasporti dell'Unione europea e riveste un'importanza fondamentale per affrontare problemi quali la crescente domanda di traffico, la congestione, la sicurezza dell'approvvigionamento di combustibili e la decarbonizzazione”.
Siim Kallas il commissario europeo ai trasporti da dichiarato come le ferrovie europee siano di fronte ad un bivio tra il dover affrontare la strada della ristrutturazione e dell'innovazione per fornire servizi migliori ( e tornare a crescere a beneficio dei cittadini e dell'ambiente) , oppure accettare il declino irreversibile verso un'Europa in cui le ferrovie costituiscano un giocattolo di lusso per pochi paesi ricchi, ma siano economicamente insostenibili nella maggior parte degli altri, data la scarsità di fondi pubblici disponibili.
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Recentemente il ministero dell'Ambiente, in collaborazione con l'Autorità portuale di Trieste e la società di logistica Alpe Adria, ha presentato il rapporto "Il trasporto merci in Italia" che analizza le diverse modalità di spostamento e il loro impatto ecologico ed economico e le proposte per ridurre il ricorso ai mezzi gommati.
Il rapporto affronta un tema essenziale e strategico per l'ambiente e per la crescita economica italiana in un contesto europeo, prendendo in considerazione 53 terminali intermodali presenti in Italia, ripartiti secondo le macro aree del Nord Ovest, Nord Est, Centro e Sud Italia. Riportiamo alcuni dati estratti dall'articolo di Greenreport del 15 febbraio.

Il dato più eclatante è che « Il 94% delle merci viaggia su gomma, appena il 6% in ferrovia.
Il trasporto delle merci in Italia ha assunto ruolo sempre più rilevante dal punto di vista delle emissioni di CO2, che hanno effetti sul clima e sull'inquinamento atmosferico su scala locale e regionale.
Dallo studio emerge che se fosse invertito il rapporto fra strada e ferrovia si potrebbe conseguire un notevole abbattimento dei costi esterni che gravano sull'ambiente, fino al 57% dell'ammontare complessivo sviluppato dal trasporto su strada, con un risparmio stimabile attorno ai 3 miliardi di euro l'anno.
Accanto all'analisi, il lavoro ha il pregio di indicare le soluzioni, a partire dalla migliore e più efficace utilizzazione del patrimonio infrastrutturale esistente, attraverso lo sviluppo di soluzioni intermodali e combinate, sfruttando al meglio il patrimonio dei terminali disseminati su tutto il territorio nazionale, quali nodi di potenziale intercambio vettoriale, con l'obiettivo di mettere a denominatore comune segmenti di direttrici a percorrenza medio lunga, per lo più sui grandi assi di scorrimento Nord-Sud ed Est-Ovest, e creare quindi l'occasione per le imprese ferroviarie e gli operatori logistici di mettere in produzione pacchetti di offerta adeguatamente sostenibili e competitivi, mutuando nel contempo una costruttiva collaborazione con il comparto dell'autotrasporto che non potrà non condividere questa strategia di reciproco vantaggio».

Lo studio infatti fa emergere anche un percorso possibile di sperimentazione per spostare le merci sui carri ferroviari e sulle vie d'acqua utilizzando le infrastrutture intermodali già presenti. Con questa strategia si raggiungerebbe anche l'obiettivo fondamentale di favorire le imprese ferroviarie e gli operatori logistici, che avrebbero così l'occasione di proporre servizi e offerte commerciali adeguate, sostenibili e competitive.

Attualmente da un punto di vista geografico, l'area a più alta intensità di traffico auto-trasportato, sia come origine, sia come destinazione risulta il Nord-Est, con 532 milioni di tonnellate in uscita e 527 milioni di tonnellate in entrata, seguita dal Nord-Ovest, quindi dal Centro, dal Sud e dalle Isole.

Oleificio Zucchi: un esempio di trasporto sostenibile da replicare

Tra le aziende intervenute al Workshop di Legambiente “Sostenibilità: terreno di incontro tra Industria e Distribuzione” l'AD dell'Oleificio Zucchi, Giovanni Zucchi ha testimoniato sul percorso aziendale rispetto agli obiettivi socio ambientali che l'azienda rende noti ogni anno attraverso il proprio Bilancio di Sostenibilità.
Tra i risultati conseguiti dall'azienda dal 2004: una riduzione del 60% dei rifiuti prodotti dalla lavorazione degli olii di semi e una riduzione del 10% delle emissioni totali di Co2, come valore assoluto a fronte di un aumento dell'azienda in volume del 13%.
Di particolare interesse rispetto al tema introdotto è la soluzione di trasporto su ferrovia che l'azienda ha adottato per fare arrivare l'olio di semi dal porto di Genova sino allo stabilimento
di Cremona. Dopo circa tre anni di battaglia con le Ferrovie delle Stato l'azienda è riuscita, tramite uno scalo ferroviario interno, a collegarsi alla rete nazionale. Ogni anno Zucchi riceve circa 40.000 tonnellate di merci su rotaia contribuendo ad eliminare dalle strade 1300 camion in un percorso di andata e ritorno. Mentre l'importazione di olio di semi è un passo obbligato - visto che la produzione nazionale copre solamente il 30% delle richieste- come racconta Giovanni Zucchi nel suo intervento video registrato- per rifornirsi invece dell'olio extra vergine sul territorio nazionale serve il trasporto intermodale. L'ubicazione dei frantoi disseminata sul territorio non permette infatti il trasporto unico su rotaia.

L'augurio è che dalla fase di studio rappresentata anche dal contributo di questo rapporto si passi in fretta all'adozione delle soluzioni prospettate ad oggi anche da altre fonti, in modo che le aziende abbiano delle alternative valide e strutturate a cui accedere senza dover partire da zero e “faticare” come ha dovuto fare Zucchi.

Per vedere l'intervento di Zucchi vai al minuto 1.20 del video del Workshop >>

Più attitudine al riciclo e alla mobilità sostenibile nel gentil sesso (febbraio '13)

papillonIl gentil sesso ottiene un miglior piazzamento rispetto ai signori uomini in quasi tutti i campi dove vengono misurati comportamenti e stili di vita che richiedono impegno quotidiano e a lungo termine. E' evidente che c'è una bella differenza tra il portare avanti lavori o azioni di manutenzione regolarmente nel tempo e farlo “una tantum” come intervento straordinario.

Mobilità sostenibile
Lo scorso autunno un'indagine di Eurobarometro compiuta nei paesi EU-27 aveva rilevato che la mobilità sostenibile è preferita dalle donne. Queste ultime, rispetto agli uomini, si spostano meno in auto, usano maggiormente il trasporto pubblico e camminano di più.

Attitudine al riciclo
Uno studio recente compiuto dalla Essex University in Inghilterra ha intervisto oltre 2.000 uomini e donne single e 3.000 coppie indagando sulla suddivisione dei lavori domestici e sulla gestione dei rifiuti per verificare in particolare l'attitudine al riciclo.
I risultati hanno evidenziato che le persone che vivono da sole sono meno propense a riciclare - solo il 65% lo ha fatto, contro il 79% delle coppie. Considerando i single, il 69% delle donne ha riciclato parte dei rifiuti o conferito in modo proprio altri oggetti dismessi contro il 58% degli uomini.
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La ripartizione del lavoro domestico tra uomo e donna
Un dettaglio emerso sulla ripartizione tra i lavori domestici (per nulla nuovo al pubblico femminile..) è che, anche se qualcosa è cambiato da 20 anni a questa parte, sono le donne ad assumersi in genere gran parte dei lavori domestici - soprattutto quando vivono con un partner di sesso maschile.
Nelle coppie l'uomo porta fuori i bidoni della raccolta differenziata e dell'immondizia ma è la donna che in genere sciacqua i contenitori, rimuove coperchi ed etichette risultando più impegnata e più disposta rispetto all'uomo a spendere tempo ed energie per il riciclo.
Riflettendo su quali potrebbero essere i motivi o le dinamiche interne che danno origine ad una migliore prestazione della coppia, potrebbero essercene un paio. Soprattutto nei casi di coppie con figli, all'origine di un maggior impegno potrebbe esserci una maggiore propensione ad esercitare un ruolo educativo verso i figli. Oppure al sentirsi investiti da una maggiore responsabilità sul mondo che si lascia ai propri figli e alle future generazioni.

Una seconda motivazione più “terra terra”, ma che tutti sappiamo funzioni nel quotidiano, è quella del ruolo che gioca l'interazione tra gli individui sia nelle coppie che nelle comunità. C'è sempre qualcuno/qualcuna maggiormente sensibile, diligente o lungimirante che si prende carico di incitare l'altro (o altri) a fare la cosa giusta, con le buone o le cattive, ma soprattutto con il buon esempio.

Che fare per incrementare il tasso di riciclo
Questo sondaggio, che in fondo mette nero su bianco quanto ognuno di noi può rilevare nel proprio vissuto quotidiano e negli ambienti che si frequentano, può fornire alcuni spunti per migliorare le performance dei cittadini.
Serve ovviamente la collaborazione di tutti i portatori di interesse che un miglioramento del tasso di riciclo porta con se. Parliamo di Enti Locali, Ministeri all'Ambiente e alle Attività Economiche, Riciclatori, Aziende della Produzione e della Distribuzione, Consorzio Conai, e ovviamente noi cittadini.
Tra le azioni più urgenti e relativamente semplici da mettere in pratica che non richiedono iter legislativi a lungo termine si potrebbe partire con:

  1. Informazione coordinata di campagne informative da parte del Ministero per l'Ambiente e del Consorzio Conai sui media a cadenza regolare sia sui media tradizionali che i social media **. Ma servono soprattutto campagne più incisive e mirate ai punti deboli della raccolta differenziata. Tarate quindi sulla base degli errori che comunemente vengono rilevati dalle analisi merceologiche delle raccolte differenziate che rivelano dubbi e difficoltà dei cittadini. Tra le più note la difficoltà distinguere un imballaggio in plastica da un prodotto in plastica (spazzolini,penne,bacinelle) o distinguere un imballaggio riciclabile da uno non riciclabile come la maggior parte degli imballaggi in poliaccoppiato.
  2. Un'etichettatura presente su tutti gli imballaggi che indichi materiale e conferimento per tutte le diversi parti di cui un imballaggio può essere composto. Le aziende potrebbero cominciare a prevederla a livello volontario in attesa che venga richiesta per legge.
  3. Un'informazione ed educazione alla raccolta differenziata che parta già dalle scuole per l'infanzia e continui per tutto il periodo della scuola dell'obbligo. E' evidente che nell'offerta educativa attuale devono trovare spazio percorsi di educazione civica ed ambientale per orientare le future generazioni verso stili di vita compatibili con le sfide ambientali ed economiche che ci attendono.

** Vedi l'esempio di Eco-Emballages per la Francia tra il profilo facebook e la campagna Découvrez Monsieur Papillon!
Per vedere il video più recente della serie Monsieur Papillon clicca qui>>

Un primo stop alla microplastica nei prodotti detergenti (gennaio '13)

ceoDopo Unilever altre aziende vengono invitate ad eliminare le microsfere di polietilene
Unilever, la multinazionale anglo-olandese che detiene alcuni dei marchi più diffusi nei generi di largo consumo ha diffuso lo scorso dicembre un breve comunicato per informare che l'utilizzo di microsfere di plastica verrà gradualmente eliminato in tutti i suoi cosmetici e prodotti per l'igiene entro il 2015. Le microsfere di polietilene sono utilizzate per il loro effetto esfoliante in molti detergenti per la cura della persona dagli scrub, ai gel doccia, alle paste dentifricie anche da altre aziende del settore come Johnson & Johnson, Neutrogena, Procter & Gamble e Colgate-Palmolive.
La motivazione addotta da Unilever è stata che l'accumulo della plastica in mare è un tema di importanza tale da averli indotti a rivedere l'impiego di questo materiale per le microsfere.
La decisione ha ricevuto il plauso delle associazioni di protezione marina che da tempo evidenziavano il fatto che le microsfere, troppo piccole per essere intercettate dai filtri degli impianti di depurazione, finivano nei corsi d'acqua e nei mari. A causa della loro forma e dimensioni (circa un terzo di millimetro) e del fatto che galleggiano in acqua vengono scambiate per cibo dai pesci. Ne avevamo già parlato in un post qualche tempo fa.
Marcus Eriksen, ricercatore marino e direttore esecutivo di 5 Gyres ha elogiato la decisione di Unilever e precisato che inviteranno presto le aziende utilizzatrici con sede negli USA a seguire il loro esempio. Come alternativa alle microsfere sintetiche possono essere usati granuli a base vegetale come, ad esempio, quelli ricavati da gusci e noccioli della frutta.
Presto verranno resi noti i risultati di uno studio che 5 Gyres ha condotto per misurare la presenza di microplastica nei Grandi Laghi la scorsa estate.
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ceoUnilever è una delle poche multinazionali che il rapporto delle sede olandese di Deloitte “The Zero Impact Growth Monitor 2012” identifica come aziende che hanno raggiunto un livello di pianificazione e avanzamento progettuale tale da essere in condizione di intraprendere passi radicali per trasformare le proprie produzioni industriali.
Questo rapporto promuove con Unilever altre 5 aziende tra le 65 aziende esaminate in 10 settori industriali. L'immagine che esce da questo studio è in linea con quanto emerso da studi internazionali recenti che rilevano come la maggior parte delle aziende non abbia ancora messo all'ordine del giorno la necessità di convertire i processi produttivi in un'ottica di sviluppo sostenibile.

Tornando a Unilever la decisione ha avuto essenzialmente origine da due ordini di motivi. Da una parte “ l'impossibilità” di contravvenire ai principi e progetti espressi nel piano per la sostenibilità lanciato nel 2010 “Sustainable Living Plan”, dall'altra per le pressioni che sono arrivate da vari movimenti ambientalisti.
Di particolare efficacia è stata una campagna mediatica condotta in Olanda da PSF Plastic soup Foundation in collaborazione con la North Sea Foundation.
PSF ha scritto a tutte le aziende utilizzatrici chiedendo l'eliminazione o la sostituzione delle microsfere e promosso la petizione BEAT THE MICRO BEAD. Inoltre insieme a North Sea Foundation sono stati pubblicati sui siti tre diversi elenchi con i nomi dei prodotti: che non contengono microsfere, che le contengono al momento ma saranno eliminate secondo le promesse delle aziende produttrici e un terzo elenco di prodotti per i quali le aziende non hanno deciso di eliminarle.

Recentemente, il 24 gennaio scorso, è stato diffuso un comunicato di plauso a Unilever e di invito alle aziende a seguirne l'esempio addirittura da Wastefree Oceans, un'iniziativa lanciata da The Eu vropean Plastics Converters e finanziata dalle aziende del settore plastico.

Non abbiamo l'abbiamo ancora fatto ma proveremo a mandare anche noi a Paul Polman, CEO di Unilever, qualche proposta tra quelle contenute nelle 10 mosse di Meno Rifiuti più Benessere. Non faremmo altro che accogliere l'invito che Polman rivolge ai visitatori del sito ad inviare commenti sul Piano di Sostenibilità aziendale. Che dite, risponderà?

Starbucks incoraggia l'uso di tazze riutilizzabili nel takeaway- Un parallelo con il sacchetto usa e getta nostrano (gennaio '13)

tazze di StarbucksDal 3 gennaio di quest'anno la catena Starbucks mette a disposizione in tutti i suoi negozi in Canada e USA una versione di tazza per il caffè con logo, molto simile a quella in carta monouso, ma di plastica riutilizzabile. La tazza potrà essere acquistata a 1$ e ogni volta che il cliente la riporterà verrà igienizzata con un getto di acqua bollente prima di essere riempita.
L'incentivo a riportare la tazza consiste in uno sconto di 10 cent. Questo sistema è stato testato in 600 punti vendita della catena del "Nord-Ovest Pacifico" (Pacific Northwest).

Nel 2008 la catena si era prefissa l'obiettivo di arrivare a servire il 25% delle bevande vendute in tazze riutilizzabili. Considerato che a fine 2011 la percentuale di bevande vendute in tazze riutilizzabili è stata pari al 1,9 % l'obiettivo per il 2015 è stato ridotto al 5%.
Il consumo annuale di tazze usa e getta, prevalentemente in carta, di Starbucks si aggira sui 4 miliardi di pezzi che per lo più non vengono riciclate.
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Una domanda che sorge spontanea è perchè Starbucks, (oltre ad introdurre queste tazze che potrebbero essere dimenticate a casa dai potenziali acquirenti) non incentivi nei suoi punti vendita il consumo (al momento minoritario) delle bevande consumate in loco nelle zone a sedere dove si usano tazze in ceramica. Offrendo uno sconto su questo tipo di consumazione si scoraggerebbe in primis il takeaway "non necessario" riducendo il consumo usa e getta.
Come rilevano alcuni giornalisti ambientali USA la catena sceglie in questo modo la strada più comoda rivedendo al ribasso l'obiettivo non raggiunto e scaricando la responsabilità di fare la scelta "giusta" sul cliente.
Questo caso diventa un esempio di interpretazione "di parte" del principio di responsabilità estesa del produttore adottabile da parte di aziende che, non avendo il coraggio di investire sul cambiamento e prendersi la responsabilità di risolvere gli impatti negativi da loro causati, mettono il cerino in mano all'utente finale.
Non potendo fare un parallelo con il nostro paese- visto che da noi si usano prevalentemente tazze in ceramica e che il takeaway nelle bevande calde non è così diffuso- possiamo però fare alcune considerazioni.
La prima è che in assenza di incentivi o disincentivi economici - sia imposti da legislazioni che decisi e applicati volontariamente dai diversi operatori di settore- è estremamente difficile, se non impossibile, cambiare le abitudini "usa e getta" nelle persone. La comodità e la facilità d'uso che queste soluzioni offrono ne ha infatti determinato un'adozione così diffusa - in luoghi pubblici e privati - al punto che sembra persino complicato tornare alle soluzioni riutilizzabili!
Ben venga quindi questa azione di Starbucks a livello di sensibilizzazione ambientale della clientela, ma soprattutto come fonte di ispirazione per future legislazioni che penalizzino l'usa e getta.

CONSUMO DI SACCHETTI USA E GETTA IN ITALIA

Per avere un esempio di mancato o rallentato passaggio al riutilizzabile nel nostro paese, basta vedere a che punto siamo come consumo di sacchetti di plastica, ma anche monouso in genere, dopo due anni intensi di discussioni sui media e legiferazioni "a metà" ( nel senso che l'assenza di sanzioni permette il “business as usual” ).
Come chiunque può rilevare osservando le persone in fila alle casse dei supermercati l'utilizzo dei sacchetti usa e getta è calato drasticamente ( almeno del 40%) solamente nei gruppi della grande distribuzione dove il pagamento del sacchetto è una regola ferrea per le cassiere e il loro costo supera i 10 cent.

In altri piccoli supermercati dove si chiude volentieri un occhio e si passano benevolmente i sacchetti, la riduzione è molto più modesta (meno del 30%). Nei mercati rionali e piccolo commercio ( salvo qualche eccezione di settore e geografica) il monouso stravince.

Questa considerazione sullo stato dell'arte e riferita agli specifici esempi di usa e getta internazionali e nazionali non significa che il riutilizzo dei contenitori vada liquidato come “mission impossible” e non debba rappresentare il futuro.
Al contrario, la prevenzione del rifiuto e il riuso sono il futuro. Sono tanti i settori di possibile applicazione dei contenitori riurtilizzabili, dai detersivi e detergenti per la casa e la persona, al settore Horeca, alle possibilità offerte da nuovi imballaggi riutilizzabili per trasporti di prodotti nel settore business to business.
Quello che serve per dare un'impulso al cambiamento è maggiore visione, coraggio, innovazione e impegno/progettualità a lungo termine da parte di tutti: politica, aziende e società civile, ma non domani, ADESSO!

Troppe aziende (come tanta politica) ignorano la necessità di uno sviluppo sostenibile
Ma un terzo soggetto si sta preparando ...
(dicembre '12)

campaign infographicDue sondaggi pubblicati da GreenBiz.com recentemente forniscono dei risultati che si completano a vicenda. L'immagine che ne esce, su come il mondo globale delle aziende affronti le scenario del riscaldamento climatico (e delle sue possibile conseguenze tra cui la scarsità di risorse), non è per nulla rassicurante .
La società PwC conduce ogni anno una ricerca “Global CEO Survey” che si rivolge a Chief Executives o Amministratori Delegati a livello internazionale. L'ultimo rapporto raccoglie gli esiti dell'intervista a cui hanno preso parte circa 800 manager di 60 paesi esprimendo la loro opinione su quali fattori esterni rappresentano maggiormente una minaccia per la crescita delle proprie aziende.
Più della metà degli intervistati identifica nell'aumento dei prezzi energetici e delle materie prime i motivi di maggiore preoccupazione. Questo dato si era già manifestato nei rilevamenti degli ultimi tre anni come trend in cresciuta con un + 7% rispetto allo scorso anno ed ha superato in classifica la preoccupazione per la stagnazione delle vendite.

Anche se il rischio rappresentato dalla volatilità dei prezzi di energia e materie prime risulta più sentito dalle economie emergenti dell'Asia e dell'Africa, percentuali importanti di decisori aziendali considerano le questioni legate all'ambiente come un rischio serio da affrontare per le loro aziende e il 47% di loro dichiara di voler ridurre nel prossimo anno l'impronta ecologica dell'azienda.
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Una ricerca condotta l'ottobre scorso dall'organizzazione inglese Carbon Trust rileva che, nonostante gli avvertimenti circa una scarsità di risorse tra poche decine di anni, una parte significativa delle grandi aziende e multinazionali non è preparata in alcun modo ad affrontare questo scenario futuro.

La ricerca che ha interessato 475 executives in Inghilterra, America, Brasile, Cina, Corea ha rilevato che - sebbene la maggioranza di loro sia ben cosciente che una riduzione delle risorse significherà un aumento di prezzo per i loro prodotti e servizi- il 43% non sta valutando e monitorando i rischi connessi a disastri ambientali o aumenti di prezzo dell'energia. Oltre il 50% di loro non ha sviluppato progetti per ridurre la produzione di rifiuti, le emissioni di CO2 o il consumo di acqua. Il 41% degli intervistati non crede che siano necessari accorgimenti o cambiamenti sostanziali ai processi aziendali e produttivi prima di 15 anni. Solamente il 20% dichiara che la propria azienda ha in corso progetti che affrontano la questione.
Il 47% degli intervistati ritiene che intraprendere azioni che migliorino la sostenibilità aziendale significhi erodere i profitti, e dallo studio risulta che 1 azienda su 4 non ha neanche un impiegato che si occupi di sostenibilità.
Esistono differenze geografiche tra le varie posizioni che emergono dallo studio: mentre le aziende inglesi ritengono che sia un loro compito ridurre la produzione di rifiuti ed emissioni le aziende brasiliane sono le meno interessate a piani di sostenibilità ambientale.
Risulta anche un differente approccio di settori visto che aziende Business-to-business appaiono più pronte e attrezzate ad affrontare in tempi brevi una crisi di risorse rispetto alle aziende che si rivolgono ai consumatori. Mentre le prime sono preparate a dover affrontare l'evento tra quattro anni le seconde pensano di non avere motivi di preoccupazione prima di dieci anni e 1 su 3 non ha intenzione di sviluppare alcun programma di sostenibilità.
“La ricerca mostra che molte aziende non stanno facendo nulla per affrontare un problema che loro stesse ritengono possa condizionare il loro business nel 2018. Nonostante il nostro quotidiano lavoro con le aziende dimostri che una buona gestione delle risorse può portare nuove opportunità commerciali troppe aziende ritengono che prendere provvedimenti in questa direzione rappresenti solamente un costo e un obbligo ” ha commentato Tom Delay, Responsabile del Carbon Trust presentando i risultati.

Per leggere l'articolo in inglese su GreenBiz.com e vedere l'infografica che riassume i risultati: clicca qui>>

Se inquadriamo questa mancanza di azione delle aziende nei contesti politici di nazioni che hanno governi schiavi delle bizze di una politica che persegue i propri interessi a breve termine, allora abbiamo tutti gli ingredienti per un disastro globale annunciato.

Per trovare segnali di speranza non ci resta che guardare al progressivo risveglio della società civile a cui si sta assistendo in diverse parti del mondo e che si manifesta in diversi modi e ambiti. Per rimanere nell'ambito di studi internazionali, su Affari e Finanza di La Repubblica, è uscito il 17 dicembre un articolo su uno studio prodotto da Gartner, una società di ricerca tra le prime al mondo nel settore IT . Gli analisti di Gartner prospettano l'avvento del “Social Capitalism” in cui l'uso dirompente delle nuove tecnologie sociali cambierà nell'arco di dieci anni gli attuali modelli imprenditoriali. Lo studio parte dalla constatazione di due trend globali convergenti responsabili rispettivamente dell'accentramento della ricchezza nelle mani dell'1% della popolazione da una parte e del peggioramento della situazione economica del 99% della popolazione alle prese con una forte riduzione del reddito o con la povertà dall'altra.
Questa nuova schiacciante maggioranza, secondo lo studio avrà nei social network e nelle community virtuali uno strumento ineguagliabile per fare sentire il proprio peso e ragioni. Neanche le aziende potranno sottrarsi quindi all'influenza e al potere che la rete ha di aggregare e far cooperare senza confini.
“Social network di tutto il mondo unitevi: il nuovo manifesto digitale secondo Gartner, si realizzerà attraverso forme di collaborazione che vedranno gli esclusi della ricchezza ritrovarsi solidali in campagne contro le iniquità sociali”.(1)
Secondo lo studio questa pressione esercitata dall'esterno sarà capace di cambiare la struttura stessa delle aziende. Ne conseguirebbero effetti come una riduzione della gerarchia, l'introduzione di criteri di valutazione generali sull'azienda e sui suoi collaboratori basate sul merito e di criteri di valutazione aziendale da parte delle community. La aziende inoltre si aprirebbero maggiormente alla partecipazione offrendo ad elementi dentro all'organizzazione aziendale, ma anche esterni, la possibilità di contribuire alle decisioni per costruire strategie industriali interattive.

(1) Tratto dall'articolo “Dall'impresa alla società il grande contagio della rivoluzione digitale” di Paola Jadeluca- Affari e Finanza di La Repubblica

Sostenibilità degli imballaggi? Possibile da subito con un gioco di squadra mirato alla prevenzione
(dicembre '12)

Sostenibilità degli imballaggi? Possibile da subitoIl Piano di Prevenzione nazionale dei Rifiuti
Il Ministero dell'Ambiente ai fini della formulazione del “Programma Nazionale di prevenzione dei rifiuti" ha avviato lo scorso settembre una consultazione pubblica tramite un questionario in rete destinato ai cittadini e successivamente una serie di audizioni con altri portatori di interesse per raccogliere impressioni e suggerimenti.
Dopo aver ascoltato il mondo della produzione del commercio e della distribuzione attraverso le associazioni di rappresentanza i referenti del Ministero hanno convocato il 28 novembre un tavolo con le associazioni ambientaliste Italia Nostra, Amici della Terra, WWF e Legambiente. Italia Nostra ha consegnato un documento contenente alcune proposte in tema di prevenzione rifiuti concordate insieme e una presentazione della nostra iniziativa Meno Rifiuti Più Benessere in 10 mosse che abbiamo lanciato lo scorso ottobre. Seguiranno nella prima quindicina di dicembre le ultime audizioni tra cui quella con il comune di Capannori LU che si è svolta il 5 dicembre dove sono state presentate le iniziative locali in tema di prevenzione e riduzione rifiuti e le esperienze di altre Amministrazioni Locali che aderiscono a Rifiuti Zero e all'Associazione Comuni Virtuosi.
L'Europa si vuole dotare di un piano di prevenzione come scelta strategica per sopperire ad una scarsità di materie prime attivando programmi che prevedano il “superamento” del rifiuto come atto finale di spreco di risorse ottenendo allo stesso tempo la creazione di posti di lavoro “verdi”.
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Cosa dicono gli Esperti
Antonio Tencati, Professore di Management e CSR del Dipartimento di Management e Tecnologia dell'Università Bocconi è co autore con Stefano Pogutz del libro "Prevenzione e Innovazione" che analizza le esperienze di 11 paesi e 20 aziende in tema di prevenzione. Si tratta di iniziative che i soggetti preposti a favorire e gestire il riciclo e il recupero dei rifiuti da imballaggio e le imprese che producono e utilizzano gli imballaggi stanno implementando per favorire la prevenzione.
In occasione del convegno "Come disegnare la via della sostenibilità del packaging - Il ruolo della filiera industria-distribuzione" organizzato lo scorso anno dal Gruppo 24 Ore, Conai e Ipack-Ima 2012, Tencati chiarisce così il concetto di prevenzione nel suo intervento: “Non stiamo ragionando in termini di zero packaging, stiamo ragionando sul concetto di prevenzione come approccio innovativo per promuovere attraverso un forte orientamento alla sostenibilità un cambio di paradigma. Dobbiamo adottare una prospettiva di sistema che significa lavorare in un'ottica di: minimizzazione di consumo di risorse e degli inquinanti, recupero e riciclo dei rifiuti, massimizzazione del valore aggiunto ambientale di beni e servizi, minimizzazione degli impatti ambientali. In questa prospettiva il sistema del riciclo e del recupero si salda con il sistema a monte per costruire un vero e proprio sistema della prevenzione. In questa prospettiva la leva fondamentale è l'innovazione. L'obiettivo è da perseguire anche attraverso la collaborazione tra i diversi attori del sistema economico (imprese, attori pubblici e società civile) in una logica di condivisione e consenso rispetto alle misure che progressivamente vengono prese”.

COME SI DECLINA LA PREVENZIONE (1)

Secondo lo studio le politiche di prevenzione devono essere caratterizzate da quattro elementi imprescindibili:

  • Innovazione aperta con ampio coinvolgimento di tutti attori che formano la catena di distribuzione (dai fornitori di materie prime sino ai clienti finali) come condizione indispensabile alla realizzazione di azioni incisive di miglioramento, anche radicali.
  • Utilizzo di strumenti come il Life Cycle Assessment (Valutazione del Ciclo di Vita) che per la sua visione sistemica fornisce alla prevenzione il necessario strumento conoscitivo per individuare e adottare le soluzioni più appropriate.
  • Web-based. Le reti di produzione ormai globali, la necessità di modalità di lavoro e di confronto just in time, la stessa pressione temporale esercitata dai mercati e dalla società richiedono l'utilizzo della rete per condividere strumenti e conoscenze.
  • Collaborazione. Tutti gli elementi precedenti sottendono meccanismi collaborativi. La sostenibilità non può essere raggiunta, secondo lo studio, attraverso iniziative puntuali, isolate, non coordinate. Le politiche di prevenzione più efficaci, a livello di Paesi e imprese, sono il frutto di interazioni estese ed intense, visioni strategiche condivise, strumenti e metriche comuni. "I risultati del processo di benchmarking - si legge ancora nello studio - confermano che le più avanzate politiche per la sostenibilità derivano da forme di collaborazione. Gli stessi interventi di prevenzione non possono essere affrontati, in maniera disarticolata e non coordinata, da attori singoli. E' necessario sviluppare un modello di collaborative governance, che nasca dalla interazione, variamente configurata, tra le categorie di soggetti: soggetti pubblici, imprese, società civile".

(1): Fonte Eco dalle Città

Toni Muzi Falcone esperto di comunicazione scrive dal suo blog sull'Huffington post “ Il nuovo mantra anglosassone nelle organizzazioni è lo stakeholder engagement. Non esiste impresa, amministrazione pubblica o associazione no-profit i cui dirigenti non si pongano l'obiettivo di avviare un dialogo intenso con gli stakeholder. Del resto, per raggiungere i propri obiettivi ogni organizzazione non può non considerare l'influenza dei sempre più numerosi soggetti che hanno il potere di ritardarne o accelerarne le rispettive dinamiche di attuazione.”

Un esempio per l'azienda del “futuro”

Sempre a proposito di stakeholder engagement un esempio di coinvolgimento “straordinario” con gli stakeholder (o portatori di interesse) da parte di esponenti del mondo aziendale è sicuramente il caso di Michael Brown, proprietario di Plastics 2.0, un'azienda USA che produce imballaggi di plastica.
Brown ha infatti deciso di vedere con gli occhi della “controparte” quelle che sono le conseguenze dell'inquinamento da plastica negli oceani partecipando a una spedizione di 3 settimane nella zona del North Pacific Gyre. Il fatto che non fosse stato trovato un solo campione di acqua, tra quelli prelevati durante la spedizione a diverse profondità, che non contenesse particelle di plastica, lo ha convinto sulla necessità che l'industria produttrice di imballaggi debba impiegare tempo ed energie per contribuire con delle soluzioni che affrontino il problema invece di minimizzarne o negarne l'esistenza.
Per saperne di più leggi su Primo Piano il post Prove di dialogo dello scorso ottobre.

Sostenibilità degli imballaggi? Per gli Enti Locali un'improrogabile necessità (dicembre '12)

Sostenibilità degli imballaggi? Per gli Enti Locali un'improrogabile necessitàGli Enti Locali si trovano in un momento di grande difficoltà economica che li priva delle risorse necessarie da destinare a progetti di miglioramento quantitativo e qualitativo della raccolta differenziata (RD) anche quando i risultati ottenibili da una loro attuazione potrebbero tradursi in ingenti futuri risparmi per le casse comunali.
Secondo il Dossier 2012 di Comuni Ricicloni di Legambiente solamente il 13% dei comuni italiani superava nel 2011 il 65% di raccolta differenziata, come abbiamo raccontato nel post Come diventare il Paese del Riciclo I e II parte dello scorso agosto.
Sebbene il “Rapporto Banca dati sulla raccolta differenziata 2011” di Anci evidenzi un dato positivo come il calo del 1,88% dei rifiuti prodotti, la gestione dei rifiuti in Italia presenta ancora grossi elementi di criticità, anche se non sempre totalmente imputabili ai singoli enti.
Guardando alcuni dati del rapporto si evince che se l’incremento annuale del livello di RD continuerà ad attestarsi intorno al 2,27 % (come avvenuto nel 2011 rispetto al 2010) per raggiungere l’obiettivo di legge del 65 % di RD previsto per fine anno (già raggiunto e superato da altri paesi europei) potremmo impiegarci oltre 10 anni!
La percentuale di RD al 2011 si attesta infatti al 35,5 % mentre nel 2010 era al 33,26% .

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In Europa occupiamo il 20° posto su 27 Stati membri come gestione dei rifiuti e siamo stati classificati tra i 12 paesi della classifica che hanno basse performance di gestione dei rifiuti a causa di:
- politiche deboli o inesistenti di prevenzione dei rifiuti,
- assenza di incentivi destinati ad evitare la messa in discarica e, di conseguenza,
- uno scarso sfruttamento del riciclaggio e riutilizzo dei rifiuti e
- l’inadeguatezza delle infrastrutture.
Dal 1° ottobre 2012 il contributo ambientale (CAC) che gli utilizzatori di packaging versano al Conai quando immettono materiale da imballaggio in commercio è sceso per alcuni materiali.
Per i “non addetti ai lavori” va detto che nel nostro paese il contributo ambientale pagato dalle aziende utilizzatrici di packaging per l'imballaggio immesso viene calcolato sulla base del peso del materiale e non modulato sul suo livello di riciclabilità, come in altri paesi europei. Per gli imballaggi in plastica le aziende pagheranno 110 euro per tonnellata, 50 euro in meno rispetto ai 160 del luglio 2011.
Il contributo per l'acciaio è sceso da 31 a 26 euro, mentre il contributo per gli imballaggi in carta è passato da 14 a 10 euro a tonnellata. La prossima riduzione del contributo per la carta che passerà a 6 euro a tonnellata è già stata prevista per il prossimo marzo 2013.
Si arriverà così per la carta ad una riduzione del 75% in 15 mesi che, secondo le stime del Conai, si tradurrà in un risparmio complessivo per le aziende pari a 40 milioni di euro per l'anno 2013 rispetto agli anni precedenti al 2012. Leggi>>

Se si guarda a questi risparmi concessi alle aziende dalla prospettiva degli enti locali (e dei cittadini che rappresentano), qualche perplessità sembrerebbe giustificata.
Una concerne il dato di fatto che le riduzioni dei CAC determineranno minori entrate al Conai e che a minori entrate dovranno corrispondere minori uscite. Possibili ripercussioni potranno verificarsi con buone probabilità sull'entità dei contributi che verranno versati agli Enti Locali per il materiale raccolto con la RD, o sull'attuazione di altri progetti finanziati dal consorzio per sostenere la RD in comuni con forti difficoltà.
Allo stesso tempo ridurre il CAC non produrrà necessariamente una virata secca verso una prevenzione dell'imballaggio eccessivo e una produzione maggiormente eco sostenibile degli imballaggi da parte delle aziende come argomentiamo.
Senza voler negare il raggiungimento dei buoni risultati nazionali come livello di recupero degli imballaggi non siamo, a nostro avviso, nella condizione da poter dormire sugli allori. Per prima cosa perché ci sono in Europa paesi che fanno meglio di noi (e che non sono ai primi posti in Europa per produzione pro capite di imballaggi come l'Italia) e poi principalmente perché le condizioni di criticità del nostro pianeta ci impongono il perseguimento di un miglioramento continuo nell'uso eco efficiente dei materiali e delle risorse.
Se guardiamo agli altri paesi europei come Germania, Austria, Olanda,Belgio, ecc (leggi>>) vediamo che sono stati raggiunti migliori risultati dei nostri come prevenzione e riciclo non solamente con l'applicazione di contributi ambientali basati sul peso - che sono mediamente quattro volte più alti che in Italia- ma con una modulazione del contributo a seconda della riciclabilità degli imballaggi che disincentiva pesantemente le soluzioni non o difficilmente riciclabili.
In Francia da inizio 2012 viene applicato da Eco Emballages un nuovo contributo basato sull'attribuzione di un bonus malus a seconda delle caratteristiche dell'imballaggio: riciclabilità determinata dalla composizione dei materiali ( poliaccoppiati o materiali separabili ), dalla presenza di più unità componenti un singolo imballo (tappi, maniglie, ecc) nonchè dalla presenza di elementi che possono compromettere il riciclaggio come additivi, coloranti , alcuni adesivi delle etichette e delle sleeve ( etichette che ricoprono tutto il contenitore come un secondo involucro) in PVC su PET, ecc.
Ulteriori approfondimenti sul sistema francese si trovano in un post dedicato>>
Per aiutare concretamente gli Enti Locali le aziende dovrebbero puntare da subito (investendo eventualmente i soldi risparmiati con la riduzione del CAC) su una produzione sostenibile di imballaggi che siano essenziali, totalmente e facilmente riciclabili e provvisti di istruzioni chiare sul conferimento delle varie componenti. Qualora la maggior parte delle aziende immettesse esclusivamente imballaggi rispondenti a questi requisiti, si andrebbe a ridurre la quantità di imballaggi non riciclabili che finiscono con l'indifferenziato in discarica o negli inceneritori, alleggerendo i costi complessivi di smaltimento degli enti locali e le bollette dei cittadini.
Allo stesso tempo si creerebbero le condizioni per uno sviluppo del settore del riciclo definito come uno degli assi portanti della green economy. Studi recenti dimostrano che il recupero dei materiali consente una crescita occupazionale superiore di quasi 10 volte a quella prodotta da discariche o inceneritori.
Questa necessità viene espressa e veicolata con l'iniziativa Meno Rifiuti Più Benessere in 10 mosse che invita il mondo delle aziende e della Distribuzione Organizzata a compiere 10 azioni per alleggerire l'impatto ambientale di imballaggi e articoli usa e getta nel breve e medio termine.

Prove di dialogo (ottobre '12)

plastica pescata nell'oceanoAlcuni media di settore dell'industria della plastica negli USA sono molto seguiti anche da ambientalisti, ricercatori marini e professionisti del mondo del riciclo e della gestione dei rifiuti. La spiegazione è racchiusa nell'offerta informativa, puntuale anche su studi che evidenziano l'impatto ambientale della plastica sull'ambiente o azioni di sensibilizzazione/contrasto intraprese dagli enti locali, enti di ricerca e movimenti ambientalisti mirate al consumo di imballaggi usa e getta. Questo determina che in queste sedi nasca un confronto, anche acceso tra le opposte visioni, ma anche qualche tentativo di dialogo.
Volendo fare un parallelo con l'Italia non ci è capitato di imbatterci in un media di settore che raccolga intorno ad un argomento lettori e gruppi di opposti interessi, come avviene negli USA per la plastica a causa dei noti risvolti ambientali.
L'impressione è che, non solamente l'informazione viaggi da noi a compartimenti stagni, ma che anche le azioni intraprese da soggetti diversi che perseguano obiettivi tutto sommato comuni siano totalmente scollegate le une dalle altre.
Accade quindi che gli attori che possono giocare un ruolo per uno sviluppo sostenibile -senza stimoli e occasioni che li obblighino al confronto e all'ascolto reciproco - agiscano dalla loro personale prospettiva (di portare acqua al proprio mulino) e non si incontrino mai per impostare un progetto comune con un evidente spreco di energie e tempo prezioso. Stiamo parlando della mancanza di sinergie o di gioco di squadra tra mondo delle aziende, dell'università e ricerca, associazioni ambientaliste e di altra natura, istituzioni, politica, cittadini, ecc.
Anche se questo stato di cose non è solamente tipico del nostro paese -e non riguarda solamente le questioni ambientali- vogliamo raccontare una storia inusuale, sicuramente per quanto riguarda il protagonista, proprietario di un'azienda USA che produce packaging in plastica.
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E' stato lo stesso protagonista Michael Brown a raccontare la sua esperienza con un articolo su Plastics News in risposta a una collega del settore, Chandler Slavin che in un precedente articolo cercava in qualche modo di sminuire sia il livello di inquinamento da plastica dei mari che di responsabilità dell'industria della plastica in questo stato di cose.

Brown, dopo aver conosciuto nel 2007 i fondatori di 5 Gyres - Marcus Eriksen e Anna Cummins - e gli esiti delle loro ricerche sui rifiuti plastici negli oceani, decide, lo scorso maggio 2012, di partire con loro per una spedizione della durata di tre settimane nel vortice del Nord Pacifico.
Dopo aver seguito dal 2007 gli sviluppi della situazione su blog e social media - e aver anche partecipato a pulizie di spiagge - il manager ritiene di dover spingersi più in là e vedere il problema attraverso gli occhi “della controparte” , gli attivisti e gli scienziati marini.
Nel suo articolo Brown ribatte alla collega Slavin che lo studio della Sea Education Association da lei citato ( che rileva che nel Nord Atlantico non è stato riscontrato un aumento di plastica rispetto alla media di 200.000 frammenti di plastica per ogni km²) non prova che al momento attuale entri meno plastica negli oceani in assoluto.
Uno studio più recente mostra infatti che nel Pacifico settentrionale la presenza di detriti di plastica è aumentata 100 volte nel corso degli ultimi 40 anni, crescendo di due ordini di grandezza nei periodi 1987-1992 e 1999-2010.
Secondo Brown, che riferisce di aver letto oltre 20 ricerche che riportano una presenza di frammenti plastici più vicina alle 400.000 unità per Km², i differenti esiti dei rilevamenti sono spiegabili con i limiti degli attuali metodi di rilevamento dei campioni.
I micro frammenti di plastica, a causa del loro peso maggiore rispetto a quello dell'acqua unito all'effetto delle turbolenze oceaniche, possono essere spinti a profondità irraggiungibili o adagiarsi sui fondali, situazione che determina l'impossibilità di misurare e conoscere il carico globale della plastica negli oceani.
Quello che Brown ha potuto toccare con mano è stato che durante le 2600 miglia viaggio, ognuna delle apposite 45 reti (manta trawl) che raccoglievano campioni a varie profondità catturava plastica in modo continuativo, e che ogni 8 minuti si poteva avvistare in superficie della plastica galleggiante.

Ecco le parole con cui Brown conclude il suo pezzo :

Sarebbe bello poter pensare che qualcuna tra le iniziative di regolamentazione intraprese a livello globale o iniziative del settore industriale stia funzionando. Ma quello che ho visto in prima persona e ho imparato nelle mie ricerche acuisce la mia convinzione che il problema stia peggiorando invece che migliorare. Proprio il mese scorso a Hong Kong si è verificata un'enorme dispersione in mare di tonnellate di plastic pellets (granuli di plastica) e che solo grazie al ruolo dei social media se ne è tentato un recupero.

Non dobbiamo (come industria) sottrarci a questo problema o perdere tempo prezioso negandolo quanto invece concentrare tutte le nostre energie sulle soluzioni. Sia l'industria che i consumatori non possono che trarre benefici da una produzione di imballaggi sostenibili, una riduzione dei rifiuti, un aumento dei tassi di riciclo e dal crescente movimento che richiama ad una responsabilità estesa del produttore nei confronti dei propri manufatti.

Si tratta di una tragedia? Sì!

E' un problema che richiede una regolamentazione? Sì!

E' un problema sociale? Sì!

Si tratta di un problema per l'industria delle materie plastiche? Sì!

Si tratta di un problema di progettazione dei materiali ? Sì!

Di chi è la colpa? Di tutti noi!

I social media aggiungono un livello di trasparenza al problema e consentono a tante diverse voci di essere ascoltate. Anche se alcune di loro possono gridare più forte di altre, tutte contano. Prima di denigrare i social media a strumento votato per distruggere il nostro settore, cerchiamo di abbracciare e imparare da questo strumento che è il più democratico tra tutti i canali di comunicazione. Dovremmo essere grati agli scienziati che dedicano la loro carriera alla ricerca e a trovare delle soluzioni, grati ai blogger portati dalla passione a far luce su questo tema e per la dedizione dei tanti volontari che partecipano a pulizie e azioni di difesa dell'ambiente. Continuerò a seguire i social media per verificare se sto facendo abbastanza per fare la differenza e incoraggio i miei colleghi del settore delle materie plastiche a fare lo stesso.

L'approccio di Michael Brown dimostra che è possibile affrontare i problemi allargando la propria visuale spesso volutamente “autoridotta” per difendere gli interessi di parte.
Se il mondo dell'industria esprimesse tanti Michael Brown disponibili al dialogo e alla collaborazione sarebbe sicuramente un vantaggio perché verrebbero così a crearsi quelle precondizione essenziali per affrontare problemi complessi e articolati come quelli ambientali. Ma non c'è solamente il mondo dell'industria che deve attivare canali di dialogo, chi si impegna a partire per primo?

San Francisco capofila di 82 comunità USA che bandiscono o tassano il sacchetto usa e getta (settembre '12)

ross MirkarimiDal nostro ultimo aggiornamento di marzo sono diventate 82 le comunità americane dove è entrato in vigore un qualche provvedimento che vieta i sacchetti di plastica e nei casi più recenti obbliga gli esercizi a fornire solamente a pagamento sacchetti usa e getta di carta o in bioplastica.
New entry è la città di Homer nell'Alaska dove dal primo gennaio 2013 verrà vietato l'utilizzo di sacchetti di plastica dallo spessore inferiore ai 57 micron.
Questi provvedimenti interessano cinque delle 29 città Usa più densamente popolate : San Francisco, San Jose, Austin, Texas, Seattle e Portland. Lo stato invece più attivo nella lotta al sacchetto non poteva essere che la California con 41 cittadine e 7 contee che rappresentano il 16% della popolazione totale dello stato.
Stanno scaldando i motori anche la seconda e la quarta città nella classifica per numero di abitanti rispettivamente, Los Angeles con 4 milioni di abitanti, e Houston, dove sono in corso valutazioni sulle modalità di attuazione di provvedimenti restrittivi.
A mettere i bastoni tra le ruote c'è una coalizione formata da produttori e distributore di sacchetti “Save The Plastic Bag Coalition” -di cui abbiamo più volte parlato- che dal 2008 tenta di ribaltare i provvedimenti di divieto delle comunità usando tutte le possibili vie legali.
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Ne sanno qualcosa al momento la città di Santa Cruz e le contee di Marin e San Luis Obispo. Anche San Francisco è alle prese con un paio di ricorsi intentati da Save the Plastic Bag per tentare di bloccare l'ampliamento della prima ordinanza, già in vigore dal 2007, che interessava solamente alcune tipologie di esercizi.
Oltre a quello già presentato dalla coalizione senza successo ne è già stato preannunciato un prossimo in arrivo a ottobre quando il provvedimento entrerà in vigore.
L'estensione dell'ordinanza andrà a vietare la distribuzione di sacchetti di plastica anche nei grandi negozi, catene di prodotti alimentari, parafarmacie, ristoranti e take away, come abbiamo raccontato lo scorso febbraio.
La misura prevede anche la cessazione della distribuzione gratuita di sacchetti di carta o comunque biodegradabili che devono essere venduti ad un prezzo minimo di 10 cent, sia nei ristoranti che nei negozi e non solamente del settore alimentare. Per permettere ai cittadini di abituarsi ad avere sempre una borsa riutilizzabile a disposizione, il provvedimento entrerà in vigore in due scaglioni, ad ottobre per le catene del retail e nel giugno del 2013 per i negozi e i ristoranti.

La tattica legale di Save the Plastic Bag Coalition è ben consolidata e se vogliamo prevedibile perché si basa sulla contestazione della mancanza di uno studio di impatto ambientale a supporto dell'ordinanza che confronti l'impatto che le diverse tipologie di sacchetto monouso avrebbero sul territorio. A sentire il gruppo lo studio (costoso oltre che inutile se si considera l'intenzione dei governi locali di spostare il consumo verso la borsa riutilizzabile e non verso sacchetti monouso di altri materiali) sarebbe obbligatorio per legge quando la popolazione coinvolta è di una certa entità come a San Francisco con i suoi oltre 805.000 abitanti.
La Corte Suprema della California aveva infatti ritenuto in un precedente ricorso contro Manhattan Beach -perso dalla coalizione- che un simile studio fosse necessario per aree urbane con una popolazione più importante rispetto ai 33.000 abitanti della cittadina.
La seconda motivazione, secondo il rappresentante della coalizione Stephen Joseph, consiste nel fatto che l'ordinanza non potrebbe essere applicata ai ristoranti poiché andrebbe contro una legge dello stato, parte del "California Retail Food Code" che non prevede ingerenze da parte dei governi locali sulla tipologia di monouso usata per il trasporto di cibo acquistato da ristoranti e takeaway.

Sarà interessante vedere come andrà a finire perché l'Amministrazione Comunale di San Francisco è un osso duro anche per un personaggio come Stephen Joseph noto come uno dei più agguerriti e tenaci difensori del sacchetto di plastica negli USA.

La GDO opta per la totale riciclabilità dei propri imballaggi in Ontario (agosto '12)

clamshell Nell'Ontario, la più popolosa delle provincie del Canada, si sta concretizzando un progetto di ottimizzazione del packaging -a vantaggio della piena riciclabilità degli imballaggi- per ora all'avanguardia. L'Associazione della Grande Distribuzione Organizzata, il Retail Council of Canada (RCC) ha deciso che entro il 2013 gli imballaggi termoformati utilizzati dalle proprie aziende debbano essere realizzati in PET.
Di conseguenza i produttori di adesivi ed etichette che verranno utilizzate su questi contenitori si stanno adeguando con lo sviluppo di prodotti totalmente compatibili con il riciclaggio del PET. Hanno collaborato al progetto di RCC: Stewardship Ontario, The Association of Post Consumer Recyclers (APR) e The National Association for PET Recyclers. Il team che ha avviato il progetto è partito dall'identificazione dei materiali da imballaggio che abitualmente compromettono o rendono il processo di riciclaggio del PET inefficiente. Tra questi sono stati identificati alcuni adesivi, etichette, additivi fluorescenti e i materiali apparentemente simili al PET che sia l'occhio umano che i lettori automatici degli impianti di selezione non distinguono, come il PLA o il PVC ( che può essere presente anche solamente come etichetta su un contenitore di PET).
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Uno dei primi obiettivi è stato quello di sviluppare un protocollo che individuasse quali adesivi ed etichette fossero invece compatibili con il riciclaggio che ha portato ad individuare 12 diversi prodotti approvati per l'impiego su contenitori termoformati. La maggior parte delle etichette che vengono attualmente applicate ai contenitori termoformati all'interno dei supermercati o negozi alimentari contiene adesivi così forti da impedire la rimozione dell'etichetta dalla plastica.
Le etichette utilizzate sulle bottiglie in PET vengono invece applicate con un sistema di fusione a caldo e possono consistere in fascette o sleeve, etichette che rivestono tutto il contenitore.
Queste sleeve -sempre più impiegate anche in Italia- se da un lato annullano il bisogno di adesivi e di pigmenti o additivi nel contenitore presentano altri inconvenienti non da poco. Il primo problema si riscontra nella fase di selezione automatica presso gli impianti quando la presenza dell'etichetta impedisce ai lettori ottici di riconoscere il tipo di plastica o resina con cui è realizzato il contenitore ( ad esempio quando la sleeve è realizzata in PVC). In questo caso vengono scartati contenitori riciclabili dall'alto valore commerciale.
Il materiale con cui sono realizzate le sleeve, oltre a essere di difficile rimozione, crea problemi durante le fasi del riciclo meccanico dei contenitori. Per arrivare a definire quali adesivi possono essere compatibili l'RCC, che rappresenta più di 43.000 aziende e operatori online del Canada ha invitato qualche mese fa tutti i produttori e utilizzatori di etichette a partecipare alla definizione di un protocollo per testare la conformità dei propri prodotti con la supervisione di APR, The Association of Postconsumer Plastic Recyclers e la collaborazione di NAPCOR, National Association for Pet Container Resources. Lo studio e i test si sono conclusi recentemente e sul sito di APR si trova un documento di linee guida certificate “ New Guidance Document for Sleeve Labels on PET Bottles” a disposizione dei soggetti interessati.
Questo processo di transizione è partito la scorsa estate quando Loblaws una delle insegne leader della Grande Distribuzione in Ontario con 1.400 punti vendita ha contattato NAPCOR dicendo che era loro intenzione eliminare l'imballaggio non riciclabile. Realizzando che uno sforzo cooperativo avrebbe avuto molte più chance di innescare un cambiamento su vasta scala Loblaws ha iniziato a lavorare con le altre insegne canadesi tra le quali Wal-Mart, Safeway Canada, Metro e Sobeys.
L'azione intrapresa da Loblaws - e subito fatta propria da Wal Mart Canada- è nata grazie ad un potente driver di natura economica chiamato “ Stewardship Ontario Extended Producer Responsibility”. Per adempiere a questa legislazione ERP -che ritiene il produttore responsabile dei costi economici del fine vita dei propri prodotti- Loblaws avrebbe dovuto pagare costi economici non indifferenti per i rifiuti non riciclabili da loro immessi nel mercato. Optare per una progressiva sostituzione del PVC con il PET - che ha interessato 115 dei suoi 250 articoli a marca propria- si è rivelata quindi essere un'operazione più conveniente.
Wal-Mart Canada si è già attrezzato in modo da riciclare tutti i propri contenitori termoformati con le bottiglie. "Prima ci toccava pagare per avere il materiale in PVC portato via in discarica, dopo aver stimato che il valore del materiale passando al PET poteva andare dai 300 ai 600 $ per tonnellata siamo andati avanti con il progetto. Ora possiamo riciclare con le bottiglie i contenitori che hanno così acquistato un valore di 585 $ per tonnellata." ha relazionato Guy McGuffin, vice presidente di Sustainable Packaging per Wal-Mart Canada, alla sesta relazione annuale della società tenutasi a Toronto.
Secondo McGuffin se si arrivasse a riciclare tutti i contenitori termoformati del Nord America, il valore di mercato totale ammonterebbe a 1,6 miliardi di dollari (calcolando di ottenere 600 $ a tonnellata) con una riduzione di emissioni di CO2 pari a 3,8 milioni di tonnellate.
Wal-Mart Canada non ha solamente sostituito tutte le confezioni termoformate dei prodotti a marca propria in PVC con il PET ma ha anche eliminato tutti gli additivi fluorescenti responsabili di problemi nel riciclaggio.
Attualmente sono 78 i comuni in Ontario che stanno raccogliendo questi contenitori termoformati e i promotori del progetto ipotizzano che entro la fine del 2013 la raccolta possa essere estesa al 75% dei comuni canadesi e che dall'Ontario il progetto possa estendersi al resto del Canada.

Come diventare il paese del riciclo -Prima parte (agosto '12)

comuni ricicloni 2012L'edizione 2012 di Comuni Ricicloni ha recentemente reso noto che nel nostro paese 1 Comune su 7 supera il 65% di raccolta differenziata dato che corrisponde al 13% dei comuni italiani.
Su 8.100 comuni sono solamente 1.123 quelli che entrano nella classifica 2012 avendo superato nel 2011 il 65% di raccolta differenziata, percentuale richiesta per legge solo dal 2012. Considerando che a questi si possono aggiungere altri 365 che hanno comunque superato il 60% di raccolta differenziata richiesto dalla normativa per il 2011, arriveremmo alla quota di 1.488 comuni in regola con la legge dello Stato (1 Comune su 5 pari al 18% dei comuni italiani).

Chiediamo a Attilio Tornavacca, Direttore di E.S.P.E.R. che cosa è possibile fare ispirandoci ai sistemi che negli altri paesi europei hanno ottenuto obiettivi di riciclaggio più alti dei nostri e con produzioni procapite di imballaggi più basse (siamo al terzo posto in Europa come produzione pro capite di imballaggi).
segue intervista >>
Pubblichiamo l'intervista in due parti di cui la prima parte sulle differenze tra i sistemi e le legislazioni attive all'estero e nel nostro paese -con proposte su come intervenire - e la seconda sul quadro pubblico-legislativo che condiziona la situazione nazionale e le possibili soluzioni.

In un'indagine comparativa pubblicata su GSA Ambiente ( leggi l'articolo>>) esponi le condizioni che in altri paesi europei hanno determinato il raggiungimento di ottimi livelli di riduzione e prevenzione di rifiuti tra cui quelli da imballaggio.

Quali potrebbero essere le possibili aree di intervento attuabili nel nostro paese a partire dal ciclo di produzione e sino alla disincentivazione del conferimento in discarica (dove viene in genere smaltito l'imballaggio non riciclabile)? Quali sono ad esempio le differenze di contributo ambientale che vengono pagate da noi e all'estero e la loro influenza nel determinare come gli imballaggi vengono progettati?

La premessa d'obbligo è che il successo delle politiche di riduzione e riciclaggio nel nord Europa dove i risultati più elevati di recupero (riciclo e compostaggio) vengono raggiunti in Austria (70 %), Germania (66%) è essenzialmente legato alle politiche tariffarie che hanno scoraggiato l’uso di imballaggi superflui a monte e contemporaneamente fatto lievitare i costi di trattamento finale dei rifiuti residui indifferenziati. Di conseguenza si è reso molto più conveniente per le amministrazioni comunali potenziare la raccolta differenziata il riciclaggio e attivare impianti di compostaggio e digestione anaerobica.
Confrontando il contributo medio che devono versare le imprese italiane per tonnellata di imballaggio prodotto con quello medio europeo, emerge chiaramente che quello italiano è tra i più bassi in assoluto in Europa. La media europea risulta essere infatti a 126 euro a tonnellata, un livello ben quattro volte superiore a quello dell’Italia. Le differenze risultano particolarmente elevate per gli imballaggi in materiali compositi ed il cartone per bevande (poliaccoppiato) che presentano maggiori difficoltà di riciclaggio.

Per comprendere meglio di quali cifre si stia parlando riferite ai singoli imballaggi prendiamo l'esempio della bottiglia di acqua minerale in plastica

Parlando di plastica va detto che da noi i produttori di imballaggi in plastica pagano il contributo ambientale più basso in assoluto a livello europeo. Come se non bastasse nel giro di due anni il contributo ambientale versato dalle aziende al Conai per l'immissione in commercio dei loro imballi è stato ridotto quattro volte: da 195 €/t si è passati a 140 €/t per arrivare nel gennaio del 2012 a 120 €/t e ai 110 €/t del prossimo ottobre 2012. In Germania il contributo ambientale degli imballaggi in plastica è invece di 1.296 €/t, cioé più di dieci volte superiore.
In Italia il costo del contributo ambientale che grava su ogni singola bottiglia da 1,5 litri è di solo 0,3 centesimi di euro mentre la Norvegia arriva a far pagare 76 centesimi seguita dalla Danimarca dove si paga un minimo di 11 cent.
Non dobbiamo poi stupirci se vantiamo il record europeo di produzione e consumo di acqua minerale in bottiglie di plastica. Nel resto del mondo nemmeno paesi notoriamente “spreconi” come gli Stati Uniti fanno peggio di noi.

Puoi farci qualche esempio sui sistemi adottati negli altri paesi dagli Enti o Consorzi analoghi al nostro Conai?

All’estero i Consorzi hanno sviluppato sistemi di calcolo del contributo da versare per sostenere il riciclaggio ed incentivare la riduzione degli imballaggi superflui o difficilmente riciclabili che sono profondamente diversi da quelli italiani. In Germania, ad esempio, è entrata in vigore nel 2006 la norma che obbliga a versare la cauzione di 0,25 euro per ogni contenitore per bevande con un volume tra 0,1 litri e 3 litri in metallo, plastica e vetro che contengono acqua minerale e bibite a base d’acqua e bibite mix alcoliche. Questo anche se avevano raggiunto livelli di RD e riciclaggio molto più elevati dei nostri poiché il loro obiettivo non è semplicemente quello di raggiungere delle percentuali di recupero elevate ma di ridurre i consumi di imballaggi usa e getta. In Germania nel 2008 il sistema Duale è stato inoltre aggiornato e la principale novità della riforma è stata la fine del monopolio della DSD System e la nascita di altre società che si occupano del recupero e riciclo degli imballaggi (che ad oggi sono in tutto 9) per favorire la riduzione dei costi per le imprese (indotto dalla concorrenza tra le varie società) ed un incremento ulteriore dei livelli di riciclaggio.
In Finlandia in aggiunta al sistema di raccolta differenziata gestita da un consorzio esiste la beverage packages tax che si applica ai contenitori per bevande di vari materiali, con l’esenzione per i contenitori soggetti al sistema del vuoto a rendere. L’entità del tributo è piuttosto elevata, pari a 0,51 € per ogni litro di prodotto. In Norvegia viene applicata la charge on beverage containers per 0,11 € su ogni contenitore di bevande a perdere a prescindere dal materiale. In più su ogni contenitore è applicata un’imposta ambientale con aliquota dipendente dal materiale: se esso risulta riciclato per più del 95% il contenitore è esente da questa imposta ambientale.
In Danimarca la raccolta differenziata non è affidata ad un consorzio ma gestita direttamente dalle autorità pubbliche. Il finanziamento avviene anche tramite la packaging tax che si applica a pressoché tutti i tipi di imballaggio, alle buste di plastica ed anche alle stoviglie usa e getta con specifiche tariffe legate al peso ed al volume dell’imballaggio. In Germania e Austria l’entità del contributo ambientale sugli imballaggi è piuttosto alto, anche allo scopo di influenzare il consumatore ad una riduzione degli imballaggi acquistati.
Dal 2012 in Francia Eco-Emballages (un sistema “a responsabilità condivisa” come il Conai dove i produttori di imballaggi sono responsabili per gli imballaggi prodotti insieme ai comuni che effettuano la raccolta), ha introdotto l'applicazione di un bonus malus.
Per determinare il costo base del contributo oltre al peso dei materiali che lo compongono viene aggiunto un costo fisso per ogni unità che costituisce l'imballaggio (tappo, coperchio, etichetta, fascetta, astuccio,ecc). A questo importo può essere applicato un bonus ( sconto) del 2% una tantum se l'imballo è stato oggetto di riduzione di peso o volume e un'ulteriore bonus del 2% se ne è stato promosso il riciclaggio con campagne di comunicazione, nuove etichettature, ecc. Infine se l'imballo è nella “lista nera” degli imballaggi “disturbatori” del riciclaggio viene addebitato un malus che può arrivare sino al 100% del contributo dovuto quando l'imballaggio non è riciclabile. Gli obiettivi che il nuovo sistema -incentrato sulla prevenzione - si prefigge entro il 2016 sono: incrementare il tasso di riciclabilità degli imballaggi (dal 64% del 2010 al 75%) e arrivare a coprire l'80% dei costi del sistema.

Quali sono le conseguenze per i comuni italiani che si trovano con sempre meno risorse finanziarie a dover raggiungere un livello di raccolta differenziata del 65% entro il 2012?

La situazione diventa ovviamente sempre più critica. Se il Conai incassa dai propri associati un contributo complessivo di gran lunga inferiore di quello che viene incassato nel resto d'Europa significa che i Comuni ricevono dal Conai dei corrispettivi molto più bassi di quelli che ricevono gli enti locali di altri paesi membri. Oltretutto in paesi come Germania, Austria e nel nord Europa gli enti locali non devono nemmeno occuparsi della raccolta degli imballaggi poiché sono gli stessi produttori che devono organizzarla e pagarne i costi per intero.
I nostri Comuni, che devono sobbarcarsi dei costi della RD degli imballaggi (mentre in Germania o in Austria sono i Consorzi dei produttori di imballaggi a doversene fare carico per intero) ottenendo dei contributi così ridotti rispetto agli altri paesi europei, difficilmente riescono ad arrivare ad ottenere i corrispettivi più elevati di prima fascia che prevedono presenze bassissime di impurità nei materiali raccolti. L'ultimo accordo ANCI-Conai siglato dall'Anci nel 2009 contiene un drastico innalzamento del livello di purezza merceologica richiesto dei materiali raccolti che ha determinato gravi perdite economiche ai Comuni. Il concetto di favorire le raccolte differenziate con minore presenza di scarti è corretto ma il sistema attuale penalizza anche le amministrazioni comunali che hanno introdotto sistemi domiciliari e che si impegnano a promuovere una raccolta differenziata di qualità. Chi opera una raccolta degli imballaggi in plastica (e peggio ancora quando si opera una raccolta congiunta di plastica, lattine, barattoli) si trova spesso a non riuscire a rispettare i limiti nemmeno i limiti della seconda fascia poiché è molto difficile sradicare l’abitudine a conferire oggetti in plastica che non sono imballaggi o imballaggi in plastica con minimi residui di cibo (si può sciacquare ma non certo lavare il vasetto dello yogurt) e questi materiali vengono considerati scarti e non frazione merceologica similare come avviene per la carta. Inoltre alcuni spot che troppo genericamente parlavano del “recupero della plastica” senza specificare la questione della non conferibilità di altri oggetti in plastica che non siano imballaggi non hanno certo aiutato gli enti locali.

E' evidente che la situazione attuale costringe i Comuni ad affrontare senza strumenti e risorse una situazione in cui non possono fare altro che rivalersi economicamente sui cittadini.

Effettivamente se non è possibile contare su sistemi che disincentivino la produzione di imballo eccessivo e non riciclabile a monte e su quelle legislazioni già operative all'estero che si sono rivelate efficaci, si tratta di dover affrontare “una guerra” senza poter contare sulle armi più efficaci.
Le aziende che spendono di più per creare imballi in mono materiale e totalmente riciclabili non vengono ricompensate in alcun modo ed il consumatore non è sempre in grado di riconoscere la complessità dei materiali e premiare le aziende che compiono scelte più sostenibili scegliendo i loro prodotti. Ad esempio i contenitori in PET con etichetta termoretraibile che riveste tutta la bottiglia o il flacone utilizzati per succhi, detergenti, oli per poter essere riciclati invece che scartati finendo in discarica devono avere un'etichetta in PET. La maggior parte delle aziende che li utilizza per spendere meno usa il PVC. Il sistema francese affronta la questione penalizzando questa tipologia di imballaggi classificati come “perturbatori o disturbatori del riciclaggio” alla fonte applicando un malus del 100% come descritto in precedenza.

Quali sono quindi le proposte che ti senti di lanciare per diventare il paese del riciclo?

Per favorire realmente le attività di riduzione io proporrei di chiedere l’introduzione in Italia di sistemi simili al DPG tedesco per il cauzionamento dei contenitori per liquidi e la contestuale introduzione di meccanismi simili a quelli francesi o tedeschi di penalizzazione economica degli imballaggi difficilmente riciclabili.
In Giappone sono arrivati invece ad imporre non solo di usare lo stesso tipo di materiale per le bottiglie in plastica ma anche lo stesso colore per favorire il riciclaggio (in Italia bisogna invece avviare a riciclo in modo separato il PET trasparente da quello multicolore detto anche “floreale” di minor valore).
Per favorire il riciclaggio bisognerebbe innanzitutto rendere omogenea a livello nazionale la metodologia di calcolo dei livelli di effettivo riciclaggio (non si dovrebbe più parlare di raccolta differenziata RD) e far finalmente stabilire i criteri di assimilazione dei rifiuti speciali ai rifiuti urbani (che in certe Regioni, Emilia Romagna e Toscana in particolare, vengono utilizzati per gonfiare artificialmente i dati della RD).
Per favorire ulteriormente le attività di riduzione e riciclaggio io proporrei di stabilire a livello nazionale un sistema di incremento dei costi di smaltimento con un nuovo regime dell’Ecotassa che non possa più essere utilizzato, come accade attualmente, per consentire a chi incamera l’ecotassa (Regioni e Province) di spendere tali risorse per costruire o manutenere le strade (il vincolo all’utilizzo in campo ambientale è assolutamente generico) ma solo per ridurre i costi sostenuti dai Comuni in modo proporzionale all’effettivo livello di riduzione e riciclaggio raggiunto.
Una tassazione più pesante per lo smaltimento dei rifiuti che in Danimarca, Norvegia, Belgio (Fiandre) e Paesi Bassi viene applicata tramite un eco tassa anche all’incenerimento (con o senza recupero energetico) dei rifiuti. L’Italia è il paese con l’imposta sullo smaltimento più bassa tra quelli presenti nel database “Taxes in Europe”, riportato nell'allegato sia in termini di aliquota sia in termini di gettito.
Nel resto dell’Europa le imposte ambientali producono un gettito pari al 3 per cento delle entrate fiscali e allo 0,12 per cento del PIL. I paesi che hanno raggiunto i risultati migliori in campo ambientale sono anche quelli che presentano i più elevati livelli di imposte ambientali: in Danimarca e nei Paesi Bassi le tasse ambientali raggiungono rispettivamente il 5,8 e il 4 per cento del pil, quelle sull’inquinamento rappresentano l’1,2 e lo 0,4 per cento.

Come diventare il paese del riciclo -Seconda parte (agosto '12)

paga per ciò che buttiL'edizione 2012 di Comuni Ricicloni ha recentemente reso noto che nel nostro paese 1 Comune su 7 supera il 65% di raccolta differenziata dato che corrisponde al 13% dei Comuni italiani.
Chiediamo a Attilio Tornavacca, Direttore di E.S.P.E.R. che cosa è possibile fare per diventare il paese del riciclo ispirandoci ai sistemi che negli altri paesi europei hanno ottenuto obiettivi di riciclaggio più alti dei nostri e con produzioni pro capite di imballaggi più basse ( siamo al terzo posto in Europa come produzione di imballaggi su base pro capite ).
Mentre la prima parte dell'intervista compara i sistemi e le legislazioni che regolano la gestione degli imballaggi attive all'estero con la gestione nazionale e propone modifiche- la seconda parte analizza il quadro pubblico-legislativo che condiziona la situazione nazionale e indica possibili soluzioni.

IL QUADRO PUBBLICO LEGISLATIVO

A complemento delle soluzioni a livello di legislazioni che hai esposto alla fine della prima parte di questa intervista che cosa ne pensi del decreto "Crescitalia" del Governo Monti che punta a privatizzare tutte le società pubbliche che si occupano della gestione dei rifiuti senza distinguere in alcun modo tra gestioni virtuose e gestioni inefficienti?
segue intervista >>

A mio modesto giudizio ogni impostazione corporativa o basata su preconcetti (del tipo “sempre e comunque meglio la gestione pubblica” o viceversa “bisogna smantellare il sistema pubblico imponendo società miste o privati tramite gara”) può comportare troppi rischi e pochi benefici.
Poiché vi sono certamente tanti esempi di gestioni pubbliche che non hanno dato prova di un buon livello di efficienza non si tratta di difendere le aziende pubbliche “a prescindere” ma di evitare che le privatizzazioni riguardino anche il pubblico che funziona molto bene. Si rischia di svendere sul mercato aziende pubbliche che rappresentano degli esempi virtuosi da tutelare e non certo da smantellare.
In Veneto varie aziende pubbliche stanno promuovendo la richiesta di modificare il decreto "Crescitalia" per consentire la gestione pubblica dei servizi cosiddetti "in house" quando siano presenti alcune condizioni di risultato come accade in nord europa.

Nello specifico le clausole che proporrei sono le seguenti:

1) le società pubbliche devono chiudere i bilanci in utile o pareggio;

2) devono reinvestire nel servizio almeno l’80% degli utili;

3) devono applicare tariffe puntuali e raggiungere costi operativi annui inferiori alla media di settore;

4) devono raggiungere almeno gli obiettivi di RD e riciclaggio stabilite dalle norme di settore.

Questi risultati gestionali possono essere periodicamente verificati dall’Autorità garante della concorrenza e del mercato. Queste regole sono del tutto simili a quello che vengono applicate in Germania per controllare i risultati delle aziende in house.
In Germania se un azienda pubblica non rispetta uno o più parametri ha tempo due anni per raggiungerli e se non ci riesce si procede ad affidare il servizio ai privati tramite gara. Mi chiedo perché non dovremmo prendere a riferimento la Germania in questo campo visto che ha superato il 70 % di riciclaggio di materia.

Il quadro legislativo che prevede l’obbligo della messa a gara dei servizi “in house” è stato infatti scardinato dalla recentissima sentenza n. 199 del 17 luglio 2012 della Corte costituzionale che ha dichiarato completamente illegittimo il contenuto dell’art. 4 della Legge 138/2011 e s.m.i. (tra cui il Decreto Crescitalia) sostenendo che tali prescrizioni sono la copia, ancor più decisa rispetto all'originale, di quelle abrogate dal referendum sui Servizi Pubblici Locali.

Il settore dei SPL viene quindi attualmente regolamentato solo dalla normativa europea che permette l'affidamento in house a tre condizioni: la società affidataria deve avere capitale interamente pubblico e svolgere la quota prevalente della propria attività con l'ente affidante, che a sua volta deve esercitare su questa un controllo «analogo» a quello assicurato sui propri uffici.

Per rimanere nell'ambito legislativo quali sono le conseguenze di un'applicazione del D.L. 201/2011 che introduce la IMU-Res rifiuti rispetto all'applicazione delle tariffa puntuale adottata da alcuni comuni? Secondo te andrebbe inoltrata una richiesta di modifica e perché?

paga ciò che gettiSi andrebbe richiesta una modifica. A partire dal 2013, ai sensi dell’articolo 14, D.L. n. 201/2011, saranno soppressi tutti i prelievi relativi alla gestione dei rifiuti, per essere sostituiti da un nuovo tributo denominato Res (rifiuti e servizi) che reintroduce il meccanismo della Tassa anziché della Tariffa parametrica. La Res-rifiuti può essere disapplicata in favore di un prelievo a carattere tariffario solo a determinate condizioni. Nell’articolo 14 comma 29 è infatti previsto che nei Comuni che hanno adottato sistemi di misurazione puntuale dei rifiuti prodotti è possibile deliberare la disapplicazione della tassa con contestuale istituzione di una tariffa – corrispettivo, che in questa caso può essere applicata dal gestore del servizio. In molti hanno colto la palla al balzo per affermare che dal 2013 non si potrà più applicare la tariffazione puntuale a meno che non sia già stato adottato in precedenza tale sistema. Questo modo di interpretare la norma favorisce chi ha interesse a mantenere elevato il livello di produzione di imballaggi superflui e, di conseguenza, dei rifiuti indifferenziati ma è in contrasto con il principio europeo “chi inquina paga” che in Francia ha recentemente portato ad includere nella nuova Legislazione ambientale (Grenelle de l’environnement n. 967 del 3 agosto 2009) l’obbligo dell’attivazione della tariffazione puntuale ( denominata “Tarification incitative” ) entro il 2014.

Bisognerebbe mettere in evidenza che siamo uno dei pochi paesi in Europa ad utilizzare ancora una tassa basata sui metri quadri degli appartamenti per pagare il servizio di raccolta dei rifiuti. Bisognerebbe quindi ristabilire chiaramente che l’obiettivo che devono raggiungere i Comuni in Italia è di applicare un corrispettivo per il servizio di igiene urbana che, recependo il principio internazionale “Pay As You Throw”, tenga conto del volume dei rifiuti conferiti grazie all’applicazione di sistemi di rilevazione e quantificazione della produzione dei rifiuti (già molto collaudati e diffusi in Europa) riferiti ad ogni singola utenza servita (eventualmente aggregata a livello di singolo edificio). In questo modo si può esercitare un’effettiva azione premiante dei comportamenti virtuosi che determina un sensibile aumento della partecipazione ai programmi di riduzione e raccolta differenziata messi in atto dalle Amministrazioni locali.

Come pensi possa essere fatto in questo contesto per una liberalizzazione del mercato altro tema caro a Monti?

La liberalizzazione del mercato dovrebbe essere incentrata nel rendere realmente liberi gli enti locali di rivolgersi ai soggetti che possono garantire le migliori e più convenienti modalità di recupero e riciclaggio dei rifiuti. Tale obiettivo può essere raggiunto favorendo lo sviluppo del settore della riduzione e riciclaggio dei rifiuti ed in particolare riconoscendo il valore delle mancate emissioni climalteranti ottenute grazie a tali attività. Va infatti rammentato che, mentre altri settori (in particolare quello dell’incenerimento) vengono sostenuti con i certificati verdi ed i cementifici che utilizzano CDR vengono sostenuti con i certificati bianchi. Un recente studio dell’Istituto di Ricerche Ambiente Italia dal titolo “Il riciclo ecoefficiente” ha confermato gli esiti dello studio dell’AEA contestualizzandoli rispetto agli impegni assunti dall’Italia per rispettare il Protocollo di Kyoto. Tale studio dimostra che "... un modesto incremento del 10% del riciclo industriale interno equivale al 57% dell’obbiettivo di efficienza energetica nazionale, al 15% dell’obiettivo nazionale di riduzione delle emissioni climalteranti e a circa un terzo dell’obbiettivo di riduzione delle emissioni di CO2 da conseguire con l’applicazione della direttiva Emission Trading."

Il risparmio di emissioni climalteranti, già quantificato per il settore del riciclaggio, non è ancora stato quantificato dettagliatamente per le attività di riduzione a monte mai i primi studi in materia indicano un rapporto di almeno 10 a 1 tra le attività di riduzione e quelle di riciclaggio. Con la richiesta di certificati (denominabili ad esempio “azzurri” per la riduzione e “celesti” per il riciclaggio) potremmo trovare dei potenti alleati a questa proposta nel settore delle aziende che operano nel settore della riduzione, del riciclaggio e compostaggio dei rifiuti.

Quali altri eventuali ostacoli possono incontrare gli enti locali che vogliono andare come Ponte nelle Alpi vincitore per la terza volta della classifica verso una RD vicina al 90% ?

Intanto a Ponte nelle Alpi vige una tariffazione puntuale per i rifiuti composta di due parti di cui una quota fissa copre le spese di gestione e una quota variabile viene applicata per il prodotto conferito in discarica che ha consentito di ridurre, dopo soli cinque mesi dall’avvio del nuovo servizio, i rifiuti indifferenziati che i cittadini producevano passando dai 385 kg a livello pro capite ai meno di 30 kg di oggi.
Inoltre Ponte nelle Alpi ha creato nel 2007 una propria azienda al 100% pubblica per gestire la raccolta differenziata, la Ponte Servizi srl.
Un ostacolo per tante amministrazioni desiderose di eguagliare i risultati di PNA risiede nei contratti capestro, a cui vengono spesso sottoposti gli enti locali, che costringono un Comune ad impegnarsi a conferire per un certo numero di anni (di solito almeno 15 o 20 anni cioè il tempo di ammortamento dei grandi impianti di incenerimento) i loro rifiuti. Questi contratti vengono imposti dalla banche che finanziano i grandi impianti a livello di ambito ma diventano poi il principale ostacolo da superare allorquando i Comuni intendono realmente perseguire la strategia “verso rifiuti zero” o “riciclaggio totale”.

Per saperne di più sui risultati conseguiti a Ponte nelle Alpi leggi l'articolo di Gabriele Pieroni pubblicato su Linkiesta>>

In America si buttano via almeno 11,4 miliardi in materiali riciclabili ogni anno (agosto '12)

wasted packagingSconfortante il tasso di riciclo degli imballaggi negli USA, serve una legge che imponga ai produttori di prendersi carico del fine vita dei propri imballaggi.


Un recente rapporto pubblicato il 18 luglio scorso negli USA da As You Sow, un'organizzazione non-profit dimostra che gli americani stanno letteralmente gettando denaro nell'immondizia con la gestione attuale degli imballaggi e contenitori a perdere.
As You Sow promuove la responsabilità ambientale e sociale nelle aziende attraverso azioni e progetti che prevedono il coinvolgimento degli azionisti, l'attivazione di coalizioni e l'impiego di strategie legali innovative.
Il rapporto, dall'eloquente titolo Unfinished Business, sostiene che almeno 11,4 miliardi di dollari siano stati buttati via nel 2010, insieme ai materiali riciclabili - acciaio, plastica, vetro, carta che sono finiti in discarica o negli inceneritori in America.
Unfinished Business denuncia il ritardo con cui le aziende USA che utilizzano imballaggi "rispetto ai loro pari a livello mondiale" si assumono la responsabilità del fine vita dei loro imballaggi e sollecita l'attuazione di un programma obbligatorio di contribuzione per i produttori che possa finanziare le infrastrutture necessarie al riciclaggio.
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La responsabilità dei costi economici dei rifiuti post-consumo -attualmente a carico dei contribuenti e dei governi locali- deve passare alle imprese regolamentata da una legislazione che applichi il principio della "responsabilità estesa del produttore" (EPR).
L'attuazione passa attraverso l'istituzione di un sistema di tariffe a carico di ciascun produttore basate sulla quantità e tipologia di materiali immessi sul mercato che -in una condizione di maggiore equità e a parità di condizioni per i produttori- preveda incentivi nel ridurre la quantità di imballaggi, ne aumenti del tasso di riciclaggio e garantisca entrate economiche sufficienti a migliorare i sistemi e le infrastrutture di riciclaggio.
Tra i benefici ambientali collegati ci sarebbe anche una riduzione delle emissioni di Co2 che secondo uno studio condotto dal Public Policy Institute, sarebbero determinate negli USA in una misura del 44 % dalla produzione di beni ed imballaggi.

Iil rapporto sottolinea come l'aumento esplosivo degli imballaggi di plastica che dominano il settore del packaging -ponendo nuove sfide alla raccolta e al riciclaggio- richieda particolare attenzione. Di conseguenza i contribuenti devono poter esprimere delle richieste che si traducano in una riduzione della plastica monouso attraverso una disincentivandone della produzione. Infatti quasi il 73% degli 11,4 miliardi dollari buttati nel 2010, -più di 8,3 miliardi dollari- è rappresentato da imballaggi in plastica. Senza interventi la situazione non potrà far altro che peggiorare sottolinea As you Sow sulla base di uno studio sui detriti marini di Global Environmental Facility dello scorso novembre 2011 che prevede a livello mondiale un aumento del 9% nella produzione di plastica ogni anno.
Durante la presentazione del rapporto Conrad McKerron, senior director di As You Sow ha dichiarato :
"Nonostante i modesti progressi a livello di tasso di riciclo, le aziende devono riconoscere che esiste una persistente mancanza di leadership aziendale sul riciclaggio negli Stati Uniti, così come i leader politici devono riconoscere fallimenti di pari portata delle loro politiche di riciclaggio. Gli Stati Uniti a causa degli alti livelli di consumo attuali dovrebbero agire ora per migliorare le proprie infrastrutture di raccolta dei rifiuti in modo da intercettare quantità molto maggiori di materiali post-consumo e sviluppare sistemi a ciclo chiuso che riciclino in modo efficiente questi materiali sempre più pregiati. Sono state prodotte più plastiche nel primo decennio di questo secolo che in tutto il secolo precedente e su un totale di 30 milioni di tonnellate di rifiuti plastici generati ogni anno ne vengono riciclati solamente 2 milioni."

Il rapporto inoltre sottolinea che non è possibile progettare sistemi di riciclaggio differenziati (che tengano conto dei tanti tipi di materie plastiche) o chiedere agli attuali impianti di riciclaggio di scartare manualmente gli imballi che possono interferire con il riciclaggio. La soluzione consiste nell'immettere al consumo solamente plastiche facilmente riciclabili sull'esempio dell'iniziativa Canadian Grocers Initiative che chiede ai produttori canadesi l'esclusivo impiego del PET nella produzione di imballaggi termoformati nel settore alimentare a partire da quest'anno.

usa vs. europeIl rapporto ha definito “triste” il 12,1 % di tasso di riciclaggio degli imballaggi in plastica negli Stati Uniti stimato dall'EPA (Agenzia di Protezione Ambientale) che non è altro che la logica conseguenza del fatto che quasi il 70% di tutta la produzione di packaging post-consumo in plastica non sia coperto da sistemi di raccolta domiciliari porta a porta (o presso altre postazioni di raccolta) , o da altri provvedimenti atti a promuovere il riciclaggio e la riduzione del packaging come tassazioni ad hoc, divieti di produzione o depositi cauzionali dei contenitori.

Il rapporto si rivolge all'EPA e agli stati invitandoli a promuovere politiche che obblighino le aziende ad andare verso una progettazione sostenibile e quindi una riduzione dell'imballaggio alla fonte prima che una carenza di risorse si verifichi. Come esempi da imitare vengono citati i risultati di programmi di raccolta in Canada e in alcuni paesi europei come la Danimarca, Belgio, Olanda che sono arrivati a riciclare oltre il 70% degli imballaggi recuperando il valore economico dei materiali, creando migliaia di posti lavoro, limitando il consumo di materie prime e riducendo le emissioni di gas serra e il consumo energetico. L'attuazione di una legislazione vincolante EPR richiesta da As you Sow fissa obiettivi di recupero dei materiali pari al 75% o superiori, una tabella di marcia con un ritmo sostenuto ed è applicabile a tutte le tipologie di imballaggi: commerciali, industriali e residenziali.

L'Italia ha migliori risultati degli Stati Uniti con una percentuale di riciclo degli imballaggi del 2011 pari al 64,7 % ma potrebbe fare molto, ma molto di più a livello di prevenzione, come vedremo nei prossimi articoli tra agosto e settembre.
Rispetto all'ultima direttiva europea 2008/98/CE che introduce il principio della responsabilità estesa del produttore all'art.8 recepita a fine 2009 con il D.Lgs 3/12/2010 n.205, siamo in attesa dei decreti attuativi che ne disciplineranno le modalità e i criteri di introduzione.

Per maggiori approfondimenti sulle linee guida della proposta leggi l'articolo completo di Plastic news>>

As you saw non è l'unica realtà degli USA che veda nell'attuazione di legislazioni ERP una possibile soluzione alla quantità di rifiuti che vari rapporti - 1>> ; 2>> - prevedono destinata a raddoppiare a livello mondiale entro il 2025.
Si assiste, negli USA, ad un proliferare di coalizioni di varia natura che raggruppano diversi soggetti portatori di interesse tra i quali: Cradle Coalition che raggruppa 30 enti di interesse pubblico, The Sustainable Packaging Coalition, The American Institute for Packaging and the Environment (Ameripen), Canada’s PAC Next, Recycling Reinvented e Action to Accelerate Recycling.
Anche in Europa è recentemente nato un gruppo, The European EPR Club>>

Più imballaggi sostenibili al 2020, ma c'è chi non aspetta (giugno '12)

Eco-emballagesFervono in Europa iniziative a vario livello che hanno come comune denominatore la realizzazione di una nuova generazione di imballaggi idonea al riciclo totale secondo i principi dell'eco design e della progettazione sostenibile.
La direttiva europea sui rifiuti, la 2008/98/CE, fissa all'articolo11, (paragrafo1, lettera a), gli obiettivi di riciclo dei materiali per il 2020. Per gli imballaggi di carta, metallo, plastica e vetro l'obiettivo di riciclo minimo deve essere del 50% in termini di peso.
Per raggiungere questo obiettivo è indispensabile che le aziende utilizzatrici di packaging facciano della riciclabilità e della riduzione dell'impatto ambientale gli assi portanti della progettazione dei loro imballaggi.
In alcuni paesi europei, come Spagna o Austria, è stata usata la leva economica per spingere le aziende nella giusta direzione, con una tassazione degli imballaggi modulata in funzione della loro riciclabilità.
Per quanto concerne il packaging in plastica il contributo dovuto per un imballaggio poliaccoppiato di un prodotto dolciario può arrivare ad essere anche 6-8 volte superiore rispetto a quello dovuto per il PET di una bottiglia.
In Francia, Eco-emballages, l'omologo francese del nostro consorzio Conai, ha introdotto dal gennaio 2012 un nuovo sistema di calcolo del contributo, che le aziende aderenti al sistema Point Vert pagano per gli imballaggi immessi al consumo.
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Gli obiettivi che il nuovo sistema -incentrato sulla prevenzione - si prefigge entro il 2016 sono: incrementare il tasso di riciclabilità degli imballaggi (dal 64% del 2010 al 75%) e arrivare a coprire l'80% dei costi del sistema.
Per determinare il costo base del contributo si parte dal peso dei materiali che lo compongono, a cui viene aggiunto un costo fisso per ogni unità che costituisce l'imballaggio (tappo, coperchio, etichetta, fascetta, astuccio,ecc).
A questo importo può essere applicato (una tantum) un bonus o sconto del 2% se l'imballo è stato oggetto di riduzione di peso o volume (ad esempio le confezioni ricarica,) e un'ulteriore bonus del 2% se ne è stato promosso il riciclaggio con campagne di comunicazione, nuove etichettature, ecc.
Infine se l'imballo è nella “lista nera” degli imballaggi “disturbatori” del riciclaggio (Liste des emballages perturbateurs) viene addebitato un malus del 50% che può arrivare sino al 100% del contributo dovuto quando l'imballaggio non è riciclabile come per il PVC o il PLA, un tipo di bioplastica.
Per saperne di più guarda il video animato>> che illustra il nuovo sistema e la video intervista di presentazione "L'impact du nouveau tarif Point Vert">>

L'elenco completo degli imballaggi soggetti ad un malus che riporta tutte le combinazioni di materiali da evitare che complicano o impediscono il riciclaggio si trova scaricabile sul sito di Eco-Emballages>>

Tra i vari casi illustrati si trovano ad esempio i contenitori in PET, per lo più bottiglie utilizzate da marche di succhi di frutta, su cui viene apposta una sleeve termotraibile, un tipo di etichetta che riveste totalmente il contenitore realizzata in PVC. In questo caso i lettori ottici impiegati nella selezione automatica presso gli impianti di smistamento scartano le bottiglie che finiscono così in discarica o negli inceneritori sprecando di fatto una plastica pregiata. Se la sleeve fosse in PET il problema non si porrebbe ma spesso la scelta cade sul PVC perché molto più economico.

Altri esempi su cui interviene il malus sono contenitori in PET con tracce di alluminio (a livello di etichetta, tappo o inchiostri utilizzati), oppure PET con colorazioni opacizzanti contenenti biossido di titanio o in colori diversi dai verdi o blu, bottiglie in vetro con tappo in ceramica, imballi in carta con parti in cartone “armato”, imballi in carta con una percentuale in fibra cartacea inferiore al 50%, calcolata sulla base degli altri elementi che compongono l'imballo: come tappo, rivestimenti in alluminio o plastica, ecc.

Questo sistema, oltre ad essere molto più funzionale ai fini di una prevenzione nella produzione degli imballaggi e di un maggiore riciclo, risulta anche più equo per le stesse aziende perché possono competere tra loro a parità di condizioni. Questo significa che alcune scelte che hanno dato origine a imballaggi non totalmente o difficilmente riciclabili verrebbero escluse già in fase di progettazione per i maggiori costi che si prospettano.

Abbiamo chiesto al Conai se l'esempio di Eco-Emballages può essere importato nel nostro paese e, qualora ricevessimo risposta, vi aggiorneremo in merito.
Come riportato dal “Rapporto Rifiuti Urbani – Edizione 2012”, presentato recentemente da ISPRA (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) i rifiuti in Italia prodotti nel 2010 non sono diminuiti raggiungendo i 32,5 milioni di tonnellate, 1,1% in più rispetto all'anno precedente (in controtendenza con l'1,1% in meno prodotta nello stesso anno nell'UE27).
Sono cresciuti anche i rifiuti da imballaggi che rappresentano circa il 40% dei rifiuti totali che il rapporto quantifica in 11 milioni. Si tratta di una percentuale importante che rappresenta un costo in crescita per i cittadini per lasciarla alla “ buona volontà” delle aziende.
Vale la pena mettere in atto le necessarie azione di prevenzione dei rifiuti che tocchino anche il settore degli imballaggi attraverso la creazione di un ampio fronte che coinvolga in modo sinergico pubblico e privato . Lo richiedono le emergenze rifiuti che interessano attualmente la capitale (e non solo) e che rischiano di andare a pesare alla fine sulle tasche dei cittadini, acuendo ulteriormente la fase di recessione economica in atto.
L'ultimo rapporto della Banca Mondiale presentato recentemente sostiene che entro il 2025 il costo della bolletta dei rifiuti diventerà quasi il doppio. Considerando che la quantità di rifiuti solidi urbani (RSU) prodotta crescerà dalle attuali 1,3 miliardi di tonnellate a 2,2 miliardi di tonnellate all'anno, il costo attualmente sostenuto di 205 miliardi di dollari potrebbe passare a 375 miliardi in soli 13 anni.

E per concludere altri due segnali incoraggianti che arrivano dall'Inghilterra.
Partendo dal presupposto che è il riciclatore il soggetto più qualificato per indicare quali sono gli imballaggi più (o meno) idonei al riciclo, è stato recentemente avviato da EuPR (European Plastic Recyclers) un progetto per sviluppare un sistema di etichettatura che indichi il grado di riciclabilità dei manufatti.
E' stato costituito con sede in Inghilterra un gruppo di lavoro che sta vagliando le diverse possibilità e metodologie con le quali procedere. L’etichetta dovrebbe assegnare una classe di riciclabilità ai singoli imballaggi, in modo simile a quanto avviene per le classi energetiche degli elettrodomestici. Il progetto parte dagli imballaggi ma potrebbe estendersi anche ad altre categorie di manufatti.
Sulla stessa lunghezza d'onda l'approccio del Packaging Manager di Tesco che - dovendo redarre le linee guida per la progettazione degli imballaggi del gruppo- ha voluto visitare molto dettagliatamente un impianto di riciclo di materie plastiche inglese al fine di capire che cosa realmente agevola il riciclo e che cosa lo ostacola.

Poco notati i messaggi ambientali sul packaging, lo rileva uno studio USA (giugno '12)

plant_bottleL'esito di una ricerca USA condotta da PRS Perception Research Services, azienda del New Jersey specializzata in ricerche di mercato applicate al packaging, potrebbe fornire alcuni spunti per ripensare la comunicazione ambientale presente sul packaging dei prodotti come posizionamento, contenuti e dimensioni.
Alcuni esperti del settore ne hanno commentato gli esiti insieme agli autori dell'indagine durante una conferenza di settore, Bioplastek, svoltasi nella prima parte dell'anno a Arlington VA. La ricerca, finalizzata a individuare in che misura messaggi ambientali inerenti al packaging (composizione o riciclo,) vengano recepiti dai consumatori, ha preso in esame una casistica di 24 messaggi presenti su 8 marche di acqua in bottiglia.
Le conclusioni dimostrerebbero che oltre il 70% dei messaggi non viene notato per nulla o non è ben compreso dai consumatori. Secondo Jonathan Asher, vice presidente di PRS, i risultati possono essere allargati anche ad altri prodotti e non solamente all'acqua in bottiglia. “Quando un'azienda ha un messaggio significativo da trasmettere deve fare le giuste valutazioni per decidere la priorità dei messaggi a cui dare evidenza e come. E' un peccato non arrivare proprio ai destinatari di questi messaggi: i consumatori attenti agli aspetti ambientali dei prodotti, che sono in costante aumento”.
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Concorda sull'analisi anche Anne Reid, Senior Director of Design Realization presso Landor Associates: “Se consideriamo che l'80% delle decisioni di acquisto vengono fatte in meno di 30 secondi è evidente che siano pochi i messaggi che passano. Il fatto che un'altra indagine recente condotta da PRS abbia rilevato come il 36% dei consumatori sia propenso a scegliere un packaging a basso impatto ambientale (e che la metà di loro è disposto a pagarlo un po' di più,) dovrebbe motivare le aziende a rispondere al meglio a queste esigenze.”
Questi i testi dei messaggi proposti nel sondaggio: 100% recycled bottle, 50% less plastic, 30% less plastic, PlantBottle, 1 % for the planet, Bottle made with 30% less material, Eco-shaped bottle, Up to 30 % plant-based bottle. In estrema sintesi il primo messaggio dell'elenco sul packaging totalmente derivato da plastica riciclata ( 100% recycled bottle) è risultato il più notato mentre The 1 % for the planet è stato il messaggio che ha registrato l'impatto più basso. Ma non c'è stato alcuno di loro che abbia davvero calamitato l'attenzione degli intervistati.
Se il 39% di questi ultimi nota maggiormente 50% less plastic scende ancora la percentuale di coloro che notano 30% less plastic: in una misura compresa dal 10 al 26% a seconda della popolarità delle 4 marche che lo utilizzano.
Non va meglio con i messaggi riferiti alla composizione a base vegetale (totale o parziale) della PlantBottle, che non sembrano arrivare ai consumatori, nonostante i diversi premi vinti dalla Coca Cola per questo imballaggio.
Una possibile causa in questo caso sembrerebbe risiedere in un certo timore manifestato dai consumatori sul fatto che la diversa composizione dell'imballaggio possa modificare il sapore del contenuto.
Prendendo invece in esame il messaggio citato come il più notato, 100% recycled bottle, va specificato che sono anche le dimensioni della scritta a giocare un ruolo importante poiché quando impresso in caratteri a corpo piccolo viene rilevato da appena un 4% del campione.
etichette "meno plastica"Anche il posizionamento sul lato frontale della confezione piuttosto che sul retro, dove solitamente si trovano le indicazioni sul riciclo, non è uscito dall'indagine come un fattore determinante.
Il sondaggio ha inoltre evidenziato che le diverse affermazioni riferite al minore impiego di materiale hanno perso il loro potere attrattivo. Una spiegazione secondo Ascher può consistere nel fatto che i consumatori sono diventati più critici rispetto alle affermazioni delle aziende e non così pronti a credere che, azioni intraprese nel nome dell'ambiente, non nascondano piuttosto tentativi di da parte delle aziende di aumentare il margine di profitto a discapito delle prestazioni dei prodotti. "È necessario che le aziende facciano uno sforzo ulteriore per comunicare un messaggio che deve essere convincente, visibile e in sintonia con ciò che il cliente trova significativo. Pertanto le aziende devono prima assicurarsi su quali siano i messaggi significativi per i loro clienti e non perseguire esclusivamente ciò che “ha un senso per loro" conclude Asher.
Jacquelyn Ottman, di J. Ottman Consulting Inc. di New York, conviene con le analisi dei colleghi e aggiunge: "Bisogna evitare dichiarazioni ambientali generalizzate come eco-friendly e andare sullo specifico per evitare, vista la grande varietà di etichette, di confondere il consumatore.” Darden Hood, presidente della Beta Analytic di Miami, ritiene che le aziende dovrebbero arrivare nei punti vendita per trasmettere il messaggio ambientale che vogliono fornire ai consumatori attraverso un'opportuna cartellonistica costituita da poster, messaggi a scaffale, totem, striscioni.
Il nostro parere è che le aziende che vogliono costruire o mantenere una buona reputazione sotto l'aspetto socio-ambientale, devono, in prima battuta trasmettere messaggi veritieri e corretti, informando anche i propri consumatori che ulteriori dettagli e approfondimenti si possono trovare in un'apposita sezione del sito dell'azienda. Questo significa che, se un contenitore è solamente teoricamente riciclabile, (poiché nel paese di commercializzazione non ci sono impianti di riciclo che lo possono gestire e viene “recuperato energeticamente” negli inceneritori o conferito in discarica,) il messaggio riciclabile non dovrebbe essere utilizzato. Anche altri aggettivi come amico dell'ambiente, ecologico, a basso impatto ambientale, quando riferiti ad un contenitore della tipologia prima citata, andrebbero evitati.
Sicuramente le aziende devono trovare le migliori formule di comunicazione per far sì che il consumatore eco-attento possa riconoscere con facilità quali sono i prodotti che rispondono alle sue esigenze, lavorando sulle etichette delle confezioni e sulla comunicazione che accompagna il lancio dei nuovi prodotti.
Anche la comunicazione ambientale nei punti vendita dovrebbe trovare lo spazio che merita con una programmazione a lungo termine in modo che i clienti sappiano che i prodotti che cercano si trovano (evidenziati) in una postazione precisa degli scaffali a seconda delle tipologie di prodotto.

L'industria della plastica prende atto che c'è un grave problema di immagine da affrontare (maggio '12)

EPRNonostante studi negli USA, datati 1972, avessero già evidenziato la presenza e i rischi connessi ad un accumulo di detriti di plastica negli oceani è stato grazie all'attività di ricercatori marini appassionati, (come Charles Moore, che per primo ha studiato con metodicità, verso la fine degli anni 90 in poi, l'accumulo di plastica nelle zone dei gyre oceanici,) che questa realtà è arrivata al grande pubblico.
In anni più recenti altri istituti di ricerca, nuovi come 5 Gyres, o, con 100 anni di ricerca scientifica alle spalle, come Scripps Institution of Oceanography, si sono dedicati a compiere studi e campionamenti nei diversi oceani per rilevare come i frammenti di plastica, e relative mutazioni fisiche e chimiche, impattino nel tempo gli ambienti marini e la loro fauna.
Nello stesso periodo, in risposta alla grande preoccupazione che la presenza di tonnellate di rifiuti spiaggiati sulle coste destava nell'opinione pubblica, sono nate in America le prime campagne di pulizia che hanno superato la dimensione locale.
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Nell'ottobre del 1984 viene infatti tenuto il primo Coastal Cleanup Day nazionale nello stato dell'Oregon e un anno dopo l'esempio viene replicato dallo stato della California. La realizzazione dell'iniziativa pilota in Oregon va riconosciuta al forte senso civico di una donna, Judie Neilson, impiegata presso Oregon’s Fish and Wildlife Service, che, stanca di assistere impotente allo stato disastroso in cui versavano le coste invase dai rifiuti, decise di fare qualcosa di concreto.
Nel 1986 l'Ocean Conservancy si prese carico di organizzare il primo Coastal Cleanup Day in Texas che poi sfociò nell'evento internazionale International Coastal Cleanup Day che tutti conosciamo e che vede, da allora, la partecipazione di più di 150 paesi all'edizione annuale.
Nell'ultimo decennio sono stati diversi i movimenti ambientalisti che hanno esercitato pressioni sui governi locali per convincerli a porre dei limiti al consumo di sacchetti di plastica come prima misura per affrontare l'accumulo di plastica nell'ambiente. A partire dalla prima ordinanza di divieto adottata a San Francisco nel 2007 sono arrivate a 75 le ordinanze, in inarrestabile crescita, che hanno ad oggi interessato cittadine e contee negli USA, (che abbiamo riassunto in un post dedicato).
L'industria della plastica tramite diverse associazioni di rappresentanza dei propri interessi non si può dire che abbia mai risparmiato colpi nella lotta di contrasto a provvedimenti restrittivi per i loro prodotti di punta. Oltre alle varie azioni di lobby negli ambienti della politica ad alto livello l'industria si è spesa anche in costose azioni locali come la compravendita di voti, avvenuta nel 2008 a Seattle, in cui sono stati spesi 1.4 milioni di dollari per aggiudicarsi l'esito di un referendum cittadino che ha potuto bloccare l'entrata in vigore di un divieto per il sacchetto di plastica.
L'investimento si è poi rivelato totalmente sbagliato non avendo potuto impedire che venisse successivamente approvato un nuovo divieto che sarà operativo dal prossimo luglio 2012.
Per non parlare dei numerosi ricorsi intentati nei confronti di cittadine e contee che avevano emesso ordinanze di divieto, o delle campagne mediatiche indirizzate all'opinione pubblica.
Alcune di queste campagne sono state condotte con il chiaro intento di sminuire e ridicolizzare le dichiarazioni e le preoccupazioni espresse dai ricercatori sul livello di inquinamento da plastica dei mari e sul numero di vittime tra la fauna marina. Altre hanno interessato il principale nemico del sacchetto monouso: la borsa riutilizzabile, presentata come un pericolo per la salute pubblica.
A questo proposito sono stati diffusi ai media studi scientifici ad hoc per dimostrare i rischi legati al loro uso: dalla possibile presenza nelle borse di agenti patogeni, se non igienizzate frequentemente, oppure di sostanze tossiche riscontrate in partite di borse importate dalla Cina.
Tuttavia il dilagare di divieti e lo spazio che queste tematiche guadagnano sui media sta spingendo alcune multinazionali agroalimentari a rivedere le politiche di packaging.
Di conseguenza è suonato un campanello d'allarme anche tra alcuni esponenti del mondo dell'industria plastica che stanno ora seriamente analizzando la situazione e chiedendosi quali siano i modi migliori per uscire dall'empasse.
L' American Chemistry Council (ACC) ha intrapreso la strada dei social media, per sviluppare una strategia di comunicazione che mira a focalizzare l'attenzione pubblica sul riciclo della plastica allo scopo di mettere in luce i vantaggi del materiale.
ACC è quindi recentemente sbarcata su Facebook con il profilo Recycle Your Plastics per informare sulla materia, fornire consigli di pubblica utilità per la gestione dei vari imballaggi e per raccontare con regolarità fatti del mondo del riciclo e opportunità del settore in termini occupazionali.
Steve Russell, vicepresidente di ACC ha dichiarato recentemente alla stampa:
“In questi ultimi mesi abbiamo visto un consistente aumento delle opportunità di riciclo per la plastica e vogliamo che l'opinione pubblica ne venga informata. Facebook rappresenta un importante veicolo per trasmettere il nostro impegno per le comunità e per l'ambiente, la plastica post consumo è una risorsa preziosa e non è mai stato così facile riciclare gran parte della plastica che usiamo ogni giorno. Oltre alla pagina Facebook, twitter e sito di Recycle Your Plastics, ACC Washington ha istituito, a fine 2011, un gruppo LinkedIn per operatori professionali del settore riciclo.”

La nostra impressione è che manchino per ora, sia sul sito che facebook riferimenti alla situazione attuale, forse per evitare di riconoscerla ed essere poi costretti come industria a doverla affrontare. La maggior parte della plastica usa e getta, infatti, a causa dei costi di raccolta richiesti, della bassa qualità o difficile riciclabilità dei materiali impiegati nel packaging o perché contaminata da residui di cibo non viene riciclata ma conferita in discarica o negli inceneritori, quando non abbandonata nell'ambiente.
Attualmente i costi di smaltimento e bonifiche ambientali sono a carico dei cittadini e finché la cosa “funziona” non sarà certo l'industria a voler cambiare lo stato delle cose. Realizzare misure preventive tese a intercettare la plastica (prima che arrivi alle destinazioni prima citate) per portarla al riciclo piuttosto che apportare dei miglioramenti ai sistemi di raccolta differenziata della plastica significa investire risorse umane ed economiche. A chi spetta l'assunzione totale o parziale di questi costi ?

In Europa la direttiva quadro sui rifiuti n. 2008/98/Ce, da poco recepita nel nostro ordinamento dal D.Lgs. n. 205, attribuirebbe l'assunzione di questi costi, con l'art. 8 "responsabilità estesa del produttore", in qualche misura, al produttore. Resta da vedere come il legislatore italiano recepirà questo articolo.

Un lungo articolo apparso recentemente su Plasticnews riporta l'intervento di Laurie Hansen, direttore esecutivo della Western Plastics Association, al recente evento di settore Business of Plastics Conference che ben riassume come il mondo dell'industria guarda al momento attuale.
Volendo riassumere alcuni punti dell'intervento della Hansen - che ha alle spalle una certa esperienza conseguita in 20 anni di lobbying in California- si possono mettere in fila alcune sue dichiarazioni.

1) I divieti che interessano i sacchetti di plastica o altri contenitori sono destinati a propagarsi perché parte di un disegno più generale che vuole eliminare degli oggetti che sono visti come spazzatura e rifiuti marini e perché si sta profilando all'orizzonte un maggiore ricorso all'applicazione di legislazioni EPR, (Extended Producer Responsability = responsabilità estesa del produttore), che assoggettano i produttori ad una responsabilità estesa sull'intero ciclo di vita dei manufatti immessi al consumo.

2) Il fatto che la plastica sia maggiormente persistente e visibile rispetto ad altri rifiuti e che le comunità sono sempre più intenzionate a volere che siano i produttori a pagare per la raccolta e il riciclo dei loro manufatti, a costo di fare a meno dei prodotti, rende necessaria un'azione congiunta da parte del mondo produttivo della plastica.

3) Le aziende, più che reagire contrattaccando, devono attivarsi per spiegare alla controparte in quali progetti sono impegnate a livello di riciclo, allo scopo di sviluppare delle soluzioni condivise da più soggetti e in grado di portare consensi.

4) Se sono i governi che fissano gli obiettivi di prevenzione riduzione o riciclo, all'interno di applicazioni di legislazioni ERP, sono poi le aziende che fanno parte della filiera di produzione dei prodotti e degli imballaggi che vanno recuperati nella fase di smaltimento che possono avere voce in capitolo su come adempiere agli obiettivi fissati. Mentre negli USA ci sono state applicazioni del principio di responsabilità estesa del produttore, o ERP, prevalentemente nel settore dei rifiuti elettronici, (con 25 stati che hanno programmi di raccolta,) in tanti paesi europei la normativa riferita agli imballaggi ne tiene già conto in qualche modalità.

Così si conclude l'intervento di Laurie Hansen alla conferenza:
“Le legislazioni EPR si stanno radicando e non possiamo, come industria, nascondere la testa nella sabbia quanto piuttosto trovare un modo per dialogare con governi e ONG e affrontare le questioni. Ci sono situazioni che nascono in California e si diffondono lungo la West Coast che la nostra industria deve considerare con attenzione. Ad esempio il bando che la città di Los Angeles sta elaborando, mirato sia a sacchetti di plastica sia di carta. Oppure il rilascio di crediti che il California State Water Quality Board potrebbe attribuire alle cittadine che emetteranno divieti per i sacchetti di plastica e i contenitori di polistirene, allo scopo di ridurre le quantità di rifiuti che entrano negli scarichi e nei corsi d'acqua. Senza dimenticare le regolamentazioni del programma California Green Chemistry Initiative, (che vorrebbe ridurre le emissioni di CO2 delle aziende ai livelli del 1990,) le numerose proposte in fase di studio che mirano a vietare tutte le tipologie di packaging che non siano riciclabili o compostabili e infine la proposta di legge SB568 per vietare in tutta la California tutti i contenitori in polistirene, che potrebbe essere votata prima che si concluda la sessione legislativa a settembre. Quindi, se non lavoreremo insieme non possiamo che attenderci problemi enormi. Anche se io credo che i prodotti in plastica abbiano aiutato il mondo c'è gente fuori che la pensa diversamente e io voglio far loro cambiare opinione.”

la nuova associazione di categoria dei produttori di plastica in Cina “The China Synthetic Resin Supply & Sale Association” vuole assumersi il compito di riabilitare l'immagine della plastica “clear the name of plastics” investendo anche in campagne informative destinate ai consumatori. Secondo l'associazione di settore la preoccupazione che si è diffusa nell'opinione pubblica e specialmente in Cina, circa l'impatto ambientale e sulla salute umana dei prodotti in plastica e dei processi produttivi a monte, è stata causata sia da aziende che non hanno rispettato la legge per aumentare i loro profitti sia dalla mancanza di legislazioni efficaci.
Zheng Kai segretario generale dell'associazione ha dichiarato durante la prima uscita pubblica come affrontare la situazione attuale “In primo luogo le aziende devono prestare maggiore attenzione alla sostenibilità e alle leggi della natura e fare in modo che i consumatori - bombardati da media anti-plastica che hanno contribuito a demonizzare il materiale - capiscano quali sono le caratteristiche i vantaggi e l'uso sicuro e corretto della plastica. In secondo luogo è necessario che troviamo delle soluzioni concrete che eliminino l'inquinamento causato dai rifiuti di plastica nell'ambiente. Infine dobbiamo guidare le aziende in modo che assolvano alle regolamentazioni e producano nel rispetto dell'ambiente manufatti sicuri.”
La Cina è il primo paese consumatore di resine sintetiche dopo l'America, con una produzione al 2011 pari a 48 milioni di tonnellate con un incremento del 14% rispetto all'anno precedente.

Oltre a continuare ad aggiornarvi in merito, seguendo l'evoluzione della situazione, la nostra posizione -che avrete modo di ritrovare nelle future azioni che intraprenderemo- rimane quella espressa nel post del marzo 2011 "Detriti marini un'emergenza internazionale e il nostro ruolo come cittadini consumatori".

Sono 74 i divieti locali per il sacchetto di plastica negli USA, con qualche novità nell'impostazione delle delibere (maggio '12)

bag banSono ormai 74 (1) le amministrazioni locali negli USA che hanno in vigore o di prossima applicazione un divieto per la commercializzazione di sacchetti di plastica. I due terzi del totale sono stati emanati in California.
Tra le new entries di questo mese di maggio ci sono le cittadine californiane di Watsonville, Solana Beach e Ukiah.
Tutte e tre detengono il primato di essere diventate le prime cittadine ad aver votato un bando nelle rispettive contee: Santa Cruz, San Diego e Mendocino County.
A Watsonville il divietro entrerà in vigore a Dicembre 2012 e prevede un addebito obbligatorio di 10 cent sui sacchetti di carta che salità a 25 cent dopo un anno e che esclude il servizio take away dei ristoranti. Anche a Ukiah si parte da dicembre con gli esercizi commerciali che hanno un fatturato annuale lordo a partire da 3 milioni di dollari e una superficie di vendita più ampia di 10,000 metri quadrati per poi passare dopo un anno a tutti gli altri. I sacchetti di carta dovranno costare un minimo di 10 cent e restano esclusi dal divieto i ristoranti e i Farmers market.
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A Solana Beach si parte a settembre 2012 con un divieto che interessa prima la grande distribuzione (alimentare e non) e i ristoranti (nonostante un ricorso in atto da parte dell'industria della plastica). Dopo tre mesi è prevista l'estensione a tutte le altre tipologie di negozi. Anche qui i sacchetti di carta non potranno costare meno di 10 cent. Nelle Hawaii sono passati due provvedimenti che vieteranno nelle isole di Big Island (dal 2014) e di Oahu (dal 2015) l'utilizzo di sacchetti non biodegradabili.

Considerando che sono gia' in atto dei divieti in tal senso a Maui, Kauai, Molokai e Lanai le Hawaii diventeranno con il 2015 il primo stato degli Stati Uniti plasticbag free.

Dallo scorso aprile sono diventate invece 5 le cittadine dello stato di Washington ad avere divieti in atto.
A Seattle, Edmonds, Bellingham e Mukilteo si è aggiunta infatti Bainbridge Island, un'isola che si trova nella regione di Puget Sound tra Seattle, (raggiungibile in 35 minuti di ferry boat) e la Penisola Olimpica (Olympic Peninsula). In questo caso il divieto che interesserà i circa 25.000 residenti dell'isola prevede un prezzo minimo imposto di 5 cent per i sacchetti di carta e sarà operativo dal primo novembre 2012.
Sta facendo ancora il suo corso l'iter legislativo che dovrebbe portare Los Angeles, la seconda città degli USA con una popolazione vicina ai 4 milioni, a vietare i sacchetti di plastica e a rendere obbligatorio un addebito di 10 cent per i sacchetti di carta. Dopo sei mesi il divieto dovrebbe valere anche per i sacchetti di carta.

bag banMa quante sono le grandi città USA alle prese con divieti per il sacchetto di plastica?
Guardando la classifica per numero di abitanti troviamo ad oggi tre città tra le prime 14 della classifica: San Jose, San Francisco e Austin. Seguono poi con un certo distacco Seattle e Portland rispettivamente al 23mo e 29mo posto della classifica.
Nello stato dell'Illinois, con la proposta di legge SB 3422, si vorrebbe invece proibire eventuali divieti in tutte le città dello stato -fatta eccezione per Chicago- ma allo stesso tempo assoggettare i produttori di sacchetti di plastica a norme applicative che si rifanno al principio della responsabilità estesa del produttore sull'intero ciclo di vita dei propri manufatti (ERP).
La proposta di legge passata al senato e attualmente in dibattimento presso l'House Environmental Health Committee divide anche gli stessi produttori di sacchetti che si troverebbero a dover supportare a livello individuale o collettivo i costi relativi alla raccolta e al riciclo dei loro prodotti.
Oltre a dover fornire su base annuale rapporti sulle quantità di sacchetti e film plastici trattati e riciclati e a raggiungere l'obiettivo di produrre, entro il 2015, sacchetti con una percentuale del 30% di plastica riciclata.
Non credono inolte nell'efficacia del provvedimento l'Illinois Policy Institute e Sustainable Springfield Inc che, secondo il suo tesoriere Harv Koplo, impedirebbe di fatto agli enti locali di esercitare un loro diritto vietando o tassando i sacchetti di plastica.
E per finire si oppongono alla proposta di legge anche sei movimenti ambientalisti californiani come: Californians Against Waste, Bag It Town Programme, Surfrider Foundation, Center for Oceanic Awareness, Research and Education e Seventh Generation Advisors, che solitamente si limitano a considerare le questioni e le legislazioni del loro stato.
Il direttore esecutivo di Californians Against Waste e di “Campaign for Recycling” Mark Murray che rappresenta il punto di vista delle associazioni afferma:
“E' da oltre cinque anni che assistiamo a un peggioramento delle politiche di riciclo in California e al fallimento di una legislazione simile varata nel 2006. Anche in Illinois non funzionerà. Infatti, nonostante fosse stato creato in California un sistema di raccolta statale per i sacchetti di plastica, solo il 3% è stato riciclato. Il riciclo dei sacchetti non rappresenta una soluzione, il valore del materiale recuperato non arriva a coprire neanche lontanamente i costi dovuti alla raccolta, trasporto e riciclo dei sacchetti. L'inquinamento da plastica è un problema globale ma sono le amministrazioni locali che possono fare la differenza. La tassa in vigore a Washington, D.C. Per i sacchetti monouso di plastica e di carta, ad esempio, ha ridotto immediatamente il consumo mensile da 22.5 milioni di sacchetti a 3.3 milioni. ”

I produttori di sacchetti dal canto loro lamentano i costi che la proposta di legge imporrebbe loro per assolvere alle richieste: dall'iscrizione annuale di 500 $ alla IEPA (Illinois Environmental Protection Agency), all'impressione del loro nome su tutti i sacchetti, alla progettazione e mantenimento di un piano di azione (da sottoporre all'approvazione della IEPA) con l'elenco delle stazioni di raccolta e delle campagne di educazione in corso, sino alla redazione -da consegnare alla stessa agenzia-di un rapporto annuale con descrizione dell'operato e dei dati di raccolta e di riciclo del totale lavorato.

E' evidente che la situazione attuale di inquinamento e sovrasfruttamento del pianeta sommata alle emergenze rifiuti, alla crisi economica che sta assottigliando i bilanci pubblici e dei cittadini impone a tutti una presa di responsabilità maggiore. Anche l'industria deve assumersi la responsabilità del dei costi economici generati dal fine vita dei prodotti che immette al consumo. Ad oggi tutti i costi vengono scaricati sul consumatore finale che paga all'atto dell'acquisto dei prodotti e per lo smaltimento degli stessi che diventano prontamente rifiuti.

Solamente in un contesto dove vige il principio che “ chi (più) inquina (più) paga” i produttori saranno stimolati - a partire dalla fase di design- a immettere sul mercato prodotti a basso impatto ambientale, sicuri per la salute dell'uomo e dell'ambiente e totalmente riciclabili se si parla di imballaggi. Una spinta importante per velocizzare questi processi può partire dai cittadini consumatori che scegliendo prodotti sfusi o a basso impatto di imballaggio, adatti all'uso multiplo ( contenitori riutilizzabili, rasoi e spazzolini con testine intercambiabili, ecc. ) possono lanciare un chiaro messaggio al mondo dell'industria e della politica.

Perchè è solamente mettendo in atto una seria prevenzione e riduzione dei rifiuti in primis a cui abbinare azioni di riciclo totale per tutti i materiali che possono essere recuperati, che si possono generare vantaggi economici per le comunità tutelando la salute dell'ambiente e dell'uomo.
(1) Con Fort Bragg passano a 75 le cittadine con divieti in programmazione e diventano due le cittadine rappresentanti della contea di Mendocino. Il divieto che prevede l'eliminazione dei sacchetti di plastica e un addebito di 10 cent per i sacchetti interesserà dal prossimo dicembre le grandi superfici commerciali e solamente un anno dopo i piccoli esercizi commerciali. Esenti i mercati rionali e i Take away.

La corsa al packaging verde dei biopolimeri 1 (maggio '12)

LCAChiediamo a Dario Toso che segue l'area di ecodesign per studio LCE alcuni approfondimenti per capire se i biopolimeri sono da considerarsi a priori l'opzione più verde per il packaging.

Il mercato dei biopolimeri è in crescita, una proiezione fatta da BCC Research indica un incremento dalle 850000 tonnellate di consumo mondiale del 2011 a i 3,7 milioni di tonnellate nel 2016 (+ 34,3% annuo). In testa l'Europa, con un consumo di poco superiore alle 300.000 tonnellate, che nel 2016 raggiungerà 1,2 milioni di tonnellate.
I biopolimeri sono tra i materiali più indicati a sostituire, in parte, i polimeri tradizionali, data la necessità di introdurre sul mercato materiali con migliori performance ambientali a parità di funzione.
“Quantificare il carico ambientale in maniera oggettiva e specifica dei biopolimeri è quindi un problema molto sentito” si legge nell'introduzione dello studio a cui Dario Toso ha collaborato nel 2009 dal titolo :
“ Un contributo per valutare: quanto sono verdi le “plastiche verdi”? >>
Oltre ad inquadrare lo stato dell'arte e a fornire esempi che argomentano la complessità della materia le conclusioni dello studio possono essere riassunte nell'argomentazione che: “Ad oggi sono ancora pochi gli ecoprofili disponibili dei biopolimeri presenti sul mercato e l’applicazione della metodologia Life Cycle Assessment (LCA) su gran parte dei polimeri bio-based risulta ad oggi ambiziosa a causa del difficile reperimento di dati primari per tutte le fasi della filiera produttiva”.
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1) Che cosa si intende per reperimento di dati primari lungo le fasi della filiera produttiva?
Data la natura biologica della materia prima per i polimeri bio-based, è di grande importanza la valutazione del contributo dell’impatto ambientale della fase agricola in relazione alla tipologia di biomassa e all’area geografica di provenienza. L’eventuale “Land Use Change”, l’utilizzo di fertilizzanti, il fabbisogno idrico, incidono notevolmente sull’impatto ambientale del biopolimero. Un altro aspetto da considerare è la gestione del fine vita che introduce, per i polimeri biodegradabili e/o compostabili, nuovi scenari di smaltimento che il polimero tradizionale non considera. La modellizzazione di questi scenari in un’analisi LCA è fortemente connessa al contesto territoriale specifico in cui si va ad operare, valutando con attenzione, per esempio, se lo smaltimento in un impianto di compostaggio ha un riscontro effettivo nella realtà che si sta analizzando o meno.

2) Quali potrebbero essere gli impatti ambientali a grandi linee e soprattutto quelli meno evidenti e/o affrontati?
Se la produzione di biopolimeri avvenisse per la maggior parte da biomassa coltivata appositamente in campo (biopolimeri di prima generazione) ci sarebbero alcune problematiche legate alla coltivazione e all'uso del suolo.
In particolare la possibile conversione dell'uso del suolo (Land Use Change) in particolari aree del pianeta costituirebbe un problema per la biodiversità dell'area interessata e per l'assorbimento di anidride carbonica. L'uso di fertilizzanti e pesticidi per aumentare le rese di produzione e rendere quindi competitivi i biopolimeri sul mercato avrebbe delle evidenti ricadute sull'ambiente, così come l'utilizzo di grandi quantità di "blue water" per l'irrigazione dei campi. Il problema di utilizzo di suolo agricolo sottratto alla produzione di cibo non riguarda tanto le bioplastiche quanto in realtà i biocarburanti. Uno studio condotto dal Nova Institute sottolinea come solo una minima percentuale della biomassa coltivata viene attualmente destinata alla produzione di biopolimeri.
Sul mercato si stanno diffondendo con sempre maggior forza i biopolimeri prodotti da scarti di produzione nelle cosiddette bioraffinerie. Questi biopolimeri consentono di valorizzare degli scarti che attualmente costituiscono un problema e rappresentano dal mio punto di vista un'applicazione che può avere sviluppi interessanti.
Oltre al concetto di bio-based, il termine biopolimero può indicare anche le plastiche biodegradabili e compostabili. Il processo di biodegradazione rilascia in atmosfera principalmente CO2 e altri GHG (gas ad effetto serra) tra cui il metano se il processo avviene in maniera anaerobica. Questo vuol dire che il carbonio "bio" assorbito durante la crescita della pianta, viene rilasciato durante la fase di fine vita. Esistono tuttavia dei polimeri da fonte fossile resi biodegradabili da particolari additivi che durante il processo di biodegradazione, se avviene in maniera completa, rilasciano in atmosfera del carbonio “fossile”. Tuttavia per questa categoria di polimeri la biodegradazione dipende in maniera determinante da condizioni ambientali e dalla capacità dei microrganismi di assimilare completamente le molecole frammentate. Inoltre, attualmente la biodegradabilità fine a se stessa, senza la possibilità di compostaggio, non trova uno scenario di smaltimento dedicato per cui difficilmente viene valorizzata. Tutti questi fattori dovrebbero essere presi in considerazione durante la scelta del materiale con cui realizzare un manufatto.

3) La maggior parte dei relatori aziendali all'ultima conferenza di settore European Bioplastic Conference ha evidenziato che i biopolimeri - alla luce dei risultati dei più noti indicatori (nota 1) di sostenibilità utilizzati dall'analisi LCA Life Cycle Assessment siano più sostenibili rispetto ai materiali di origine fossile. Si possono fare dichiarazioni così generali o per voi che vi occupate come studio di fare valutazioni di impatto ambientale del packaging le valutazioni non sono così "semplici " e perchè ?
La sostenibilità ambientale di un materiale dipende fortemente dal contesto e dalla funzione per cui questo materiale viene utilizzato. E’ difficile quindi, a mio parere, fare dichiarazioni generali e assolute. La nostra esperienza nell'applicazione dell'LCA al settore dell'imballaggio dove frequentemente ci troviamo a dover confrontare diversi materiali (es. polimeri tradizionali vs biopolimeri) ci porta a dire che il risultato è fortemente influenzato dalla tipologia di prodotto, dalla quantità di materiale necessario e dalle ipotesi di fine vita considerate. Per alcune applicazioni i biopolimeri hanno un effettivo vantaggio, mentre per altre in cui esiste un circuito di riciclo efficiente e avviato il discorso può cambiare.
Inoltre bisogna considerare quali aspetti ambientali si vogliono considerare, se per alcuni indicatori d'impatto ambientale i biopolimeri possono avere un vantaggio, per altri mostrano dei limiti. La progettazione non può basarsi su assunti generali, ma va contestualizzata fortemente alla realtà specifica e al territorio.

4) Valutando le problematiche del "fine vita" dei diversi biopolimenti -sempre rimanendo alle applicazioni sul packaging- quanto pesano le diverse gestioni di questa fase finale (compostaggio, riciclo meccanico, riciclo chimico,incenerimento) nella valutazione di un LCA ?
Anche in questo caso la valutazione dipende fortemente dalla tipologia di prodotto (caratteristiche geometriche quali spessore, etc.) dalla tipologia di materiale e dal contesto territoriale in cui questo prodotto viene smaltito.
Come si ricordava in precedenza la biodegradazione porta al rilascio di carbonio bio in atmosfera sotto forma di CO2 e/o CH4, il riciclo chimico che si sta sperimentando con buoni risultati sul PLA ad esempio sembra dare dei benefici dal punto di vista ambientale. Un caso particolare è costituito dai polimeri biodegradabili e non compostabili per i quali non esiste un circuito dedicato, ma tendenzialmente sono indirizzati alla discarica o alla termovalorizzazione.
La biodegradazione ipotizzata per i manufatti plastici ha però bisogno di condizioni favorevoli per l’attivazione della frammentazione del polimero e della sua successiva metabolizzazione da parte dei microrganismi. Il rischio di innescare una frammentazione non completata dalla metabolizzazione delle molecole da parte dei microrganismi è quello di disperdere nell’ambiente microframmenti che potrebbero rientrare nella catena alimentare. Inoltre, è stata appurata la capacità di tali frammenti di adsorbire sostanze idrofobiche presenti nell’ambiente (suolo o acqua) aumentando così la possibilità di trasporto di sostanze inquinanti nella catena alimentare.

5) Quale consiglio ti senti come professionista di dare alle aziende che stanno valutando queste opzioni anche in relazione all'offerta di biopolimeri esistenti?
Il consiglio è sempre quello di chiedersi, prima di scegliere il materiale con cui realizzare un prodotto, se la soluzione che si sta adottando per la soddisfazione di un bisogno sia quella corretta. Un progetto di qualità parte sempre dall'individuazione del bisogno primario, dalla funzione che viene richiesta ad un prodotto o servizio per realizzarla. Banalmente, se devo fornire dell'acqua a degli utenti, non partirò dalla progettazione della bottiglia in plastica, ma andrò ad individuare a monte qual'è la soluzione più efficace, su quel territorio specifico, per far sì che le persone per cui sto progettando abbiano dell'acqua da bere. Questo molte volte vuol dire pensare a soluzioni che non costituiscono il core business dell'azienda, ma la vera innovazione parte da qui, e in questo periodo storico c'è un gran bisogno di scelte coraggiose e innovative.
La scelta del materiale è successiva a questa fase e, dal punto di vista ambientale, va fatta considerando il prodotto specifico e tutti gli impatti che questa scelta porta con sé durante il ciclo di vita.

 

nota (1) GWP= Global Warming Potential per il potenziale di cambiamento climatico, GER= Gross Energy Requirement , POCP= (Photochemical Ozone Creation Potential) per il potenziale di formazione di smog fotochimico, EP= Eutrophication Potential per il potenziale di eutrofizzazione

La corsa al packaging verde dei biopolimeri 2 (maggio '12)

Quali sono le bioplastiche arrivate sugli scaffali in Italia?
european bioplastics

Da una nostra breve indagine presso le sedi italiane di aziende multinazionali che già impiegano le bioplastiche (a livello europeo), parrebbe che in Italia sia ancora relativamente poca la bioplastica arrivata a scaffale e che prevalgano maggiormente nel nostro mercato azioni di ottimizzazione e riduzione del packaging “tradizionale”.
Tralasciando la famiglia dei polimeri da amido e prendendo in considerazione la tipologia dei contenitori rigidi, c'è stato fino ad oggi, a livello internazionale, un cospicuo utilizzo di PLA, (Acido polilattico) che è stato il secondo biopolimero (2002) commercializzato e venduto su larga scala da parte delle aziende utilizzatrici di packaging.
Più recentemente invece sta guadagnando consensi il PE verde o Bio-polietilene che diverse aziende del settore alimentare e non, (come Coca Cola, Pepsi, Danone, Procter & Gamble, l'Oreal, Shiseido,) hanno annunciato, a livello internazionale, di impiegare per i loro contenitori o di essere prossime ad un loro utilizzo.
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Un esempio in questo senso è Danone che utilizza il PLA e il Bio-PE per due sue linee solamente all'estero (Inghilterra, Belgio e Francia) e che ha un progetto in partenza in Olanda per produrre in PEF (polietilene-furanoato) le bottiglie destinate a qualche sua marca di acqua minerale.
Anche il gruppo Oreal non ha ancora impiegato bioplastiche nella produzione nazionale mentre Procter & Gamble ha messo in commercio in Italia dal luglio 2011 flaconi in Bio-PE per la linea Pantene Pro-V Nature Fusion come shampoo e balsamo.“Entro il 2020 Procter & Gamble intende sostituire il 25% delle nostre materie prime a base di petrolio, con equivalenti derivati da fonti sostenibili e rinnovabili”, ha dichiarato Lens Sauers, Vice Presidente Mondiale per lo Sviluppo Sostenibile di P&G lo scorso anno.
Pubblichiamo a fine articolo l'intervista a Giuseppe Scicchitano, R&D Packaging Manager di Henkel in cui ci motiva perchè la Henkel non ha al momento in progetto un impiego delle bioplastiche.

Prendendo in esame il fine vita dei due biopolimeri prima citati, il Bio-PE è riciclabile meccanicamente insieme al PET fossile con cui condivide le caratteristiche meccaniche, fisiche e la non biodegradabilità. Questo è quanto dichiara il suo principale produttore mondiale brasiliano e confermato dagli addetti ai lavori del settore del riciclo. La gestione del fine vita del PLA invece, utilizzato nel nostro paese da un'azienda di acqua minerale, si sta rivelando più complicata e problematica di quanto l'azienda avesse previsto.

La premessa d'obbligo è che le linee a lettura ottica degli impianti di selezione operanti in Italia, che permettono di separare automaticamente i vari materiali, non hanno una tecnologia in grado di distinguere la bioplastica dalla plastica. Anche se Natureworks, uno dei principali produttori mondiali di PLA, ha annunciato la messa a punto di una tecnologia spettroscopica, grazie alla quale la selezione tra il PET e il PLA sarà possibile, passerà del tempo prima che le nuove tecnologie prendano eventualmente piede.

Allo stato attuale accade quindi che i contenitori in PLA non abbiano un reale riciclo e vadano a creare problemi ad altre filiere di raccolta postconsumo.
Succede infatti che quando i cittadini conferiscono con l'organico i contenitori in PLA compostabile certificato CIC (completamente biodegradabili - o almeno al 90% - in 80 giorni nel rispetto della norma UNI EN 13:432) questi vengono scartati come materiale estraneo dagli impianti di compostaggio.
Questo perchè gli impianti sono stati progettati per smaltire l'umido scartando le frazioni estranee tramite rilevatori che, in modo automatico individuano oggetti non idonei che vengono intercettati e conferiti in discarica.
Quando invece il PLA confluisce nella raccolta della plastica la sua presenza in percentuali anche modeste diventa un problema per il riciclo del PET. All'impianto di REVET azienda specializzata nella raccolta, selezione e trattamento di materiali destinati al riciclaggio (che opera prevalentemente in Toscana,) arrivano 250 ton/anno di bottiglie di PLA.
Valerio Caramassi Presidente di REVET afferma: “Le aziende che vogliono immettere nuove tipologie di imballaggi dovrebbero informarsi preventivamente presso il consorzio di filiera - in questo caso il COREPLA- in modo da tenere conto dei processi industriali di riciclo in essere. E' sufficiente l'1% di PLA per impedire il riciclaggio di una tonnellata di PET e una selezione manuale per il PLA avrebbe costi insostenibili”.
Considerata la possibilità di riciclo chimico del PLA, Danone sta proponendo ad altri produttori europei di imballaggi l’ utilizzo di questo biopolimero con l’obiettivo di raggiungere la scala necessaria per organizzare siti di raccolta di questa tipologia di packaging.

Il punto di vista di Henkel

Giuseppe Scicchitano, R&D Packaging Manager di Henkel ha risposto ad alcune domande inerenti all'utilizzo dei biopolimeri nel packaging.

Nell'ultimo webinar del sito Innovazione sostenibile dedicato al packaging sostenibile lei accenna a vostre valutazioni in essere circa l'adozione di soluzioni di packaging di bioplastica A che punto siete?

L'applicazione delle plastiche biodegradabili pone una serie di sfide nello sviluppo del packaging. Possiamo dire di essere a buon punto per quelle realizzazioni dove le richieste tecniche sono limitate alla realizzazione di pezzi stampati, destinata a funzionare come supporto di un prodotto, es. Prit correttore Ecomfort, realizzato con plastica bio Ingeo.
Per le realizzazioni dove le richieste tecniche sono più impegnative, ad esempio i flaconi destinati a contenere dei prodotti liquidi, stiamo effettuando tutte le valutazioni necessarie a completare un quadro di fattibilità che possa assicurare l'immissione sul mercato di prodotti sicuri, efficaci e vicini ai consumatori. Questo fa parte della nostra filosofia di lavoro, da sempre.

Quale è la vostra valutazione sui punti di forza e di debolezza che questi nuovi materiali, ottenuti da risorse rinnovabili (biobased), presentano e come conciliate la visione dalla culla alla culla (o cradle to cradle) -che nello stesso video lei dichiara Henkel voglia fare propria- nello sviluppo di nuove soluzioni di packaging?

Henkel segue da molto tempo la filosofia di sviluppo dei prodotti immessi sul mercato con una visione globale, dal punto di vista della sostenibilità.
Le recenti realizzazioni di flaconi, contenenti una parte di plastica riciclata proveniente da materiale post consumer, (come i flaconi in PET dei prodotti Vernel conc., Nelsen, Dixan Piatti, Bio Presto mano e Pril Brillantante oppure tutti i materiali promozionali, come collarini e basette, realizzati con un contenuto di carta riciclata al 80 % ), ne sono una testimoninaza tangibile. Per quanto riguarda la nostra valutazione sui nuovi materiali ottenuti da risorse rinnovabili, la nostra attenzione è massima. Siamo anche molto attenti al dibattito in corso sull'utilizzo di prodotti alimentari, come il mais, nella produzione di prodotti industriali.

All'interno degli interventi del congresso annuale dello scorso novembre, European Bioplastics Conference, si è evidenziato che un aumento significativo delle produzioni e l’utilizzo dei biopolimeri esteso anche al settore dei beni industriali, richiede anche un approfondimento delle problematiche relative al fine vita dei manufatti. Quanta considerazione ottiene questo aspetto nell'ambito della valutazione complessiva ai fini di una scelta sul materiale in Henkel?

La questione del fine vita, per i manufatti realizzati in bioplastica è una bella sfida. Immettere sul mercato un prodotto come un detersivo liquido, ad esempio, realizzato con un flacone in plastica biodegradabile, pone la domanda: come lo smaltisco quando è vuoto?
A mio avviso, la tecnica migliore resta sempre quella del riciclo meccanico, in tutti casi. Solo con il riciclo meccanico si riesce a recupare in modo semplice e senza troppo impiego di energia la materia prima impiegata per la produzione dello stesso manufatto. In aggiunta, il riciclo meccanico consente una adeguata pulizia della plastica da riciclare dagli eventuali residui contenuti nel packaging primario.
In un mondo ideale, dividerei il fine vita della bioplastica in 2 sfere: compostaggio per il packaging troppo sporco di prodotti alimentari o affini; riciclo meccanico per i prodotti industriali e tutto il resto, dove il compostaggio sarebbe piu' un problema che una soluzione.

A Spoleto metti l'ortofrutta in rete e vinci punti ! (aprile '12)

mettila in rete a spoletoIn occasione della nostra settimana nazionale appena conclusasi è partita la seconda sperimentazione a cura del Gruppo Gabrielli nel punto vendita Maxi Tigre di Spoleto. L'iniziativa è stata presentata dal Consigliere Comunale Davide Placidi - con il patrocinio del Comune di Spoleto- nel corso di una conferenza stampa a cui ha partecipato il presidente dall'associazione dei Comuni virtuosi Gianluca Fioretti.
Durante la settimana dal 14 al 22 aprile i clienti del punto vendita hanno avuto gratuitamente dei retini riutilizzabili, a marchio Ecottonbag, da riportare le volte successive per riporvi gli acquisti di ortofrutta, rimuovendo facilmente la vecchia etichetta prezzo. La novità di questa sperimentazione è che questa modalità di acquisto verrà incentivata! Ogni volta che il cliente riutilizzerà il retino ortofrutta, sino al prossimo 6 giugno, gli verranno accreditati alle casse 5 punti CUORE validi per la raccolta punti UNIKA 2011 – 2012.
I clienti verranno così indotti a cambiare abitudini e a toccare con mano che è tutto sommato facile ridurre lo spreco di questa tipologia di imballaggio che diventa immediatamente un rifiuto. Neanche la prospettiva di un riciclo efficace può “giustificare” questo consumo. La plastica con cui sono fatti i sacchettini ortofrutta - come spiegato nell'approfondimento sui dati del riciclo della plastica- insieme a vaschette, imballaggi plastici d'uso alimentare e pellicole d'imballaggio, rientra nella categoria plastiche miste o plasmix. Forse pochi sanno che non esistendo una filiera di impianti a livello nazionale per il recupero del materiale tramite un riciclo meccanico, il plasmix prende spesso la strada dell'incenerimento (chiamato recupero energetico) o della discarica. Il retino che proponiamo (ma la GDO è libera di trovare soluzioni proprie) è stato rintracciato dopo una ricerca su quanto il mercato poteva offrire di adatto allo scopo anche a livello internazionale. La soluzione più adatta e conveniente si è rivelata quella più vicina a noi poiché prodotta in Italia a marchio Ecottonbag.
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L'Ecottonbag si può avere anche in cotone organico ed è disponibile in due misure di cui quella piccola è maggiormente indicata come utilizzo per retino ortofrutta. La versione shopper dell'Ecottonbag oltre che in cotone si può avere in poliestere colorato o con filo di poliestere ricavato dalla plastica riciclata delle raccolte differenziate.
Un primo progetto di borse a rete realizzate con poliestere riciclato è avvenuto in Piemonte nel pinerolese. Il processo produttivo è ben illustrato da questo video.

Sono passati quasi due anni da quando abbiamo proposto alla Grande Distribuzione Organizzata (GDO), attraverso l'iniziativa Mettila in rete, di affiancare alle buste monouso del settore ortofrutta una versione riutilizzabile. Anche se ci sono state alcune sperimentazioni in occasione dei nostri eventi annuali - tra cui quest'ultima, più significativa, di Spoleto- le insegne della GDO hanno evidentemente bisogno di un supporto e di richieste specifiche da parte del mondo della politica locale (e nazionale) per partire su larga scala.

Promuovere stili di vita improntati al riutilizzo equivale a mettere in atto un grande cambiamento culturale per cui, indubbiamente, ci vorrebbe una cabina di regia autorevole. Tuttavia, siccome riteniamo che in materia di ambiente per fare decollare progetti o legislazioni dall'alto sia imprescindibile l'esistenza di una forte spinta dal basso, continueremo a fare la nostra parte.

Continueremo a informare i consumatori su questa possibilità a e chieder loro di firmare la petizione a favore di Mettila in rete. Al tempo stesso continueremo a sollecitare la GDO e la politica locale per realizzare nuove sperimentazioni.

Una riduzione della quantità di rifiuti prodotti ci viene richiesta dalla legislazione nazionale che ha recepito la direttiva 98/2008 EU e che, da come si legge nel decreto 2/2012 all’art. 180, vedrà il Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare redigere entro il 31 dicembre 2012, a norma degli articoli 177, 178, 178-bis e 179, un programma nazionale di prevenzione dei rifiuti.
Parlando di prevenzione dei rifiuti quale altra strada è percorribile se non quella di eliminare gli imballaggi evitabili e ridurre quelli necessari sostituendoli con soluzioni riutilizzabili?

Anche il cammino che ci indica l'Europa con la pubblicazione della Commissione Europea dello scorso settembre dal titolo "Roadmap to a Resource Efficient in Europe" è quello di andare verso un'Europa che faccia entro il 2020 un uso efficiente delle risorse in tutti i settori.
Oggi, nell'Unione Europea, ogni cittadino consuma ogni anno 16 tonnellate di materiali, 6 delle quali sono sprecate, (la metà finisce in discarica).

Tra le tappe necessarie indicate dal documento in relazione alla produzione dei beni e degli scarti che ne derivano si legge che, entro il 2020, “i cittadini e le autorità pubbliche saranno adeguatamente incoraggiati a scegliere i prodotti e i servizi più efficienti dal punto di vista delle risorse".
Inoltre “entro il 2020 i rifiuti saranno gestiti come una risorsa. I rifiuti pro capite saranno in fase di netto declino. Il riciclaggio e il riuso dei rifiuti saranno opzioni economicamente interessanti per gli operatori pubblici e privati, grazie alla diffusione della raccolta differenziata e allo sviluppo di mercati funzionali per le materie prime secondarie. Sarà riciclata una quantità maggiore di materiali, inclusi quelli che hanno un impatto ambientale considerevole e le materie prime essenziali.”
Per approfondimenti leggi questo articolo di Gianfranco Bologna>>

Il riciclo della Plastica nel 2011

Secondo i dati forniti dal consorzio COREPLA (Consorzio Nazionale per la Raccolta, il Riciclaggio ed il Recupero dei Rifiuti di Imballaggi in Plastica), relativi al 2011, la raccolta differenziata degli imballaggi in plastica ha registrato un incremento del 7% (rispetto al 2010, ndr) sfiorando le 660.000 tonnellate.
Il riciclo effettivo, inoltre, ha segnato un trend ancora più positivo arrivando a superare le 390.000 tonnellate (+11%); poco meno di 160 milioni di euro sono stati riconosciuti dal consorzio ai comuni.

Una nota positiva è che il riciclo meccanico è cresciuto l'anno scorso con un tasso superiore a quello della raccolta differenziata: +11%, ovvero 390.000 tonnellate contro le 349.000 tonnellate del 2010.

La frazione che non può essere riciclata per via meccanica segue altre strade. Sono circa 225.000 le tonnellate di rifiuti da imballaggi in plastica differenziati dai cittadini, ma scartati nelle piattaforme per il basso livello qualitativo, che divengono combustibili alternativi, destinati a sostituire combustibili fossili non rinnovabili nei cementifici, oppure 'agenti riducenti' nelle acciaierie, o, ancora, servono a produrre direttamente energia elettrica e termica nei termovalorizzatori.
Sono trasformate in energia e calore anche le 485.000 tonnellate di imballaggi in plastica presenti nei rifiuti indifferenziati o non differenziati dai cittadini. Nel complesso, a recupero energetico sono andate l'anno scorso in Italia poco meno di 710.000 tonnellate di imballaggi in plastica, pari a circa il 35% dell’immesso al consumo.
Si tratta di un volume leggermente inferiore a quello del 2010, pari a 743.000 tonnellate, trend che attesta un costante miglioramento delle attività di selezione e riciclo meccanico.
Sommando, infine, riciclo meccanico e recupero energetico, il quantitativo di imballaggi in plastica che trova un riutilizzo, in forma di materia o energia, si attesta a 1.470.000 tonnellate (1.454.000 tonnellate l'anno precedente), vale dire circa il 70% del totale degli imballaggi in plastica immessi sul mercato nazionale nel 2011.
Ciò che resta, il 30% circa degli imballaggi in plastica, finisce in discarica; percentuale che potrebbe essere ulteriormente ridotta attraverso una maggiore diffusione e incisività della raccolta differenziata, sia in volume sia in qualità.
Un trend di crescita che lascia ben sperare: "Si stima che nel 2012 si dovrebbero raggiungere le 700.000 tonnellate". Di certo, "si tratta di un buon risultato ma c'è ancora molto fare visto che la produzione di imballaggi in plastica che passa attraverso le famiglie è di circa 1 milione e 500 mila tonnellate e la raccolta è vicina al 50%".
Fonte: Polimerica.it

Sostenibilità, responsabilità estesa del produttore e riciclo, anche per i prodotti “usa e getta” - Il caso Pampers. (aprile '12)

progetto di ricicloIl MIT Sloan Management Review in collaborazione con The Boston Consulting Group ha recentemente pubblicato un rapporto "Sustainability Nears a Tipping Point” che rileva che il 70% degli oltre 4.000 manager provenienti da 113 paesi intervistati ha dichiarato di aver inserito il tema della sostenibilità in modo permanente all'interno della propria agenda di strategie ed operazioni aziendali.
Tuttavia la comunità scientifica chiede in toni sempre più allarmati ai governi e al mondo economico di agire con urgenza per convertire i nostri modelli di sviluppo verso una sostenibilità globale. Alla Conferenza delle Nazioni Unite sullo Sviluppo Sostenibile che avrà luogo il prossimo giugno a Rio de Janeiro si dibatterà su quali proposte operative è possibile adottare nel breve e lungo periodo.
Una conferenza scientifica sui cambiamenti globali "Planet Under Pressure. New Knowledge Towards Solutions” svoltasi a Londra il 29 marzo -a cui hanno preso parte quasi 3.000 scienziati, studiosi ed esperti governativi sui cambiamenti globali- ha fatto il punto sullo stato di salute del pianeta.
La conferenza si è conclusa con il lancio di un rapporto dal titolo "State of the Planet Declaration" che ribadisce che ormai tutte le ricerche scientifiche convergono sul fatto che il funzionamento di quei sistemi naturali del pianeta che hanno supportato nei secoli recenti il nostro benessere e la civiltà, è a rischio.
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Purtroppo questa urgenza di fare della sostenibilità globale il fondamento delle nostre società (fatta esclusione per le dichiarazioni di intenti) non si riflette nelle priorità delle agende politiche nazionali e internazionali.
Possiamo solamente augurarci che questa necessità improrogabile di un cambio di rotta parta “dal basso”, da tutti quei soggetti aziendali e politici più lungimiranti che hanno ben chiaro che i vecchi modelli economici basati su una crescita economica infinita, in un pianeta dalle risorse “finite” , finirà per diventare un prossimo autogol per la stessa economia.

Vogliamo raccontare, per rimanere nel nostro campo di interesse, di un'iniziativa che può definirsi “dal basso” in cui un'azienda, Fater spa (Pampers e assorbenti Lines) ha dato vita ad un'alleanza tra pubblico e privato per sottrarre alla discarica o agli inceneritori i pannolini usati.
La sperimentazione, realizzata insieme al comune più riciclone d'Italia, Ponte nelle Alpi (BL) e al Centro Riciclo Vedelago (TV) permetterà di generare nuova materia prima secondaria, completamente sterilizzata, da riutilizzare in nuove e diverse produzioni, quali la creazione di arredi urbani o la produzione di cartoni da imballo.

Ezio Orzes è l'assessore all'ambiente di Ponte nelle Alpi che in soli quattro anni ha portato il suo comune a vincere (negli ultimi due anni) il premio di Legambiente “Comune più riciclone d’Italia”, con una raccolta differenziata porta a porta al 90%, una riduzione della produzione di rifiuti da discarica e delle tariffe per i cittadini.
In ogni occasione pubblica Ezio Orzes ripete con convincimento “I rifiuti sono energia, materia e lavoro sprecati, sono un indicatore della nostra inefficienza. Il “secco non riciclabile” è una delle unità di misura dell’insostenibilità del nostro sistema economico e produttivo. Rendere sostenibile il ciclo della produzione e del consumo, attraverso processi di miglioramento continuo è un impegno che a tutti i livelli le istituzioni devono sottoscrivere e praticare”.

In Italia si producono ogni anno poco più di 32 milioni di tonnellate di rifiuti urbani, il 3% di questi è rappresentato da prodotti assorbenti per la persona di tutte le marche (pannolini, assorbenti femminili, prodotti per l’incontinenza); il 77% dei pannolini sono smaltiti in discarica il 23% negli inceneritori. Nei primi tre anni di vita ogni bambino consuma in media 5000 pannolini usa e getta pari a circa una tonnellata di rifiuti che vanno a finire in discarica o nell’inceneritore.
Il sistema di riciclo promosso da Fater spa, Ponte nelle Alpi e il Centro Riciclo Vedelago tratterà, una volta a a regime, circa 5.000 tonnellate/anno di prodotti assorbenti per la persona.
Da una tonnellata di pannolini usati riciclati si ottengono quasi 150 kg di plastica da usare in nuove produzioni (arredi urbani, imballi e altri oggetti) e più di 350 kg di materia organico-cellulosica da usare per la produzione di cartoni o come fertilizzante capace di restituire nutrienti a terreni depauperprogetto di riciclo- particolareati.

La sperimentazione che partirà dopo l'estate prevede che i prodotti (pannolini per bambini e pannoloni) vengano raccolti separatamente dal Comune di Ponte nelle Alpi e conferiti al Centro Riciclo Vedelago.
Questa operazione di separazione determinerà degli immediati benefici economici per il comune e i cittadini di PnA legati alla diminuzione del volume e peso del totale della frazione residua secca o rifiuto indifferenziato.
Andranno pertanto a diminuire sia i costi che attualmente il comune paga per conferire in discarica il rifiuto indifferenziato (pari a 192,23 euro per tonnellata), che le bollette per lo smaltimento dei rifiuti delle singole famiglie (che pagano una tariffa a seconda del volume dei rifiuti indifferenziati conferiti: Tia).

Abbiamo chiesto a Ezio Orzes se ritiene che l'operato di Fater debba essere preso come un esempio di applicazione della “responsabilità estesa del produttore” sull'intero ciclo di vita dei sui prodotti, introdotta dall'articolo 8 della direttiva n. 2008/98/CE.

Ecco la risposta:
“Io credo che nel terzo millennio non sia più possibile che ci siano ancora delle merci che possano essere immesse sul mercato senza che si sia pensato prima a cosa accadrà alla fine del loro primo ciclo di vita. Come non è più accettabile che le comunità si debbano sobbarcare i costi ambientali economici e sanitari correlati al loro smaltimento. Di questo problema se ne deve far carico chi produce le merci. Oggi è possibile prelevare sempre meno risorse e materie prime dalla biosfera e restituire qualcosa che è progressivamente sempre più pulito e riutilizzabile. La conversione ecologica della produzione è l’obiettivo verso cui tutti, cittadini e imprese, dovremmo tendere in modo responsabile”.

Abbiamo fatto alcune domande a Marco Sambuco, responsabile delle relazioni esterne della Fater spa.

Dott.Sambuco cosa vi ha spinto a decidere di realizzare questo progetto?
Il progetto riciclo si inserisce in un percorso di sostenibilità che da più anni l’azienda ha intrapreso. Per Fater, l’azienda in Italia dei pannolini Pampers e degli assorbenti Lines, sostenibilità è competitività. Abbiamo operato con priorità e continuiamo a farlo nell’efficientizzazione dei processi, nell’ideare prodotti dal ridotto impatto ambientale, in una nuova visione della logistica. Per questo abbiamo già conseguito risultato significativi: abbiamo ridotto nell’ultimo anno le emissioni di Co2 di circa 7000 tonnellate; eliminato dalle strade 6.580 camion negli ultimi anni grazie a modalità innovative di carico dei camion e all’uso della nave, i prodotti sono più performanti e utilizzano meno materie prime oltre a essere più sottili, con vantaggi per i consumatori ed efficienza nei trasporti. Bisognava quindi approcciare il post uso che nel life cycle assessment di un pannolino pesa per il 18% .

Fater ha inteso perciò dare un contributo a ridurre il problema dei rifiuti, trasformandolo in vantaggio. Il nostro intento è validare il sistema : dalla raccolta differenziata specifica, alla trasformazione per il riciclo tramite la tecnologia sviluppata da Fater, alla riutilizzazione delle materie prime seconde ottenute in nuovi e diversi processi produttivi. Per questo partirà a Settembre il primo progetto sperimentale in Italia presso il Centro Riciclo Vedelago in provincia di Treviso per il riciclo del pannolino, degli assorbenti e prodotti per incontinenza usati .

Quali sono le vostre aspettative per il progetto?
Dimostrare che si può coniugare la scelta e l’uso di un prodotto performante e al tempo stesso avere un vantaggio per l’ambiente. Pensi che il processo di riciclo nelle zone in cui verrà implementato darà la possibilità di risparmiare 1.874 ton/anno di CO2 ogni anno; eliminerà 5.000 ton/anno dalle discariche pari a 6.500 m3/anno .

Quali sono le condizioni necessarie perchè possa essere replicato?
Un’efficace attività di raccolta differenziata da parte dei Comuni è il presupposto fondamentale per consentire la riapplicazione del sistema di riciclo sia sotto il profilo economico che ambientale. Pensi che il vntaggio a livello nazionale sarebbe come eliminare tre discariche. Siamo confidenti che gli esiti del progetto sperimentale confermeranno le nostre valutazioni e auspichiamo che il modello possa essere replicato con successo anche in altre zone d’Italia in quanto capace di generare vantaggi per tutti, dall’ambiente agli altri operatori nel campo del riciclo.

L'ultima notizia è che un altro accordo è stato siglato tra Fater spa e Savno Servizi , un'azienda che gestisce la raccolta differenziata porta a porta di alcuni comuni del Trevigiano, per conferire presso il Centro Riciclo Vedelago, quando l’impianto sarà a regime, anche i pannolini frutto della raccolta differenziata spinta nei comuni serviti.

Per vedere come avviene il processo di riciclo dei pannolini guarda il video>>

Per approfondimenti vai all'articolo sul progetto del blog di Ezio Orzes e sul sito di Fater

Imballo dove ti butto? Ovvero quando le aziende facilitano la scelta “giusta” (marzo '12)

sigillo C colussiLa crescita dei rifiuti da imballaggio non si è mai fermata, neanche nei periodi in cui, complice la crisi economica, la produzione di rifiuti urbani calava di qualche punto. Al contrario, se si guarda il decennio 1996-2006 sono aumentati del 27,7%. L'Italia continua ad occupare il terzo posto in Europa come produzione di rifiuti da imballaggio procapite, anche alla luce dei dati elaborati dall'ISPRA e riferiti al 2008.
I Comuni sono obbligati per legge a raggiungere almeno il 65% di raccolta differenziata entro il 2012, pena un aumento della tassa applicata per lo smaltimento in discarica o negli impianti per trattamento.
Facendo una proiezione, sulla base dei dati contenuti nel dossier Comuni Ricicloni e del proprio Osservatorio interno Roberto Cavallo, Presidente della Cooperativa ERICA in un'intervista concessaci “azzarda” una stima su quanti comuni italiani riusciranno a raggiungere questo obiettivo di raccolta differenziata. Tra gli oltre 8 mila comuni italiani, potrebbero essere, secondo Cavallo circa 2000 e pertanto appena il 25%! Diventa imprescindibile il ruolo che l'industria deve giocare per la riduzione del packaging, l'immissione in commercio di imballaggi totalmente riciclabili provvisti di un'informazione puntuale sulle confezioni che indichi al consumatore come è realizzato il packaging e, soprattutto, come smaltirlo.
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Attualmente la plastica fa la parte del leone nel settore del packaging detenendo a livello europeo una quota di mercato superiore al 60% all’interno del settore alimentare e con un utilizzo nel confezionamento delle merci europee che va oltre al 45% del mercato totale (1).
Tra i materiali usati nell'imballaggio sono quelli di plastica a sollevare più dubbi nei cittadini: non tanto per quanto concerne i flaconi in cui sono contenuti i prodotti per la detergenza ma soprattutto per gli involucri di varia composizione che si utilizzano preferibilmente per i prodotti da forno così come per il confezionamento del caffè macinato.
Molto spesso questi dubbi trovano origine nella difficoltà che i consumatori incontrano nel riconoscere i materiali accopiati o in multimateriale, cioè gli abbinamenti tra carta, plastica e alluminio.
Anche quando la confezione è interamente di plastica può bastare una colorazione nella parte interna o esterna che richiama l'effetto “metalizzato” per far sorgere in molti il dubbio se conferirlo nella plastica o nell'indifferenziato in quanto "poliaccopiato". Come riprova del fatto che l'industria è già al corrente di questa difficoltà abbiamo trovato un'indicazione sul sovraimballaggio delle confezioni doppie di caffè Vergnano. Infatti un avviso, in bella evidenza, recita: incarto esterno in materiale plastico a basso impatto ambientale privo di alluminio.
Questa difficoltà viene manifestata da chi si occupa di elargire informazioni sulla raccolta differenziata un po' in tutto il paese. Anche una ricerca dello scorso ottobre condotta da Swg, (per Moige, Movimento italiano genitori, e Corepla il consorzio per recupero della plastica all'interno del CONAI,) ha confermato questa situazione.
Tra i risultati della ricerca riferiti alla differenziazione della plastica emerge che 7 famiglie su 10 (70%) raccolgono indistintamente tutti gli oggetti in plastica e che appena un quarto di queste famiglie raccoglie -correttamente- solamente gli imballaggi. Emerge inoltre una forte la richiesta di indicazioni più chiare soprattutto sulla destinazione degli imballaggi raccolti (63%): 3 italiani su 4, infatti, dichiarano di avere un’idea molto vaga (45%) o di non averla assolutamente (28%).

Fortunatamente alcune aziende stanno rispondendo a questo bisogno apponendo sugli involucri un’etichetta che informa il consumatore di quale materiale sono fatti gli incarti e come vanno conferiti.

Le etichette più “complete” utilizzate su tutte le confezioni, ad esempio, dalla Barilla e dal gruppo Colussi contengono la sigla identificativa del materiale come macrocategoria (ad es. PP per la plastica, PAP per la carta seguiti da un numero identificativo dello specifico materiale) la sua descrizione e l’indicazione su come smaltirlo riferita ad ogni diverso componente dell’imballo.

Sul sito del gruppo Colussi dedicato alle politiche ambientali da loro intraprese si possono visionare le immagini delle etichette utilizzate denominate sigilli ambientali all'interno del progetto chiamato Eco-saving. Un suggerimento che vogliamo dare a Colussi consiste nel recuperare ancora qualche millimetro di spazio sulle confezioni per poter ingrandire la parte dell'etichetta più rilevante che ha attualmente caratteri troppo piccoli da risultare di difficile lettura.

Anche la Kraftfoods nella sua linea di biscotti Oro Saiwa utilizza questa tipologia di indicazioni.

Altre aziende, come Doria, hanno inserito un richiamo a favore della raccolta differenziata e la sigla PP all'interno del triangolo identificativo della plastica, ma mancano dell'indicazione del materiale e di dove conferirlo.
Per quanto riguarda le linee di prodotti a marca privata della Grande Distribuzione, da una prima ricerca abbiamo rilevato che la Coop appone un'istruzione di conferimento su quasi tutti i propri prodotti alimentari -e non- e che le etichette con maggiori dettagli si trovano su alcune linee come Vivi Verdee e Fior Fiore.
Tra le altre marche commerciali abbiamo avuto modo di rilevare che Simply fornisce quest'informazione tramite un'apposito box informativo impresso sulla confezione di tutte le sue linee, e che Selex e Carrefour non prevedono queste informazioni al momento.

Torneremo con un aggiornamento sullo stato dell'arte ma intanto chiediamo ai nostri lettori di segnalarci qual'è la situazione riferita ad altre marche private o dell'industria di marca non citate di cui siete a conoscenza.
A parte pochissime eccezioni, tra cui quella del Caffè Vergnano citato prima, stupisce che quasi tutte le marche più conosciute del caffè non indichino nulla in merito. Anzi, il servizio consumatori di una marca leader italiana ha risposto a una richiesta scritta di un consumatore (che ci è stata girata) che tale informazione non veniva apposta perchè non obbligatoria per legge e per problemi di spazio disponibile sulla confezione.
Entrambe le motivazioni sono deboli, ma la seconda è improponibile, considerando che spesso i pacchetti di caffè macinato vengono venduti in confezione doppia avviluppati nel “ famoso” sovraimballaggio, ( che stiamo chiedendo alle aziende e alla GDO di eliminare ).
Chiudiamo con un pressante appello rivolto a tutte le marche che ancora non indicano sui propri imballaggi le modalità di conferimento di voler provvedere prima possibile per aiutare i cittadini consumatori che vogliono fare una differenziata spinta e di qualità. Questa informazione viene resa sempre più necessaria e urgente dall'immissione nel mercato di nuovi materiali come le nuove generazioni di poliaccopiato riciclabili e le bioplastiche.
Per quanto concerne l'impiego di imballi in poliaccopiato -che ad oggi venivano indicati come non riciclabili da conferire nell'indifferenziato- abbiamo scoperto che questa regola può avere delle eccezioni. La Barilla ha sviluppato per una linea di biscotti, riconoscibile dall'incarto di colore verde, un involucro in multimateriale (C/PAP 81) che può essere invece conferito con la carta. Da quanto ci ha comunicato il loro ufficio stampa questa nuova soluzione di packaging verrà gradualmente estesa a tutti gli altri biscotti prodotti da Barilla, a partire dai prossimi mesi.

(1) Fonte: Plastics Europe

Da rifiuti marini a nuovi contenitori (marzo '12)

rifiuti marini riciclatiEnvision Plastics Industries un'azienda che ricicla la plastica di Reidsville NC e Method Products Inc. un produttore di detergenti di San Francisco hanno lavorato per 18 mesi ad un progetto che vuole sensibilizzare l'opinione pubblica sul pesante impatto dei detriti che infestano gli oceani.
Envision Plastics ha trovato il modo di riciclare i rifiuti di plastica che vengono spiaggiati alle Hawaii impiegandoli nella produzione di contenitori per uno specifico detergente di Method Products che raggiungerà gli scaffali dei supermercati il prossimo l'autunno.
Per oltre un anno dipendenti di Method Products hanno organizzato, con l'aiuto di organizzazioni no profit, delle giornate di pulizia della spiaggia di Kahuku Beach, nell'isola di Kaui, coinvolgendo intere scolaresche.
Per tutti i partecipanti è stato scioccante vedere, durante le operazioni di pulizia, come non si riuscisse a completare la pulizia della spiaggia prima che le onde non avessero già buttato altri rifiuti di plastica. In quella zona i rifiuti marini provengono dalla zona oceanica del North Pacific Gyre.
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La plastica che viene catturata delle correnti circolari oceaniche dopo un certo periodo di tempo viene espulsa verso l'esterno e finisce il suo viaggio, spinta dalle onde, sulle spiaggie dell'arcipelago delle Hawaii, o in qualche tratto della costa occidentale degli Stati Uniti.
Questi rifiuti raccolti e selezionati nel corso delle diverse operazioni di pulizia sono stati separati dalle consistenti quantità di reti e altre componenti di attrezzature da pesca che, pur essendo di plastica, non possono essere riciclate.
Envision Plastics ha poi dovuto creare un'apposita formula tenendo conto delle caratteristiche del materiale plastico raccolto, degradato dall'esposizione ai raggi ultravioletti e dalla permanenza in acqua. I contenitori che verranno fabbricati saranno quindi realizzati con una miscela costituita dal 75% di plastica proveniente dal riciclo di polipropilene e polietilene a elevata densità (HDPE) e dal 25% di rifiuti plastici marini.
Va detto che i team delle due aziende che hanno lavorato al progetto, che ha soprattutto un'alta valenza di sensibilizzazione, non coltivano certo l'illusione di poter risolvere il problema dell'inquinamento da plastica dei mari, reso soprattutto drammatico dalla presenza di minuscoli frammenti in cui la plastica si scompone. Queste particelle che ricoprono i fondali e galleggiano a varie profondità della colonna d'acqua sono infatti impossibili da rimuovere e hanno fatto di mari e oceani una zuppa di plastica più o meno densa.
Adam Lowry il co-fondatore di Method Products, azienda che ha scelto di utilizzare per i contenitori solamente plastica riciclata, ritiene che questo progetto sia solamente il primo passo di un piano per aumentare la consapevolezza sull'inquinamento provocato dalle materie plastiche nei mari. In una fase successiva, l'azienda prevede di collaborare con organizzazioni dedite regolarmente a operazioni di pulizia delle spiaggie in tutto il mondo, per creare una rete che possa intercettare i rifiuti marini di plastica, inviandoli al riciclo invece che nelle discariche.
Lowry ha dichiarato durante la presentazione del progetto: “Sino a quando si continuerà a utilizzare plastica vergine invece di recuperare con il riciclo la plastica già prodotta che abbiamo a disposizione sul pianeta, il problema non potrà che aggravarsi. Meno plastica vergine immessa al consumo equivale a meno nuovi rifiuti. Il mondo ha bisogno di prodotti realizzati in modo più sostenibile e vanno prese nelle aziende le decisioni basate su dati scientifici che possono indicare la soluzione più compatibile dal punto di vista ambientale. Come azienda vogliamo fare qualcosa di innovativo che provochi un cambiamento nel mercato e abbia un impatto ben più grande rispetto alle dimensioni fisiche e alla presenza sul mercato della nostra azienda”.

San Francisco si conferma all'avanguardia nelle politiche ambientali (febbraio '12)

san franciscoAggiornamento marzo 2012:
Come era prevedibile Save the Plastic Bag Coalition ha presentato un ricorso all'ordinanza della città di San Francisco sulla base di due motivazioni. La prima concerne l'assenza di uno studio di impatto ambientale depositato di supporto all'ordinanza da parte della città che sembrerebbe essere necessario quando la popolazione coinvolta è di una certa entità come a San Francisco con i suoi oltre 805.000 abitanti. La Corte Suprema della California aveva infatti ritenuto in un precedente ricorso contro Manhattan Beach -perso dalla coalizione- che un simile studio fosse necessario per aree urbane con una popolazione più importante rispetto ai 33.000 abitanti della cittadina.

La seconda motivazione, secondo il rappresentante della coalizione Stephen Joseph, consiste nel fatto che l'ordinanza non potrebbe essere applicata ai ristoranti poichè una legge dello stato parte del "California Retail Food Code" prevede che i sacchetti di plastica possano essere distribuiti dai ristoranti. Secondo Joseph gli innumerevoli turisti che visitano la città saranno costretti a comprare borse riutilizzabili che - oltre a non essere riciclabili come il sacchetto di plastica- finiranno per inondare le camere di albergo abbandonate dai turisti.
Chissà sa se Joseph sa che ad esempio in Corsica i turisti se la sono cavata benissimo senza sacchetti di plastica e non solamente non hanno lasciato le borse sull'isola ma hanno cominciato ad usarle anche a casa loro.

Nel 2007 San Francisco è stata la prima città americana a bandire i sacchetti di plastica nei maggiori negozi e catene di prodotti alimentari e di parafarmacia.
Dal 2010 Ross Mirkarimi, membro della Commissione di Vigilanza della città di San Francisco e autore della legge del 2007 ha lavorato alla sua estensione che è stata approvata lo scorso dicembre. Il ritardo è stato dovuto al clima di incertezza causato da una serie di ricorsi intentati dalla corporazione Save the plastic bag verso amministrazioni comunali americane che avevano emesso ordinanze senza presentare una costosa valutazione dell'impatto ambientale del sacchetto di plastica e di carta, che, a detta del gruppo di interesse, sarebbe obbligatoria.
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L'ordinanza emessa che avrà applicazione da ottobre è classificata come appartenente alla seconda generazione di ordinanze, il nuovo standard della California. La novità rispetto alle ordinanze di prima generazione consiste nel fatto che, oltre a vietare l'utilizzo di sacchetti di plastica, si cerca di prevenire il consumo di altre tipologie di sacchetto monouso permesse, evitando così che il consumo si sposti da un materiale all'altro senza una contrazione.
La misura consiste nel vietare la distribuzione gratuita di sacchetti di carta o comunque biodegradabili che devono essere venduti ad un prezzo minimo di 10 cent, sia nei ristoranti che nei negozi, e non solamente del settore alimentare. Il provvedimento entrerà in vigore in due scaglioni, ad ottobre per le catene del retail e nel giugno del 2013 per i negozi e i ristoranti. In questo modo si cerca di promuovere nei cittadini l'adozione della scelta ambientalmente meno impattante della borsa riutilizzabile.
Ma oltre all'unicità del provvedimento, che sarebbe il primo negli USA ad essere esteso al settore non alimentare, la città di San Francisco è da tempo all'avanguardia nella gestione dei suoi rifiuti. Infatti, da quando ormai oltre 30 anni fa, i suoi cittadini si espressero contro la costruzione di impianti di incenerimento e discariche, si è puntato tutto sulla raccolta differenziata, sul riuso, sulla promozione di comportamenti virtuosi tra i cittadini (introducendo sistemi di tariffazione a consumo che premiano chi produce meno rifiuti indifferenziati). Jack Macy – responsabile del programma “Zero Waste” è stato chiamato a Parma lo scorso ottobre per presentare l'esperienza della sua metropoli ed ha così riassunto i risultati che per una città con oltre 700.000 abitanti sono da manuale: “Abbiamo un tasso di conversione che è arrivato al 78% grazie alla massimizzazione del porta a porta, e sempre meno residuo da smistare in discarica”. Si separano carta, organico e rifiuti misti. Il materiale viene quindi trattato in appositi centri – “meno evoluti di quelli presenti in Italia” puntualizza Macy – dove si produce compost di qualità che va bene anche per i vigneti della Napa Valley. “Abbiamo messo in atto campagne d’informazione e tutti, imprese e cittadini – pagano in base al volume di rifiuti che producono. La raccolta viene sostenuta esclusivamente con questa imposta. Abbiamo infine emanato una legge che obbliga a riciclare, per convincere anche alcuni soggetti più restii”.
“L’inceneritore – spiega – è una scelta costosa, dannosa per l’ambiente, dobbiamo arrivare a una migliore gestione dei rifiuti e la politica zero rifiuti è la cornice che può condurre a questo risultato”. Una tonnellata di rifiuti a livello locale equivale a 70 nella catena che è all’origine del rifiuto stesso. Se li abbandoniamo in discarica, sprechiamo quelle 70 tonnellate, se le bruciamo le distruggiamo per sempre e poi dobbiamo estrarre nuove risorse. Dobbiamo riciclare per ridurre lo spreco di energie, l’inquinamento”. “Che senso ha bruciare gli scarti – continua – quando il sistema basato sul trattamento meccanico-biologico dei rifiuti porta invece dei vantaggi ben più convenienti per tutti”. Elenca Macy: riciclaggio al 90% dei prodotti, risparmio economico, meno danni al clima, e una possibilità di impiego (con i cosiddetti green jobs, lavori verdi) dieci volte maggiore rispetto a quella offerta da discariche e inceneritori. ”(1)

Eventi zero waste anche al Porto
Anche l'ente che amministra il porto The San Francisco Port Commission non è stato da meno rispetto alla municipalità adottando una politica rifiuti zero sulle proprie aree come primo ente portuale al mondo. Le nuove regole che disciplinano la gestione dei rifiuti in eventi che prevedono un minimo di 5000 partecipanti vengono proposte -anche se a livello volontario- in occasione di eventi più piccoli. Diventa così probabile che l'esempio sia destinato ad essere seguito anche per altre manifestazione che hanno luogo in città e dintorni. Sostanzialmente si profilano tempi duri per i tanti abituati ad assistere a manifestazioni armati di bottiglia di plastica con bevande varie, cibo da asporto e stoviglie usa e getta contenuti in sacchetti di plastica e poi a liberare palloncini nel cielo. Questi ultimi sono una fonte sottostimata di inquinamento da plastica nei mari e letali per gli animali marini.
Si potrà quindi negli eventi al porto utilizzare solamente sacchetti o stoviglie che siano compostabili o riutilizzabili e bere da bottiglie e borracce non a perdere.
Tra i primi grandi eventi che avranno luogo nel porto di San Francisco ci sono quelli riferiti alla 34ma America's Cup con le finali nel 2013. Jill Savery la responsabile sostenibilità della manifestazione ha commentato favorevolmente questo provvedimento poichè in linea con le strategie sviluppate dalla sua stessa organizzazione nell'ultimo anno. La sfida da affrontare e vincere -secondo la Savery- sarà quella di mettere in condizione le masse di visitatori accaldate che si assieperanno al porto di potersi idratare. L'installazione di stazioni di rifornimento per l'acqua potrebbe raggiungere questo obiettivo per poi diventare una bella eredità della manifestazione per il porto. Il progetto ci sembra ottimo ci torneremo più avanti per darvi gli aggiornamenti.

(1) Fonte: http://consumi-parma.blogautore.repubblica.it

E in Italia quante saranno le piccole San Francisco che arriveranno a centrare l'obiettivo di legge del 65% di raccolta differenziata? (febbraio '12)

kit del ricicloAbbiamo chiesto a Roberto Cavallo fondatore di "ERICA", azienda leader nella consulenza tecnica e comunicazione ambientale per le amministrazioni pubbliche un commento sulla situazione della raccolta differenziata nelle città italiane.

Come mai in Italia nonostante le competenze professionali e la tecnologia degli impianti di riciclaggio a disposizione (definiti “evoluti” da Jack Macy nell'articolo su San Francisco) non abbiamo ancora città della grandezza di San Francisco con raccolte differenziate oltre al 70% ?
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In Italia abbiamo alcune città che superano i 50mila e addirittura i 100mila abitanti che stanno ottenendo risultati simili a San Francisco, come Pordenone (51mila), Guidonia (82mila) in Provincia di Roma, Salerno o Novara.
Certo ancora nessuna “metropoli” però questi esempi dimostrano che anche in Italia si possono attuare strategie virtuose per la gestione dei rifiuti urbani e questi esempi rappresentano pur sempre un quartiere, una circoscrizione o un municipio di una grande città.
Anche nelle grandi città italiane dove è stato istituito il porta a porta i risultati sono stati di buon livello: alcuni quartieri di Roma (Colli Aniene, via di Decima, Massimina) o di Napoli (Colli Aminei, Scampia) o di Torino (quasi mezza città) hanno raggiunto il 65% di raccolta differenziata.

Perchè questi risultati non sono evidentemente sufficienti a convincere le amministrazioni comunali a fare “ il grande salto” e coinvolgere tutta la città ? Quanto pesa l'aspetto economico ma anche la capacità o l'incapacità di vedere l'investimento economico in una prospettiva di lungo termine nelle decisioni che vengono prese dalle amministrazioni ?

Il perché gli amministratori non facciano “il grande salto” – come lo definisci tu – credo si possa commentare in due modi:

- Esiste una diffidenza verso chi ha ottenuto i risultati che altri portano ad esempio, che confina, da un lato, con una mancanza di coraggio, e dall’altro con l’orgoglio di essere diversi. Le frasi più ricorrenti degli amministratori reticenti al cambiamento sono: “si si, capisco quel che mi dice, ma il mio Comune è diverso… i miei cittadini sono diversi” o ancora “ma vorrei proprio capire come fanno i conti in quei comuni… in altri casi appunto l’orgoglio porta a dire “guardi io sono già al 50% e spendo la metà degli altri” senza considerare che si riferiscono al solo costo della raccolta, non si considera la qualità del materiale raccolto e soprattutto senza capire che oltre quel limite sarà difficile andare.

- La questione delle risorse economiche è invece una questione reale. Mi sento però di provare a dare una lettura che spero utile agli amministratori che ci leggeranno. Bisogna provare a guardare al conto economico non come spese di investimento, ma come costi di gestione. Mi spiego meglio. La conversione di un sistema richiede investimenti, ad esempio passando dalla raccolta stradale alla raccolta domiciliare occorre acquistare bidoni, sacchetti, mezzi adatti, alienare vecchie attrezzature, assumere personale, ma mandando in ammortamento gli investimenti ci si accorge come gran parte di tali costi è coperta dalla riduzione del costo degli smaltimenti, ad obiettivi crescenti di “conversione dalla discarica o dall’incenerimento”, come dicono a San Francisco, o dalla vendita dei materiali derivanti dalla raccolta differenziata. Ovviamente il pareggio o addirittura la convenienza di un sistema è in funzione dei costi di smaltimento. A tal proposito è bene chiarire che costi di smaltimento inferiori ai 120 euro/tonnellate, sia si tratti di discarica che inceneritore, non sono costi industriali, ma viziati da aiuti esterni o non completa contabilizzazione dei singoli fattori che contribuiscono alla definizione della tariffa.

Vorrei concludere questo punto con un ulteriore invito alle amministrazioni, un po’ seguendo il modello di San Francisco, ma anche quello della Regione Fiandre o ancora quello messo in atto dai sempre più numerosi comuni italiani che hanno aderito alla Rete Rifiuti Zero: per affrontare correttamente la gestione dei rifiuti occorre dotarsi di piani pluriennali ad obiettivi crescenti siano essi di raccolta differenziata e “conversione” dallo smaltimento, che di prevenzione dei rifiuti. Il darsi obiettivi “passo-passo” e verificarli è il miglior sistema per rendere sostenibile un progetto, al di là degli schieramenti politici, al di là dei mandati amministrativi. Serve per superare i due blocchi che ho provato a descrivere, si può verificare infatti che i cittadini sono pronti ad accogliere le novità e che i conti possono tornare! E tutti insieme ci si accorge anche di un altro elemento fondamentale: per quanto lungo sia il percorso verso percentuali virtuose di raccolta differenziata i tempi sono sempre e comunque più corti della costruzione di un qualsiasi impianto di smaltimento…Speriamo che vinca la voglia di imitarsi più che la diffidenza!

Secondo te quanti comuni italiani raggiungeranno il 65% di raccolta differenziata entro il 2012?

Molti comuni stanno ancora lavorando per raggiungere il traguardo fissato dall'art. 205 del decreto 152. Penso alla Provincia di Vercelli dove 84 Comuni su 85 nel corso del 2011 hanno convertito il proprio sistema di raccolta adottando la raccolta domiciliare, o ancora il Comune di Alba o Bra che stanno estendendo in questi mesi la raccolta dell'umido a tutta la città, per rimanere nel Piemonte dove vivo. La stessa cosa cosa sta però accadendo in Lazio, come nel già citato comune di Guidonia (RM) o in molti comuni della provincia di Viterbo, o in altre regioni.
Provando a lanciarmi in pronostici, che non sono uso fare, anche grazie al censimento di Legambiente attraverso il dossier Comuni Ricicloni e all'Osservatorio interno della cooperativa ERICA, direi che in Piemonte si supererà il 50% di comuni che raggiungono l'obiettivo, in Veneto si sfiorerà l'80%. In FVG e Trentino credo si raggiungerà il 50% dei comuni, in Campania si supererà il terzo (con oltre 150 Comuni su 550), analogo andamento per Marche, Umbria, Sardegna e Emilia Romagna. Credo che si fermeranno a non più di un quinto invece regioni come Liguria, Toscana, Lazio, Val d'Aosta. Per le regioni non citate ci sarà il rischio di dover contare sulla punta delle dita i comuni che raggiungeranno il 65% di RD. In generale sugli oltre 8mila comuni italiani forse potremmo sperare di arrivare a 2mila, cioè il 25%.

Che cosa succederà a quel (circa) 75% dei comuni italiani che non ce la faranno, è prevista una sanzione?

Per chi non raggiunge il 65% di raccolta differenziata occorrerà capire quanti accordi di programma con il Ministero verranno proposti ed accettati, ricordo infatti che la stessa norma che prevede una sanzione prevede anche una deroga, per la verità un po' singolare, in forza di motivate ragioni: (art. 205 comma 2 decreto 152/06) "nel caso in cui a livello di ambito territoriale ottimale non siano conseguiti gli obiettivi minimi previsti dal presente articolo, è applicata un'addizionale del venti per cento al tributo di conferimento dei rifiuti in discarica a carico dell'Autorità d'ambito [...] che ne ripartisce l'onere tra quei comuni del proprio territorio che non abbiano raggiunto le percentuali previste dal comma 1 sulla base delle quote di raccolta differenziata raggiunte nei singoli comuni".

GDO e ambiente: Il gigante del retail Walmart apre al dialogo sulla sostenibilità ambientale (febbraio '12)

walmartTra le 12 multinazionali che si contendono il settore del commercio al dettaglio su scala mondiale la compagnia statunitense Walmart occupa il primo posto distaccando notevolmente gli avversari. Tanto per rendere l'idea, Carrefour, al secondo posto, ha un volume di fatturato che è circa un terzo di quello di Walmart.
Ad inizio gennaio Walmart ha lanciato The Green Room, un blog aziendale diretto da Andrea Thomas, vice direttore senior per la Sostenibilità, progettato per "creare insieme un mondo più sostenibile e aiutare le persone a vivere meglio." L'impostazione di base è quella di aprire un dialogo su ciò che l'azienda può fare, almeno in teoria, per raggiungere questo obiettivo: a partire dagli argomenti e stimoli offerti dai post.
Immediato è arrivato il commento di Andrew Revkin che sul suo blog Dot-Earth del New York Times si domanda: "Può un' azienda fondata sul consumismo spinto 'produrre' sostenibilità agli stessi ritmi delle sue vendite?"
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Il giornalista Matt McDermott che scrive di Corporate Responsability su Treehugger aggiunge: "Può il modello di sviluppo di Walmart essere compatibile con un futuro dove le risorse naturali sono in diminuzione e la popolazione è in costante crescita?”
Entrambi i giornalisti citano l'analisi della collega Stacy Mitchell che ha indagato minuziosamente per verificare se le dichiarazioni sulle politiche ambientali intraprese e altre affermazioni fatte dall'insegna sempre in campo ambientale corrispondessero a fatti concreti. Secondo la Mitchell l'adozione di una strategia aziendale basata sulla sostenibilità ambientale di Waltmart, avvenuta nel 2005, è stata niente di più che una mossa astuta per arginare le conseguenze di tutta una serie di contestazioni e blocchi a progetti di insediamento, ad opera dei movimenti ambientalisti,che avevano causato al gruppo una contrazione delle vendite dell'8% e un calo del 20% del valore delle azioni.
A confermare la supposizione della Mitchell è stato lo stesso Ceo di Walmart, Lee Scott, nell'intervista di presentazione del nuovo corso di iniziative ambientali al New York Times, avvenuta nel 2005. Lee Scott dichiarò in tale occasione di aver deciso di attuare come insegna una strategia "green" perchè più efficace per migliorare l'immagine aziendale, oltre che maggiormente conveniente sotto il profilo economico rispetto ad altre possibilità come, ad esempio, migliorare le condizioni lavorative dei dipendenti.
Questa politica ha ripagato l'insegna con un'evidente calo della percezione negativa che l'opinione pubblica nutriva sull'operato di Walmart che i sondaggi davano al 38% nel 2005 e al 20% nel 2010.
Secondo Stacy Mitchell i 6 anni di svolta green di Walmart (che hanno aiutato l'azienda a migliorare la sua immagine pubblica e a crescere velocemente) hanno paradossalmente portato ad un peggioramento dell'impronta ecologica complessiva del gruppo e allo stesso tempo esercitato un'influenza negativa sulle economie locali degli USA. Questa tesi è supportata dalle statistiche che Stacy Mitchell ha prodotto elaborando dati presenti sui report annuali dell'insegna e da altre fonti che raccontano la crescita del gigante del retail e il conseguente impatto ambientale e sociale.
Questi dati sono apparsi su grist.org in un articolo del 2011: Walmart by the numbers: Green vs. growth.

Andrea Thomas ha risposto prontamente alle voci critiche, citandole, con un post Taking care of our planet – together dove ha spiegato che anche le grandi corporation hanno la possibilità e il dovere di fare la differenza per il pianeta. E che Walmart proprio per il fatto di essere l'insegna più grande al mondo con i suoi oltre 100.000 fornitori è in grado di guidare il cambiamento su larga scala. La Thomas ha concluso chiedendo a tutti, critici compresi, di continuare a metterli alla prova stimolandoli a fare di più e meglio.

Dalla lettura di diversi articoli sull'impegno ambientale di Walmart, reperibili sul web, esce la fotografia di un'opinione pubblica divisa in due posizioni. Una parte afferma che un modello di per sé insostenibile come quello di Walmart ben difficilmente può diventare sostenibile, a meno che non diventi qualcosa di totalmente diverso. L'altra parte ritiene che gli sforzi che l'azienda dimostra di voler intraprendere nel rispetto della sostenibilità ambientale (anche solamente per l'impossibilità di contrastare l'espansione della cultura ambientalista) andrebbero accolti favorevolmente per incoraggiarla a fare di più.

Anche gli oltre 80 commenti al primo post di benvenuto del blog riflettono queste due posizioni. Prevalgono comunque i commenti propositivi che spaziano da suggerimenti su possibili azioni per ridurre l'impronta ecologica dei punti vendita a suggerimenti su quali modifiche apportare all'assortimento e al packaging dei prodotti. Al primo posto vengono le richieste e i consigli di riduzione dei sacchetti di plastica (ma anche di carta) che negli USA vengono regalati. Secondo i lettori del blog anche alle casse di Walmart vengono distribuiti ai clienti sacchetti in quantità esagerate. Altri commenti chiedono una drastica riduzione del packaging, una maggiore presenza di alimenti biologici e prodotti vari tutti rigorosamente locali o made in usa.
Dalle poche risposte date ai commenti postati, e soprattutto dalla tipologia dei commenti che hanno avuto risposta, si evincerebbe che c'è dietro uno staff che ha ricevuto chiare istruzioni su come e quando rispondere, oppure che non reagisce perchè non ha quelle conoscenze e competenze in campo ambientale che sarebbero necessarie per farlo. Certo non si può pretendere che un vice presidente del settore sostenibilità passi il suo tempo sul blog ma ci sarebbero stati alcuni commenti meritevoli di una risposta anche per avvalorare la serietà delle intenzioni che hanno portato all'apertura del blog e del dialogo.
Tra i commentatori del post c'è una dipendente del customer service di Walmart che riprendiamo in quanto esempio emblematico di quanto “tutto il mondo sia paese” anche nelle aziende.
Ecco il commento.
I work at Walmart (customer service) I see things that I have suggestions for, but who does one talk too? Most managers are too busy to listen!
Molto spesso infatti nelle aziende si cerca lontano, fuori dall'azienda - magari a pagamento - quanto si potrebbe trovare “in house” e per giunta gratis. Se solamente i dirigenti si prendessero il tempo di considerare e ascoltare il potenziale delle risorse umane che ogni azienda ha in sé ci sarebbero vantaggi per tutti e a vari livelli.

Parlando di come le aziende potrebbero usare al meglio i social media e le potenzialità del web 2.0 vale la pena riportare un brano dell'interessante articolo di Luca Poma Le 15 regole per un nuovo modello di business, un'analisi su come discipline come la CSR e il web 2.0 stiano ridisegnando i modelli di comunicazione e marketing unidirezionali delle aziende. “ I social network creano valore solo marginalmente se sono concepiti come “kindergarden” nei quali relegare gli utenti come fossero bambini da tenere impegnati in un gioco: il vero valore può essere creato solo attraverso il coinvolgimento biunivoco”.

E IN ITALIA A CHE PUNTO SIAMO ?

we love nature In Italia il primo gruppo della GDO che ha aperto un blog dedicato all'ambiente è stato Alì Aliper azienda padovana che conta oltre 92 punti vendita in Veneto e in Emilia Romagna. Il blog WeLoveNature è stato concepito non solamente come uno strumento per raccontare le iniziative in ambito di sostenibilità ambientale dell'insegna ma per diventare un punto di ritrovo per clienti, fornitori, dipendenti e altre persone sensibili alle tematiche ambientali che vogliono interagire, proporre, confrontarsi con l'azienda. Aperto da poche settimane è ancora in fase di promozione.

acqua di casa miaUn altro esempio nostrano di portale dedicato all'ambiente è Coopambiente lanciato nel giugno del 2011 per raccontare meglio gli impegni che Coop si è assunta negli anni a tutela dell'ambiente e le sue campagne di sensibilizzazione ambientale come: "Boschi e foreste", contro la deforestazione, e "Acqua di casa mia", per il consumo corretto e consapevole dell'acqua.

La campagna Acqua di casa mia insieme alla decisione di Coop di commercializzare solamente uova provenienti da allevamenti di galline a terra rispondono a due delle richieste fatte a Walmart dagli utenti del blog The Green Room.
Ad oggi gli spazi di dialogo aperti da Coop utilizzano canali come facebook, twitter, youtube, e "casacoop" .
Abbiamo appurato con la direzione responsabile che non ci sono al momento previsioni circa un'eventuale apertura di un blog Coopambiente
 
by avanguardia virtuosa - 2009